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Windows Live Spaces di RITA

Viva la Vita...!
July 23

SCHERZI DA...PRETE

http://data.kataweb.it/kpm2eolx/field/foto/foto/1675823

Uno stile, quasi un genere letterario: gli avvisi affissi alle bacheche delle chiese hanno un che di universale, di simile in tutte le chiese di tutti i paesi. E la devozione è spesso parente degli "scherzi da prete"!

CARTELLI LETTI ALLE PORTE DELLE CHIESE

Per tutti quanti tra voi hanno figli e non lo sanno, abbiamo un’area attrezzata per i bambini!

Giovedì alle 5 del pomeriggio ci sarà un raduno del Gruppo Mamme. Tutte coloro che vogliono entrare a far parte delle Mamme sono pregate di rivolgersi al parroco nel suo ufficio.

II gruppo dei volontari ha deposto tutti gli indumenti. Ora li potrete vedere nel salone parrocchiale.

Martedì sera, cena a base di fagioli nel salone parrocchiale. Seguirà concerto.

II gruppo di recupero della fiducia in se stessi si riunisce Giovedì sera alle 21. Per cortesia usate la porta sul retro.

Venerdì sera alle 19 i bambini dell’oratorio presenteranno l’”Amleto” di Shakespeare nel salone della chiesa. La comunità è invitata a prendere parte a questa tragedia.

Un nuovo impianto di altoparlanti è stato installato in chiesa. È stato donato da uno dei nostri fedeli, in memoria di sua moglie.

Care signore, non dimenticate la vendita di beneficenza! È un buon modo per liberarvi di quelle cose inutili che vi ingombrano la casa. Portate i vostri mariti.

Tema della catechesi di oggi: “Gesù cammina sulle acque”. Catechesi di domani: “In cerca di Gesù”.

Barbara C. è ancora in ospedale, e ha bisogno di donatori di sangue per trasfusioni. Ha anche problemi di insonnia, e richiede le registrazioni delle catechesi del parroco.

Il coro degli ultrasessantenni verrà sciolto per tutta l’estate, con i ringraziamenti di tutta la parrocchia.

Il torneo di basket delle parrocchie prosegue con la partita di mercoledì sera: venite a fare il tifo per noi mentre cercheremo di sconfiggere il Cristo Re!

II costo per la partecipazione al Convegno su “preghiera e digiuno” è comprensivo dei pasti.

Il concerto parrocchiale è stato un grande successo. Un ringraziamento speciale alla figlia del diacono, che si è data da fare per tutta la sera al pianoforte, che come al solito è caduto sulle sue spalle.

Per favore mettete le vostre offerte nella busta, assieme ai defunti che volete far ricordare.

Ringraziamo quanti hanno pulito il giardino della chiesa e il parroco.

Il parroco accenderà la sua candela da quella dell’altare. Il diacono accenderà la sua candela da quella del parroco, e voltandosi accenderà uno a uno i fedeli della prima fila.
Da www.Jesus.it

AVERE COSCIENZA DI ESSERE CREATURA

Il caso Englaro, che richiama quello per certi aspetti simile di Piergiorgio Welby, continua a far discutere. E non solo. La vicenda umana di Eluana sta anche dividendo l’opinione pubblica, la quale, c’è da scommetterci, si sente letteralmente travolta quando, artatamente, viene posta dinnanzi a casi di così forte impatto mediatico che, suscitando in essa sentimenti forti, la costringono a prendere posizione. Molto meglio sarebbe affrontare le questioni che attengono la vita e la morte con un approccio il più pacato possibile, costruttivo e lontano dalle ideologie.
Quello appena descritto è un processo che andrebbe promosso e favorito da chiunque e in ogni ambito ma che, al contrario, viene da tutti disatteso con estrema noncuranza. Soprattutto da coloro che dovrebbero promuovere una visione non ideologica e rispettosa della realtà e di tutti i fattori che la compongono: ci riferiamo ai mezzi di comunicazione sociale che, spesso per partito preso, contribuiscono a dare una visione poco veritiera della realtà.
Il TG5 del 22 luglio, tanto per fare un esempio, ha mandato in onda dando il massimo risalto, un video attraverso il quale Paolo Ravasin, ammalato di Sla e presidente onorario dell’associazione Luca Coscioni, ha reso pubblico uno pseudo testamento biologico nel quale esige di non essere più alimentato qualora non riuscisse più a farlo attraverso la bocca.

Le questioni che riguardano la vita e la morte
, a causa delle pesanti implicazioni che hanno sulle nostre esistenze e sull’intera società, appassionano tutti e proprio per questo riteniamo che siano tutt’altro che una questione privata o un affare che si possa sbrigare in un caldo angolo della propria coscienza. Ci fa piacere, quindi, se il TG5, così come qualunque altro mezzo di comunicazione, decide di affrontare il tema eutanasia, anche se temi di tale portata sarebbe preferibile trattarli trasmettendo immagini accompagnate da un giudizio rispettoso dei telespettatori. Come abbiamo fatto notare in una lettera inviata proprio al TG5, “se si vuol dare informazione di uno che desidera essere lasciato morire, è ancor più urgente e responsabile comunicare che molti malati in quelle condizioni desiderano vivere”: in tal senso l’instancabile testimonianza del dott. Mario Melazzini è un vivido esempio.
A questo punto non possiamo non chiederci: forse la testimonianza di chi grida alla vita vale meno di quella di chi invoca la morte? Quali sono, inoltre, i motivi che spingono una redazione giornalistica a dare il massimo risalto ad una notizia e a trattare le altre con superficialità, come la notizia del medesimo giorno che ha visto la Commissione Affari Costituzionali del Senato approvare la proposta di sollevare davanti alla consulta il conflitto di attribuzione contro la sentenza della Cassazione sul caso Englaro?
Si ha la sensazione che, nonostante tutti gli sforzi profusi dal cosiddetto “laicismo radical-chic”, la gente non si lasci abbindolare e sappia ancora ben distinguere e scegliere tra bene e il male. Di questo non possiamo che ringraziare la tempesta veritativa scatenata da Giovanni Paolo II prima, e da Benedetto XVI, ora. Una tempesta che, tra le altre cose, sta avendo il merito di risaltare i limiti “di una cultura cattolica tipicamente italiana che noi definiremmo "dal pensiero debole", se non "dell'assenza di pensiero", le cui parole chiave sono "tolleranza e dialogo". Parole alle quali preferiamo contrapporre “fede” e “carità”.
Il problema dell’uomo - come giustamente ha osservato l’ateo devoto Giuliano Ferrara, rispondendo al teologo laico Vito Mancuso - non è quello di poter “disporre della vita come di un prodotto della propria volontà”, ma riconoscere ed aver coscienza di essere creatura.
Sul terreno della difesa della vita, seriamente minacciata da pericolose derive nichiliste, non viviamo nessun complesso di inferiorità e, come sottolineano gli amici del Centro Culturale di Lugano, siamo disposti a “sfidare a singolar tenzone” chiunque voglia confrontarsi con le nostre posizioni.
Censurarossa socio di SamizdatOnLine

Mail inviata alla Redazione del TG5 il 22 luglio:
Nel vostro TG odierno delle 13 è comparso il video di un uomo ammalato di SLA che detta un suo testamento.
Considerata la forte pressione mediatica che offre la TV, oggi, vi pregherei di prestare maggiore attenzione nel diffondere certe notizie che, laddove si ritenesse utile mostrarle al pubblico, è bene siano ALMENO accompagnate da una versione alternativa.
Spero vi rendiate conto che siamo, purtroppo, dentro una cultura di morte che tenta di soppiantare una cultura della vita, quest’ultima molto più naturalmente connessa a ciò per cui l’uomo è fatto, e che più desidera.
Pertanto, se si vuol dare informazione di uno che desidera essere lasciato morire, è ancor più urgente e responsabile comunicare che molti malati in quelle condizioni desiderano vivere.
Mi pare che la testimonianza vivente del dr. Mario Melazzini, ed i libri da lui scritti, meritino molto più spazio nel vostro TG
grazie
Wilma Bargiggia

ll Procuratore generale prende tempo mentre al Senato il Pd si spaccaL’Occidentale

July 17

BENEDETTO E L'AUSTRALIA

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Dal discorso del Papa ai giovani - Australia


"Vi è anche qualcosa di sinistro che sgorga dal fatto che libertà e tolleranza sono così spesso separate dalla verità. Questo è alimentato dall’idea, oggi ampiamente diffusa, che non vi sia una verità assoluta a guidare le nostre vite. Il relativismo, dando valore in pratica indiscriminatamente a tutto, ha reso l’“esperienza” importante più di tutto. In realtà, le esperienze, staccate da ogni considerazione di ciò che è buono o vero, possono condurre non ad una genuina libertà, bensì ad una confusione morale o intellettuale, ad un indebolimento dei principi, alla perdita dell’autostima e persino alla disperazione.

