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July 04 Libertas Ecclesiae e dintorni
“Gli illuministi non volevano abolire i valori cristiani [ ….] ma non volevano seguire la Chiesa, non volevano continuare a riconoscere Cristo come decisivo per la vita. Allora difendevano i frutti che Cristo aveva portato separandoli dall’origine; hanno voluto fare un cristianesimo senza Cristo, difendendo i valori cristiani a prescindere dalla fonte, dalla sorgente di questi valori”. E’ uno stralcio da Romano Guardini, citato da Don Carròn, per spiegare che non hanno senso le battaglie sui “valori” di per sé – la vita, la famiglia – se non se ne afferma l’origine e il significato. E’ profondamente vero, ed è il motivo per cui, per esempio, non abbiamo seguito l’amico Giuliano Ferrara quando alle scorse elezioni politiche ha presentato la lista contro l’aborto, pur condividendone - ovviamente – lo scopo: non sono i discorsi sulla sacralità della vita che fanno cambiare idea ad una donna decisa ad abortire. Noi chiediamo innanzitutto la libertas ecclesiae, la libertà della Chiesa di esistere, e usiamo questo come criterio per scegliere, ad esempio, quale partito votare o quali candidati scegliere alle elezioni. Ma dobbiamo capire bene cosa significa adesso, ai nostri giorni, chiedere la “libertas ecclesiae”, nel nostro paese, altrimenti rischiamo di equivocare quanto detto finora. Alcuni miei amici dicono che Libertas ecclesiae significa poter costruire le nostre opere – dalle scuole, al Banco Alimentare, al Meeting – per fare esperienza e testimoniare la bellezza dell’incontro fatto. Ma allora dovremmo anche ammettere che se domani, ad esempio, la Corte Costituzionale consentisse anche la diagnosi preimpianto degli embrioni, o la fecondazione eterologa, per le nostre opere non cambierebbe niente: ci sarebbe lo stesso il Meeting, faremmo ugualmente la Colletta Alimentare, le nostre scuole continuerebbero ad esistere. E d’altra parte nella Spagna di Zapatero l’introduzione del matrimonio omosessuale non ha impedito certo ai cattolici di andare in piazza – ci sono andati a milioni – ai vescovi di parlare, ai movimenti e alle famiglie cattoliche di esistere e di operare, di continuare ad esempio le loro opere di carità. Quindi leggi di questo tipo non impediscono la libertas ecclesiae, se con questa espressione si intende semplicemente la possibilità di costruire le nostre opere, e testimoniare pubblicamente. Allora, le possibilità sono due: (continua a leggere...) Avviso ai naviganti del Web!Novità dal web il nuovo sito di SamizdatOnLine ... ospita il tuo post
C'è bisogno di stampa clandestina quando il potere soffoca.
July 01 Don Giussani contro il "gulag" della modernità
«Un
uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere, credere proprio,
alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?». Forse nessuno più di
Dostoevskij ne I fratelli Karamazov ha posto in modo sintetico e
perentorio la sfida davanti alla quale si trova il cristianesimo nella
modernità. Don Giussani ha avuto il coraggio di misurarsi con questa
sfida storica, radicalizzandola, se possibile. Infatti,
scommette tutto sulla capacità della sua proposta educativa di generare
un tipo di soggetto cristiano per cui «anche se andassero via tutti -
tutti! -, chi ha questa dimensione di coscienza personale (che la fede
genera) non può fare altro che ricominciare le cose da solo». E la
stessa, identica, scommessa che lo stesso Gesù non ebbe paura di
correre coi suoi. Che cosa avrebbe fatto Gesù nell`ipotetico caso che,
davanti alla sfida: «Anche voi volete andarvene?», tutti i discepoli
l`avessero abbandonato? Nessuno ha alcun dubbio: avrebbe ricominciato
da solo. Che
cosa può consentire una tale capacità di ripresa, nelle attuali
circostanze storiche? Possiamo incominciare a intravedere la risposta,
se cerchiamo di immedesimarci con Gesù: che cosa l`avrebbe potuto fare
ripartire da capo? È evidente che Lui non si sarebbe potuto appoggiare
su una logica di gruppo, dal momento che, nella nostra ipotesi, era
rimasto da solo. Per potere affrontare questa sfida occorre passare «da
una logica di gruppo a una dimensione di coscienza personale». Gesù
sarebbe stato costretto a poggiare tutto sul contenuto della sua
autocoscienza, della sua appartenenza al Padre. «Qual è il contenuto di
questa dimensione di coscienza personale? La definizione dell`io è
"appartenenza". L’appartenenza definisce ciò che sono; come l`essere
figli è definito dall’appartenenza al padre e alla madre; e non è
schiavitù, perché tale appartenenza non è estrinseca. Dire che l’io è
rapporto con l’Infinito vuole dire che l’essenza dell’io, nel senso
stretto della parola, è appartenenza a un Altro». Così
don Giussani indica che quello che potrebbe far ripartire da capo
ciascuno è la stessa cosa per cui Gesù ha cominciato: la coscienza
della sua appartenenza al Padre. Non è, dunque, una capacità nostra,
una energia propria, una nostra bravura, ma è l’esito di una
appartenenza. In
questo modo don Giussani non fa altro che identificare lo scopo ultimo
dell’opera salvifica di Cristo. Infatti Lui è diventato uomo, è morto e
risorto, perché mediante il dono dello Spirito potessimo vivere con la
coscienza di figli, come “figli nel Figlio”. Prendere consapevolezza
del nostro essere figli, cioè della nostra appartenenza al Padre, è il
compito di ogni educazione cristiana, che ha la verifica della sua
verità nella capacità dell’io - così educato - di ricominciare da capo,
se tutti se ne andassero. Questo chiarisce la strada che ognuno di noi
deve cercare di percorrere: che la vita diventi un cammino che ci renda
sempre più certi e consapevoli della nostra appartenenza. Ma
acquistare questa consapevolezza è possibile soltanto se essa è
verificata nelle circostanze della vita: «L’impatto con le circostanze,
il rapporto con la realtà, non è nient’altro che l’avvenimento della
vita come vocazione, in cui il “soggetto” è l’appartenenza a ciò che è
accaduto - Cristo dentro la fragilità effimera della comunità - mentre
il contenuto “oggettivo”, su cui questo soggetto è chiamato ad agire, è
l’incontro con quel complesso di circostanze finalizzate che si
chiamano appunto “vocazione” perché Dio non fa nulla per caso. Il
complesso di circostanze sollecita il soggetto e questo agisce secondo
l’origine totalizzante che ha dentro, secondo quel principio formale,
quel principio determinante, che è stato l’incontro». Raggiungere
