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July 04

Libertas Ecclesiae e dintorni

http://www.ilsussidiario.net/new/img/WEB/costantino_papaR375_21ago08.jpg

“Gli illuministi non volevano abolire i valori cristiani [ ….] ma non volevano seguire la Chiesa, non volevano continuare a riconoscere Cristo come decisivo per la vita. Allora difendevano i frutti che Cristo aveva portato separandoli dall’origine; hanno voluto fare un cristianesimo senza Cristo, difendendo i valori cristiani a prescindere dalla fonte, dalla sorgente di questi valori”. E’ uno stralcio da Romano Guardini, citato da Don Carròn, per spiegare che non hanno senso le battaglie sui “valori” di per sé – la vita, la famiglia – se non se ne afferma l’origine e il significato.

E’ profondamente vero, ed è il motivo per cui, per esempio, non abbiamo seguito l’amico Giuliano Ferrara quando alle scorse elezioni politiche ha presentato la lista contro l’aborto, pur condividendone - ovviamente – lo scopo: non sono i discorsi sulla sacralità della vita che fanno cambiare idea ad una donna decisa ad abortire.

Noi chiediamo innanzitutto la libertas ecclesiae, la libertà della Chiesa di esistere, e usiamo questo come criterio per scegliere, ad esempio, quale partito votare o quali candidati scegliere alle elezioni.

Ma dobbiamo capire bene cosa significa adesso, ai nostri giorni, chiedere la “libertas ecclesiae”, nel nostro paese, altrimenti rischiamo di equivocare quanto detto finora.

Alcuni miei amici dicono che Libertas ecclesiae significa poter costruire le nostre opere – dalle scuole, al Banco Alimentare, al Meeting – per fare esperienza e testimoniare la bellezza dell’incontro fatto.

Ma allora dovremmo anche ammettere che se domani, ad esempio, la Corte Costituzionale consentisse anche la diagnosi preimpianto degli embrioni, o la fecondazione eterologa, per le nostre opere non cambierebbe niente: ci sarebbe lo stesso il Meeting, faremmo ugualmente la Colletta Alimentare, le nostre scuole continuerebbero ad esistere.

E d’altra parte nella Spagna di Zapatero l’introduzione del matrimonio omosessuale non ha impedito certo ai cattolici di andare in piazza – ci sono andati a milioni – ai vescovi di parlare, ai movimenti e alle famiglie cattoliche di esistere e di operare, di continuare ad esempio le loro opere di carità.

Quindi leggi di questo tipo non impediscono la libertas ecclesiae, se con questa espressione si intende semplicemente la possibilità di costruire le nostre opere, e testimoniare pubblicamente.

Allora, le possibilità sono due: (continua a leggere...)

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July 01

Don Giussani contro il "gulag" della modernità


«Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere, credere proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?». Forse nessuno più di Dostoevskij ne I fratelli Karamazov ha posto in modo sintetico e perentorio la sfida davanti alla quale si trova il cristianesimo nella modernità. Don Giussani ha avuto il coraggio di misurarsi con questa sfida storica, radicalizzandola, se possibile.

Infatti, scommette tutto sulla capacità della sua proposta educativa di generare un tipo di soggetto cristiano per cui «anche se andassero via tutti - tutti! -, chi ha questa dimensione di coscienza personale (che la fede genera) non può fare altro che ricominciare le cose da solo». E la stessa, identica, scommessa che lo stesso Gesù non ebbe paura di correre coi suoi. Che cosa avrebbe fatto Gesù nell`ipotetico caso che, davanti alla sfida: «Anche voi volete andarvene?», tutti i discepoli l`avessero abbandonato? Nessuno ha alcun dubbio: avrebbe ricominciato da solo.

Che cosa può consentire una tale capacità di ripresa, nelle attuali circostanze storiche? Possiamo incominciare a intravedere la risposta, se cerchiamo di immedesimarci con Gesù: che cosa l`avrebbe potuto fare ripartire da capo? È evidente che Lui non si sarebbe potuto appoggiare su una logica di gruppo, dal momento che, nella nostra ipotesi, era rimasto da solo. Per potere affrontare questa sfida occorre passare «da una logica di gruppo a una dimensione di coscienza personale».

Gesù sarebbe stato costretto a poggiare tutto sul contenuto della sua autocoscienza, della sua appartenenza al Padre. «Qual è il contenuto di questa dimensione di coscienza personale? La definizione dell`io è "appartenenza". L’appartenenza definisce ciò che sono; come l`essere figli è definito dall’appartenenza al padre e alla madre; e non è schiavitù, perché tale appartenenza non è estrinseca. Dire che l’io è rapporto con l’Infinito vuole dire che l’essenza dell’io, nel senso stretto della parola, è appartenenza a un Altro».

Così don Giussani indica che quello che potrebbe far ripartire da capo ciascuno è la stessa cosa per cui Gesù ha cominciato: la coscienza della sua appartenenza al Padre. Non è, dunque, una capacità nostra, una energia propria, una nostra bravura, ma è l’esito di una appartenenza.

In questo modo don Giussani non fa altro che identificare lo scopo ultimo dell’opera salvifica di Cristo. Infatti Lui è diventato uomo, è morto e risorto, perché mediante il dono dello Spirito potessimo vivere con la coscienza di figli, come “figli nel Figlio”. Prendere consapevolezza del nostro essere figli, cioè della nostra appartenenza al Padre, è il compito di ogni educazione cristiana, che ha la verifica della sua verità nella capacità dell’io - così educato - di ricominciare da capo, se tutti se ne andassero. Questo chiarisce la strada che ognuno di noi deve cercare di percorrere: che la vita diventi un cammino che ci renda sempre più certi e consapevoli della nostra appartenenza.

Ma acquistare questa consapevolezza è possibile soltanto se essa è verificata nelle circostanze della vita: «L’impatto con le circostanze, il rapporto con la realtà, non è nient’altro che l’avvenimento della vita come vocazione, in cui il “soggetto” è l’appartenenza a ciò che è accaduto - Cristo dentro la fragilità effimera della comunità - mentre il contenuto “oggettivo”, su cui questo soggetto è chiamato ad agire, è l’incontro con quel complesso di circostanze finalizzate che si chiamano appunto “vocazione” perché Dio non fa nulla per caso. Il complesso di circostanze sollecita il soggetto e questo agisce secondo l’origine totalizzante che ha dentro, secondo quel principio formale, quel principio determinante, che è stato l’incontro».

Raggiungere questa coscienza è una lotta che chiede a ciascuno di noi la disponibilità alla conversione, vale a dire a vivere secondo un`altra mentalità. La ragione è evidente. Questa posizione entra in contrasto con l`atteggiamento diffuso in questo preciso momento storico, in cui siamo chiamati a vivere la fede, e ci penetra molto più di quanto pensiamo: «L’uomo moderno ha creduto di evitare tutto dicendo: "L’uomo appartiene a se stesso", che è la più grande menzogna, perché prima non c`era, perciò va contro l`evidenza più chiara. “L’uomo appartiene a se stesso” vuole dire: l’uomo diventa possesso del potere, appartiene al potere, cioè appartiene agli uomini che lo determinano».

Le conseguenze di questa scelta adesso sono più documentabili di quando furono dette queste parole, a metà degli anni Ottanta: «Amici miei, siamo in un`epoca di una pericolosità sterminata. Siamo in un`epoca in cui le catene non sono portate ai piedi, ma alla motilità delle prime origini del nostro io e della nostra vita. L’Occidente sta, non lentamente, ma violentemente spingendo tutta la realtà umana, anche nostra, verso il "gulag" di un asservimento mentale e psicologico inaudito: la perdita dell`umano, di cui Teilhard de Chardin segnalava già il sintomo più impressionante, che è la perdita del gusto del vivere». Juliàn Carròn - Il Sussidiario
June 29

LA RESISTENZA DEL GIORNO PIU' LUNGO

Corri verso Milano, insieme alle altre auto. Corriamo, ma quel gran sole sembra fermo lì in fondo; ora, e siamo a Parma e sono le nove passate, è al centro del nastro grigio; proprio diritto laggiù, ci aspetta, come un destino