Cari amici, la vita non è governata dalla sorte, non è casuale. La vostra personale esistenza è stata voluta da Dio, benedetta da lui e ad essa è stato dato uno scopo (cfr Gn 1,28)! La vita non è un semplice succedersi di fatti e di esperienze, per quanto utili molti di tali eventi possano essere. È una ricerca del vero, del bene e del bello. Proprio per tale fine compiamo le nostre scelte, esercitiamo la nostra libertà e in questo, cioè nella verità, nel bene e nel bello, troviamo felicità e gioia. Non lasciatevi ingannare da quanti vedono in voi semplicemente dei consumatori in un mercato di possibilità indifferenziate, dove la scelta in se stessa diviene il bene, la novità si contrabbanda come bellezza, l’esperienza soggettiva soppianta la verità.

Cristo offre di più! Anzi, offre tutto! Solo lui, che è la Verità, può essere la Via e pertanto anche la Vita. Così la “via” che gli Apostoli recarono sino ai confini della terra è la vita in Cristo. È la vita della Chiesa. E l’ingresso in questa vita, nella via cristiana, è il Battesimo". Continua a leggere

July 16

COSA CI STA ACCADENDO?

 

primo piano

Il video dell'incontro di Lecco con Claudia Mazzuccato e Giancarlo Cesana

E’ stata una serata per capire. Ed è servita.

Felice Achilli, Presidente di Medicina e Persona, ha posto la questione: “Anche nel nostro mondo della medicina è necessario capire: renderci conto dei fatti e delle cose, implicarci. Se manca questa percezione, non abbiamo più la forza che serve a lavorare in un posto dove è fondamentale capire che la vita è positiva oltre ogni circostanza.” Chiaro, anche per noi che medici non siamo, ma sperimentiamo la malattia e la morte. E ne cerchiamo il senso.

“Eluana è in uno stato vegetativo persistente che non è coma”. Giancarlo Cesana introduce inquadrando il contesto clinico e chiarisce subito che “chi è in come è sempre assente, mentre Eluana ha il ritmo sonno veglia, apre e chiude gli occhi, fa smorfie, sorride”. Anche se la sua è una “veglia senza coscienza”: non interagisce.

E qui è giusto che la scienza ammetta almeno che “la definizione di coscienza è un grosso problema” e che non tutto è chiaro tra “risonanze magnetiche funzionali che mostrano, in alcuni pazienti, risposte cerebrali” e casi di “errori diagnostici”.

Che comunque, a chi sta come Eluana, “non c’è niente da staccare, perchè non c’è trattamento medico: li si fa morire di fame e di sete”.

Due temi nell’intervento della Giurista Claudia Mazzuccato.

Primo. “Ricevere assistenza per mangiare e bere è una cura medica?” È solo dimostrando questo che è possibile sospendere l’alimentazione a Eluana: così si tratterebbe di “rinuncia alle cure” e non di “assistenza al suicidio” o “omicidio di consenziente” (entrambi reato). Questa è stata la posizione – almeno discutibile - dei giudici.

Secondo. Le cure mediche dovrebbero essere rifiutate esplicitamente e Eluana non può farlo. I giudici si sono basati sulla “volontà presunta, ricavata dalla personalità e da episodi riferiti”. Questo è il punto più innovativo per la giurisprudenza, ma più critico; anche umanamente. “Mentre la morte è irreversibile e drastica, la presunzione è un criterio debole. Si può arrivare ad un epilogo irreversibile e drastico, a partire da una volontà che non si può che presumere?”

E poi: quale volontà e in che contesto di libertà? “Di non bere e mangiare, di non essere curata, di non vivere così? È strana volontà quella di morire a fronte della cura medica di essere alimentata. La volontà andrebbe provata dall’incidente probatorio, oltre ogni ragionevole dubbio sulla modalità”. Ma soprattutto, la volontà - proprio in virtù della libertà, che si dice tratto saliente di Eluana – non si sarebbe modificata al cambiare del contesto? “Una persona così libera, come avrebbe risposto a una sollecitazione come la sua malattia? Quale libertà avrebbe giocato?” Avrebbe rielaborato la volontà di morire? (quante volte ci attacchiamo alla vita in situazioni che in teoria non avremmo sopportato). “La morte forse uccide definitivamente la sua opportunità di libertà.”

Di nuovo Giancarlo Cesana, per “La” domanda.

Qual’è il senso della malattia?

Davvero è Eluana a non poter vivere così o siamo noi a non sostenere il “richiamo” di Eluana? Mentre cerchiamo di misurare la sua coscienza e il senso della sua vita, dobbiamo fissare dei criteri: ci costringiamo a chiederci quale è il nostro senso, la nostra possibilità ultima: “La ragione quando non accetta la categoria della possibilità diventa violenta. La morte fa veramente paura. E questa paura va allontanata. Va allontanata dagli occhi e va allontanata come esistenza fisica, come ricordo. Il problema che solleva la Englaro è questo, non è un altro.”

Valgono le uniche parole di Giulio Boscagli, fuori dal teatro “Non c’è proprio altro da dire”. Meglio rileggere e meditare l’intervento di Giancarlo:

Sia per quanto riguarda lo stato vegetativo persistente, sia per quanto riguarda tutta la procedura legale, sia per quanto riguarda la vita – il senso della vita - possiamo dire di essere empiricamente almeno incerti, cioè di essere in dubbio. Se vai a caccia e vedi muoversi qualcosa dentro un cespuglio e non sai se è un coniglio o un bambino, cosa fai? Spari? Don Giussani insegnava che la categoria più importante della ragione è la categoria della possibilità, cioè che la ragione non ostacoli ciò che è possibile. Se è impossibile a me, ma è possibile ad altri, non ostacoli la possibilità degli altri. La Englaro, c’è chi è disposto a prenderla... Perché se la ragione nega la possibilità, la categoria della ragione diventa una misura inevitabilmente violenta sull’altro.

Poi c’è una seconda questione che ha a che fare appunto con questa categoria della possibilità, che bisogna capire, per comprendere come si è sviluppata la medicina come oggi la conosciamo: Qual’è il senso della malattia? Di fronte a un caso come quello della Englaro – l’ha detto il Dott. Achilli quando ha cominciato – uno si domanda qual è il senso di questa cosa che è successa. Domandarsi il senso di quello che succede non vuol dire spiegare tutto, ma domandarsi che cosa c’entra con me, che cosa c’entro io con questa persona. Perché il senso delle cose è il rapporto che c’è tra di loro. Che le cose abbiano un senso non vuol dire che le cose sono messe a caso e quindi sono una indipendenti una dall’altra, ma che sono ordinate, che sono in rapporto. E domandarsi il senso di quello che succede, il senso di questo fatto, è domandarsi cosa centro io con questa qui? Con questa persona, con questo problema: cosa mi dice.
Che poi è la domanda che si è posto l’Achilli sin dall’inizio. Uno che fa il medico, uno che fa l’infermiere, deve dirsi che cosa c’entra lui con chi ha davanti. Perché deve fare questo sforzo per intervenire per curarlo?

Già Shakespeare diceva:la vita è una lunga agonia; l’uomo è una specie mortale; alla fine muoiono tutti. Si aggiusta ciò che inevitabilmente si guasta.
La medicina è nata non per la capacità di curare, ma esattamente per il contrario. Cioè è nata innanzitutto come assistenza. La medicina occidentale, come la conosciamo noi da Ippocrate in avanti, era un’arte che era incapace di curare la gente. Tant’è vero che nell’epoca classica, prima del cristianesimo, gli ammalati venivano allontanati, mandati via, perché tra l’altro, se infettivi, erano pericolosi. Chi ha un po’ di dimestichezza con il Vangelo e la Bibbia, sa che i lebbrosi erano fuori dalla città. Col Cristianesimo sono incominciati a nascere gli ospedali, cioè gli ammalati sono cominciati ad essere assistiti.
Questo perché si sapeva curarli? No! A Napoli c’è l’ospedale degli incurabili: veniva ospitata la gente che era incurabile. Erano incurabili nei primi secoli dopo Cristo esattamente come erano incurabili prima. Però si sono messi a curarli perché la malattia non è più stata vista come un ostacolo insormontabile alla vita. Perché il cristo era risorto. Perché l’ultima parola sulla vita non è la morte. E’ quello che ha fatto nascere gli ospedali, quello cha ha fatto nascere la medicina occidentale, che ha spinto gli infermieri a curare la gente che era pericolosa rischiando di morire (infatti gli infermieri erano i monaci, la gente religiosa, persone che dedicavano la vita all’assistenza agli ammalati).