questa coscienza è una lotta che chiede a ciascuno di noi la
disponibilità alla conversione, vale a dire a vivere secondo un`altra
mentalità. La ragione è evidente. Questa posizione entra in contrasto
con l`atteggiamento diffuso in questo preciso momento storico, in cui
siamo chiamati a vivere la fede, e ci penetra molto più di quanto
pensiamo: «L’uomo moderno ha creduto di evitare tutto dicendo: "L’uomo
appartiene a se stesso", che è la più grande menzogna, perché prima non
c`era, perciò va contro l`evidenza più chiara. “L’uomo appartiene a se
stesso” vuole dire: l’uomo diventa possesso del potere, appartiene al
potere, cioè appartiene agli uomini che lo determinano». June 29 LA RESISTENZA DEL GIORNO PIU' LUNGOCorri verso Milano, insieme alle altre auto. Corriamo, ma quel gran sole sembra fermo lì in fondo; ora, e siamo a Parma e sono le nove passate, è al centro del nastro grigio; proprio diritto laggiù, ci aspetta, come un destino di Marina Corradi ![]() Ventuno
giugno, le otto e mezza di sera sull’Autosole verso Modena, direzione
nord. Nella giornata più lunga dell’anno il sole, a quest’ora, è ancora
alto sulla pianura. Si direbbe che pesi, che si possa toccare, la sua
luce di oro rossastro, sulla immensità piatta dei campi emiliani. Si
direbbe che bruci con l’ultimo raggio, come un amante non ancora
appagato, il grano, e spacchi più profondamente le crepe nere della
terra. E ti sfilano accanto distese di raccolti trionfanti, e cascine
larghe, sdraiate sulla grande pianura. Covoni tondi, a grappoli, se ne
stanno immobili sotto il volo petulante di uccelli neri. Nuvole
irrequiete, foriere di improvvisi piovaschi, all’orizzonte. Ma su tutto
il largo nastro d’asfalto e quella luce ardente, che a ogni minuto si
abbassa, ma non vuole morire. June 27 RADIO MARIA, RADIO CULT
• da Il Foglio del 24 giugno 2009, pag. 2 Lungi dal voler essere irriverenti, se si definisce "programma di culto" una trasmissione condotta da un sacerdote, lo si fa solo per rendere omaggio alla realtà in linguaggio corrente. Perché non si può dire nulla più obiettivo a proposito del "Commento alla stampa" di padre Livio Fanzaga, in onda tutti i giorni su Radio Maria alle 8.45. Se il maturo professionista ferma la macchina e manda subito qualche decina di sms per avvisare che padre Livio le ha cantate come bisognava cantarle, se la casalinga le suona verbalmente secondo i canoni di padre Livio al marito laicizzato, se il camionista radioamatore catechizza i fratelli di onde corte con le ultime di padre Livio sulla bioetica, allora siamo al cospetto dì un "programma di culto". Se poi il clero progressista butta fanghiglia sul "Commento" di padre Livio e mostra disprezzo verso i cristiani-infanti che lo ascoltano tutte le mattine, allora siamo al cospetto di un "programma di culto" e pure cattolico. Chi non avesse ancora un’idea di che cosa siano padre Livio e il "Commento alla stampa" di Radio Maria, deve andare su Radio Radicale, prendere Massimo Bordin e il suo "Stampa e regime" e poi capovolgere con decisione. Padre Livio sta al Papa come Bordin sta, o forse stava, a Pannella. Lo si può verificare nel giro di tre quarti d’ora: appena terminato il "Commento" su Radio Maria, ci si sintonizza su Radio radicale, dove sta andando in onda la trentesima replica di "Stampa e regime", e se ne avrà la prova. Classe, professionalità e, dedizione da vendere in entrambi i casi, una spanna sopra tutte le altre rassegne. Poi, però, bisogna scegliere e ci spiace per Bordin, ma noi scegliamo senza indugio il direttore di Radio Maria. Il "Commento" di padre Livio è qualche cosa di veramente unico nelle frequenze radiofoniche in quota a parrocchie, diocesi e associazionismo cattolico, dove, quando va bene, si moraleggia o si spiritualeggia. Il motivo di questa differenza è presto detto. Intanto, perché Radio Maria non appartiene a nessuna diocesi, a nessun movimento religioso, a nessuna conferenza episcopale. A tenerla in piedi sono gli ascoltatori, che la sostengono versando il loro libero contributo. Padre Livio aggiungerebbe che la radio vive se piace alla Madonna. E poi, questa emittente è unica perché in una radio cattolica difficilmente si trova qualcuno che legga veramente i giornali e non solo Avvenire, e quando questo pure avvenga, si finisce sempre per parlare di ecologia, di sociologia, di psicologia, per dare in testa al consumismo e, naturalmente, a Berlusconi. A meno che non si sia scelto di ritrarsi dal mondo, che è così brutto perché si stanno sciogliendo i ghiacciai, si estinguono le foche monache, è invaso dai centri commerciali e, naturalmente, è governato da Berlusconi. Così si è formato un popolo Da una ventina d’anni, padre Livio ha scelto un’altra strada, quella che il cattolico aveva fruttuosamente percorso prima di praticare la cosiddetta opzione spirituale: giudicare la storia, la politica e la cronaca alla luce del Vangelo e del Magistero della chiesa, E, quando è necessario, dare anche un buon cazzotto in testa a chiunque se lo meriti, fosse anche Berlusconi, ma non per .partito preso. Padre Livio è un prete che non ha alcun pregiudizio clericale contro il centrodestra. E questa, scusate se è poco, è già una notizia. Il direttore di Radio Maria non ha paura di sistemare sulla graticola le derive laiciste del cattoprogressismo e di quanti lo rappresentano nel mondo politico. Peccato gravissimo, secondo lo svirilizzato mondo cattolico contemporaneo che non osa nemmeno chiamare omicidio l’aborto e si appresta a benedire un compromesso legislativo sul testamento biologico che porterà diritto filato all’eutanasia. Peccato gravissimo per uno svirilizzato mondo cattolico abituato, quando è tosto, a giudicare il mondo secondo l’ultima circolare della Conferenza episcopale invece che secondo i Dieci comandamenti. Eppure, questa lettura, diciamo pure brutale secondo i canoni correnti, ma diremmo franca secondo quelli perenni, dà frutto. Con gli anni, attorno a Radio Maria e al suo "Commento alla stampa" si è formato un popolo cattolico che ha preso gusto a ragionare cattolicamente e a farlo in pubblico. Se in un luogo di lavoro uno si alza a difendere la chiesa o il Papa durante una discussione, otto volte su dieci è un ascoltatore di Radio Maria. Oppure appartiene a un movimento apertamente cattolico, certo: ma le due cose spesso si sovrappongono. Padre Livio fa, via onde medie, quello che facevano i parroci fino a qualche decennio fa con omelie, catechismo