di Marina Corradi

Ventuno giugno, le otto e mezza di sera sull’Autosole verso Modena, direzione nord. Nella giornata più lunga dell’anno il sole, a quest’ora, è ancora alto sulla pianura. Si direbbe che pesi, che si possa toccare, la sua luce di oro rossastro, sulla immensità piatta dei campi emiliani. Si direbbe che bruci con l’ultimo raggio, come un amante non ancora appagato, il grano, e spacchi più profondamente le crepe nere della terra. E ti sfilano accanto distese di raccolti trionfanti, e cascine larghe, sdraiate sulla grande pianura. Covoni tondi, a grappoli, se ne stanno immobili sotto il volo petulante di uccelli neri. Nuvole irrequiete, foriere di improvvisi piovaschi, all’orizzonte. Ma su tutto il largo nastro d’asfalto e quella luce ardente, che a ogni minuto si abbassa, ma non vuole morire.
Ore ventuno e tre, quattordici chilometri a sud di Reggio Emilia. Il sole è un globo rosso, come di metallo incandescente, esattamente sulla linea dell’orizzonte. Di quel suo fuoco infiamma ogni cosa in un riverbero come un ultimo abbraccio. Che straordinaria luce, l’ultimo raggio del solstizio d’estate. Ti immagini nelle cascine il profumo dolce del fieno, nelle botti delle cantine il lambrusco che fermenta; e davanti alle case i vecchi immobili, le facce spaccate da settant’anni di campi, zitti, lo sguardo fisso su quel sole che muore.
Ma corri, corri verso Milano, insieme alle altre auto, anche più veloci, che ti superano e scompaiono con le loro luci posteriori rosse, frettolose, lontano. Corriamo, ma quel gran sole sembra fermo lì in fondo; ora, e siamo a Parma e sono le nove passate da molto, proprio al centro del nastro grigio; proprio diritto laggiù, ci aspetta, come un destino.
E passano i minuti e attendi che scenda il buio. Ma, poiché l’autostrada inclina verso nord-ovest, stai inseguendo la luce; e il disco rosso pare indefinitamente fermo sull’orlo dell’orizzonte, come un uomo davanti a un abisso, che esiti a tuffarsi. E ancora hai addosso, e sono quasi le dieci, quel riverbero d’incendio; e ti commuovi, e ti affezioni a questo sole del giorno più lungo dell’anno, che non vuole finire.
Le ombre ora si allungano, deformi, e paiono anime in pena. Ed ecco il sole si è finalmente buttato, è scomparso, ma che luce immensa, quasi più chiara di prima, sta sospesa in questo cielo ormai lombardo.
È luce rosa ora, come di una passione sfinita e struggente. Il sole del solstizio è andato, è disceso nei suoi inferi quotidiani. Il buio però non vince. A est è notte, ma a ovest la luce si ostina, cala, eppure si allarga in un tenace chiarore.
Lampeggia la barriera di Milano, risali per gli svincoli della tangenziale e – verso ovest – luce ancora: trattiene le tenebre che vengono avanti, come la retroguardia di un esercito ostinato.
Milano infine, ed è notte sulle strade. Il sole più lungo si è arreso. Da domani impercettibilmente i giorni cominciano a farsi più brevi. Ma da che parte, ti chiedi, si alzerà il sole domattina? Scruti fra le fila dei palazzi, disabituata a orientarti fra il cemento. Laggiù, dovrebbe essere. Domattina all’alba, da quella parte, ti dici: come aspettando il ritorno di chi è caro.
Grazie a Tempi

June 27

RADIO MARIA, RADIO CULT

http://www.medjugorje.ws/data/olm/images/articles/livio-fanzaga-radio-maria-italy.jpg

• da Il Foglio del 24 giugno 2009, pag. 2

Un interessante articolo degli amici Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, in cui siamo certi alcuni si riconoscono...

Lungi dal voler essere irriverenti, se si definisce "programma di culto" una trasmissione condotta da un sacerdote, lo si fa solo per rendere omaggio alla realtà in linguaggio corrente. Perché non si può dire nulla più obiettivo a proposito del "Commento alla stampa" di padre Livio Fanzaga, in onda tutti i giorni su Radio Maria alle 8.45. Se il maturo professionista ferma la macchina e manda subito qualche decina di sms per avvisare che padre Livio le ha cantate come bisognava cantarle, se la casalinga le suona verbalmente secondo i canoni di padre Livio al marito laicizzato, se il camionista radioamatore catechizza i fratelli di onde corte con le ultime di padre Livio sulla bioetica, allora siamo al cospetto dì un "programma di culto". Se poi il clero progressista butta fanghiglia sul "Commento" di padre Livio e mostra disprezzo verso i cristiani-infanti che lo ascoltano tutte le mattine, allora siamo al cospetto di un "programma di culto" e pure cattolico. Chi non avesse ancora un’idea di che cosa siano padre Livio e il "Commento alla stampa" di Radio Maria, deve andare su Radio Radicale, prendere Massimo Bordin e il suo "Stampa e regime" e poi capovolgere con decisione. Padre Livio sta al Papa come Bordin sta, o forse stava, a Pannella. Lo si può verificare nel giro di tre quarti d’ora: appena terminato il "Commento" su Radio Maria, ci si sintonizza su Radio radicale, dove sta andando in onda la trentesima replica di "Stampa e regime", e se ne avrà la prova. Classe, professionalità e, dedizione da vendere in entrambi i casi, una spanna sopra tutte le altre rassegne. Poi, però, bisogna scegliere e ci spiace per Bordin, ma noi scegliamo senza indugio il direttore di Radio Maria. Il "Commento" di padre Livio è qualche cosa di veramente unico nelle frequenze radiofoniche in quota a parrocchie, diocesi e associazionismo cattolico, dove, quando va bene, si moraleggia o si spiritualeggia. Il motivo di questa differenza è presto detto. Intanto, perché Radio Maria non appartiene a nessuna diocesi, a nessun movimento religioso, a nessuna conferenza episcopale. A tenerla in piedi sono gli ascoltatori, che la sostengono versando il loro libero contributo. Padre Livio aggiungerebbe che la radio vive se piace alla Madonna. E poi, questa emittente è unica perché in una radio cattolica difficilmente si trova qualcuno che legga veramente i giornali e non solo Avvenire, e quando questo pure avvenga, si finisce sempre per parlare di ecologia, di sociologia, di psicologia, per dare in testa al consumismo e, naturalmente, a Berlusconi. A meno che non si sia scelto di ritrarsi dal mondo, che è così brutto perché si stanno sciogliendo i ghiacciai, si estinguono le foche monache, è invaso dai centri commerciali e, naturalmente, è governato da Berlusconi. Così si è formato un popolo Da una ventina d’anni, padre Livio ha scelto un’altra strada, quella che il cattolico aveva fruttuosamente percorso prima di praticare la cosiddetta opzione spirituale: giudicare la storia, la politica e la cronaca alla luce del Vangelo e del Magistero della chiesa, E, quando è necessario, dare anche un buon cazzotto in testa a chiunque se lo meriti, fosse anche Berlusconi, ma non per .partito preso. Padre Livio è un prete che non ha alcun pregiudizio clericale contro il centrodestra. E questa, scusate se è poco, è già una notizia. Il direttore di Radio Maria non ha paura di sistemare sulla graticola le derive laiciste del cattoprogressismo e di quanti lo rappresentano nel mondo politico. Peccato gravissimo, secondo lo svirilizzato mondo cattolico contemporaneo che non osa nemmeno chiamare omicidio l’aborto e si appresta a benedire un compromesso legislativo sul testamento biologico che porterà diritto filato all’eutanasia. Peccato gravissimo per uno svirilizzato mondo cattolico abituato, quando è tosto, a giudicare il mondo secondo l’ultima circolare della Conferenza episcopale invece che secondo i Dieci comandamenti. Eppure, questa lettura, diciamo pure brutale secondo i canoni correnti, ma diremmo franca secondo quelli perenni, dà frutto. Con gli anni, attorno a Radio Maria e al suo "Commento alla stampa" si è formato un popolo cattolico che ha preso gusto a ragionare cattolicamente e a farlo in pubblico. Se in un luogo di lavoro uno si alza a difendere la chiesa o il Papa durante una discussione, otto volte su dieci è un ascoltatore di Radio Maria. Oppure appartiene a un movimento apertamente cattolico, certo: ma le due cose spesso si sovrappongono. Padre Livio fa, via onde medie, quello che facevano i parroci fino a qualche decennio fa con omelie, catechismo e conferenzine. Forma il laicato che, una volta uscito di chiesa, ha il compito di testimoniare la sua fede nel mondo argomentando e resistendo. E lo fa con un di più perché, attraverso Radio Maria, si formano anche tanti sacerdoti usciti un po’ stortignaccoli da seminari che, magari, hanno le piscine per attirare i giovanotti, ma scarseggiano di dottrina quando li devono mandare a nuotare in mare aperto. Un operato come quello di padre Livio, lo svirilizzato mondo cattolico d’oggi lo chiama clericalismo e non capisce che è il suo esatto contrario. Non si troverà mai in castagna il direttore di Radio Maria su argomenti opinabili. Sui tassi d’interesse, il pii, il ponte sullo Stretto di Messina, le beghe per la composizione delle liste elettorali, padre Livio sa di poter dire solo ciò che pensa in proprio. E siccome sa anche che questo, con tutto il rispetto, interessa sì e no i suoi ascoltatori, di solito se ne astiene. Coloro che gli danno del clericale, invece, quando intervengono nel mondo da cattolici, lo fanno proprio sull’opinabile, massimamente sulla composizione delle liste elettorali. E misurano il loro successo sui punti percentuali di cattolicità di una legge fatta approvare dal politico sponsorizzato fin dentro le aule di catechismo. Clericali che vivono e si alimentano di "male minore" e di "maggior bene possibile", mentre la rassegna stampa di Radio Maria tiene la rotta guidata da una sola stella polare: il bene. Il bene e basta, senza aggettivi e senza sconti comitiva. E’ difficile immaginare padre Livio computare i punti percentuali di cattolicità davanti a una legge strombazzata dalla stampa laica come una nuova conquista di civiltà, Basta ascoltarlo quando le polemica entra nel vivo. Un vero e proprio spettacolo che rinfranca tanti sani cattolici dopo anni trascorsi con rassegnazione sulle panche a sorbirsi omelie che, in nome del dialogo col mondo, non dicevano più nulla di cattolico. In questi casi, il direttore di Radio Maria dà il meglio di sé perché usa volentieri uno strumento caro a Gioppino, la maschera della sua terra bergamasca: il randello. Mettetegli sotto il naso un editoriale di "Repubblica" o dei "Corriere" sulla famiglia o sul testamento biologico e ne sentirete delle belle. Perché l’uomo è così, ha uno spirito rustico, che magari non farà ridere i salotti radical e clerical-chic, ma lascia il segno. Detto questo, non bisogna pensare che padre Livio ritenga, come sosteneva Hegel, che la preghiera del mattino dell’uomo moderno sia la lettura del giornale. No: padre Livio Fanzaga prega in cappella, celebra la Messa e dopo, solo dopo, legge i giornali. Forse, proprio per questo non moraleggia e non spiritualeggia. Legge i giornali alla luce del Vangelo e non il Vangelo alla luce dei giornali. In due parole, è cattolico.