Si è cominciato a comprendere la malattia non come qualcosa che nega, ma qualcosa che imprevedibilmente afferma. Che è il problema per cui si fa… Ma la pietà da dove viene? Aver pietà di uno chè è fragile, che cosa vuol dire? Vuol dire riconoscere dentro questa fragilità un positivo. Quando ci stupiamo del cinismo che troviamo sui giornali per la malasanità, a riguardo della vita e del trattamento degli ammalati, da dove viene questo cinismo? Dal fatto che se la vita comincia a declinare, di senso non ce n’è più. Che la vita non c’entra più niente con me. E quindi non solo la si lascia andare, ma si può pensare attivamente di eliminarla.
Perché la ragion,e quando non accetta la categoria della possibilità, diventa violenta. La morte fa veramente paura. E questa paura va allontanata. Va allontanata dagli occhi e va allontanata come esistenza fisica, come ricordo. Il problema che solleva la Englaro è questo, non è un altro. E lo solleva per i medici e anche per i non medici.

Prima la dottoressa sottolineava il diritto alla salute. Il diritto alla salute non esiste. Io sono zoppo e posso pretendere tutti i diritti alla salute, ma resto zoppo. Quando hai il cancro il diritto alla salute non ce l’hai. Quando sai che devi morire il diritto alla salute è andato. E curarti vuol dire guardarti in un modo tale che sia più forte anche della impossibilità che ho di guarirti. Se no cosa ce ne facciamo degli ospedali. Che medicina è? E’ un meccanismo non è più una medicina.
“Per me conti solo se la mia azione su di te può essere efficace”. Mentre c’è un livello – il più frequente nella medicina – in cui l’azione del medico non è efficace. Certo ti fa resistere ti sostiene eccetera. E anche questo ha un senso.
Questo è il problema: che cosa è questo senso? Che cosa ci dice? Il senso che ha la malattia è proprio in questo.

Perché la ragione si spaventa così tanto? Perché cede e non regge questa categoria della possibilità? Non regge la possibilità? Perché non comprende – non comprende più, allontanandosi dalla cultura positiva della vita, da un sentimento positivo della vita - che il mistero non è un’astrazione, un fantasma: è concretamente presente. La mia vita e un mistero perché non me la sono data io. Ultimamente non so di cosa è fatta. C’è una corrente di pensiero che si chiama neocalvinismo, che dice che qualunque valutazione possiamo dare della libertà in fondo è già tutto determinato dalle reazioni chimiche che avvengono nelle cellule. Esattamente come Calvino pensava che il destino dell’uomo fosse determinato indipendentemente da quello che lui facesse. E l’idea è quella: infatti la libertà non c’è più.

Perché la ragione si chiude? Perché quello che è la vita, non è più percepita come una presenza positiva.
Le suore che assistono la Englaro dimostrano una speranza contro ogni speranza. Di fronte alla disperazione con cui si può guardare questa donna, queste continuano a sperare: le vogliono bene. Affermano che lei per loro vale. Questa è la presenza positiva! Vale con i figli che abbiamo, vale coi poveri, gli ammalati; vale con tutto. Questo è il cristianesimo, senza del quale non c’è più comprensione di tutto.

Ricordate l’episodio del cieco nato? Una delle idee che c’erano della malattia nell’antichità è che fosse una maledizione. Che qualcuno fosse colpevole della malattia, tant’è vero che si andava dai preti a togliere il malocchio. Quando Gesu’ incontra il cieco nato gli chiedono chi abbia peccato – lui o i suoi genitori – per essere così. Gesù risponde con la prima affermazione chiara, che la malattia non deriva da un fatto di colpevolezza: non c’è peccato. Lui è cieco nato “perché si dimostrasse la gloria di Dio, perché si vedesse che io sono capace di guarirlo”.

Il senso della malattia è la vittoria sulla morte. La malattia ci fa vedere che siamo fragili, siamo destinati alla morte, dobbiamo passar attraverso la morte. Ma la morte non è tutto. Questo è il senso della malattia.
Ma appunto senza Cristo è molto difficile affermare questo senso, anzi non si può. E infatti il venir meno di questo fa decadere il rispetto e l’amore per la vita.
Non ci sono santi: La si giri come si vuol,e ma la questione è questa!

Per amare la vita, anche nel momento di maggiore fragilità, quando tutto sembra sia finito, bisogna avere quella “spe contra spem” di cui parlava san paolo, quella “speranza contro ogni speranza”. Se non si fosse fatto così, il progresso della medicina non ci sarebbe stato. Se non ci si fosse messi a curare gli ammalati a rischio della vita, con la speranza comunque che si potesse vincere – un senso di vittoria ultimo sulle cose, un senso positivo della storia e del mondo – se non ci fosse stato questo, la medicina non ci sarebbe. Perché la medicina è nata così: curando quelli che non si potevano curare e a poco a poco ha imparato.

Da questo punto di vista, quando si dice che gli ammalati partecipano alla sofferenza di Cristo si dice proprio questo: con la loro condizione gli ammalati ci richiamano a cercare di capire cosa siamo al mondo a fare.
Che la Englaro sia viva così dopo 16 anni, significa che sono 16 anni che sta richiamando questa cosa. E non c’è solo lei, ce ne sono molti altri.
Perché far finire questo richiamo?

July 15

DAR DA BERE AGLI ASSETATI!

Cari amici e lettori,

Tempi vi aspetta tutti

giovedì 17 luglio 2008, ore 18.30

sul sagrato del Duomo di Milano

con una bottiglia d’acqua per Eluana Englaro.

Ci sarà anche il direttore del Foglio Giuliano Ferrara

 

 

Sul nostro sito sono pubblicati i nuovi articoli dedicati al caso della donna in stato vegetativo condannata a morire per fame e per sete:

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UOMINI SENZA PATRIA

http://www.liberidieducare.it/public/istituti/immagini/69691e7cd4b4f2686d07034597e21d53.jpg

Pubblichiamo uno stralcio della prefazione di Julián Carrón al libro di don Luigi Giussani Uomini senza patria, in libreria da domani (Bur, pagg. 400, euro 9,20). Il volume raccoglie una serie di discorsi del fondatore di Comunione e liberazione dei primi anni Ottanta

«Voi non avete patria, perché voi siete inassimilabili a questa società». Come ci piacerebbe essere degni di queste parole che Giovanni Paolo II rivolse a don Giussani, durante un’udienza privata nell’estate del 1982!
In realtà, queste parole esprimono la situazione in cui viene a trovarsi qualsiasi cristiano, se vive il cristianesimo secondo la sua vera natura. Così lesse don Giussani le parole del Papa: «Non ha patria da nessuna parte nella società di oggi colui che riconosce la presenza di Cristo – una presenza diversa da tutte le altre – nella propria vita, nella trama dei propri rapporti, nella società in cui vive . Fino a quando il cristianesimo è sostenere dialetticamente e anche praticamente valori cristiani, esso trova spazio e accoglienza dovunque. Ma là dove il cristiano è l’uomo che annuncia nella realtà umana, storica, la presenza permanente di Dio fatto Uno tra noi, oggetto di esperienza la presenza di Cristo centro del modo di vedere, di concepire e di affrontare la vita, senso di ogni azione, sorgente di tutta l’attività dell’uomo intero, vale a dire dell’attività culturale dell’uomo, questo uomo non ha patria» .
Dal 1982 sono successe tante cose, che ci consentono di capire quanto fosse profetica l’osservazione del Papa.
Come cristiani siamo sempre più senza patria. Questa è la bellezza della sfida che abbiamo davanti, se non fosse allo stesso tempo tragica: «L’epoca moderna, anzi, l’epoca contemporanea è la documentazione tragica di ciò cui l’uomo arriva nella pretesa di autonomia: la pretesa di farsi da sé, di realizzarsi da sé, di crearsi da sé, di decidere da sé, di avere sé come centro. Questa pretesa porta alla dissoluzione, alla perdita della libertà come originalità di giudizio sulla vita: si diventa alienati nell’opinione comune, nella cultura, nelle opinioni indotte dalla cultura dominante» .
Etica o sentimentalismo: ecco le due interpretazioni riduttive del cristianesimo, operate dall’uomo moderno, lungo una strada che ha reso sempre più astratto Cristo. E ha lasciato l’uomo da solo.
La conseguenza non si è fatta aspettare: concependosi come autonomo, sganciato dal rapporto con l’Infinito, l’io diventa preda del potere: «La persona individualista è il fascio dei suoi fatti. L’individualista non ha consistenza personale, è un fascio di reazioni. Invece un fatto veicola una funzione, un riferimento a un ordine più grande: è questo che dà il senso della sua consistenza. Un fatto, una reazione, appartiene a qualcosa di più grande . Per questo la lotta di oggi – culturale – è fra due concezioni dell’uomo, fra l’uomo che appartiene a qualcosa di più grande, oppure che appartiene a se stesso. Ma dov’è il veleno che sta in coda a tutta questa situazione? Che l’uomo che appartiene a se stesso è una manciata di polvere in cui ogni grano è staccato dall’altro e perciò può essere utilizzabile facilmente dal potere».

