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10月31日 I REIETTI"E tutto cospira a tacere di noi, un pò come si tace un'onta, forse, un po' come si tace una speranza ineffabile" - RMRilke
I cristiani danno fastidio anche per questo, perchè non accettano di lasciare che l'umano sia distrutto, usato da chi ha il potere e scartato quando ritenuto inutile. Anche per questo sono scacciati ovunque, come richiamava recentemente anche il Papa. Stranieri nella loro stessa patria, sempre esiliati, sempre taciuti. Eppure mai domi, sempre pronti a testimoniare una letizia che c'è anche in mezzo ai patimenti, una letizia che è più forte, che può essere più forte della persecuzione. Sempre pronti a rendere conto della speranza che è in loro. Berlicche socio di SamizdatOnLine Argomenti correlati: * Jakarta, sacerdoti e attivisti cristiani, primo bersaglio dei terroristi islamici - Mathias Hariyadi AsiaNews * Orissa: il pogrom indù contro i cristiani - AsiaNews * Mosca, assassinati due sacerdoti gesuiti - Maria Anikina AsiaNews * La crisi delle borse e i cristiani .. - Antonio Socci Libero 17/10/2008 * Il Papa: basta violenze anti-cristiane in India e in Irak - Il Giornale 12/10/2008 10月30日 DIGNITA' E RAGIONEVOLEZZAGIONEVOLEZZAPubblichiamo questo articolo di Mons. L. Negri, Vescovo di San Marino-Montefeltro, per un utile approfondimento della questione scolastica, che occupa le prime pagine dei giornali. Ho
vissuto per quarant'anni nell'ambito dell'educazione e della scuola e
mi sono occupato a fondo della libertà dell'educazione in Italia. PREGHIERA ALL'AUTUNNO![]() Preghiera. Colonnello Autunno, manovra magnifica, Clausewitz ti avrebbe paragonato a Napoleone, ti è bastato lanciare le avanguardie per liquidare in pochi minuti l'assedio del Senato e i tavolini vocianti dei bar sotto casa mia. Prove più ardue ti attendono: oggi devi scatenarti sul pecorume studentesco e sabato sugli zucconi di Halloween. Pioggia, sola igiene del mondo. di Camillo Langone - Il Foglio ERA DE MAGGIO![]() Era de maggio, e te cadeono `nzino a schiocche a schiocche li ccerase rosse... Fresca era ll`aria e tutto lu ciardino addurava de rose a ciente passe. Era de maggio - io, no, nun me ne scordo - `na canzone contàvemo a ddoie voce: cchiù tiempe passa e cchiù me n`allicordo fresca era ll`aria e la canzone doce. E diceva: "Core, core! Core mio luntano vaie: tu me lasse e io conto l`ore chi sa quanno turnarraie!" Rispunnev`io: "Turnarraggio quanno tornano li rose si stu sciore torna a maggio pure a maggio io stonco ccà". E sò turnato, e mò, comm`a na vota, cantammo nzieme lu mutivo antico; passa lu tiempo e lu munno s`avota, ma ammore vero, no, nun vota vico. De te, bellezza mia, m`annammuraie, si t`allicuorde, nnanze a la funtana: l`acqua llà dinto nun se secca maie e ferita d`ammore nun se sana. Nun se sana; ca sanata si se fosse, gioja mia, mmiezo a st`aria mbarzamata a guardarte io nun starria! E te dico: - Core core! core mio, turnato io sò torna maggio e torna ammore, fa de me chello che vuò! LA POVERTA' NELLA LUCE DELLA FELICITA'di Massimo Camisasca 28/10/2008 Nella
seconda lettera ai cristiani di Corinto, san Paolo descrive ai suoi
interlocutori, in termini molto vivi e drammatici, la sua realtà di
apostolo. In questo modo non fa altro che parlarci dell'uomo nuovo che
è nato da Cristo (cfr. 2Cor 6,5-17). Quindi parla di noi. Ciascuno di
noi dovrebbe ogni tanto tornare a leggere quelle righe, oppure il
capitolo sesto, versetti 3-10: dopo averci raccontato la sua vita,
quali sofferenze, quali privazioni, quali pericoli abbia passato, ma
anche quali scoperte abbia fatto, quale sia stata la dolcezza della
compagnia dello Spirito Santo – conclude con delle definizioni composte
da due parole antitetiche. Noi cristiani siamo sconosciuti e ben noti,
siamo sempre lì lì per morire eppure viviamo, siamo castigati dal mondo
ma non ci lasciamo abbattere, pieni di tristezza e di gioia assieme, e
infine – ed è su questa espressione che voglio fermarmi – non abbiamo
nulla eppure possediamo tutto. Anzi, possiamo rendere ricchi gli altri. Foto: Elio Ciol, CANONE INVERSO - A 10月27日 UNO, NESSUNO, CENTOMILA...