Grazie a G.K.Chesterton-L'uomo Vivo

June 26

IL CATECHISMO DELLA CARNE

http://www.centroplastsrl.com/Colonne_e_complementi%20(78).jpg

Consiglio vivamente la lettura dell’ultimo saggio di Timothy Verdon, Il catechismo della carne (Cantagalli 2009). Lo studioso di storia dell’arte cristiana, americano di origine ma residente in Italia da quarant’anni, offre in tre densi capitoli notevoli spunti per comprendere non solo le caratteristiche di una espressione artistica che accompagna la civiltà occidentale da due millenni (e senza della quale quella stessa civiltà risulta meno comprensibile), ma anche la natura stessa del fatto cristiano che a quell’espressione artistica ha dato origine. E la natura del cristianesimo è quella di essere «incarnazionale», cioè fondato sull’accadere di un evento compiutamente «fisico»: l’incarnazione, appunto, di Dio in un corpo umano. Pertanto esso è valorizzatore di ogni «carne», quella dell’uomo, e di ogni «materia», quella del cosmo che circonda l’essere umano. Entrambi sono «chiamati a salvezza», cioè destinati ad una definitiva bellezza, pur dovendo ancora nel tempo dibattersi in quelle che san Paolo chiama «le doglie del parto».

Lascio al lettore il gusto e la soddisfazione di ripercorrere con Verdon l’evolversi della carnalissima arte cristiana, dal superamento della corporeità eroica dell’arte greco-romana all’approfondimento teologico e simbolico del medio evo, dalla rivoluzione affettiva di san Francesco alla reinvenzione del modello classico nel rinascimento, dal dramma barocco alle sue degenerazioni, fino alla strana afasia sul corpo di molta arte sacra contemporanea.

Mi voglio, invece, soffermare su una delle opere analizzate nel volume. Si tratta del michelangiolesco Tondo Pitti, conservato al Bergello di Firenze. Scrive Verdon (che anni fa ha dedicato un saggio a Michelangelo teologo): «Il tondo rappresenta Maria, seduta su un blocco di marmo mentre mostra un libro aperto al bambino Gesù, il quale vi appoggia il braccio destro. Alle spalle di Maria, l’altro bambino che guarda verso Cristo è san Giovanni Battista, sovente raffigurato nell’arte fiorentina in quanto patrono cittadino. Ma l’intuizione teologica principale del tondo è comunicata in un altro particolare: il braccio di Gesù poggiante sul grande libro tenuto da Maria, che comunica l’idea di un’antica cultura “incarnata” nel Verbo fattosi bambino». Perché si tratta di una grande intuizione teologica? Appunto perché il cristianesimo non è una «religione del libro», l’incontro con esso non avviene per riflessione su una teoria e il suo mantenersi nella storia non si realizza perché uno stuolo di scribi commenta e chiosa le parole scritte di una dottrina del passato. Quel braccino di un sorridente bambino è «la vittoria della carne umana sulla parola scritta».

Maria è pensosa, dice Verdon, perché rappresenta tutta l’umanità nel suo sforzo, intenso e un po’ triste, di comprendere il mistero dell’esistenza. E come può farlo? Leggendo un libro, cioè paragonandosi con il meglio che il suo lungo cammino e diuturno sforzo ha saputo produrre e tramandare. «Ma, al posto delle parole, Dio le ha dato il suo Verbo come figlio in carne ed ossa».

Maria, però, è anche la Chiesa. Tra i suoi figli non è mai escluso il pericolo di comportarsi come scribi, sottili interpreti di un libro, dotti esegeti di una teoria, ripetitori di un discorso. Ma il braccio un po’ insolente di quel bambino posato sul libro sta a ricordare che «solo lo stupore conosce» e che l’unico «catechismo» convincente è quello «della carne».

Pigi Colognesi - Il Sussidiario

June 24

BENEDICTUS

http://www.centroaletti.com/foto/foto_opere/serbia/52_smederevo/03.jpg

Benedetto il Signore Dio d’Israele,
perché ha visitato e redento il suo popolo,
e ha suscitato per noi una salvezza potente,
nella casa di Davide, suo servo,
come aveva promesso
per bocca dei suoi santi profeti d’un tempo:
salvezza dai nostri nemici
e dalle mani di quanti ci odiano.
Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri
e si è ricordato della sua santa alleanza,
del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre,
di concederci, liberati dalle mani dei nemici,
di servirlo senza timore, in santità e giustizia
al suo cospetto, in tutti i nostri giorni.
E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell'Altissimo,
perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade,
per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza
nella remissione dei suoi peccati,
grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio,
per cui verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge,
per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre
e nell’ombra della morte
e dirigere i nostri passi
sulla via della pace.



Il canto che abbiamo imparato, il Benedictus, dove si trova nella Bibbia? Chi ha inventato questa orazione? Il padre di Giovanni Battista, dopo che fu liberato dal mutismo che gli era stato comminato come rimprovero per la sua dubbiezza. Perché la dubbiezza è il nemico più equivoco di Dio e del vero. Uno che nutre un dubbio sembra più oggettivo di uno che afferma una sicurezza, che afferma il vero (mentre chi nega decisamente può apparire subito come esagerato!); chi afferma il dubbio sembra un saggio, mentre è il più satanico di tutti.
Questo lo dico perché abbiate a giudicare i sentimenti che avete in voi. Il sentimento più cattivo, cattivo nella sua astuzia, è il dubbio, il dubbio che tende ad essere sistematico, che tende ad essere affermato ad ogni piè sospinto, ad ogni passo.
Allora, per il vecchio Zaccaria, di fronte al presagio della nascita di Giovanni Battista da lui (che era vecchio) ed Elisabetta, sua moglie (vecchia come lui), di fronte a una cosa umanamente impossibile - impossibile! -, sembra più equanime il dubbio: «Mah, chissà!». E il dubbio impedisce di capire, il dubbio è ingiusto perché pone un preconcetto, pone in un assetto non spalancato e aperto, così che, se il vento dello Spirito arriva, trova la porta chiusa. Non è il no, è un assetto che non ospita, inospitale.
Quando riacquistò la parola, Zaccaria scoppiò in questo cantico che, come quello della Madonna - il Magnificat -, poteva benissimo essere inventato da un giudeo qualsiasi, perché gli ebrei, specialmente i più devoti, sapevano la Bibbia così bene che normalmente la loro preghiera era infarcita di citazioni bibliche, prendeva spunto, prendeva abbrivio da frasi bibliche. Infatti tutte le frasi del Benedictus si possono trovare qua e là nelle pagine della Bibbia. E uno che era abituato a leggere la Bibbia, che sapeva la Bibbia a memoria, in quel momento, attraverso quella specie di antologia, di selezione spontanea, riassumeva lo stato d’animo suo verso Dio.
Quali erano i sentimenti predominanti nello stato d’animo di un ebreo devoto? Prima di tutto che la vita è una promessa, la realtà appare promettente: tant’è vero che incuriosisce e il primo impeto non è quello di strozzarsi, di suicidarsi, ma quello di vivere; tant’è vero che un altro atteggiamento - un atteggiamento contrario a sé - nasce da una complicazione.
È quello che dice il primo capitolo della Sapienza: l’origine della realtà è buona, «il volto buono del Mistero».
Il secondo sentimento era l’attesa della risposta a questa promessa: la fedeltà a Dio è l’attesa della risposta.
Dio crea l’uomo come promessa e l’uomo attende come risposta. Questi sono i due piloni fondamentali della religiosità ebraica, della via all’infinito rivelata da Dio, non quella «immaginata» dall’uomo.
I profeti, dunque, nella tenebra in cui si muove tutta questa umanità nostra, è come se lanciassero razzi di luce nella notte: un grido che rompe il silenzio triste e confuso (non un silenzio pensoso, ma un silenzio triste e confuso). Infatti, non è pensiero, quello degli uomini; è reazione, di fronte alle cose che capitano, in cui si esprime l’attesa. L’attesa si esprime, ma si esprime confusamente, come reazione alle cose che accadono, perciò, al fondo, come delusione di fronte alle cose che accadono o come mortificante gioia (mortificante gioia perché è una gioia che finisce: più mortificante di questo c’è soltanto la morte).
Il figlio di Zaccaria fu predetto da Dio a sua madre e a suo padre come il profeta che avrebbe indicato il Messia venuto, l’ultimo dei profeti, il più grande tra i figli dell’uomo, il più grande tra i nati di donna. Eppure il più piccolo dopo di lui, il più piccolo che seguisse Gesù è più grande di lui. Il più piccolo che segue Gesù è più grande del più grande profeta, che ne anticipa in qualche modo la presenza.
Vi ho detto questo per chiarirvi minimamente il contesto del Benedictus, perciò il valore di questo canto, così che, imparando a cantarlo, teniate presente il pozzo profondo di umanità e di mistero che ferve in esso: tutte le parole sono destate dal fervore di una umanità profonda e di un Mistero presente.

(Luigi Giussani, Si può (veramente) vivere così)

da tracce.it

June 22

CARO AMICO TI SCRIVO...

http://www.themalinformazione.it/themawebpages/fotografie/berlusconi.jpg

Una gustosissima "lettera" al Premier dall'Emerito Presidente "Picconatore".