Pagina  12

Juliàn Carròn - Il Giornale

July 14

NON SAPPIAMO PIU' DIRCI CRISTIANI

http://www.venezia.net/images/carnevale/baute-veneziane.jpg

Eminenza, non è che non sappiamo più dirci cristiani?

Lo stile di certi uomini di chiesa è ammirevole per tatto e ritegno, questo è sicuro, ma non so quanto efficace allo scopo di conservare la fede e di dare buone battaglie. Nell’anno paolino e nell’anno del sinodo sulla Parola si sente una debolezza di significante, di forma, che infiacchisce anche il significato della predicazione apostolica, il suo contenuto, la sua capacità persuasiva o di annuncio. Noi laici, modestamente e lateralmente convinti di una decisiva funzione pubblica della religione, spesso siamo sorpresi dalla poca fiducia di alcuni testimoni di Gesù nella forza sociale e civile della loro stessa parola cristiana. “Essere cristiani senza dirlo”, secondo l’Idealtypus scelto un paio di anni fa da Dionigi Tettamanzi per combattere imposture e strumentalizzazioni, per sradicare anche solo la tentazione di un uso politico della religione, può funzionare come un marchingegno sofisticato per abbandonarsi allo spirito e ascoltarlo soffiare dove vuole lui, ma può comportare il rischio di non sapere più dirsi cristiani. Perché non sappiamo più dirci cristiani: un Croce cattolico dovrebbe forse riflettere su questa afasia del pulpito, che tende a mettere in contestazione la chiesa quando dice cose significative, quando parla come un Giovanni Paolo II o un Benedetto XVI, ma anche come un Biffi o un Caffarra o un Ruini, e ad assolverla quando si limita alla metodologia pastorale, per quanto di altissima qualità, dando segni di irrilevanza.
Ho letto un lungo articolo su Avvenire firmato appunto dall’Arcivescovo di Milano. Esponeva la sua posizione di credente, di cittadino e di vescovo nel caso di Eluana Englaro, la donna a cui per sentenza giudiziaria saranno sospese alimentazione e idratazione, finché morte non sopravvenga, dopo sedici anni di vita senza coscienza relazionale, passati nell’amore e nell’assistenza delle suore Misericordine nella città di Lecco. Un testo impeccabile, quello del cardinale Dionigi Tettamanzi, che certo non attirerà accuse di interferenza nella vita civile italiana, che sicuramente non provocherà polemiche di alcun genere con i guru della cultura laicista e del suo centralissimo “diritto di morire”, un articolo che ovviamente non offenderà alcuna sensibilità e lascerà impregiudicato il tema di cui si occupa nella viva coscienza dei credenti e dei cittadini e forse anche del clero diocesano. Ma è questo che ci si deve aspettare da un vescovo, nella tempesta di idoli che furoreggia intorno al tema della vita umana?
Alle parole di Tettamanzi manca quasi nulla. C’è un riferimento al carattere misterioso della vita come dono trascendente al di là della ragione e come sfida alla nostra libertà, pressoché inevitabile in una prosa cristianamente ispirata, il tutto molto ben detto e argomentato. C’è il Vangelo di Marco e il risveglio della figlia di Giairo, che dorme e non è morta, e può “miracolosamente” rialzarsi per rivivere e poi morire fino alla resurrezione della carne. C’è l’idea che l’intelligenza della vita esige che la si renda sostanza di cose sperate, che la vita si radichi nella forma sacra dell’inviolabilità e della fede nel futuro vissuta nel presente. C’è ovviamente il comandamento di non uccidere. Ma l’articolo si propone e si autocomprende come un intervento in punta di piedi, che non fissa confini in nome della verità, non stabilisce le condizioni di una scelta secondo giustizia, non azzarda giudizi che implichino la decisione responsabile nella direzione auspicata. Gli argomenti più seri e forti si sminuzzano e si disfano alla fine nel metodo, e non si capisce se si debba lasciare Eluana alle suore Misericordine che l’hanno curata con amore o invece staccare quel sondino e provocare una morte lenta e dolorosa. Che cosa si debba fare, a parte coltivare la riflessione di coscienza, e come ci si debba comportare: questo non si capisce, su questo c’è pensiero tiepido, glossa alla vita reale senza sporcarsi la penna, le mani, il cuore.
Non so se ci avete fatto caso. La prudenza è una virtù anche nelle culture laiche. Ma quando si occupano di questi argomenti, media e maestri di pensiero e di vita secolaristi gettano la prudenza alle ortiche, e si battono con una speciale determinazione a prevalere. E diciamo la verità: prevalgono. Sono loro a battere il tamburo dello scandalo e a stabilire come dobbiamo non soltanto pensare, ma anche sentire la cosa. Nello stesso giorno in cui Avvenire entrava con l’Arcivescovo di Milano nel suo caso diocesano di Eluana Englaro, naturalmente in punta di piedi, Repubblica stampava in prima pagina una apologia del suicidio non già come malinconica eccezione ma come euforico metodo per sbarazzarsi del dolore e della sofferenza. Il prossimo passo di una comunità che forgia la propria intimità di vita nel racconto eutanasico delle Invasioni barbariche di Denys Arcand, e non in punta di piedi.

Clicca qui e leggi Sentenza di morte

Clicca qui e leggi Chi non può vivere senza assistenza muoia

Clicca qui e leggi Ho incontrato Eluana

Clicca qui e leggi Io, prima persona singolare liberale

Clicca qui e leggi Piccola posta di Adriano Sofri su Eluana Englaro

Clicca qui e leggi Io, nutrito con il sondino, intervista a Mario Melazzini

Giuliano Ferrarada Il Foglio

FACCIAMO TUTTI MEA CULPA!

Blogger: FabioCavallari

Amici di Magdi Cristiano Allam

Ancora una volta ci ritroviamo a discutere drammaticamente sulle sorti di una vita umana. E’ accaduto con Welby, poi con Nuvoli ed ora con Eluana Englaro.

di: Fabio Cavallari

Oggi sento il dovere di pronunciare un “mea culpa”. Non sta accadendo nulla di imprevisto, niente che già non sapevamo. Spesso, persi nel quotidiano, ci facciamo trascinare da piccoli dibattiti insulsi, da diatribe pseudo politiche che accendono animi e surriscaldano le voci. Anche noi (uso il plurale, ma rivolgo questo rimprovero prima di tutto a me stesso) cadiamo nella piccola ed insignificante marea del qualunquismo. E’ un’onda lunga quella che oggi è arrivata sin dentro le aule di un Tribunale per sentenziare cosa è vita e cosa non lo è. Chi è una persona e chi non lo è più. E’ tragico, drammatico, orrendo un mondo che si è ridotto a questo. Magdi Cristiano Allam lo ripete da tempo: serve una riforma etica della nostra società. Se non partiamo da lì, se da quel punto non intendiamo fondare le radici, ci ritroveremo sempre nella stessa situazione. Una sentenza di un giudice, una lettera al Presidente della Repubblica, un appello alla buona morte. La battaglia culturale richiede dedizione ed insistenza. La nostra buona volontà, la mia buona volontà, non può essere dettata dal calendario dal pensiero debole e dai palinsesti televisivi: oggi Eluana, dopodomani le intercettazioni telefoniche di qualche politico. No! Il tema della vita o è centrale o non è. Provo orrore nel pensare che tra qualche mese, ci staremo occupando di altro, che la battaglia, persa o vinta, farà parte di un appendice, di un paragrafo. No, la battaglia in difesa della vita è il libro. Relativismo e nichilismo, sono i nemici che dobbiamo affrontare. In questi giorni esprimono il loro volto più crudele nel nome di Eluana, ma domani saranno ancora più pericolosi perché abiteranno il vuoto tentando di occupare anche lo spazio della pietà. Oggi, mobilitiamoci per difendere la sacralità della vita, in ogni luogo, con sottoscrizioni o presidi, ma teniamo ben presente che se non riusciremo ad elevare questo tema a discussioni quotidiana, a principio etico fondamentale, ci ritroveremo sempre nella stessa condizione. Ci sarà sempre un giudice, un politico, un anchorman televisivo che sfrutterà l’effetto emotivo di un singolo caso, per modificare antropologicamente il nostro essere personale e collettivo. Non possiamo delegare la difesa della sacralità della vita ad alcuno, o diventerà la nostra prassi oppure saremo costretti a rincorrere, di volta in volta, le spinte scientiste del superumanesimo. “Mea culpa” per Eluana.
Grazie a Fabio Cavallari di questo contributo che sottoscrivo totalmene!