10月25日 IL CROCIATO “Juan si accorse di essere capace di pensare a cose, cui prima non aveva pensato. Anteo, il titano della leggenda greca, era invincibile, finché col suo corpo fosse stato in contatto con quello della madre. Il cristiano era invincibile, finché fosse stato unito a Cristo, il Verbo fatto Carne, il Dio fatto Uomo, e del cui Corpo vivente poteva partecipare nell’Ostia. Come spesso i pagani avevano avuto i primi barlumi, le prime idee geniali sulle cose future! Il maomettano, però, cercava di tagliare il ponte fra Dio e l’uomo. Cristo, non più uomo-Dio, diventava un semplice profeta di second’ordine, che doveva inginocchiarsi di fronte a Maometto. E anche Maometto era soltanto un profeta. Una volta di più il legame fra Dio e il genere umano veniva spezzato con violenza; la più compatta e amorosa unione infranta. Ancora una volta Dio sarebbe divenuto lontano, non più il Padre dell’uomo, ma soltanto il Re, il terribile, tremendo Signore dei tempi antichi. L’Islam segnava un regresso, e, in quanto cercava di annullare il supremo sacrificio di Cristo, una delle peggiori degenerazioni. L’importante era questo e questo solo; innalzare e propagare un Regno sulla terra, dove Dio non regnasse solo come Re, ma anche come Padre; dove all’uomo fosse concesso di partecipare alla divinità di Lui, che non aveva disdegnato di assumere l’umanità dell’uomo. Questo voleva Cristo, quando disse: <Andate e insegnate a tutte le genti...>. Che l’uomo si chiamasse Principe o Eccellenza o non avesse affatto un nome, non aveva importanza. Come mangiasse o bevesse o vestisse, se fosse seduto su un trono o sul più basso sgabello, non aveva importanza. Anche se avesse o no trovato la felicità tra le braccia di una moglie, poco contava al confronto del più grande di tutti i problemi. Poiché l’uomo apparteneva non a se stesso, ma a Dio. Per questo i cavalieri delle passate età lasciavano le loro mogli e i loro castelli per amore della Croce. Deus lo vult.”