«Silvio, non chiedere scusa a nessuno»

Cossiga scrive al premier: «Non credo che tu sia vittima di un com­plotto, ma delle tue imprudenze e ingenuità»

Caro Silvio, ti scrivo da amico e da politico, non da «amico politico», benché legato a te da un’ami­cizia personale che data dal 1974 e che non è mai venuta meno. Non sono mai entrato nella tua vita privata pur, come tu ben sai, non con­dividendo alcune manifestazioni di essa. Ri­tengo che i giudizi sulla vita privata di una per­sona che non attengano alla funzione pubblica esercitata - e in particolare la vita eufemisti­camente chiamata «sentimentale» ma più esattamente «sessuale» - debbano essere di­stinti dai giudizi politici.

Non mi sembra che il giudizio politico di al­lora e il giudizio storico di oggi abbiano bollato con il marchio dell’infamia John Fitzgerald e Robert Kennedy, le cui attività galanti supera­rono di gran lunga le tue, e ebbero anche aspet­ti inquietanti sui quali la giustizia americana non volle inquisire fino in fondo. E che dire del primo ministro britannico Wilson, che fece no­minare dalla Regina, che non batté un ciglio, alla carica di Pari a vita con il titolo di barones­sa una sua collaboratrice, collaboratrice per così dire, in senso piuttosto lato? E qui mi fer­mo… Ora tu ti trovi, a torto o a ragione, in un brutto impiccio: per motivi «sentimentali» e anche per motivi, diciamo così, mercantili. Vi è chi, movimenti politici e potentati economi­ci, con o senza giornali di loro proprietà, sono terrorizzati che tu possa governare il Paese per altri quattro anni; e sperano che titolari di alte cariche istituzionali, al primo, al secondo o al terzo posto nelle precedenze, riescano a farti uno sgambetto.

Vorrei darti qualche consiglio, anche se so che tu ritieni che pochi consigli possano darti quelli che furono attori o, come me, solo com­parse in quello che tu chiami il «teatrino» del­la politica della Prima Repubblica. È vero che una coincidenza è solo una coin­cidenza, che due coincidenze sono un indizio e che tre coincidenze possono essere una prova. Ma io non credo che tu sia vittima di un com­plotto. E poi, complotto di chi? Dei nostri servi­zi di sicurezza? Ma al loro apice, da Gianni Di Gennaro a Bruno Branciforte e Giorgio Picciril­lo, ci sono dei fedeli e capaci servitori dello Sta­to, sui quali non può gravare alcun sospetto e che sono impegnati, oltre che a svolgere le loro mansioni, ancora a capire, per colpa della leg­ge e del Governo, quali esse siano e quali siano i confini tra le loro competenze e quelle del ser­vizio di informazione e sicurezza militare dello Stato Maggiore della Difesa…

Complotto di un servizio estero? Di Cia o Dia americane? Certo, i mezzi e le competenze li hanno, eccome! E perché mai Barack Obama dovrebbe aver ordinato una tale campagna di «intossicazione»? Perché sei amico di Putin e della Federazione Russa? Ma immaginati. Al­la fine Putin preferirà Obama a te e viceversa. Noi siamo un grande Paese, ma non una gran­de potenza: smettiamolo di crederlo. Io penso che tu sia vittima dell’odio dei tuoi avversari ma anche delle tue imprudenze e ingenuità. L’odio dei tuoi avversari è eviden­te: e non penso al mite e sprovveduto Dario Franceschini, né al freddo, politico e onesto e corretto Massimo D’Alema, anche se si è la­sciato scappare una battuta che più che te e lui sta mettendo nei pasticci il «lotta-» o «lob­by- continuista» magistrato di Bari. Questo odio io l’ho patito sulla mia pelle. Perché a te il noto gruppo editoriale svizzero dà dello sciupa­femmine, ma a me per quasi sette anni ha da­to del golpista e del pazzo, nel senso tecnico del termine…

Lascia stare i complotti, e respingi anche l’odio che è un cattivo consigliere anche per chi ne è oggetto. Vendi Villa La Certosa, o meglio regalala allo Stato o alla Regione Sarda: è indi­fendibile e «penetrabilissima». Lascia anche Palazzo Grazioli, che ha ormai una fama equi­voca e trasferisciti per il lavoro e per abitarvi a Palazzo Chigi. Non chiedere scusa a nessu­no, salvo che ai tuoi figli, quelli almeno che hai in comune con Veronica. Non mi consta che gli altri due grandi sciupafemmine come Kennedy e Clinton abbiano mai chiesto scusa al loro po­polo… Fai la pace con Murdoch: tra ricchi ci si mette sempre d’accordo. Cerca un armistizio con l’Anm: porta alle lunghe la legge sulle inter­cettazioni e quella sulle modifiche del Codice di Procedura Penale e dai ai magistrati un con­sistente aumento di stipendio.

Vuoi, invece, fare la guerra? Allora vai in Parlamento: ma al Senato per carità! E non alla Camera, per non correre il rischio di ve­derti togliere la parola o espulso dall’aula. Tie­ni un duro discorso sfidando l’opposizione, fa presentare una mozione di approvazione delle tue dichiarazioni, poni la fiducia su di essa e, come ai gloriosi tempi della Dc con il Governo Fanfani, fatti votare contro dai tuoi, impeden­do con i voti la formazione di un altro gover­no, porta così il Paese a inevitabili nuove ele­zioni… Perché la guerra è sempre meglio per te, per l'opposizione e per il Paese, di questo rotolarsi nella melma.

Con affetto ed amicizia

 

 

Francesco Cossiga
presidente emerito della Repubblica
22 giugno 2009

Corriere della Sera

June 21

Urge una vera educazione

http://www.rapides.k12.la.us/region6tltc/Teacher.jpg



Sulla Repubblica (10/6), nella rubrica di Corrado Augias, è uscita la missiva di  una lettrice che racconta un fatto emblematico. Un ragazzo di 13 anni va a scuola (frequenta le medie, in un normale istituto italiano) con una maglietta che la nonna gli ha portato in regalo dal Santuario di Fatima. Sulla T-shirt stava scritto appunto “Fatima”. Sotto erano riprodotti, in scala ridotta, la Madonna coi tre pastorelli.
“L’insegnante di Storia” si legge nella lettera “ha costretto il ragazzo a toglierla (…). Alcuni compagni hanno riferito che la prof aveva inveito contro lo studente chiamandolo ‘bigotto’ e aggiungendo che i ‘cristiani non sanno più pensare con la propria testa, ma ripetono come pappagalli ciò che sentono da quel tedesco vestito di bianco’ ”.
Accade dunque che il padre del ragazzo va dal preside e quando questi ha chiamato l’insegnante si è sentito spiegare che lei “voleva ‘dare una lezione di educazione civica’, che l’Italia è un paese laico, che ‘l’errore è stato fatto da chi fa doni diseducativi per un ragazzo’ ”. Mentre andava avanti tale discussione, riferisce la lettera, “è passato un ragazzo della stessa classe con una T-shirt dove campeggiava un bimbo che mostrava il pugno chiuso dal quale fuoriusciva un solo dito: il medio. Nel retro una scritta irriferibile”.

Fonte
June 18

DA NON PERDERE!

Non perdetevi questo interessantissimo appuntamento!

Sabato 20 giugno

SullaviadidamascoOre 10.15 circa RaiDue all’interno della trasmissione "La via di Damasco"

Cavallari -Riva 1

Intervista a Fabio Cavallari e Suor Maria Gloria Riva. Il Monastero, la vita, l’incontro, la strada, i libri. "Mendicanti di bellezza"

Grazie a Fabio Cavallari
June 17

E'MORTO MASSIMO CAPRARA. SALVATO DALLA BELLEZZA

Da Tempi, che ringaziamo. Il Centro Culturale della Svizzera Italiana ha avuto l'onore di avere come ospite Massimo Caprara il 18 novembre 2004.

Da Palmiro a Nicodemo
Confessione di un togliattiano.
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L'articolo che Massimo Caprara scrisse per Tempi sul numero 51 del 19 dicembre 2002 

di Massimo Caprara

Esiste solo qualche parola, o forse nessuna, come la parola ideologia che abbia dominato, anzi oppresso, il nostro tempo: il secolo appena passato “delle idee assassine”. Di esse non vi parlo come uno storico di professione, perché tale non sono. Vi parlo della concretezza, del mio vissuto, vi reco una testimonianza che alimenta e nutre una riflessione critica. Non è quindi la Storia, ma la mia storia: la storia di un ideale che degenera in ideologia, di come un ideale si trasforma, si corrompe, si separa dall’esperienza e diviene un sistema dogmatico, una corazza di false verità totalizzanti e assolute.
Ideologia, non succede mai niente di imprevisto