e conferenzine. Forma il laicato che, una volta uscito di chiesa, ha il compito di testimoniare la sua fede nel mondo argomentando e resistendo. E lo fa con un di più perché, attraverso Radio Maria, si formano anche tanti sacerdoti usciti un po’ stortignaccoli da seminari che, magari, hanno le piscine per attirare i giovanotti, ma scarseggiano di dottrina quando li devono mandare a nuotare in mare aperto. Un operato come quello di padre Livio, lo svirilizzato mondo cattolico d’oggi lo chiama clericalismo e non capisce che è il suo esatto contrario. Non si troverà mai in castagna il direttore di Radio Maria su argomenti opinabili. Sui tassi d’interesse, il pii, il ponte sullo Stretto di Messina, le beghe per la composizione delle liste elettorali, padre Livio sa di poter dire solo ciò che pensa in proprio. E siccome sa anche che questo, con tutto il rispetto, interessa sì e no i suoi ascoltatori, di solito se ne astiene. Coloro che gli danno del clericale, invece, quando intervengono nel mondo da cattolici, lo fanno proprio sull’opinabile, massimamente sulla composizione delle liste elettorali. E misurano il loro successo sui punti percentuali di cattolicità di una legge fatta approvare dal politico sponsorizzato fin dentro le aule di catechismo. Clericali che vivono e si alimentano di "male minore" e di "maggior bene possibile", mentre la rassegna stampa di Radio Maria tiene la rotta guidata da una sola stella polare: il bene. Il bene e basta, senza aggettivi e senza sconti comitiva. E’ difficile immaginare padre Livio computare i punti percentuali di cattolicità davanti a una legge strombazzata dalla stampa laica come una nuova conquista di civiltà, Basta ascoltarlo quando le polemica entra nel vivo. Un vero e proprio spettacolo che rinfranca tanti sani cattolici dopo anni trascorsi con rassegnazione sulle panche a sorbirsi omelie che, in nome del dialogo col mondo, non dicevano più nulla di cattolico. In questi casi, il direttore di Radio Maria dà il meglio di sé perché usa volentieri uno strumento caro a Gioppino, la maschera della sua terra bergamasca: il randello. Mettetegli sotto il naso un editoriale di "Repubblica" o dei "Corriere" sulla famiglia o sul testamento biologico e ne sentirete delle belle. Perché l’uomo è così, ha uno spirito rustico, che magari non farà ridere i salotti radical e clerical-chic, ma lascia il segno. Detto questo, non bisogna pensare che padre Livio ritenga, come sosteneva Hegel, che la preghiera del mattino dell’uomo moderno sia la lettura del giornale. No: padre Livio Fanzaga prega in cappella, celebra la Messa e dopo, solo dopo, legge i giornali. Forse, proprio per questo non moraleggia e non spiritualeggia. Legge i giornali alla luce del Vangelo e non il Vangelo alla luce dei giornali. In due parole, è cattolico.
June 26 IL CATECHISMO DELLA CARNE
Consiglio vivamente la lettura dell’ultimo saggio di Timothy Verdon, Il catechismo della carne (Cantagalli 2009). Lo studioso di storia dell’arte cristiana, americano di origine ma residente in Italia da quarant’anni, offre in tre densi capitoli notevoli spunti per comprendere non solo le caratteristiche di una espressione artistica che accompagna la civiltà occidentale da due millenni (e senza della quale quella stessa civiltà risulta meno comprensibile), ma anche la natura stessa del fatto cristiano che a quell’espressione artistica ha dato origine. E la natura del cristianesimo è quella di essere «incarnazionale», cioè fondato sull’accadere di un evento compiutamente «fisico»: l’incarnazione, appunto, di Dio in un corpo umano. Pertanto esso è valorizzatore di ogni «carne», quella dell’uomo, e di ogni «materia», quella del cosmo che circonda l’essere umano. Entrambi sono «chiamati a salvezza», cioè destinati ad una definitiva bellezza, pur dovendo ancora nel tempo dibattersi in quelle che san Paolo chiama «le doglie del parto». Lascio al lettore il gusto e la soddisfazione di ripercorrere con Verdon l’evolversi della carnalissima arte cristiana, dal superamento della corporeità eroica dell’arte greco-romana all’approfondimento teologico e simbolico del medio evo, dalla rivoluzione affettiva di san Francesco alla reinvenzione del modello classico nel rinascimento, dal dramma barocco alle sue degenerazioni, fino alla strana afasia sul corpo di molta arte sacra contemporanea. Mi voglio, invece, soffermare su una delle opere analizzate nel volume. Si tratta del michelangiolesco Tondo Pitti, conservato al Bergello di Firenze. Scrive Verdon (che anni fa ha dedicato un saggio a Michelangelo teologo): «Il tondo rappresenta Maria, seduta su un blocco di marmo mentre mostra un libro aperto al bambino Gesù, il quale vi appoggia il braccio destro. Alle spalle di Maria, l’altro bambino che guarda verso Cristo è san Giovanni Battista, sovente raffigurato nell’arte fiorentina in quanto patrono cittadino. Ma l’intuizione teologica principale del tondo è comunicata in un altro particolare: il braccio di Gesù poggiante sul grande libro tenuto da Maria, che comunica l’idea di un’antica cultura “incarnata” nel Verbo fattosi bambino». Perché si tratta di una grande intuizione teologica? Appunto perché il cristianesimo non è una «religione del libro», l’incontro con esso non avviene per riflessione su una teoria e il suo mantenersi nella storia non si realizza perché uno stuolo di scribi commenta e chiosa le parole scritte di una dottrina del passato. Quel braccino di un sorridente bambino è «la vittoria della carne umana sulla parola scritta». Maria è pensosa, dice Verdon, perché rappresenta tutta l’umanità nel suo sforzo, intenso e un po’ triste, di comprendere il mistero dell’esistenza. E come può farlo? Leggendo un libro, cioè paragonandosi con il meglio che il suo lungo cammino e diuturno sforzo ha saputo produrre e tramandare. «Ma, al posto delle parole, Dio le ha dato il suo Verbo come figlio in carne ed ossa». Maria, però, è anche la Chiesa. Tra i suoi figli non è mai escluso il pericolo di comportarsi come scribi, sottili interpreti di un libro, dotti esegeti di una teoria, ripetitori di un discorso. Ma il braccio un po’ insolente di quel bambino posato sul libro sta a ricordare che «solo lo stupore conosce» e che l’unico «catechismo» convincente è quello «della carne». Pigi Colognesi - Il Sussidiario June 24 BENEDICTUS
Benedetto il Signore Dio d’Israele, (Luigi Giussani, Si può (veramente) vivere così) da tracce.it June 22 CARO AMICO TI SCRIVO...