Louis De Wohl- L’ultimo crociato (pag.253) 10月24日 LA BELLEZZA CHE RISOLLEVAMi
ha colpito positivamente leggere questa riflessione di Pupi Avati su Il
Giornale di stamattina. Parla della bellezza. Si cita spesso la celebre
frase di Dostojevski "La bellezza salverà il mondo", ma ci si dimentica
che detta così è monca; perchè, prosegue con; è la Bellezza di Cristo
che salverà il mondo. La bellezza della "cometa nello spazio siderale"
di Avati, è nient'altro che un'icona del Mistero che si mostra agli
uomini, che sottente la realtà tutta. Ma questo Pupi lo sa. "Ogni essere umano ha sperimentato la sconfitta nei suoi multiformi aspetti. C'è chi l'ha usata, con la nefanda complicità dei media, come alibi per imboccare la strada della resa, chi invece l'ha saputa sublimare, trasformandola in strumento di crescita. È comunque consigliabile non attribuire sistematicamente agli altri la responsabilità dei nostri fallimenti. Cercherò di riassumere come io reagisca ai non pochi insuccessi che contrassegnano la mia lunga carriera essendo il mio mestiere ad altissima visibilità e quindi ad altissimo rischio. Un mestiere che ti costringe ad accattonare continuamente il consenso dei più. Queste le ragioni per le quali l'insuccesso nel nostro campo è difficilissimo da metabolizzare. L'età e quindi l'esperienza, anziché dotarti di quegli strumenti utili ad affrontare una sconfitta, ti hanno reso più fragile, più vulnerabile, più suscettibile. La negazione di apprezzamento a un tuo film si estende così a tutta la tua carriera riverberandosi addirittura sull'intero contesto familiare. A ridosso di un insuccesso si cancellano viaggi, cene, acquisti. Ci si rende indisponibili alle effusioni così come non si cambia più la tappezzeria del salotto, si disdice la settimana bianca, non si risponde alla corrispondenza e ai fattorini non viene più data la mancia. L'insuccesso ammorba di sé tutto il tuo presente. Ti incattivisce. Sai bene che così esplicitamente sconfitto ti sarà difficile uscire per strada, sfigurato dai tanti cazzotti che ti hanno mandato al tappeto. Così malconcio ti sarà impossibile chiedere di essere messo nuovamente alla prova. E allora cosa fare? Il mio metodo, da considerarsi del tutto personale, consiste nell'esporre il mio disappunto all'abbacinante bellezza del mondo in cui abbiamo lo straordinario privilegio di vivere. Riempirmi di quella profonda misteriosa serenità, che riesco a ritrovare nell'accedere a una situazione dove il tempo è più grande. Nel film «Ma quando arrivano le ragazze?» so di aver sufficientemente esemplificato cosa intendo con tempo più grande. In quel racconto la dolorosissima scoperta del giovane protagonista di essere privo del talento necessario per diventare grande musicista coincide con l'appalesarsi e con lo scomparire nella notte siderale di una cometa. L'amara esperienza di quel ragazzo, esacerbato dal senso di fallimento, si compara con il manifestarsi di questo immenso asteroide, in un cielo più sconfinato di tutti i cieli. È nell'accadere di questi due eventi, assolutamente incommensurabili e tuttavia simultanei, che lo smacco riservato a quel giovane si riduce a un nonnulla, stemperandosi. E così si placa il suo rancore. Di queste contiguità così speciali a cui ricorrere ognuno di noi dovrebbe aver fatto provvista, per le giornate difficili. Il Foro Romano è un luogo fra i tanti capace di esercitare su di me questo straordinario effetto terapeutico. È lì, nel sacrale silenzio di quelle rovine, di quei templi, di quei palazzi in cui la storia si perde nella leggenda, che ho trascinato più volte a viva forza le mie piccole, squallide, imbarazzanti sconfitte professionali. E lì, nel confrontarsi con la commovente bellezza della classicità, con quel tempo più grande, che le ragioni del mio risentimento divengono insostenibili. È quella stessa bellezza a travolgermi fiaccando ogni astiosità. E allora nel vagone della metro che mi riconduce a casa guardo le persone che lo affollano, che non mi sono più estranee e delle quali più non diffido." 10月23日 SE LA CHIESA HA PAURA
Se la Chiesa ha paura di Marco Politi (Repubblica, 22 ottobre 2008) UN CUORE DI CARNE Sulla
Sindone è raffigurato un uomo. Il suo sangue è rosso, come quello di
tutti. Il suo sangue è del gruppo AB, come quello di molti. Il suo
sangue è uscito da un corpo ancora vivo, tranne quello sgorgato dal suo
cuore, squarciato da una lama quando lui era già morto. Il suo cuore
batteva come il nostro. Il suo cuore si è fermato per il troppo dolore.