In questo senso, ideologia è contrario della realtà, contrario del Vero, suo pregiudizio, sua contrapposizione, suo non pensare. Nell’ideologia ogni passaggio è scontato. Essa è incurante dell’evidenza, è tempo senza tempo, incapacità di cercare il Vero, di riconoscerlo, di volerlo, di amarlo, ma capace solo di esecrarlo e negarlo. In uno dei maggiori suoi teorici, l’ideologia è «potere di una classe organizzata per opprimerne un’altra». Così Karl Marx nei Manoscritti economici - filosofici del 1844 e nell’Ideologia tedesca del 1846, descrive l’intrinseca violenza, prevedibile e prevista, che è la sostanza dell’ideologia. Essa è irreale, non perché non avvenga, ma perché replica se stessa, si ripete senza imprevisti, senza stupore, ma con orrore cieco. Non attende né riconosce alcun Annuncio, o Incontro o Attesa. Produce solo subordinazione e passività, perché tutto è già avvenuto o deterministicamente avverrà. Ideologia è in lotta perenne contro Ideale. Ideale e Ideologia sono infatti in lotta irrimediabile tra loro come Amicizia è il contrario di Solitudine. L’uno, cioè l’Ideale, è destinato a crescere, a procedere: chiede futuro. L’altra, l’Ideologia, ristagna, si avvita, uccide spiritualmente. Ha scritto don Giussani, al quale tutti, io credo, siamo debitori infiniti, che «l’Ideale è la dinamica in cammino della natura dell’uomo ed ad ogni passo qualcosa di esso si adempie». È giusto: qualcosa si adempie verso la Bellezza che implica consistenza etica ed estetica, che è azione e contemplazione, sentimento delle cose, coscienza amorosa di quanto ci circonda, di quanto ci avvolge, ci invade, desidera ed è desiderata. Di quanto ci stimola e ci dà libertà. Bellezza e Libertà; ossia compiutezza di sé nella dimensione del presente, è il farsi dell’uomo, l’espressione del proprio essere a contatto con la trascendenza, a contatto con gli altri da sé e con il suo superamento.
Un misticismo logico che si fa spirito totalitario

Al contrario, l’Ideologia si fa Stato, totalità superiore, unilateralità, sovranità illegittima, oppressione, sovrastruttura in cui la classe dominante sopprime la libertà a suo beneficio: borghese od operaio che sia. Persino Marx è costretto a denunziare questo procedimento, accusandolo nelle sue fondamentali Opere filosofiche giovanili, come «misticismo logico».
La Bellezza in quanto Verità è lotta, tensione continua, aspirazione verso l’eterno e l’infinito. La Bellezza, o meglio l’Estetica, rende lucido lo sguardo, lo raffina, chiarisce la mente e rende gli uomini assetati di luce. Nei suoi libri don Giussani ha fissato perle ed episodi della musica, della poesia, dell’architettura e dell’arte. Ha scritto del proprio padre e della propria madre come educatori alla Bellezza. Ha scritto della Goccia di Chopin, dello Stabat Mater di Pergolesi, del desiderio di felicità infinita nel poema Alla sua donna di Leopardi. Ha rintracciato la Bellezza nei canti popolari russi del Coro sovietico dell’Accademia di Stato. La Bellezza salva. La Bellezza è non avere paura della Verità, combattere perché essa venga alla luce, si confronti, vinca, ogni volta si riaffermi. Quanto Ideologia è palude e stagnazione, tanto Ideale o Bellezza è movimento, progresso, azione.
In un libro del 1951, Hannah Arendt scrisse che l’Ideologia «è abbandono della libertà di pensare per la camicia di forza della logica». Ideale è un agire, un fare, un manifestare, un vivere un avvenimento, un costruire, Ideale è anche contemplazione e condivisione, cammino fatto insieme alla scoperta del senso delle cose. «Se l’uomo non costruisce, come fa a vivere?» si chiede giustamente il poeta cattolico statunitense naturalizzato inglese, premio Nobel, Thomas Stearns Eliot. L’ideale è anche costruire e comunicare. Il Bello, allora, è libertà che si dilata, diviene incontro, progetto, presenza, unità. La Bellezza allora diviene esperienza collettiva del fatto cristiano, fraternità e solidarietà avvertite dalla Chiesa come fatto umano e sociale.
Sto parlando della mia vita

Se parlo con durezza, con ostinazione e contrarietà, se parlo così di Ideologia non è certo per metafisica accademica. Parlo della mia vita. Ho vissuto per oltre 25 anni all’interno di una Ideologia, in una delle sue versioni più drammatiche, attivistiche, dottrinarie. Dal 1948 al 1968 ho fatto parte del Partito comunista italiano, del suo massimo pensatoio e dirigenza ossia della Nomenklatura comunista, nella sua confessione togliattiana. Sono stato membro del suo Comitato centrale, Sindaco di Portici, Deputato alla Camera per vent’anni. In quella ideologia ho militato con convinzione, allora con calore e ardore. Ho visto da vicino, ogni giorno, il volto e la maschera di una cultura e di una Ideologia autoritaria e costrittiva, che non può essere obliterata e che lascia un segno di memoria e di trauma. Ho vissuto il male dell’Ideologia sino in fondo. Ma proprio dal fondo dell’errore, ho ricevuto una spinta, un recupero, un desiderio del bene e della Verità, ho sentito, se così posso dire, il profumo della Bellezza.
Di questo passato, io non mi assolvo. Ne vedo gli errori, le responsabilità personali e collettive, ne porto il peso materiale e morale. Non mi assolvo, ma neppure mi fustigo sterilmente. Di tutti i diritti di cui disponiamo, io non posso avere il diritto di tacere. Scrivo libri, ragiono, discuto, mi confronto per capire e giudicare, per suggerire i temi di un dialogo liberatorio, necessario e durevole.
Un passato fallito. E che minaccia il presente

Perché l’ideologia, in particolare e soprattutto quella comunista, è contraria alla Verità? Lo è per l’egualitarismo che contraddice e sopprime la libertà personale. Lo è per il totalitarismo che concentra in pochi il destino di molti. Ne vincola l’intera vita sociale, stermina il dissenso e lo reprime come inammissibile e imperdonabile. Lo è in quanto derivazione perversa e contraddittoria dal settecentesco Secolo dei Lumi. L’ideologia comunista comincia con il finto amore per l’Uomo, ma esso, nell’intelletto e nella pratica, finisce con l’orrore della vita. Io ho vissuto nel Partito impraticabili, estranianti ideali, io ho vissuto l’ideologia dell’avversione all’uomo. Mi sforzo di indurre gli altri a fare i conti con un passato che è praticamente fallito, ma non è morto. Mi batto perché esso non venga rimosso senza essere stato affrontato criticamente e senza una contestazione civile, ma implacabile. Parlo perché altri non cadano nell’errore mio e di una intera generazione. La mia rottura con l’Ideologia è stata difficile, forse lenta, sicuramente sofferta. Lottare contro l’ideologia è lottare contro la solitudine, la violenza, l’inganno. Significa prepararsi a cogliere il vero Ideale della Bellezza: la presenza irresistibile di Dio.


Grazie al Centro Culturale della Svizzera Italiana

June 15

LA VERA FESTA

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Il cuore di molti aveva fatto un sobbalzo già lì a Rimini, ascoltando dal vivo quell’accenno: «Soltanto Lui è in grado di compiere questo desiderio. Per questo occorre festeggiare Cristo, che Cristo c’è!». Poi è iniziato il lavoro di ripresa, l’approfondimento del testo di quegli Esercizi della Fraternità di Cl. Le lezioni. L’assemblea. E lo stesso sussulto, ad incontrare di nuovo le parole di don Julián Carrón: «Alla fine, se il criterio è soltanto quel che mi pare e piace, Cristo diventa un pensiero che mi pare e piace più o meno; non è Chi mi rende possibile la corrispondenza di cui diceva don Giussani, l’unica vera corrispondenza, quella che è impossibile all’uomo se non Lo trova. Per questo occorre celebrare Cristo, festeggiare Cristo». E ancora: «Il nostro cuore è questo desiderio, ma noi siamo limitati e tutto quello che facciamo è piccolo, è limitato, è incapace di soddisfare questo desiderio dell’infinito. E per questo o c’è Cristo (Uno che viene da fuori e riempie il cuore) o possiamo incominciare a piangere, perché quello che desideriamo non c’è. Ecco perché può festeggiare Cristo solo chi capisce qual è la natura infinita del desiderio. Qualcuno come Leopardi, come sant’Agostino, come la Samaritana…».
Festeggiare Cristo, perché Lui c’è. E risponde al nostro cuore. «Finché non ci rendiamo conto di questo, non possiamo capire che grazia abbiamo avuto incontrando Cristo; non restiamo stupiti che Qualcuno abbia avuto pietà del nostro niente e ci abbia dato quella grazia, assolutamente inaspettata, che nessuno di noi merita e che tanti uomini cercano a tentoni. Noi abbiamo ricevuto la grazia, ma molte volte è come se non l’avessimo ricevuta». Vero. Fino alla radice. Fino a quel malessere che sentiamo dentro appena ce ne rendiamo conto. Possiamo avere incontrato Cristo. Possiamo essere abbracciati dalla Sua compagnia. Possiamo averLo davanti sempre, di continuo, in persone e momenti di persone che ce lo rendono contemporaneo, carne e sangue della nostra vita. E può non passarci per la mente l’idea di «fare festa».
E invece, eccolo lì il metodo: Lui stesso. Avendo Lui, «nessun dono di grazia più vi manca», come diceva san Paolo. Basta solo che il cuore pulsi, che l’umano non sia addormentato nell’anestesia, perché la vita diventi proprio così: una letizia continua. Una corrispondenza continua con una Presenza infinita, ampia e profonda quanto il nostro desiderio infinito. E una strada, un metodo. Perché il bello è che ogni istante della vita può diventare festa. Ogni circostanza: il lavoro e la famiglia, la fatica o la politica, il piatto da lavare o il volantino dato a un amico. Tutte occasioni per accorgerci della Sua presenza. Per festeggiare Cristo, e noi con Lui. Tutte. Persino - sembra impossibile dirlo - una campagna elettorale come quella che si è appena chiusa, come sa benissimo chi ci si è impegnato prendendola per ciò che poteva essere: una sfida a verificare questa corrispondenza, non solo questioni di potere... E infatti, a voto passato (e giornale stampato), qualunque sia il risultato, chi ha vissuto così quella circostanza potrà non voltare pagina e continuare, più certo e lieto di prima, a fare festa. La vera festa.