Una gustosissima "lettera" al Premier dall'Emerito Presidente "Picconatore". «Silvio, non chiedere scusa a nessuno»Cossiga scrive al premier: «Non credo che tu sia vittima di un complotto, ma delle tue imprudenze e ingenuità»Caro Silvio, ti scrivo da amico e da politico, non da «amico politico», benché legato a te da un’amicizia personale che data dal 1974 e che non è mai venuta meno. Non sono mai entrato nella tua vita privata pur, come tu ben sai, non condividendo alcune manifestazioni di essa. Ritengo che i giudizi sulla vita privata di una persona che non attengano alla funzione pubblica esercitata - e in particolare la vita eufemisticamente chiamata «sentimentale» ma più esattamente «sessuale» - debbano essere distinti dai giudizi politici. Non mi sembra che il giudizio politico di allora e il giudizio storico di oggi abbiano bollato con il marchio dell’infamia John Fitzgerald e Robert Kennedy, le cui attività galanti superarono di gran lunga le tue, e ebbero anche aspetti inquietanti sui quali la giustizia americana non volle inquisire fino in fondo. E che dire del primo ministro britannico Wilson, che fece nominare dalla Regina, che non batté un ciglio, alla carica di Pari a vita con il titolo di baronessa una sua collaboratrice, collaboratrice per così dire, in senso piuttosto lato? E qui mi fermo… Ora tu ti trovi, a torto o a ragione, in un brutto impiccio: per motivi «sentimentali» e anche per motivi, diciamo così, mercantili. Vi è chi, movimenti politici e potentati economici, con o senza giornali di loro proprietà, sono terrorizzati che tu possa governare il Paese per altri quattro anni; e sperano che titolari di alte cariche istituzionali, al primo, al secondo o al terzo posto nelle precedenze, riescano a farti uno sgambetto. Vorrei darti qualche consiglio, anche se so che tu ritieni che pochi consigli possano darti quelli che furono attori o, come me, solo comparse in quello che tu chiami il «teatrino» della politica della Prima Repubblica. È vero che una coincidenza è solo una coincidenza, che due coincidenze sono un indizio e che tre coincidenze possono essere una prova. Ma io non credo che tu sia vittima di un complotto. E poi, complotto di chi? Dei nostri servizi di sicurezza? Ma al loro apice, da Gianni Di Gennaro a Bruno Branciforte e Giorgio Piccirillo, ci sono dei fedeli e capaci servitori dello Stato, sui quali non può gravare alcun sospetto e che sono impegnati, oltre che a svolgere le loro mansioni, ancora a capire, per colpa della legge e del Governo, quali esse siano e quali siano i confini tra le loro competenze e quelle del servizio di informazione e sicurezza militare dello Stato Maggiore della Difesa… Complotto di un servizio estero? Di Cia o Dia americane? Certo, i mezzi e le competenze li hanno, eccome! E perché mai Barack Obama dovrebbe aver ordinato una tale campagna di «intossicazione»? Perché sei amico di Putin e della Federazione Russa? Ma immaginati. Alla fine Putin preferirà Obama a te e viceversa. Noi siamo un grande Paese, ma non una grande potenza: smettiamolo di crederlo. Io penso che tu sia vittima dell’odio dei tuoi avversari ma anche delle tue imprudenze e ingenuità. L’odio dei tuoi avversari è evidente: e non penso al mite e sprovveduto Dario Franceschini, né al freddo, politico e onesto e corretto Massimo D’Alema, anche se si è lasciato scappare una battuta che più che te e lui sta mettendo nei pasticci il «lotta-» o «lobby- continuista» magistrato di Bari. Questo odio io l’ho patito sulla mia pelle. Perché a te il noto gruppo editoriale svizzero dà dello sciupafemmine, ma a me per quasi sette anni ha dato del golpista e del pazzo, nel senso tecnico del termine… Lascia stare i complotti, e respingi anche l’odio che è un cattivo consigliere anche per chi ne è oggetto. Vendi Villa La Certosa, o meglio regalala allo Stato o alla Regione Sarda: è indifendibile e «penetrabilissima». Lascia anche Palazzo Grazioli, che ha ormai una fama equivoca e trasferisciti per il lavoro e per abitarvi a Palazzo Chigi. Non chiedere scusa a nessuno, salvo che ai tuoi figli, quelli almeno che hai in comune con Veronica. Non mi consta che gli altri due grandi sciupafemmine come Kennedy e Clinton abbiano mai chiesto scusa al loro popolo… Fai la pace con Murdoch: tra ricchi ci si mette sempre d’accordo. Cerca un armistizio con l’Anm: porta alle lunghe la legge sulle intercettazioni e quella sulle modifiche del Codice di Procedura Penale e dai ai magistrati un consistente aumento di stipendio. Vuoi, invece, fare la guerra?
Allora vai in Parlamento: ma al Senato per carità! E non alla Camera,
per non correre il rischio di vederti togliere la parola o espulso
dall’aula. Tieni un duro discorso sfidando l’opposizione, fa
presentare una mozione di approvazione delle tue dichiarazioni, poni la
fiducia su di essa e, come ai gloriosi tempi della Dc con il Governo
Fanfani, fatti votare contro dai tuoi, impedendo con i voti la
formazione di un altro governo, porta così il Paese a inevitabili
nuove elezioni… Perché la guerra è sempre meglio per te, per
l'opposizione e per il Paese, di questo rotolarsi nella melma.
Francesco Cossiga June 21 Urge una vera educazione
Sulla Repubblica (10/6), nella rubrica di Corrado Augias, è uscita la missiva di una lettrice che racconta un fatto emblematico. Un ragazzo di 13 anni va a scuola (frequenta le medie, in un normale istituto italiano) con una maglietta che la nonna gli ha portato in regalo dal Santuario di Fatima. Sulla T-shirt stava scritto appunto “Fatima”. Sotto erano riprodotti, in scala ridotta, la Madonna coi tre pastorelli. “L’insegnante di Storia” si legge nella lettera “ha costretto il ragazzo a toglierla (…). Alcuni compagni hanno riferito che la prof aveva inveito contro lo studente chiamandolo ‘bigotto’ e aggiungendo che i ‘cristiani non sanno più pensare con la propria testa, ma ripetono come pappagalli ciò che sentono da quel tedesco vestito di bianco’ ”. Accade dunque che il padre del ragazzo va dal preside e quando questi ha chiamato l’insegnante si è sentito spiegare che lei “voleva ‘dare una lezione di educazione civica’, che l’Italia è un paese laico, che ‘l’errore è stato fatto da chi fa doni diseducativi per un ragazzo’ ”. Mentre andava avanti tale discussione, riferisce la lettera, “è passato un ragazzo della stessa classe con una T-shirt dove campeggiava un bimbo che mostrava il pugno chiuso dal quale fuoriusciva un solo dito: il medio. Nel retro una scritta irriferibile”. Fonte June 18 DA NON PERDERE!Non perdetevi questo interessantissimo appuntamento! Sabato 20 giugno