Il suo cuore era un cuore di carne. C'è che sostiene che quello sia il
cuore di Dio: il cuore dell'Incarnazione. Il cuore nato nel grembo di
Maria. Maturin Grazie a Ambricourt 10月22日 GLI ORCHI
LA MANO ADUNCA DEI PEDOFILI 10月21日 SE FOSSI DIO![]() Io se fossi Dio Giorgio Gaber 10月20日 NON ABBANDONARE I MALATI![]() UDIENZA AI PARTECIPANTI AL 110° CONGRESSO NAZIONALE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI CHIRURGIA, 20.10.2008 Alle ore 12 di questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza i partecipanti al 110° Congresso nazionale della Società Italiana di Chirurgia e rivolge loro il discorso che riportiamo di seguito: DISCORSO DEL SANTO PADRE Illustri Signori, gentili Signore, sono lieto di accogliervi in questa speciale Udienza, che si svolge in occasione del Congresso Nazionale della Società Italiana di Chirurgia. Rivolgo a tutti e a ciascuno il mio saluto cordiale, riservando una speciale parola di ringraziamento al Prof. Gennaro Nuzzo per le parole con cui ha espresso i comuni sentimenti ed ha illustrato i lavori del Congresso, che vertono su un tema di fondamentale importanza. Al centro del vostro Congresso Nazionale vi è infatti questa promettente e impegnativa dichiarazione: "Per una chirurgia nel rispetto del malato". A ragione si parla oggi, in un tempo di grande progresso tecnologico, della necessità di umanizzare la medicina, sviluppando quei tratti del comportamento medico che meglio rispondono alla dignità della persona malata a cui si presta servizio. La specifica missione che qualifica la vostra professione medica e chirurgica è costituita dal perseguimento di tre obiettivi: guarire la persona malata o almeno cercare di incidere in maniera efficace sull'evoluzione della malattia; alleviare i sintomi dolorosi che la accompagnano, soprattutto quando è in fase avanzata; prendersi cura della persona malata in tutte le sue umane aspettative. Nel passato spesso ci si accontentava di alleviare la sofferenza della persona malata, non potendo arrestare il decorso del male e ancor meno guarirlo. Nel secolo scorso gli sviluppi della scienza e della tecnica chirurgica hanno consentito di intervenire con crescente successo nella vicenda del malato. Così la guarigione, che precedentemente in molti casi era solo una possibilità marginale, oggi è una prospettiva normalmente realizzabile, al punto da richiamare su di sé l'attenzione quasi esclusiva della medicina contemporanea. Un nuovo rischio, però, nasce da questa impostazione: quello di abbandonare il paziente nel momento in cui si avverte l'impossibilità di ottenere risultati apprezzabili. Resta vero, invece, che, se anche la guarigione non è più prospettabile, si può ancora fare molto per il malato: se ne può alleviare la sofferenza, soprattutto lo si può accompagnare nel suo cammino, migliorandone in quanto possibile la qualità di vita. Non è cosa da sottovalutare, perché ogni singolo paziente, anche quello inguaribile, porta con sé un valore incondizionato, una dignità da onorare, che costituisce il fondamento ineludibile di ogni agire medico. Il rispetto della dignità umana, infatti, esige il rispetto incondizionato di ogni singolo essere umano, nato o non nato, sano o malato, in qualunque condizione esso si trovi. In questa prospettiva, acquista rilevanza primaria la relazione di mutua fiducia che si instaura tra medico e paziente. Grazie a tale rapporto di fiducia il medico, ascoltando il paziente, può ricostruire la sua storia clinica e capire come egli vive la sua malattia. E' ancora nel contesto di questa relazione che, sulla base della stima reciproca e della condivisione degli obiettivi realistici da perseguire, può essere definito il piano terapeutico: un piano che può portare ad arditi interventi salvavita oppure alla decisione di accontentarsi dei mezzi ordinari che la medicina offre. Quanto il medico comunica al paziente direttamente o indirettamente, in modo verbale o non verbale, sviluppa un notevole influsso su di lui: può motivarlo, sostenerlo, mobilitarne e persino potenziarne le risorse fisiche e mentali, o, al contrario, può indebolirne e frustrarne gli sforzi e, in questo modo, ridurre la stessa efficacia dei trattamenti