Editoriale di Tracce

June 12

MACERATA-LORETO: SI PARTE!

http://mail.google.com/mail/?ui=2&ik=101a36ea23&view=att&th=121d3f77f428b469&attid=0.1&disp=inline&zw

Tantissime le adesioni - Come arrivare allo Stadio - Il tempo sarà clemente

Ci siamo! E’ il giorno del Pellegrinaggio Macerata-Loreto. 31° edizione nel segno dell’Abruzzo, della sua popolazione colpita dal terremoto e della crisi del mondo del lavoro con tante famiglie alle prese con il rischio dell’occupazione. Ma sono tante le intenzioni di questo cammino notturno che tutti gli anni registra un’affluenza di presenze sempre maggiore. Oltre 40 i pullman da Milano, 7 da Rimini e da Pesaro, 5 dal Friuli e da Firenze, 4 da Forlì e da Roma, 3 da Cremona e via via fino a Cosenza, Aosta, Bologna, Bari, Napoli, Foggia, Matera, Brescia e ben 3 dalla Svizzera. Nutrita la presenza degli abruzzesi, provenienti soprattutto dalle tendopoli de L’Aquila. E proprio L’Aquila sarà la protagonista d’inizio pellegrinaggio con le testimonianze, a ridosso della S. Messa delle 20.30 allo stadio Helvia Recina di Macerata, dell’arcivescovo de L’Aquila, Mons. Giuseppe Molinari e del dirigente d’azienda, anch’egli abruzzese, Marco Gentile. L’appuntamento per tutti è quindi per le 20, ma già dalle 18 lo stadio sarà aperto per consentire l’ingresso dei primi pellegrini. Alle 19.30 è prevista l’accoglienza con canti di varie regioni d’Italia e dopo le testimonianze abruzzesi, alle 21 la S. Messa celebrata dal cardinale Mons. Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli. Alle 22 partirà il pellegrinaggio in direzione di Villa Potenza, con i momenti tradizionali della benedizione eucaristica a Sambucheto, la benedizione della croce a S. Firmano, la fiaccola ed i fuochi d’artificio, la colazione a Chiarino e l’atteso arrivo a Loreto intorno alle 6. Molti i messaggi pervenuti nella sede centrale di piazza Strambi, come anche tante le testimonianze e le presenze durante il cammino, come quella del responsabile nazionale della Pastorale Giovanile della Cei, don Nicolò Anselmi.

Dalle 15.30 alle 20.30 di domani alla stazione sarà disponibile un bus-navetta (riconoscibile dal manifesto del Pellegrinaggio) con le fermate di Corso Cairoli, Viale Leopardi ed il Monumento ai Caduti (ultima fermata, visto che via dei Velini è off limits).  Le previsioni del tempo sono buone come comunicato nei giorni scorsi dal servizio meteorologico dell’aeronautica del Tg1 e dall’Osservatorio Geofisico di Macerata.

Intanto sul sito www.pellegrinaggio.org c’è il blog della fiaccola della pace aggiornato in tempo con foto, testimonianze e percorso, compreso il commovente tratto nella zona abruzzese del terremoto.

Macerata, 12 giugno 2009

COME GUARDARE UN PALLONCINO

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Un’attenta lettrice, mi ha proposto un commento molto interessante sull’editoriale della settimana scorsa, quello su Anna e il palloncino elettorale. Scrive: «Avere una mente aperta, critica, curiosa non è da tutti. Bisogna coltivarla e aver avuto bravi maestri (non solo a scuola) e buoni esempi».

Prima di tutto mi sembra importante intendersi su quel «non è da tutti». Io credo che tutti si venga al mondo con una «mente aperta, critica, curiosa». Proprio questa apertura curiosa, capace di criticare - cioè di vagliare in un paragone con criteri che uno si trova dentro - è quello che fa di un bipede non troppo robusto rispetto a tanti consimili rappresentanti del regno animale un uomo. Del resto qualcuno ha sostento che quell’animale si sia sollevato sulle gambe proprio per poter osservare con più agio attorno a sé (curiosità) e perfino lanciare lo sguardo alla volta stellata (de-sidera: desiderio). Nessun uomo è originariamente privato di questa distintiva caratteristica.

Eppure è facile osservare - non solo negli altri, ma anche in noi stessi - che questa struttura originale può essere coartata, può essere in un certo modo disattivata, resa non operativa. Come uno a cui tenessero sempre legato un braccio: dopo un po’ di tempo non riesce più ad articolare bene il movimento; il braccio ce l’ha ma gli funziona male. Ecco perché quella apertura, come scrive la mia lettrice, «bisogna coltivarla». Si potrebbe dire: «educarla», ma anche la parola «coltivarla» ha una sua particolare forza evocativa. Attenzione: coltivarla e non seminarla; il seme c’è già, come abbiamo detto. E coltivarla significa sostanzialmente due operazioni complementari.

La prima è quella di togliere le erbacce che rischiano di soffocare l’apertura originale. La gramigna sono i preconcetti mai vagliati, le chiusure ormai codificate, lo strapotere dei luoghi comuni, il permanente rumore di sottofondo che non consente di sentire la voce di quell’apertura desiderosa, la paura resa clima esistenziale (un’insegnante mi diceva che la nota che qualifica i suoi allievi è la paura: paura dei rapporti, delle novità, di guardarsi intorno). La gramigna può essere anche un grande dolore, come una gelata improvvisa che sembra uccidere il seme.

A questo proposito Aleksandr Solženicyn nel suo Divisione cancro ha una pagina memorabile. Quando il protagonista, malato di tumore, finalmente guarisce, esce dall’ospedale e si ferma stupefatto di fronte a un albicocco in fiore. L’aveva visto tante volte dalle finestre della camerata, ma ora quell’albero, coi fiori luccicanti di rugiada, egli lo guarda in modo nuovo e la commozione dell’esistenza di quel semplice albero lo fa sentire come se fosse il primo uomo il primo giorno della creazione.

Tolte le erbacce - ed è operazione mai finita perché rinascono sempre - bisogna nutrire il seme. Qui entrano in campo «i buoni maestri e i buoni esempi». È vero. Non si coltiva quell’apertura originaria ragionandoci su; si ha bisogno di vedere persone aperte, persone che insegnino a guardare, educatori (forse anche per questo la Conferenza Episcopale Italiana ha individuato nell’educazione il tema della propria pastorale per tutto il prossimo decennio).

Occorrono maestri/testimoni che introducano all’esperienza che, nel dramma teatrale di Oscar Millosz, ha fatto Miguel Mañara dopo l’incontro con Girolama: «Voi avete acceso una lampada nel mio cuore; ed eccomi come il malato che s’addormenta nelle tenebre, con la brace della febbre sulla fronte ed il gelo dell’abbandono nel cuore, che poi si risveglia di soprasalto in una bella camera in cui ogni cosa è immersa nella musica discreta della luce. Perché non ho appreso prima di avere l’anima buona?».

Grazie a Il Sussidiario

June 09

PARTITI, PARTITINI, PARTITELLI

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San Tommaso d’Aquino, a te che hai classificato i peccati capitali volevo far sapere il risultato dei rispettivi partiti alle elezioni. Volano l’Invidia (8 per cento) e la Gola (10 per cento), cala la Superbia (26 per cento), tiene la Lussuria (35 per cento). L’Accidia consolida le proprie posizioni (6 per cento). Facendo il confronto con le precedenti consultazioni i peccati spirituali, “più gravi di quelli carnali” come dimostri nella Summa Theologiae, sono in flessione, costituendo il movente di solo un terzo dei cittadini italiani. Tomisticamente parlando le cose vanno dunque un po’ meno male, il che, umanamente parlando, è un gran risultato.

di Camillo Langone

Fonte

June 07

ACCADE IN VENEZUELA

mercoledì 3 giugno 2009


Abbiamo ricevuto questa lettera dal nostro corrispondente in Venezuela. La pubblichiamo con speranza di essere in qualche modo di aiuto

Gent.mo
Presidente Hans - Pert Pöttering e ulteriori membri del Parlamento Europeo
Rue Wiertz 60Wiertzstraat 60B-1047.
Bruxelles

Il mio nome è Iván Simonovis, di anni 49, di professione Ricercatore Criminale. Durante 23 anni ininterrotti ho lavorato presso la Polizia di ricerca Criminale del Venezuela e, per i miei meriti, nell’anno 2000 sono stato scelto per occupare la carica di Segretario di Sicurezza Cittadina del Distretto Capitale, mansione che ho svolto durante i fatidici fatti dell’11 Aprile 2002. La mia funzione era il coordinamento e supervisione delle politiche di sicurezza pubblica della città di Caracas, Venezuela.

Sono incarcerato presso la Direzione Generale Settoriale dei Servizi d’Intelligenza e Prevenzione del Ministero dell’Interno e di Giustizia (DISIP), a Caracas, Venezuela, dal 22 Novembre 2004, condannato a 30 anni di prigionia, vale a dire, una condanna a morte, dopo un processo di 3 anni (il processo più lungo della storia venezuelana) oltre che 4 anni e 6 mesi di reclusione, per il delitto di “complicità corrispettiva” della morte di 2 dei 19 deceduti a Caracas quell’11 Aprile 2002.