Intervista a Fabio Cavallari e Suor Maria Gloria Riva. Il Monastero, la vita, l’incontro, la strada, i libri. "Mendicanti di bellezza" Grazie a Fabio CavallariJune 17 E'MORTO MASSIMO CAPRARA. SALVATO DALLA BELLEZZADa Tempi, che ringaziamo. Il Centro Culturale della Svizzera Italiana ha avuto l'onore di avere come ospite Massimo Caprara il 18 novembre 2004. Da Palmiro a Nicodemo Confessione di un togliattiano. ![]()
June 15 LA VERA FESTA
Il
cuore di molti aveva fatto un sobbalzo già lì a Rimini, ascoltando dal
vivo quell’accenno: «Soltanto Lui è in grado di compiere questo
desiderio. Per questo occorre festeggiare Cristo, che Cristo c’è!». Poi
è iniziato il lavoro di ripresa, l’approfondimento del testo di quegli
Esercizi della Fraternità di Cl. Le lezioni. L’assemblea. E lo stesso
sussulto, ad incontrare di nuovo le parole di don Julián Carrón: «Alla
fine, se il criterio è soltanto quel che mi pare e piace, Cristo
diventa un pensiero che mi pare e piace più o meno; non è Chi mi rende
possibile la corrispondenza di cui diceva don Giussani, l’unica vera
corrispondenza, quella che è impossibile all’uomo se non Lo trova. Per
questo occorre celebrare Cristo, festeggiare Cristo». E ancora: «Il
nostro cuore è questo desiderio, ma noi siamo limitati e tutto quello
che facciamo è piccolo, è limitato, è incapace di soddisfare questo
desiderio dell’infinito. E per questo o c’è Cristo (Uno che viene da
fuori e riempie il cuore) o possiamo incominciare a piangere, perché
quello che desideriamo non c’è. Ecco perché può festeggiare Cristo solo
chi capisce qual è la natura infinita del desiderio. Qualcuno come
Leopardi, come sant’Agostino, come la Samaritana…». Editoriale di Tracce June 12 MACERATA-LORETO: SI PARTE!Tantissime le adesioni - Come arrivare allo Stadio - Il tempo sarà clemente Ci siamo! E’ il giorno del Pellegrinaggio Macerata-Loreto. 31° edizione nel segno dell’Abruzzo, della sua popolazione colpita dal terremoto e della crisi del mondo del lavoro con tante famiglie alle prese con il rischio dell’occupazione. Ma sono tante le intenzioni di questo cammino notturno che tutti gli anni registra un’affluenza di presenze sempre maggiore. Oltre 40 i pullman da Milano, 7 da Rimini e da Pesaro, 5 dal Friuli e da Firenze, 4 da Forlì e da Roma, 3 da Cremona e via via fino a Cosenza, Aosta, Bologna, Bari, Napoli, Foggia, Matera, Brescia e ben 3 dalla Svizzera. Nutrita la presenza degli abruzzesi, provenienti soprattutto dalle tendopoli de L’Aquila. E proprio L’Aquila sarà la protagonista d’inizio pellegrinaggio con le testimonianze, a ridosso della S. Messa delle 20.30 allo stadio Helvia Recina di Macerata, dell’arcivescovo de L’Aquila, Mons. Giuseppe Molinari e del dirigente d’azienda, anch’egli abruzzese, Marco Gentile. L’appuntamento per tutti è quindi per le 20, ma già dalle 18 lo stadio sarà aperto per consentire l’ingresso dei primi pellegrini. Alle 19.30 è prevista l’accoglienza con canti di varie regioni d’Italia e dopo le testimonianze abruzzesi, alle 21 la S. Messa celebrata dal cardinale Mons. Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli. Alle 22 partirà il pellegrinaggio in direzione di Villa Potenza, con i momenti tradizionali della benedizione eucaristica a Sambucheto, la benedizione della croce a S. Firmano, la fiaccola ed i fuochi d’artificio, la colazione a Chiarino e l’atteso arrivo a Loreto intorno alle 6. Molti i messaggi pervenuti nella sede centrale di piazza Strambi, come anche tante le testimonianze e le presenze durante il cammino, come quella del responsabile nazionale della Pastorale Giovanile della Cei, don Nicolò Anselmi. Dalle 15.30 alle 20.30 di domani alla stazione sarà disponibile un bus-navetta (riconoscibile dal manifesto del Pellegrinaggio) con le fermate di Corso Cairoli, Viale Leopardi ed il Monumento ai Caduti (ultima fermata, visto che via dei Velini è off limits). Le previsioni del tempo sono buone come comunicato nei giorni scorsi dal servizio meteorologico dell’aeronautica del Tg1 e dall’Osservatorio Geofisico di Macerata. Intanto sul sito www.pellegrinaggio.org c’è il blog della fiaccola della pace aggiornato in tempo con foto, testimonianze e percorso, compreso il commovente tratto nella zona abruzzese del terremoto. Macerata, 12 giugno 2009 COME GUARDARE UN PALLONCINO![]() Un’attenta lettrice, mi ha proposto un commento molto interessante sull’editoriale della settimana scorsa, quello su Anna e il palloncino elettorale. Scrive: «Avere una mente aperta, critica, curiosa non è da tutti. Bisogna coltivarla e aver avuto bravi maestri (non solo a scuola) e buoni esempi». Prima di tutto mi sembra importante intendersi su quel «non è da tutti». Io credo che tutti si venga al mondo con una «mente aperta, critica, curiosa». Proprio questa apertura curiosa, capace di criticare - cioè di vagliare in un paragone con criteri che uno si trova dentro - è quello che fa di un bipede non troppo robusto rispetto a tanti consimili rappresentanti del regno animale un uomo. Del resto qualcuno ha sostento che quell’animale si sia sollevato sulle gambe proprio per poter osservare con più agio attorno a sé (curiosità) e perfino lanciare lo sguardo alla volta stellata (de-sidera: desiderio). Nessun uomo è originariamente privato di questa distintiva caratteristica. Eppure è facile osservare - non solo negli altri, ma anche in noi stessi - che questa struttura originale può essere coartata, può essere in un certo modo disattivata, resa non operativa. Come uno a cui tenessero sempre legato un braccio: dopo un po’ di tempo non riesce più ad articolare bene il movimento; il braccio ce l’ha ma gli funziona male. Ecco perché quella apertura, come scrive la mia lettrice, «bisogna coltivarla». Si potrebbe dire: «educarla», ma anche la parola «coltivarla» ha una sua particolare forza evocativa. Attenzione: coltivarla e non seminarla; il seme c’è già, come abbiamo detto. E coltivarla significa sostanzialmente due operazioni complementari. La prima è quella di togliere le erbacce che rischiano di soffocare l’apertura originale. La gramigna sono i preconcetti mai vagliati, le chiusure ormai codificate, lo strapotere dei luoghi comuni, il permanente rumore di sottofondo che non consente di sentire la voce di quell’apertura desiderosa, la paura resa clima esistenziale (un’insegnante mi diceva che la nota che qualifica i suoi allievi è la paura: paura dei rapporti, delle novità, di guardarsi intorno). La gramigna può essere anche un grande dolore, come una gelata improvvisa che sembra uccidere il seme. A questo proposito Aleksandr Solženicyn nel suo Divisione cancro ha una pagina memorabile. Quando il protagonista, malato di tumore, finalmente guarisce, esce dall’ospedale e si ferma stupefatto di fronte a un albicocco in fiore. L’aveva visto tante volte dalle