praticati. Ciò a cui si deve mirare è una vera alleanza terapeutica col paziente, facendo leva su quella specifica razionalità clinica che consente al medico di scorgere le modalità di comunicazione più adeguate al singolo paziente. Tale strategia comunicativa mirerà soprattutto a sostenere, pur nel rispetto della verità dei fatti, la speranza, elemento essenziale del contesto terapeutico. E' bene non dimenticare mai che sono proprio queste qualità umane che, oltre alla competenza professionale in senso stretto, il paziente apprezza nel medico. Egli vuole essere guardato con benevolenza, non solo esaminato; vuole essere ascoltato, non solo sottoposto a diagnosi sofisticate; vuole percepire con sicurezza di essere nella mente e nel cuore del medico che lo cura. Anche l'insistenza con cui oggi si pone in risalto l'autonomia individuale del paziente deve essere orientata a promuovere un approccio al malato che giustamente lo consideri non antagonista, ma collaboratore attivo e responsabile del trattamento terapeutico. Bisogna guardare con sospetto qualsiasi tentativo di intromissione dall'esterno in questo delicato rapporto medico-paziente. Da una parte, è innegabile che si debba rispettare l'autodeterminazione del paziente, senza dimenticare però che l'esaltazione individualistica dell'autonomia finisce per portare ad una lettura non realistica, e certamente impoverita, della realtà umana. Dall'altra, la responsabilità professionale del medico deve portarlo a proporre un trattamento che miri al vero bene del paziente, nella consapevolezza che la sua specifica competenza lo mette in grado in genere di valutare la situazione meglio che non il paziente stesso. La malattia, d'altro canto, si manifesta all'interno di una precisa storia umana e si proietta sul futuro del paziente e del suo ambiente familiare. Nei contesti altamente tecnologizzati dell'odierna società, il paziente rischia di essere in qualche misura "cosificato". Egli si ritrova infatti dominato da regole e pratiche che sono spesso completamente estranee al suo modo di essere. In nome delle esigenze della scienza, della tecnica e dell'organizzazione dell'assistenza sanitaria, il suo abituale stile di vita risulta stravolto. E' invece molto importante non estromettere dalla relazione terapeutica il contesto esistenziale del paziente, in particolare la sua famiglia. Per questo occorre promuovere il senso di responsabilità dei familiari nei confronti del loro congiunto: è un elemento importante per evitare l'ulteriore alienazione che questi, quasi inevitabilmente, subisce se affidato ad una medicina altamente tecnologizzata, ma priva di una sufficiente vibrazione umana. Su di voi, dunque, cari chirurghi, grava in misura rilevante la responsabilità di offrire una chirurgia veramente rispettosa della persona del malato. E' un compito in sé affascinante, ma anche molto impegnativo. Il Papa, proprio per la sua missione di Pastore, vi è vicino e vi sostiene con la sua preghiera. Con questi sentimenti, augurandovi ogni migliore successo nel vostro lavoro, volentieri imparto a voi ed ai vostri cari l'Apostolica Benedizione. © Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana fonte Il Magistero di Benedetto XVI 10月18日 ANIME IN PENA
10月14日 LETTERA APERTA Una lettera aperta della Compagnia delle Opere a Eugenio Scalfari, che ha sputato ancora una volta il suo veleno. Secondo il mio modestissimo parere, è il solito livore, malamente celato, della lotta di classe, perchè lui, lo Scalfari, si crede un Illuminato, ma non si accorge che non fa luce neanche a se stesso. Non valeva neanche la pena di parlare di quello che ha detto il "vate"; ma non si può sempre tacere e abbozzare. S'informino bene, e guardino altrettanto bene quello che la gente-gente vive e opera nella realtà, e non dalla scrivania di un giornaletto provinciale, ma così provinciale che... Milano, lunedì 13 ottobre 2008