July 13

APPELLO PER LA VITA DI ELUANA

Appello per difendere il diritto alla vita di Eluana Englaro. No alla deriva etica che vorrebbe "cosificare" la vita umana
Mobilitiamoci testimoniando con la parola la nostra strenua condanna dei boia del relativismo etico che violano incontestabilmente il valore insopprimibile della sacralità della vita, che si sono arbitrariamente auto-attribuiti il diritto di sentenziare che Eluana non debba più continuare a vivere e debba essere uccisa cessando di nutrirla. Hanno aderito anche Andrea Pamparana e Mons. Vecerrica
Di Magdi Cristiano Allam
Cari Amici,
Lancio un appello urgente e forte a mobilitarci per difendere il diritto alla vita di Eluana Englaro, affinché trionfi il valore insopprimibile della sacralità della vita dal concepimento alla morte naturale quale fondamento della nostra umanità e della nostra civiltà.
Mobilitiamoci testimoniando con la parola la nostra strenua condanna dei boia del relativismo etico che violano incontestabilmente il valore insopprimibile della sacralità della vita, che si sono arbitrariamente auto-attribuiti il diritto di sentenziare che Eluana non debba più continuare a vivere, che Eluana debba essere uccisa cessando di nutrirla. Mobilitiamoci contro questa deriva etica, giuridica e politica che vorrebbe “cosificare” la vita umana, con il tragico risultato che oggi i nostri figli immaginano, come è avvenuto per dei quattordicenni siciliani che non si sono fatti scrupoli ad assassinare una loro coetanea dopo averla stuprata e messa incinta, che la vita umana possa essere impunemente usata, violata e buttata.
Mobilitiamoci affinché Eluana possa restare in vita presso le suore Misericordine che da 14 anni l’accudiscono amorevolmente nella casa di cura “Monsignor Luigi Talamoni” a Lecco, che hanno detto: “Per noi Eluana è una persona e viene trattata come tale. E’ una ragazza bellissima. Vorremmo dire al signor Englaro (il padre) che se davvero la considera morta di lasciarla qui da noi. E’ parte della nostra famiglia”. Mobilitiamoci sostenendo a viva voce che anche per noi Eluana è una persona che ha diritto alla vita e anche per noi Eluana è parte della nostra famiglia. Promuoviamo un’adozione a distanza di Eluana che sia tale innanzitutto nei nostri cuori e che possa, se necessario, trasformarsi in un impegno concreto al fianco delle suore Misericordine che attestano con la loro testimonianza d’amore e di vita l’autentico messaggio di Gesù, che trova piena corrispondenza nei valori assoluti e universali che sostanziano l’essenza della nostra umanità.
Vi esorto a far pervenire a questo sito la vostra adesione a questo appello, indicando il vostro nome e cognome, la vostra e-mail e la motivazione per la quale aderite all’appello.
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IN VACANZA DAI PREGIUDIZI: PER ASCOLTARE L'ALTRO

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Claudio Risé, da “Tempi”, 10 luglio 2008, www.tempi.it

Vorrei proporre a me stesso, e ai lettori, di andare in vacanza dai pregiudizi, dalle idee che abbiamo costituito sugli altri e sulle loro opinioni, e che dirigono i nostri comportamenti in modo automatico. Non è una proposta relativista: è solo perché, se non li ascoltiamo con la curiosità e l’innocenza di un bambino, non riusciamo a sentire cosa gli altri ci dicono.
Un esempio di vita quotidiana, per farmi capire. Qualche giorno fa incontro un gruppo di medici, che avevano voluto scambiare le mie opinioni ed esperienze di psicoterapeuta con le loro di cura del corpo. Persone interessate, sicuramente aperte, con una visione della vita, credo, non molto diversa dalla mia (molti anche lettori di questo giornale). Infatti scambio ricco e, mi è sembrato, appassionato. Non senza curiosi inciampi.
Ad esempio, sollecitato a presentare le funzioni materne e paterne nell’accudimento ed educazione del bambino, propongo con poca originalità la mia nota visione della madre come figura dell’accoglienza e dell’appagamento del bisogno, e lo specifico paterno come azione e movimento (a cominciare da quello della fecondazione) e poi, dalla preadolescenza in poi, come operatore della rottura nella relazione fusionale madre-figlio, tuttora attiva ma ormai pericolosa per la costituzione dell’Io personale del figlio. È un punto che, lo so, suscita spesso resistenze, in particolare nelle donne. È del tutto comprensibile, se la questione non è stata vista prima. Ma sono interessanti i modi adottati per non ascoltare quello che l’altro dice. «Ah, dunque lei chiede che dall’adolescenza in poi la madre sparisca», è l’intervento di una signora.
Vorrei spiegare, come di solito faccio, che la madre non deve affatto sparire, solo lasciare che il padre interrompa l’identificazione del figlio con lei, che l’ha addirittura ospitato nel proprio corpo. Percepisco però (anche per il caldo e la stanchezza) il muro di sordità arrabbiata dall’altra parte. Comunque ci provo, ma il risultato è: «Lei dice che la madre deve farsi da parte perché la donna è natura e l’uomo cultura, e quindi per entrare nella società è necessario il padre». Per la verità non l’ho mai detto, mai scritto, e non lo penso affatto. È tutto molto più complesso e profondo di così, e ha persino a che fare – penso – con quell’“occuparsi delle cose del Padre” (di cui il padre è figura putativa) che Gesù oppone alle ansie di Giuseppe e Maria, ma che, come tutto nella vita di Cristo, riguarda la fondazione della stessa personalità umana.
Come dirlo, però? Come dialogare, se l’altro sente cose che non dici (e neppure pensi)? Come togliere di mezzo gli schemi mentali che occupano (sotto il segno dell’ansia) il campo della comunicazione e dell’incontro, forti del fatto che vengono ripetuti milioni di volte, come se avessero un qualsiasi fondamento, che alla fine nasce soltanto, invece, dalla loro incessante ripetizione?
Penso che dovremmo (tutti) parlare meno, magari anche leggere e scrivere meno, ascoltare di più. Don Luigi Giussani, di cui fui ribelle ma affezionato allievo, ti ascoltava, ti guardava. Aveva un modo ascoltante di guardarti. Anche per questo quegli incontri furono così ricchi. Insomma, proviamo a fare come se non sapessimo nulla. Magari impariamo qualcosa. Dal blog Diario di bordo