finestre della camerata, ma ora quell’albero, coi fiori luccicanti di rugiada, egli lo guarda in modo nuovo e la commozione dell’esistenza di quel semplice albero lo fa sentire come se fosse il primo uomo il primo giorno della creazione. Tolte le erbacce - ed è operazione mai finita perché rinascono sempre - bisogna nutrire il seme. Qui entrano in campo «i buoni maestri e i buoni esempi». È vero. Non si coltiva quell’apertura originaria ragionandoci su; si ha bisogno di vedere persone aperte, persone che insegnino a guardare, educatori (forse anche per questo la Conferenza Episcopale Italiana ha individuato nell’educazione il tema della propria pastorale per tutto il prossimo decennio). Occorrono maestri/testimoni che introducano all’esperienza che, nel dramma teatrale di Oscar Millosz, ha fatto Miguel Mañara dopo l’incontro con Girolama: «Voi avete acceso una lampada nel mio cuore; ed eccomi come il malato che s’addormenta nelle tenebre, con la brace della febbre sulla fronte ed il gelo dell’abbandono nel cuore, che poi si risveglia di soprasalto in una bella camera in cui ogni cosa è immersa nella musica discreta della luce. Perché non ho appreso prima di avere l’anima buona?». Grazie a Il Sussidiario June 09 PARTITI, PARTITINI, PARTITELLI
San Tommaso d’Aquino, a te che hai classificato i peccati capitali volevo far sapere il risultato dei rispettivi partiti alle elezioni. Volano l’Invidia (8 per cento) e la Gola (10 per cento), cala la Superbia (26 per cento), tiene la Lussuria (35 per cento). L’Accidia consolida le proprie posizioni (6 per cento). Facendo il confronto con le precedenti consultazioni i peccati spirituali, “più gravi di quelli carnali” come dimostri nella Summa Theologiae, sono in flessione, costituendo il movente di solo un terzo dei cittadini italiani. Tomisticamente parlando le cose vanno dunque un po’ meno male, il che, umanamente parlando, è un gran risultato. June 07 ACCADE IN VENEZUELA![]() mercoledì 3 giugno 2009
Gent.mo Presidente Hans - Pert Pöttering e ulteriori membri del Parlamento Europeo Rue Wiertz 60Wiertzstraat 60B-1047. Bruxelles Il mio nome è Iván Simonovis, di anni 49, di professione Ricercatore Criminale. Durante 23 anni ininterrotti ho lavorato presso la Polizia di ricerca Criminale del Venezuela e, per i miei meriti, nell’anno 2000 sono stato scelto per occupare la carica di Segretario di Sicurezza Cittadina del Distretto Capitale, mansione che ho svolto durante i fatidici fatti dell’11 Aprile 2002. La mia funzione era il coordinamento e supervisione delle politiche di sicurezza pubblica della città di Caracas, Venezuela. Sono incarcerato presso la Direzione Generale Settoriale dei Servizi d’Intelligenza e Prevenzione del Ministero dell’Interno e di Giustizia (DISIP), a Caracas, Venezuela, dal 22 Novembre 2004, condannato a 30 anni di prigionia, vale a dire, una condanna a morte, dopo un processo di 3 anni (il processo più lungo della storia venezuelana) oltre che 4 anni e 6 mesi di reclusione, per il delitto di “complicità corrispettiva” della morte di 2 dei 19 deceduti a Caracas quell’11 Aprile 2002. Mi trovo, in effetti, in una cella di 4 metri quadrati nello scantinato della sede della polizia politica di Caracas, senza ventilazione né luce naturale. Ho accesso alla luce del sole, 2 ore ogni 2 fine settimana. In totale 48 ore, [2 giorni] all’anno di luce naturale. Il luogo dove sono rinchiuso non è una prigione, è la sede della polizia politica del Venezuela e questa struttura non è disegnata per albergare, durante tanto tempo, una persona privata della sua libertà. Di conseguenza e date queste condizioni, le mie condizioni fisiche e mentali hanno subito un palese deterioramento, da meritare l’attenzione medica e, in alcuni casi, addirittura interventi chirurgici quando ne ho avuto bisogno. Inoltre c’é una severa restrizione dei miei diritti per ricevere visite di parenti, amici, rappresentanti di ONG nazionali e internazionali, giornalisti, violando così gli articoli della Convenzione Americana dei Diritti Umani di San José, Costa Rica. Sono stato sottoposto a un processo senza senso e completamente privo di sostanza per la morte di solo 2 delle 19 persone che purtroppo sono decedute quell’11 aprile, durante 225 udienze. Tale processo è stato radicato in un Tribunale a 100 chilometri da Caracas, che è il luogo dove sono detenuto, fatto che ha implicato il dover viaggiare ammanettato per più di 39.000 chilometri. Durante il processo, sono state ascoltate le dichiarazioni di 198 testimoni dei fatti e 48 esperti, sono state valutate più di 250 prove di perizia tecnico-scientifiche; sono state analizzate più di 5.700 fotografie e video. Nessuna di queste prove dimostra la mia colpevolezza in quanto ai fatti che mi sono stati imputati. In quello stesso periodo di tempo, sono state identificate 67 persone, tutte simpatizzanti del Governo di Hugo Chávez, sparando con armi lunghe e corte contro manifestanti oppositori disarmati. Tutte queste persone sono state assolte o perdonate dal Presidente della Repubblica mediante una Legge di Amnistia dettata dall’Assemblea Nazionale su richiesta dello stesso, nel Dicembre 2007. Il 3 Aprile sono stato condannato a 30 anni di presidio senza nessun tipo di attenuante o beneficio processuale per il delitto di “complicità corrispettiva” senza autori materiali. Insisto, è una pena di morte. Quest’ abominevole sentenza non è nemmeno paragonabile alla recente sentenza dettata all’ ex Presidente peruviano Alberto Fujimori, condannato a 25 anni di carcere, per essere l’autore intellettuale, dalla Presidenza della Repubblica, di assassinii premeditati, sequestro aggravato e lesioni gravi in fatti accaduti negli anni 1991 e 1992 in Perù. Signori: la mia casa è stata attaccata con bombe molotov; la mia famiglia, includendo i miei figli minori, è stata minacciata nella sua integrità fisica in modo pubblico da gruppi radicali armati, simpatizzanti del governo nazionale; mia moglie, che inoltre agisce come mio avvocato, insieme ai miei figli, è cittadina spagnola ed è stata sottoposta alla scherno pubblico, è stata minacciata nelle reti tv e stazioni radio ufficiali ed è stata attaccata nel suo onore come persona e come donna, in maniera sistematica da gruppi di accoliti al governo, che erano trasportati sino alla parte esterna della sede del Tribunale per proferire improperi e minacce mentre entrava e usciva dalle udienze. Siamo accuditi presso tutte le istanze giudiziarie e abbiamo esaurito tutte le risorse che la legge venezuelana stabilisce, per ottenere la realizzazione di un processo giusto e che si attenga al rispetto dei diritti umani, ma tutto questo non ha dato frutti. Questa