Mi trovo, in effetti, in una cella di 4 metri quadrati nello scantinato della sede della polizia politica di Caracas, senza ventilazione né luce naturale. Ho accesso alla luce del sole, 2 ore ogni 2 fine settimana. In totale 48 ore, [2 giorni] all’anno di luce naturale. Il luogo dove sono rinchiuso non è una prigione, è la sede della polizia politica del Venezuela e questa struttura non è disegnata per albergare, durante tanto tempo, una persona privata della sua libertà. Di conseguenza e date queste condizioni, le mie condizioni fisiche e mentali hanno subito un palese deterioramento, da meritare l’attenzione medica e, in alcuni casi, addirittura interventi chirurgici quando ne ho avuto bisogno. Inoltre c’é una severa restrizione dei miei diritti per ricevere visite di parenti, amici, rappresentanti di ONG nazionali e internazionali, giornalisti, violando così gli articoli della Convenzione Americana dei Diritti Umani di San José, Costa Rica.

Sono stato sottoposto a un processo senza senso e completamente privo di sostanza per la morte di solo 2 delle 19 persone che purtroppo sono decedute quell’11 aprile, durante 225 udienze. Tale processo è stato radicato in un Tribunale a 100 chilometri da Caracas, che è il luogo dove sono detenuto, fatto che ha implicato il dover viaggiare ammanettato per più di 39.000 chilometri.

Durante il processo, sono state ascoltate le dichiarazioni di 198 testimoni dei fatti e 48 esperti, sono state valutate più di 250 prove di perizia tecnico-scientifiche; sono state analizzate più di 5.700 fotografie e video. Nessuna di queste prove dimostra la mia colpevolezza in quanto ai fatti che mi sono stati imputati.

In quello stesso periodo di tempo, sono state identificate 67 persone, tutte simpatizzanti del Governo di Hugo Chávez, sparando con armi lunghe e corte contro manifestanti oppositori disarmati. Tutte queste persone sono state assolte o perdonate dal Presidente della Repubblica mediante una Legge di Amnistia dettata dall’Assemblea Nazionale su richiesta dello stesso, nel Dicembre 2007.

Il 3 Aprile sono stato condannato a 30 anni di presidio senza nessun tipo di attenuante o beneficio processuale per il delitto di “complicità corrispettiva” senza autori materiali. Insisto, è una pena di morte.

Quest’ abominevole sentenza non è nemmeno paragonabile alla recente sentenza dettata all’ ex Presidente peruviano Alberto Fujimori, condannato a 25 anni di carcere, per essere l’autore intellettuale, dalla Presidenza della Repubblica, di assassinii premeditati, sequestro aggravato e lesioni gravi in fatti accaduti negli anni 1991 e 1992 in Perù.

Signori: la mia casa è stata attaccata con bombe molotov; la mia famiglia, includendo i miei figli minori, è stata minacciata nella sua integrità fisica in modo pubblico da gruppi radicali armati, simpatizzanti del governo nazionale; mia moglie, che inoltre agisce come mio avvocato, insieme ai miei figli, è cittadina spagnola ed è stata sottoposta alla scherno pubblico, è stata minacciata nelle reti tv e stazioni radio ufficiali ed è stata attaccata nel suo onore come persona e come donna, in maniera sistematica da gruppi di accoliti al governo, che erano trasportati sino alla parte esterna della sede del Tribunale per proferire improperi e minacce mentre entrava e usciva dalle udienze.

Siamo accuditi presso tutte le istanze giudiziarie e abbiamo esaurito tutte le risorse che la legge venezuelana stabilisce, per ottenere la realizzazione di un processo giusto e che si attenga al rispetto dei diritti umani, ma tutto questo non ha dato frutti.

Questa lettera possibilmente provochi conseguenze negative per me e la mia famiglia, ma dinanzi al mio stato di indifesa e dinanzi alla sistematica violazione dei miei diritti umani, accudisco con tutto il rispetto a Voi per richiedere che, a conseguenza della risoluzione recentemente approvata dal Parlamento Europeo in riferimento alla situazione di persecuzione politica in Venezuela, esauriate tutti i meccanismi possibili perché una commissione del Parlamento visiti la nostra nazione e possa costatare l’uso della giustizia nella persecuzione politica.

Il caso che vi ho narrato, non è l’unico. In Venezuela esistono oltre 40 prigionieri politici, vittime del castigo e della dissidenza politica.

Vi sarò sempre grato su qualsiasi gestione che il Parlamento possa fare per proteggere i diritti umani ed evitare che casi come questi continuino ad accadere in Venezuela. Mia moglie e avvocato è a Vs completa disposizione per sostenere questa conversazione in modo personale con chiunque le sia da Voi indicato, per ampliare i mille dettagli, vessazioni e aggressioni che questa nota non riporta. Per portarVi tutti i documenti che supportano ognuna delle mie parole. Per fare le pratiche che fossero necessarie per ottenere dal Parlamento Europeo l’aiuto che richiedo in maniera e come misura disperata.


Distinti saluti
Iván Simonovis
Prigioniero Politico

June 05

L'EUROPA CHE VOGLIAMO

Siamo al voto europeo, ma il dibattito che l’ha preceduto in questi mesi non è servito a delineare i tratti di una personalità del nostro continente, non solo matura e unitaria, ma nemmeno cosciente della strada per esserlo. Ciò che la affligge è un problema di identità. Dove è finito quell’afflato ideale che ne ha costituito il DNA originario e per cui cinquantacinque anni fa Paesi che si erano massacrati senza esclusione di colpi decisero, non solo di trovare un accordo, ma di fare scelte determinate da ideali comuni? Dove sono gli ideali di riferimento che attingevano nel background dei padri fondatori Adenauer, De Gasperi, Schumann, Monnet e che hanno determinato lo straordinario successo del processo di integrazione europea? Dietro una retorica europeista ipocrita dominano pensieri di breve respiro e mancanza di valori.

L’idea liberista vigente, degna solo della ideologia – rivelatasi ormai perdente – di un Financial Times, impedisce ai governi di intervenire, per non alterare la concorrenza, quando piccole e medie imprese avrebbero bisogno di incentivi, ma quando si tratta di grandi imprese la Francia non esita a scendere in campo per difendere la “francesità” della Danone o della Suez o i privilegi corporativi della sua agricoltura; i tedeschi entrano a gamba tesa a determinare le sorti della Opel; gli italiani cambiano le regole sugli slot per garantire il monopolio della Nuova Alitalia.

Si parla di Europa dei popoli, ma si cerca di far fuori ogni residuo di economia sociale normalizzando le banche popolari, le banche di credito cooperativo, le realtà non profit, le cooperative, semplicemente facendo finta che non esistono.

Si dice di difendere la dignità della persona e, soprattutto per iniziativa di Paesi nordici, si vogliono introdurre novità degradanti il valore dell’uomo, quali l’assenza di vincoli nell’abortire, l’eutanasia, le sperimentazioni sugli embrioni.

Si parla di Europa unita nel difendere le libertà dei popoli nel mondo, ma molti Paesi europei praticano politiche neocolonialiste o di acquiescenza con Paesi canaglia o si scannano per un seggio individuale nel nuovo Consiglio di sicurezza.

Si vuole superare lo statalismo e si è generata una burocrazia multinazionale mostruosa e una legislazione lontana e sorda di fronte alle realtà sociali dei diversi Paesi. Il venir meno della politica nel suo compito di esprimere pensiero e volontà popolari lascia campo libero alle prassi acefale dei burocrati. E il loro potere è davvero grande, più di quanto si dica: su 100 leggi pubblicate in Gazzetta Ufficiale, ormai 78 sono esecuzioni di normative europee.

Non è strano allora che i cittadini europei, quando sono interpellati, bocciano l’Europa. Determinati dalla volontà di difendere privilegi o dalla paura di un Moloch che avanza, è comunque evidente il loro scetticismo nei confronti di una entità sempre più senz’anima.

Bisogna allora astenersi dal voto? No. Quello che occorre è la fatica di discernere dove sono tenuti vivi quegli ideali (cristiani, socialisti, liberali) che sono ancora nelle nostre fondamenta e, per questo, possono ridare vita ad un’Europa dei popoli.

E per questo bisogna scegliere quegli uomini che vogliono promuovere, a partire dalla legislazione, un’idea di uomo come essere unico e irripetibile, i cui diritti fondamentali hanno un valore oggettivo che si basa sulla sua natura profonda, uguale in ogni tempo e luogo e lo rende capace di perseguire il bene per sé e per gli altri.

Occorrono uomini che promuovendo il principio di sussidiarietà, favoriscano cioè la crescita dei corpi sociali, delle comunità intermedie che educano l’uomo a prendere consapevolezza di sé e della realtà, e lo fanno in modo non coercitivo e repressivo, difendendolo contro le riduzioni individuali e del potere.

Occorrono uomini che, per questo, invece di difendere un preistorico welfare state o un pernicioso mercato selvaggio sappiano vedere, ascoltare, valorizzare ciò che liberamente si sviluppa come risposta “dal basso” ai bisogni dei singoli e della collettività, anche e soprattutto dalle realtà non profit.

Occorrono uomini che, capito l’inganno di uno sviluppo basato sull’ideologia finanziaria degli ultimi anni, promuovano la crescita di quel mondo operoso di imprese che producono beni e servizi; non solo le grandi e grandissime, ma anche le medie, piccole, piccolissime, patrimonio insostituibile europeo e soprattutto del nostro Paese.

Le imminenti votazioni europee dovrebbero rappresentare per tutti i partiti e gli schieramenti l’opportunità di invertire la rotta promuovendo ai vertici europei persone impegnate in questa rinascita ideale, unica decisiva battaglia per il nostro futuro.