July 12

LA VITA, DI GIOIA E DOLORE E' FATTA

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A. Gentili e G. Mambelli

Siamo i genitori di Andrea (e di altri 3 ragazzi) e, colpiti da quanto deciso ultimamente sulla vita di Eluana, vorremo fornire attraverso Il Giornale un contributo in merito alla comprensione della realtà.
Andrea, il nostro primogenito, ha quasi 16 anni, è handicappato grave con disabilità al 100%, non parla, non vede, non si muove volontariamente... insomma, come recita un suo certificato medico «necessita e necessiterà di assistenza continua per tutti gli atti quotidiani della vita».
Da qualche anno, grazie all'inserimento in un progetto sperimentale, ha iniziato a «dialogare» faticosamente con il mondo esterno con la tecnica della comunicazione facilitata.
Il brano che le inviamo è parte della trascrizione di un dialogo tra Andrea ed uno dei suoi dottori. «Grigio periodo di dolore è il mio. Fermamente ho chiesto a Dio di aiutarmi e di benedirmi. Ho personalmente già più volte offerto le mie sofferenze per altri e questa volta una parte devolvo a te, dottore. (...) ho tanta voglia di fare esperienze belle interiori e di amicizia ma sono dentro una condizione tale di dolore e fisica che non mi permette di fare tutto ciò che vorrei. Questo sono io: dolore e gioia allo stesso tempo. Grato sono alla vita e voglio che si sappia. Grato sono a te per le cure ed a tutti coloro che si preoccupano per me, per il mio presente e per il mio futuro. Sono dell'idea che bisogna dare più spazio a ciò che aiuta interiormente e spiritualmente. Lotta, sì, ma con meta il cielo e la nostra grande anima da coltivare. (...) Ci tengo a dire che non disdegno le cure e ciò che porta un benessere fisico e questo va tutelato, ma bene interiore porta anche benessere fisico quindi è primariamente da considerare. Grazie, ti voglio dire che sono felice di oggi e ti dono il mio grazie di cuore».
Non vogliamo giudicare assolutamente il padre di Eluana. Capiamo bene il suo dolore e, come lui subiamo la stessa lacerazione interiore quando guardiamo, ahimè troppo spesso, un figlio che soffre steso in un letto e gli siamo vicini. Non accettiamo e ci fa rabbrividire il triste moralismo infantile ed inconsapevole di tanti che giudicano la vita degna solo se di «qualità». Anche noi, presi, impregnati, dalla «mentalità dominante», riusciamo solo per brevi istanti ad intuire che le parole di nostro figlio «questo sono io: gioia e dolore allo stesso tempo» sono vere non solo per lui ma anche per noi. Esse rappresentano la realtà della condizione umana. Realtà dura, spigolosa, inaccettabile non solo per chi ha una coscienza di sé inconsapevolmente nichilista e gaudente, ma pur sempre strada per la felicità e non per una inutile spensieratezza. Sempre riprendendo le parole di Andrea: «Lotta, sì, ma con meta il cielo e la nostra grande anima da coltivare».
La battaglia è qui. È possibile essere felici come Andrea dice di essere quando tutto intorno dice che non serve cercare la felicità ma solo il divertimento e l’assenza di problemi? Rimuovere il dolore dalla vita è eliminare la Croce, sola realtà capace di trasfigurarlo in gioia. Come sempre è la Croce il vero scandalo. E quale metodo più efficace per rimuovere la Croce che eliminare chi ad essa è più vicino?

Pagina  12 

da Il Giornale

DOV'E' DIO?

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Federica, che viene uccisa nei "paradisi" senza crocifissi.

 
Lloret de Mar come metafora del nostro tempo...
I socialisti di Zapatero hanno annunciato di voler togliere i crocifissi dagli spazi pubblici. Il caso ha voluto che la notizia uscisse in contemporanea con l’assassinio di Federica, proprio in Spagna, a Llorett de Mar, in un divertimentificio che è il nuovo santuario dello sballo giovanile. Dove la discoteca è – come ha spiegato Vittorino Andreoli – la cattedrale pagana di “un grande rito di trasformazione collettiva” che fa dimenticare la vita e la realtà. Gli ingredienti (anche chimici) di questa “nuova religione” sono noti, con il solito comandamento: “vietato vietare”. La felicità si trova davvero lì? E perché Federica ci ha trovato la morte, macellata come un agnello?

Nessuno ci riflette. Nell’euforica Spagna le autorità sembrano preoccupate soprattutto che il delitto non porti pubblicità negativa alla località turistica. E vai con la tequila bum bum, dimentichiamo la povera Federica e via i crocifissi. Anche noi da tempo li abbiamo tolti dai cuori, oltreché dalla vita pubblica. Anzi, l’immagine del crocifisso o quella della Madonna vengono periodicamente dileggiati da sedicenti artisti in nome della libertà d’espressione. Del resto il Papa stesso subisce questa sorte nelle manifestazioni di piazza della sedicente “Italia dei migliori”. E la fede cattolica viene azzannata, senza alcuna obiettività, in programmi televisivi che, se fossero realizzati contro qualsiasi altra religione, scatenerebbero subito l’accusa di intolleranza o razzismo. Contro Gesù Cristo invece sembra che tutto sia permesso.

Poi, quando ci visita il dolore o si consuma la tragedia o assistiamo all’orrore, gridiamo furenti – col dito accusatore – “dov’è Dio?”, “Perché non ha impedito tutto questo?”. Dopo l’ecatombe dell’ 11 settembre a New York si alzò questo stesso grido e una donna, in tutta semplicità, parlando in televisione rispose così: “per anni abbiamo detto a Dio di uscire dalle nostre scuole, di uscire dal nostro Governo, e di uscire dalle nostre vite. E da gentiluomo che è, credo che Lui sia quietamente uscito. Come possiamo aspettarci che Dio ci dia le Sue benedizioni, e la Sua protezione, se prima esigiamo che ci lasci soli?”.

Continuava ricordando quando si lanciò la crociata perché non si voleva “che si pregasse nelle scuole americane, e gli americani hanno detto OK. Poi qualcun altro ha detto che sarebbe meglio non leggere la Bibbia nelle scuole americane. Quella stessa Bibbia che dice: ‘Non uccidere, non rubare, ama il tuo prossimo come te stesso...’, e gli americani hanno detto OK. Poi, in molti paesi del mondo, qualcuno ha detto: ‘Lasciamo che le nostre figlie abortiscano, se lo vogliono, senza neanche avvisare i propri genitori’. Ed il mondo ha detto OK”.

Si girano film e show televisivi che sommergono le anime di fango. E si fa musica che celebra violenza, suicidio, droga o ammicca al satanismo. E tutti trovano questo normale e dicono che è solo un gioco, com’è normale che, secondo le statistiche, un bimbo italiano, prima di aver terminato le elementari, veda in media in tv 8 mila omicidi e 100 mila atti di violenza, ma per carità togliamo la preghiera dalla scuola ché sarebbe un atto di “violenza psicologica”.

”Ora” proseguiva quella donna americana “ci chiediamo perché i nostri figli non hanno coscienza, perché non sanno distinguere il bene dal male, e perché uccidono così facilmente estranei, compagni di scuola, e loro stessi. Probabilmente perché, com’è stato scritto, ‘l'uomo miete ciò che ha seminato’ (Galati 6:7). Uno studente ha ‘sinceramente’ chiesto: ‘Caro Dio, perché non hai salvato quella bambina che è stata uccisa in una scuola americana?’. Risposta: ‘Caro Studente, a Me non è permesso entrare nelle scuole americane. Sinceramente, Dio’ ”. Tutto questo non è solo americano. Dopo Auschwitz una folla di intellettuali accusò Dio: “Dov’eri? Come hai potuto permettere tutto questo?”. Nessuno ricordava quale fu la prima battaglia fatta dal nazismo appena arrivato al potere: la guerra dei crocifissi. Il nuovo regime pretese di spazzar via da tutte le scuole l’immagine di Gesù crocifisso. Fu uno scontro durissimo e la Chiesa fu praticamente lasciata sola a sostenerlo. Dov’erano gli intellettuali? Poi il nazismo, fra il 1939 e il 1940, spazzò via migliaia di “crocifissi viventi”, una eutanasia di massa per 70 mila disabili e malati mentali: ritennero le loro delle vite indegne di essere vissute e dettero loro “la morte pietosa”, ma anche in quel caso la Chiesa fu lasciata quasi sola perché nei cuori il crocifisso era stato spazzato via dalla pagana e feroce croce uncinata. E così alla fine Hitler scatenò la guerra e la Shoah. Dov’era Dio? Era stato cacciato da tempo. E stava agonizzando nei lager con Massimiliano Kolbe, Edith Stein o Dietrich Bonhoeffer, accanto a una moltitudine di croficissi.

Siamo la generazione che ha visto poi consolidarsi nel mondo il più immane tentativo di strappare Dio dai cuori, imponendo l’ateismo di Stato: l’impero comunista che si è risolto nel più colossale genocidio planetario di uomini e popoli. Tutto questo c’insegna qualcosa? No. Noi siamo la generazione che non impara dalle tragedie del suo tempo. E per questo forse sarà destinata a ripeterle. Non abbiamo forse consegnato la costruzione europea a una tecnocrazia laicista e dispotica che ha voluto strappare le radici cristiane dell’albero europeo? Ed eccoci all’inverno demografico, al declino e all’invasione islamica.

Un grande economista come Giulio Tremonti, nel suo celebre libro, ha affermato che il riscatto è possibile solo con una rinascita spirituale. Ma noi siamo “gli uomini impagliati” di Eliot, con la testa piena di vento e il cuore pieno di solitudine. Abbiamo sputato su Gesù Cristo e sulla Chiesa credendo che questo fosse “libertà”, poi ci troviamo soli o disperati e allora puntiamo il dito accusatore sulla presunta “indifferenza” di Dio. Di quel Dio che non cessa un solo giorno di darci il respiro e di farsi incontro a noi.