lettera possibilmente provochi conseguenze negative per me e la mia famiglia, ma dinanzi al mio stato di indifesa e dinanzi alla sistematica violazione dei miei diritti umani, accudisco con tutto il rispetto a Voi per richiedere che, a conseguenza della risoluzione recentemente approvata dal Parlamento Europeo in riferimento alla situazione di persecuzione politica in Venezuela, esauriate tutti i meccanismi possibili perché una commissione del Parlamento visiti la nostra nazione e possa costatare l’uso della giustizia nella persecuzione politica. Il caso che vi ho narrato, non è l’unico. In Venezuela esistono oltre 40 prigionieri politici, vittime del castigo e della dissidenza politica. Vi sarò sempre grato su qualsiasi gestione che il Parlamento possa fare per proteggere i diritti umani ed evitare che casi come questi continuino ad accadere in Venezuela. Mia moglie e avvocato è a Vs completa disposizione per sostenere questa conversazione in modo personale con chiunque le sia da Voi indicato, per ampliare i mille dettagli, vessazioni e aggressioni che questa nota non riporta. Per portarVi tutti i documenti che supportano ognuna delle mie parole. Per fare le pratiche che fossero necessarie per ottenere dal Parlamento Europeo l’aiuto che richiedo in maniera e come misura disperata. Distinti saluti Iván Simonovis Prigioniero Politico Grazie a Cultura Cattolica June 05 L'EUROPA CHE VOGLIAMO![]() Siamo al voto europeo, ma il dibattito che l’ha preceduto in questi mesi non è servito a delineare i tratti di una personalità del nostro continente, non solo matura e unitaria, ma nemmeno cosciente della strada per esserlo. Ciò che la affligge è un problema di identità. Dove è finito quell’afflato ideale che ne ha costituito il DNA originario e per cui cinquantacinque anni fa Paesi che si erano massacrati senza esclusione di colpi decisero, non solo di trovare un accordo, ma di fare scelte determinate da ideali comuni? Dove sono gli ideali di riferimento che attingevano nel background dei padri fondatori Adenauer, De Gasperi, Schumann, Monnet e che hanno determinato lo straordinario successo del processo di integrazione europea? Dietro una retorica europeista ipocrita dominano pensieri di breve respiro e mancanza di valori. L’idea liberista vigente, degna solo della ideologia – rivelatasi ormai perdente – di un Financial Times, impedisce ai governi di intervenire, per non alterare la concorrenza, quando piccole e medie imprese avrebbero bisogno di incentivi, ma quando si tratta di grandi imprese la Francia non esita a scendere in campo per difendere la “francesità” della Danone o della Suez o i privilegi corporativi della sua agricoltura; i tedeschi entrano a gamba tesa a determinare le sorti della Opel; gli italiani cambiano le regole sugli slot per garantire il monopolio della Nuova Alitalia. Si parla di Europa dei popoli, ma si cerca di far fuori ogni residuo di economia sociale normalizzando le banche popolari, le banche di credito cooperativo, le realtà non profit, le cooperative, semplicemente facendo finta che non esistono. Si dice di difendere la dignità della persona e, soprattutto per iniziativa di Paesi nordici, si vogliono introdurre novità degradanti il valore dell’uomo, quali l’assenza di vincoli nell’abortire, l’eutanasia, le sperimentazioni sugli embrioni. Si parla di Europa unita nel difendere le libertà dei popoli nel mondo, ma molti Paesi europei praticano politiche neocolonialiste o di acquiescenza con Paesi canaglia o si scannano per un seggio individuale nel nuovo Consiglio di sicurezza. Si vuole superare lo statalismo e si è generata una burocrazia multinazionale mostruosa e una legislazione lontana e sorda di fronte alle realtà sociali dei diversi Paesi. Il venir meno della politica nel suo compito di esprimere pensiero e volontà popolari lascia campo libero alle prassi acefale dei burocrati. E il loro potere è davvero grande, più di quanto si dica: su 100 leggi pubblicate in Gazzetta Ufficiale, ormai 78 sono esecuzioni di normative europee. Non è strano allora che i cittadini europei, quando sono interpellati, bocciano l’Europa. Determinati dalla volontà di difendere privilegi o dalla paura di un Moloch che avanza, è comunque evidente il loro scetticismo nei confronti di una entità sempre più senz’anima. Bisogna allora astenersi dal voto? No. Quello che occorre è la fatica di discernere dove sono tenuti vivi quegli ideali (cristiani, socialisti, liberali) che sono ancora nelle nostre fondamenta e, per questo, possono ridare vita ad un’Europa dei popoli. E per questo bisogna scegliere quegli uomini che vogliono promuovere, a partire dalla legislazione, un’idea di uomo come essere unico e irripetibile, i cui diritti fondamentali hanno un valore oggettivo che si basa sulla sua natura profonda, uguale in ogni tempo e luogo e lo rende capace di perseguire il bene per sé e per gli altri. Occorrono uomini che promuovendo il principio di sussidiarietà, favoriscano cioè la crescita dei corpi sociali, delle comunità intermedie che educano l’uomo a prendere consapevolezza di sé e della realtà, e lo fanno in modo non coercitivo e repressivo, difendendolo contro le riduzioni individuali e del potere. Occorrono uomini che, per questo, invece di difendere un preistorico welfare state o un pernicioso mercato selvaggio sappiano vedere, ascoltare, valorizzare ciò che liberamente si sviluppa come risposta “dal basso” ai bisogni dei singoli e della collettività, anche e soprattutto dalle realtà non profit. Occorrono uomini che, capito l’inganno di uno sviluppo basato sull’ideologia finanziaria degli ultimi anni, promuovano la crescita di quel mondo operoso di imprese che producono beni e servizi; non solo le grandi e grandissime, ma anche le medie, piccole, piccolissime, patrimonio insostituibile europeo e soprattutto del nostro Paese. Le imminenti votazioni europee dovrebbero rappresentare per tutti i partiti e gli schieramenti l’opportunità di invertire la rotta promuovendo ai vertici europei persone impegnate in questa rinascita ideale, unica decisiva battaglia per il nostro futuro. Giorgio Vittadini - Il Sussidiario June 04 UNA MAIL AL "TIMES"
Profondamente
offesa, come italiana, dal modo con cui il Times si è permesso di
criticare il Presidente del Consiglio che la maggioranza degli italiani
ha eletto, con alcuni amici bloggers abbiamo inviato una mail di
protesta di cui trascrivo il testo: (Siamo un gruppo di bloggers italiani, e non necessariamente pro-Berlusconi. June 02 EURABIA