Giorgio Vittadini - Il Sussidiario

June 04

UNA MAIL AL "TIMES"

http://www1.istockphoto.com/file_thumbview_approve/2612397/2/istockphoto_2612397_the_times.jpg

Profondamente offesa, come italiana, dal modo con cui il Times si è permesso di criticare il Presidente del Consiglio che la maggioranza degli italiani ha eletto, con alcuni amici bloggers abbiamo inviato una mail di protesta di cui trascrivo il testo:


We are a group of Italian bloggers. Not all of us support Berlusconi's politics.
We are surprised and hurt by your article on our Premier.
You offend our Premier with crude insults, on the basis of unproven gossip, which you promoted to factual data.
We think that this is not the journalistic style that brought Times to be the most prestigious English newspaper.
With all due respect

(Siamo un gruppo di bloggers italiani, e non necessariamente pro-Berlusconi.
Siamo sorpresi e feriti dal Vostro articolo sul nostro Premier.
Sulla base di pettegolezzi in nessun modo provati, e che voi avete promosso a dati di fatto, siete passati a offendere il nostro Premier con insulti grossolani.
Non è certamente così, noi crediamo, che Times è diventato il quotidiano più prestigioso in lingua inglese. Con tutto il rispetto)

Seguono sedici firme di bloggers tra i quali c'è anche la mia

June 02

EURABIA

http://www.sannhistorie.net/bilder/kommentarer/Eurabia.jpg

Su www.chiesa.espressonline.it del 19 maggio 2009, Sandro Magister titola: «L’Eurabia ha una capitale: Rotterdam». E prosegue: «Qui interi quartieri sembrano Medio Oriente, le donne camminano velate, il sindaco è musulmano, nei tribunali e nei teatri si applica la sharìa». Nel presentare, poi, il lungo articolo (che vale la pena di leggere), aggiunge: «L’Olanda è un test di verifica straordinario. È il paese in cui l’arbitrio individuale è più legittimato ed esteso – fino al punto di consentire l’eutanasia sui bambini –, in cui l’identità cristiana si è più dissolta, in cui la presenza musulmana cresce più spavalda». Eh, a certuni il «giogo di Cristo», pur «leggero e soave», è sembrato insopportabile. Si godano quello di Maometto.

Rino Cammilleri

June 01

UN CORPO A CORPO COL MISTERO DI DIO

http://www.sentieriselvaggi.it/file/193/24731/image/il_mistero.jpg

"Dio non è qualcosa che l’uomo può costringere entro i confini del suo pensiero e dei suoi concetti. E tuttavia, proprio perché gli esseri umani sono coloro che pongono domande a tutto ciò che si mostra ai loro sensi, il problema di Dio è anche il limite inesorabile delle nostre capacità di conoscere. L’esistenza di Dio è, infatti, un problema che si pone come enigma della nostra esistenza. Chi ci ha gettato nel mondo dell’accadere, visto che non possiamo dominare l’origine di ciò che esiste davanti ai nostri occhi? Non pretendo di avere risposte e non credo che le abbiano neppure le istituzioni religiose, la Chiesa e il papa. So, però, che mi sono trovato più volte a subire il problema dell’esistenza di Dio come un necessario presupposto per poter porre le domande che mi assillano, a partire dall’elementare questione del significato destinale dell’essere venuto al mondo. A chi pensa che questa mia dichiarazione sia frutto di una senile debolezza di fronte al pensiero della morte che si avvicina inevitabilmente, rispondo non solo che l’angoscia di morte è la prima verità da cui occorrerebbe partire, ma che questo senso della ricerca di un “oltre” mi ha spinto, sin dall’adolescenza, come un motore nascosto nelle viscere del mio “racconto personale”. (Continua...)
May 31

UN FUOCO DAL CIELO

Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all'improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d'esprimersi. Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo. Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua. Erano stupefatti e fuori di sé per lo stupore dicevano: "Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? E com'è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadòcia, del Ponto e dell'Asia, della Frigia e della Panfilia, dell'Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, stranieri di Roma, Ebrei e prosèliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio".
May 30

GIOVANNA D'ARCO

http://www.donbosco-torino.it/image/4-image/Santa_Giovanna_d%27_Arco.gif

Santa Giovanna d’Arco, un 30 maggio fosti bruciata perché volevi cacciare lo straniero. Non intendeva imporre una nuova religione, ma tu volevi cacciarlo lo stesso. E i tuoi metodi non erano gandhiani (digiuni, non-violenza) né maroniani (respingimenti senza ammazzamenti), erano cruentissimi: brandendo la spada vincesti battaglie durante le quali venne ucciso mezzo esercito inglese. Questo non impedì alla Chiesa di riconoscerti imitatrice di Cristo e a Dio di usarti per compiere miracoli (almeno tre guarigioni da malattie mortali). Adesso ci sono cardinali che allo straniero dicono prego, si accomodi, però il mio modello continui a essere tu, anche perché costoro non hanno mai guarito nemmeno un callo.

di Camillo Langone - Il Foglio

May 28

VITTADINI: NO AI TORQUEMADA, IL PREMIER GOVERNI

http://www.bassilo.it/area_alunni/appunti_diritto/parlamento.gif


Cominciamo dalla coerenza, professore: se uno sostiene come Berlusconi il Family Day, dal punto di vista cristiano non dovrebbe vivere di conseguenza?

«Vede, io credo molto nel peccato originale e me lo sento addosso. E questo riguarda tutti: chi è senza peccato, scagli la prima pietra. Si figuri se mi metto a giudicare come fossi un Torquemada il comportamento morale degli altri». Giorgio Vittadini, fondatore della Compagnia delle Opere ed oggi presidente della Fondazione per la sussidiarietà, non si scompone: «Ci sono altri ordini di giudizio, e per fortuna un cristiano lo sa».

Il Pdl e il governo, però, si accreditano come difensori dei valori cattolici. Una parte consistente del mondo cattolico li ha sostenuti. Secondo lei, professore, le polemiche sul caso Noemi e i comportamenti privati del premier cambiano qualcosa nel giudizio sul governo?

«Non possiamo fare una questione politica di fatti specifici, dallo svolgimento dubbio, costruiti attraverso inchieste giornalistiche, quasi si volesse dare loro un valore giudiziario. I fatti da appurare sarebbero infiniti e si ricreerebbe quel tipo di sospetto generalizzato di cui abbiamo sofferto nel dopo Tangentopoli».

Ma la questione morale?

«La questione morale è una tensione al vero, non soltanto una coerenza. In questo senso ricordo che nell’87, ad Assago, Don Giussani spiegò che la questione morale generale nasce dall’appiattimento del desiderio dei giovani e nel cinismo degli adulti. Astenia e mancanza di desiderio: questa è la questione che genera tutte le questioni morali. Hanno ragione i vescovi a porla all’interno dell’emergenza educativa. Se vogliamo parlare di moralità della politica partiamo da qui, dall’emergenza educativa, sennò ci prendiamo in giro».

Va bene, ma qui c’è un caso specifico...

«I vescovi hanno detto che oggi come ieri, in Italia, di questioni morali ce ne sono tante, ed è giusto tenerle vive tutte. Hanno aggiunto "Ognuno ha la propria coscienza, la propria capacità di giudizio". Sono d’accordo E aggiungo che la esprimerà nelle prossime elezioni, se vuole».

In che senso?

«Nel senso che la prossima volta farà quello che vuole. Ma adesso c’è un governo in azione che deve rispondere dei suoi atti, abbiamo problemi gravi da affrontare. E chi ha votato, cattolico o no, ha il diritto di avere un governo che governi, senza altre interferenze».

Berlusconi rischia di essere danneggiato nell’elettorato cattolico?

«Don Giussani affrontò il tema dei cristiani e del governo in un’intervista del ’96: spiegava che l’essenziale è la devozione sincera al bene comune e la competenza reale adeguata. Su questo giudica un cristiano. Io valuto un governo sul fatto che tuteli la dignità della persona, favorisca la sussidiarietà come welfare partecipato dalla gente, sviluppi la libertà di educazione e così via. Se è così, bene. Dopodiché risponderà del suo comportamento davanti a Dio, se ci crede».

Il professor Paolo Prodi diceva: Berlusconi difensore dei valori cattolici? Ci vorrebbe un po’ di pudore...

«Vede, io sono per una visione laica della politica. Non mi pongo il problema Berlusconi e valori cattolici. Mi chiedo: che cosa ha fatto di positivo? E penso tra l’altro al libro bianco, alla politica estera, alla gestione delle emergenze come in Abruzzo, alla tutela della vita. Punto. In questa faccenda ho l’impressione che si voglia riesumare una sorta di clericalismo dal punto di vista degli anticlericali».

(Gian Guido Vecchi)

(Il Corriere della Sera, 28 maggio 2009)
Da Il Sussidiario
May 26

NO EVOLUTION

http://www.pd.astro.it/othersites/altrimondi/prot02_083/Evoluzione-file/origine2.jpg

Evoluzione: favola per adulti.
L'Evoluzione non è una scienza ma una filosofia.
Tutte le specie hanno dei genitori.
Evoluzione: ipotesi accettabile? La genetica dice no.
Senza evoluzione non c'è più Big Bang.
La Teoria dell'Evoluzione è un fatto o una semplice credenza? Questo documentario
cerca di rispondere alla domanda avvalendosi del contributo di 5 scienziati. Questo video
, venduto in tutto il mondo, premiato come miglior documentario, è ora disponibile per tutti.

FAMIGLIA, UNA BELLEZZA DA RICONQUISTARE

L'incontro nel quadro Settimana della Cultura 2009 della Diocesi di Milano:

Grazie al Centro Culturale della Svizzera Italiana

La famiglia, una bellezza da conquistare di nuovo

Grazie a Il Sussidiario.Net alleghiamo il link al video dell'incontro, che realmente val la pena di essere visto: Intevento di Juliàn Carrón

 

Video non nobis Domine

 

Video Don Giussani

 

Video Benigni <Paradiso> di Dante

 
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