Siamo la generazione che non sa più dare senso alla vita, né speranza ai propri figli, che vede addensarsi all’orizzonte nubi cupe di crisi planetarie, di guerre, di carestie, ma non afferra la mano della “Regina della Pace”, presente fra noi per salvarci. Perché si ride del Mistero e del soprannaturale, mentre si va da maghi e astrologi, perché si crede ai giornali e a internet e non al Vangelo, perché si irride chi parla di Satana e dell’Inferno, ma si affollano come non mai sette sataniche o esoteriche, perché si venerano le maschere vuote dei palcoscenici e della tv e si disprezzano i santi, perché si crede che libertà sia poter fare qualunque cosa, anziché essere veramente amati.

Questa stagione iniziò nel ’68, quando si cominciò a sparare sulla religione come “oppio dei popoli”, così oggi l’oppio (o la cocaina) è diventata la religione dei popoli, anche di notai, industriali e deputati. Nietsche tuonò contro il crocifisso perché – scrisse – abolì i sacrifici umani che erano il motore della storia pagana. E infatti oggi, cancellato il crocifisso dai cuori, sono tornati i sacrifici umani. Siamo la generazione che ha assistito tranquillamente in 30 anni allo sterminio – con leggi degli Stati – di un miliardo di piccole vite umane nascenti, il più immane sacrificio umano della storia. La generazione che torna a discettare di vite “indegne di essere vissute”, che pretende di trasformare i più piccoli esseri umani in cavie da laboratorio, che esige – specialmente “in nome della scienza” - che tutto sia permesso. In effetti “se Dio non c’è, tutto è permesso”. Ma con quali conseguenze?

L’abbiamo visto nel recente passato. E siccome non ne traiamo le conseguenze lo vediamo nel presente e ancor più lo vedremo nel futuro. Qualcuno ha osservato: “Strano come sia semplice per le persone cacciare Dio per poi meravigliarsi perché il mondo sta andando all'inferno”.

Antonio Socci

Da “Libero”, 11 luglio 2008
July 11

MA CHI DECIDE CHE COS'E' VITA?

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E se capitasse a noi di fare la fine di Eluana Englaro? Il pensiero ricorrente è questo: se capitasse a me di trovarmi ridotto così? Lo senti ripetere dai colleghi, dagli amici, dai parenti. Direi che quasi tutti si rispondono così: vorrei che venisse staccata la spina.
A me invece capita di immedesimarmi non nella povera Eluana, bensì in coloro che hanno dovuto decidere per lei. Se fossi un giudice, o un medico, avrei il coraggio di dire basta, la vita deve finire? Osservando da lontano la tragedia di Eluana ci sentiamo tutti solidali con lei e soprattutto con il suo disperato papà Giuseppe, che da anni chiedeva la fine di quelle cure che gli paiono inutili torture. Da lontano, insomma, siamo istintivamente portati a credere che la vera pietà sia quella di ordinare a un medico e alle pie suore di smetterla. Ma se non fossimo lontani, se fossimo quel giudice o quel medico o quella pia suora, lasceremmo morire di fame e di sete Eluana, o chiunque altro come lei?
Non sono affatto sicuro di che cosa sia giusto. Non so che vita è quella di una persona in coma irreversibile, non so che coscienza ci sia - e se ci sia - in chi ha l’elettroencefalogramma piatto. Non so che cosa sia la vita e che cosa sia la morte, non so se abbia un senso tutto il nostro affaccendarci, lo star bene e lo star male. Ho qualche dubbio anche su quale sia il vero atto d’amore verso un malato come Eluana. Ma proprio questo non sapere, proprio la percezione del grande mistero che avvolge ogni mio simile, mi dà la certezza che mai e poi mai, se fossi un giudice o se fossi un medico, potrei interrompere una vita.
Posso immaginare, anche se certamente non capire fino in fondo, il dramma di Giuseppe Englaro. Quel giorno in cui gli dissero dell’incidente fu senz’altro il più brutto della sua vita: ma poi ogni giorno successivo deve aver superato il precedente nel dolore, ogni mattina un calvario, una lancia che trafigge. Non posso giudicare Giuseppe Englaro, posso solo abbracciarlo e anzi posso perfino credere che forse anch’io, al suo posto, avrei chiesto la fine di tanto strazio. Eppure, spero di sbagliarmi, ma ho il sospetto che - ora che i giudici hanno accolto la sua richiesta - quell’uomo non avrà affatto la liberazione di cui parla in queste ore. Temo che non avrà alcuna pacificazione, neppure un lenimento del dolore, temo anzi che per lui sarà peggio, temo che un dubbio (potevo decidere io?) lo assalirà, temo che quegli occhi che si aprivano ogni mattina gli mancheranno.
Non ho certezze su questa storia, se non una: la vita e la morte sono talmente più grandi di noi, talmente indecifrabili e inafferrabili che mi fa paura l’idea che qualcuno - un giudice o un Parlamento - possa stabilirne i confini; possa decidere quando un’esistenza è degna di essere vissuta e quando no. Neanche la questione del testamento biologico mi convince. Lucien Israel, grande medico francese, ateo, alla fine della carriera ha tirato le somme in un libro uscito in Italia da Feltrinelli nel 2007, Contro l’eutanasia, e ha detto: non mi è mai capitato, mai, che una persona che da sano aveva dichiarato di non volere accettare certe cure in caso di malattia, abbia poi confermato, una volta malato, quella volontà. Siamo qualcosa di troppo complesso per autodefinirci in un testamento. Siamo certamente qualcosa di effimero, qualcosa che non resta, «luci nel buio di case intraviste da un treno»; ma anche qualcosa di unico e irripetibile, con un destino ignoto. Insomma, siamo troppo piccoli per potere decidere sulla vita degli altri, e troppo grandi perché qualcun altro possa decidere sulla nostra.
Michele Brambilla - Il Giornale
July 10

PER ELUANA


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Anche la sofferenza può trasformarsi in gioia

"Che cosa importa se il sonno della nostra bambina si prolunga? L'universo dove dobbiamo vivere è presenza di Dio, dove tutte le delusioni del tempo possono trovare immediatamente il loro posto, tutte le sofferenze trasformarsi in gioia. Non ci resta che diventare cristiani a tempo perduto... Sentivo che mi avvicinavo a quel piccolo letto come ad un altare, ad un luogo sacro da dove Dio parlava mediante un segno. E tutto intorno alla bambina, non ho altre parole: un'adorazione. Bisogna osare di dir­lo: una grazia troppo pesante. Un'ostia vivente in mezzo a noi. Muta come un'os­tia. Splendente come un'ostia... ".

Emanuele Mounier

OLTRE IL LORO COMPITO

CI SONO GIUDICI IN ITALIA CHE VANNO OLTRE IL LORO COMPITO: CREANO E STRAVOLGONO LA LEGGE ANZICHE' LIMITARSI AD APPLICARLA

Comunicato stampa di Medicina e Persona


La Corte di Appello di Milano ha autorizzato da poche ore la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione per Eluana Englaro: questa decisione significa morte certa della ragazza per fame e disidratazione, la morte peggiore che possa essere inflitta ad un essere umano

Da medici avevamo già ribadito in precedenza che:
- non è compito di un giudice stabilire criteri clinici in base ai quali dichiarare non più assistibile un paziente
- la condizione di "stato vegetativo permanente" non è mai identificabile con uno stato di "coma irreversibile" dal quale si differenzia per la presenza di risveglio spontaneo o stimolato, di attività elettrica cerebrale presente e variabile, di movimenti di apertura degli occhi spontanei o sotto stimolo ambientale
- in medicina, il giudizio di irreversibilità di una condizione patologica, qualunque essa sia, non è criterio sufficiente per richiedere la sospensione delle cure: con questa sentenza viene data priorità assoluta a una selezione della persona, in base al solo criterio della qualità della vita
- il paziente in stato vegetativo persistente non è un paziente terminale e per questo è inappropriato e antiscientifico legare la sua "idoneità a vivere" ad una eventuale condizione di reversibilità
- questa decisione su Eluana è una condanna a morte perpetrata per legge in nome della pietà

OGGI NON POSSIAMO NON DENUNCIARE CHE:
- La sospensione dell'idratazione e dell'alimentazione a una persona in condizioni generali stabili, in stato di coma permanente da anni, senza l'evidenza di alcun peggioramento clinico che ne indichi l'approssimarsi della fine, è eutanasia (cioè atto dal quale deriva la morte del paziente)
- Non esiste oggi una legge in Italia che abbia approvato l'eutanasia, la quale neppure è ammessa dal Codice Deontologico della Professione Medica 2006.