Su www.chiesa.espressonline.it del 19 maggio 2009, Sandro Magister titola: «L’Eurabia ha una capitale: Rotterdam». E prosegue: «Qui interi quartieri sembrano Medio Oriente, le donne camminano velate, il sindaco è musulmano, nei tribunali e nei teatri si applica la sharìa». Nel presentare, poi, il lungo articolo (che vale la pena di leggere), aggiunge: «L’Olanda è un test di verifica straordinario. È il paese in cui l’arbitrio individuale è più legittimato ed esteso – fino al punto di consentire l’eutanasia sui bambini –, in cui l’identità cristiana si è più dissolta, in cui la presenza musulmana cresce più spavalda». Eh, a certuni il «giogo di Cristo», pur «leggero e soave», è sembrato insopportabile. Si godano quello di Maometto. June 01 UN CORPO A CORPO COL MISTERO DI DIO![]() "Dio non è qualcosa che l’uomo può costringere entro i confini del suo pensiero e dei suoi concetti. E tuttavia, proprio perché gli esseri umani sono coloro che pongono domande a tutto ciò che si mostra ai loro sensi, il problema di Dio è anche il limite inesorabile delle nostre capacità di conoscere. L’esistenza di Dio è, infatti, un problema che si pone come enigma della nostra esistenza. Chi ci ha gettato nel mondo dell’accadere, visto che non possiamo dominare l’origine di ciò che esiste davanti ai nostri occhi? Non pretendo di avere risposte e non credo che le abbiano neppure le istituzioni religiose, la Chiesa e il papa. So, però, che mi sono trovato più volte a subire il problema dell’esistenza di Dio come un necessario presupposto per poter porre le domande che mi assillano, a partire dall’elementare questione del significato destinale dell’essere venuto al mondo. A chi pensa che questa mia dichiarazione sia frutto di una senile debolezza di fronte al pensiero della morte che si avvicina inevitabilmente, rispondo non solo che l’angoscia di morte è la prima verità da cui occorrerebbe partire, ma che questo senso della ricerca di un “oltre” mi ha spinto, sin dall’adolescenza, come un motore nascosto nelle viscere del mio “racconto personale”. (Continua...) May 31 UN FUOCO DAL CIELOMay 30 GIOVANNA D'ARCO
Santa Giovanna d’Arco, un 30 maggio fosti bruciata perché volevi cacciare lo straniero. Non intendeva imporre una nuova religione, ma tu volevi cacciarlo lo stesso. E i tuoi metodi non erano gandhiani (digiuni, non-violenza) né maroniani (respingimenti senza ammazzamenti), erano cruentissimi: brandendo la spada vincesti battaglie durante le quali venne ucciso mezzo esercito inglese. Questo non impedì alla Chiesa di riconoscerti imitatrice di Cristo e a Dio di usarti per compiere miracoli (almeno tre guarigioni da malattie mortali). Adesso ci sono cardinali che allo straniero dicono prego, si accomodi, però il mio modello continui a essere tu, anche perché costoro non hanno mai guarito nemmeno un callo. May 28 VITTADINI: NO AI TORQUEMADA, IL PREMIER GOVERNI
Cominciamo
dalla coerenza, professore: se uno sostiene come Berlusconi il Family
Day, dal punto di vista cristiano non dovrebbe vivere di conseguenza? «Vede,
io credo molto nel peccato originale e me lo sento addosso. E questo
riguarda tutti: chi è senza peccato, scagli la prima pietra. Si figuri
se mi metto a giudicare come fossi un Torquemada il comportamento
morale degli altri». Giorgio Vittadini, fondatore della Compagnia delle
Opere ed oggi presidente della Fondazione per la sussidiarietà, non si
scompone: «Ci sono altri ordini di giudizio, e per fortuna un cristiano
lo sa». Il
Pdl e il governo, però, si accreditano come difensori dei valori
cattolici. Una parte consistente del mondo cattolico li ha sostenuti.
Secondo lei, professore, le polemiche sul caso Noemi e i comportamenti
privati del premier cambiano qualcosa nel giudizio sul governo? «Non
possiamo fare una questione politica di fatti specifici, dallo
svolgimento dubbio, costruiti attraverso inchieste giornalistiche,
quasi si volesse dare loro un valore giudiziario. I fatti da appurare
sarebbero infiniti e si ricreerebbe quel tipo di sospetto generalizzato
di cui abbiamo sofferto nel dopo Tangentopoli». Ma la questione morale? «La questione morale è una tensione al vero, non soltanto una coerenza. In questo senso ricordo che nell’87, ad Assago, Don Giussani spiegò che la questione morale generale nasce dall’appiattimento del desiderio dei giovani e nel cinismo degli adulti. Astenia e mancanza di desiderio: questa è la questione che genera tutte le questioni morali. Hanno ragione i vescovi a porla all’interno dell’emergenza educativa. Se vogliamo parlare di moralità della politica partiamo da qui, dall’emergenza educativa, sennò ci prendiamo in giro». Va bene, ma qui c’è un caso specifico... «I
vescovi hanno detto che oggi come ieri, in Italia, di questioni morali
ce ne sono tante, ed è giusto tenerle vive tutte. Hanno aggiunto
"Ognuno ha la propria coscienza, la propria capacità di giudizio". Sono
d’accordo E aggiungo che la esprimerà nelle prossime elezioni, se
vuole». In che senso? «Nel
senso che la prossima volta farà quello che vuole. Ma adesso c’è un
governo in azione che deve rispondere dei suoi atti, abbiamo problemi
gravi da affrontare. E chi ha votato, cattolico o no, ha il diritto di
avere un governo che governi, senza altre interferenze». Berlusconi rischia di essere danneggiato nell’elettorato cattolico? «Don
Giussani affrontò il tema dei cristiani e del governo in un’intervista
del ’96: spiegava che l’essenziale è la devozione sincera al bene
comune e la competenza reale adeguata. Su questo giudica un cristiano.
Io valuto un governo sul fatto che tuteli la dignità della persona,
favorisca la sussidiarietà come welfare partecipato dalla gente,
sviluppi la libertà di educazione e così via. Se è così, bene.
Dopodiché risponderà del suo comportamento davanti a Dio, se ci crede». Il professor Paolo Prodi diceva: Berlusconi difensore dei valori cattolici? Ci vorrebbe un po’ di pudore... «Vede,
io sono per una visione laica della politica. Non mi pongo il problema
Berlusconi e valori cattolici. Mi chiedo: che cosa ha fatto di
positivo? E penso tra l’altro al libro bianco, alla politica estera,
alla gestione delle emergenze come in Abruzzo, alla tutela della vita.
Punto. In questa faccenda ho l’impressione che si voglia riesumare una
sorta di clericalismo dal punto di vista degli anticlericali». (Gian Guido Vecchi) (Il Corriere della Sera, 28 maggio 2009) Da Il Sussidiario May 26 NO EVOLUTION
Evoluzione: favola per adulti. FAMIGLIA, UNA BELLEZZA DA RICONQUISTAREL'incontro nel quadro Settimana della Cultura 2009 della Diocesi di Milano: Grazie al Centro Culturale della Svizzera Italiana La famiglia, una bellezza da conquistare di nuovoGrazie a Il Sussidiario.Net alleghiamo il link al video dell'incontro, che realmente val la pena di essere visto: “Intevento di Juliàn Carrón” |
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