La decisione della Corte di Appello di Milano, pertanto, è gravissima
ed è la dimostrazione - ancora ce ne fosse bisogno - del modo scorretto di operare in questi ultimi decenni di una parte della magistratura italiana, che si arroga il diritto di stravolgere le leggi, addirittura di crearle, come in questo caso, sostituendosi al livello politico di decisioni sulle quali solo le istituzioni specifiche, in rappresentanza dei cittadini, possono pronunciarsi.

Sguardoleale socio di SamizdatOnLine

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- Il dramma giuridico di Eluana Englaro, ovvero la ricostruzione di un'ipotetica volontà - Riccardo Marletta - Il Sussidiario



FAMILY FESTIVAL FIUGGI

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Roma - «Come reagisco quando mi definiscono, per denigrarmi, “regista cattolico”? Bene. Sono orgoglioso di esserlo. Anzi, sono un cattolico praticante, sia pure con una fede incerta». Dal 28 luglio al 3 agosto Pupi Avati sarà a Fiuggi, non per girare un nuovo film e neanche per ritemprarsi alle terme. Guiderà la giuria del primo Family festival. Giuria atipica: insieme a sei famiglie di varia estrazione sociale e consistenza filiale, il regista bolognese valuterà i nove titoli in gara e magari gusterà anche il resto del menù, dove spiccano le anteprime di DonkeyXote, Ben 10, Narnia: il principe Caspian e Entre les murs. Slogan della manifestazione, creata da Gianni Astrei: «Quest’estate c’è un luogo dove il cinema è di casa per tutti». Naturalmente sono già messe in conto le ironie, essendo il Fiuggi Family festival filiazione di quel Forum delle associazioni familiari che organizzò il Family day. Insomma, secondo alcuni, una roba conservatrice, magari bigotta, che profuma di incenso e tende a destra.

Avati, dubbi nell’accettare l’incarico?
«Nessuno. Ho detto subito di sì, con intimo piacere, perché mi esponeva ai rischi della derisione che comporta tutto ciò che è family. A suo modo, un’iniziativa provocatoria. Perché di solito i festival si consolidano attraverso film-scandalo, che poi i temi siano la politica, il sesso o la violenza poco importa. Altrimenti nessuno ne parla. Oppure arrivano gli sfottò. Com’è accaduto quando ho realizzato per Sat 2000 un servizio sul Family day seguendo i percorsi di cinque famiglie. In verità, sapevo benissimo di essere l’unico regista in quella piazza».

Non c’è il rischio, tra un omaggio all’orso Yoghi e un dibattito sui «transgender», di proporre un’immagine troppo stereotipata e rassicurante della famiglia?
«Guardi, non so come devono essere i film destinati alla famiglia, ma so come non devono essere. Non dovrebbero proporre, in modo seducente, modelli negativi di comportamento sociale. Bisogna dire la verità, senza addolcire i contrasti, ma in troppi casi cinismo e intelligenza sono diventati sinonimi. Prenda Cogne. Su quella morte hanno vissuto parassitariamente in tanti, so io quanta gente s’è comprata appartamenti. La madre che uccide rende. La madre che muore salvando i figli, com’è successo giorni fa a Fano, no».

La famiglia secondo lei.
«La famiglia non soffre solo di problemi economici come credono i governi di centrodestra e di centrosinistra. Il supporto migliore viene dai modelli. Io sono un modello. Mi spiego. Faccio due dei mestieri più difficili del mondo: il regista da 40 anni, il marito da 44. Parliamo del marito. Ho commesso tanti errori, una volta ho vissuto fuori casa per otto mesi, ci sono stati torti, litigi e tradimenti. Ma alla fine sono tornato da mia moglie. Non potevo pensare di privare i miei figli di una delle due figure centrali della loro esistenza. Poi non c’è niente di più bello del riconquistare tua moglie. Per le nozze d’oro credo che la risposerò».

Però chi vuole divorziare...
«Ma certo. Dico solo che oggi ci si sposa e ci si lascia troppo allegramente, si fanno le prove. Vivere insieme non è uno sport facile. È bello un patto che trasforma la passione e l’erotismo degli inizi in un sentimento che attiene all’ineffabile. Quanto alla paternità, altro mestiere complicato, sono stato un padre scadente, un po’ come l’Abatantuono di La cena per farli conoscere. Con Il papà di Giovanna, ho inventato un padre meraviglioso, come mai sarei potuto essere. Silvio Orlando è magnifico».

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Il Giornale
July 02

GLI ERETICI

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Il mondo moderno – dice G.K.Chesterton – ha voluto ribellarsi alla Verità che la tradizione aveva tramandato e trasmesso nel corso dei secoli, ha voluto immaginarsi da sé un’altra verità, e così ha finito per diventare “eretico”: “L’eretico […] non è colui che ama troppo la verità […] ma è colui che ama la propria verità più della verità stessa”, che ama così morbosamente il suo punto di vista al punto da non essere capace di rinunciarvi se esso si dimostra falso.
Il mondo moderno ha pensato che l’uomo poteva essere se stesso solo emancipandosi dall’antica fede dei padri, solo uscendo dal tempio, abbandonando le verità del tempio. La fuga dal tempio non ha fatto incamminare gli uomini verso la libertà, ma verso un nuovo mondo di idoli, di immagini cui, per prestar fede, bisogna evidentemente rinunciare alla propria umanità e ragionevolezza.
Ma questa ribellione alla Verità è una possibilità insita nel cuore di ogni uomo; ogni uomo, in quanto segnato dalla ferita della Caduta, del peccato d’origine, è come perennemente in lotta con la verità e con se stesso, e se non c’è quello che Chesterton chiamerebbe “punto di gravità e di equilibrio”, allora è facile cadere, è facile rimanere tra le sabbie mobili del dubbio e della disperazione. Questo punto di equilibrio – ci dice Chesterton - l’uomo non lo può trovare dentro di sé, guardandosi dentro col metodo introspettivo; il Cristianesimo muove l’uomo a togliersi gli occhi di dosso e a guardare verso un’altra realtà, che sta dentro alla realtà, ma fuori dell’uomo. Così , l’uomo che non può credere a nient’altro che a se stesso e in se stesso, è un uomo destinato alla disperazione e alla prigionia del male, è un uomo che resterà perennemente nelle catene del suo limite senza desiderare di esserne sciolto e liberato.
Grazie al blog amico Chesterton road

L'ELE FINTO

Ho letto questa simpatica "parabola" su Factum; mi è piaciuta e mi ha fatto riflettere a come ci azzuffiamo, anche su cose talmente evidenti che solo chi "ha orecchie e non sente, ha occhi e non vede"!
E' un periodo di fatica questo, non mia, ma di molta gente intorno, sarà che è ora di ferie, sarà che con l'età ci viene chiesto un salto a cui pensiamo di non essere pronti, su quel libro citato due post fa c'è una storiella che sembra raccontata apposta... (bonus post: contate le gambe dell'elefante, ah ah ah)
ele finto


"Il cristianesimo si trova, proprio nel luogo della sua originaria diffusione, in Europa in una crisi profonda, basata sulla crisi della sua pretesa di verità. [...] L'uomo contemporaneo si ritrova molto nella parabola buddhista dell'elefante e dei ciechi: una volta, un re dell'India del Nord riunì in un posto tutti gli abitanti ciechi della città. Poi davanti ai presenti fece passare un elefante. Lasciò che gli uni toccassero la testa, e disse: «Un elefante è cosÌ». Altri poterono toccare l'orecchio o la zanna, la proboscide, il dorso, la zampa, la parte posteriore, i peli della coda. Dopo di che il re chiese a ciascuno: «Com'è un elefante?». E, secondo la parte che avevano toccato, rispondevano: «È come un cesto intrecciato.. .», «è come un vaso...», «è come la bure di un aratro...», «è come un magazzino...», «è come un pilastro.. .», «è come un mortaio.. .», «è come una scopa.. .». Allora - continua la parabola - si misero a discutere, urlando: «L'elefante è cosÌ», «no, è cosÌ», si scagliarono gli uni sugli altri e si presero a pugni, con gran divertimento del re."

Così per alcune persone che ho intorno fanno del proprio particolare, del prorpio punto di vista il tutto, con gran divertimento del Re (di