Citando il premio Nobel Alexis Carrel "Poca osservazione e molto ragionamento conducono all'errore, molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità", Compagnia delle Opere di Milano con questa lettera aperta desidera sfidare Eugenio Scalfari su una cosa semplice e cara a tutti noi: la realtà. Perché prima di giudicare bisogna necessariamente conoscere. In riferimento a quanto dichiarato da Scalfari e riportato su La Repubblica Ed. Milano di oggi, invitiamo lo stesso Scalfari a venire a conoscere e a incontrare personalmente la realtà di Compagnia delle Opere. Una realtà, appunto, quotidianamente al lavoro con imprenditori e lavoratori, per aiutarli ad affrontare i problemi quotidiani della vita: gestione finanziaria, fisco, servizi bancari e assicurativi, sviluppo delle imprese, servizio al lavoro e formazione professionale per disoccupati ed emarginati. Un'attività che è parte integrante e fondamentale della realizzazione del principio di sussidiarietà, inteso come decisione a "progettare e costruire da sé, in piena autonomia, la risposta ai propri bisogni ed ai propri desideri"."Un criterio ideale, un'amicizia operativa" è la frase che racchiude l'essenza della modalità d'azione che caratterizza ogni attività di Compagnia delle Opere come insieme di persone che operano, collaborando, nella società civile ed economica. Rappresentiamo i nostri soci attraverso le attività dell'associazione e, come tutte le altre organizzazioni imprenditoriali, attraverso la partecipazione alla Camera di Commercio di Milano. Nel costruire le nostre iniziative puntiamo costantemente ad essere aperti a tutti i fattori della realtà, rifacendoci così a quella tradizione dell'illuminismo milanese che ha alimentato la tradizione del riformismo laico, socialista e cattolico. Invitiamo caldamente Eugenio Scalfari a visitare personalmente le nostre sedi e le nostre realtà imprenditoriali, sociali e no-profit, per fargli osservare quello che per noi è un contributo valido, seppur sempre migliorabile, al bene comune della città, della regione e di tutto il Paese. Riteniamo che la realtà possa far cambiare idea e dunque confidiamo che Scalfari avrà l'onesta intellettuale di vederci in tutt'altri termini. Avrà Scalfari il coraggio di confrontarsi? Se sì, lo aspettiamo.
Massimo Ferlini, Presidente Compagnia delle Opere Milano e Provincia
Antonio Intiglietta, Coordinatore Comitato Direttivo Federazione CdO Lombardia Da Il Sussidiario http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=7066 10月13日 ELUANA, VIVAEluana Englaro, che in sedici anni non ha mai avuto neanche un raffreddore, che respira da sola, che non fa nessuna terapia ma si nutre con un sondino, ieri ha avuto un’emorragia interna improvvisa e abbondante, che l’avrebbe potuta portare in poco tempo alla morte se non si fosse arrestata, all’improvviso, così come era cominciata, senza nessun intervento esterno. Adesso le sue condizioni sono stazionarie, gravi, ma potrebbe ancora riprendersi se l’emorragia non ricomincia.
Il modo con cui i giornali hanno raccontato la faccenda, e le dichiarazioni rilasciate hanno dell’incredibile. Per esempio Carlo Alberto Defanti, il neurologo di Eluana, da sempre favorevole a staccarle il sondino: “Per il momento non è più a rischio di vita immediato. L’importante è che l’emorragia non ricominci”. Ma come, all’improvviso parliamo di “rischio di vita”? Non avete detto fino a cinque minuti fa che era un vegetale, una pressoché morta? E poi: perché adesso è diventato improvvisamente importante che l’emorragia non ricominci, per il medico che vuole farla morire di fame e di sete?
Sempre Defanti, in una intervista su Repubblica: “Da un certo punto di vista è un peccato che succeda adesso, perché per me si doveva andare fino in fondo”. Certo, in effetti, un gran peccato, non c’è che dire, se Eluana muore per conto suo per una complicazione naturale, anziché di fame e di sete: qua, invece, siamo tutti di un pezzo, qua si tira dritto, si va fino in fondo, non sia mai che ci si fermi prima, che peccato, signora mia….e l’intervista continua “Ma sono anche sollevato, se Eluana arriverà alla fine dei suoi giorni adesso, si risparmieranno ulteriori polemiche e gli scontri furibondi che ci sarebbero sicuramente stati durante l’agonia, che sarebbe potuta durare almeno 15 giorni una volta tolto il sondino”.
Risparmiamoci le polemiche, insomma, mica l’agonia: questa scocciatura di polemiche per un’agonia di almeno quindici giorni…perchè questo toccherà ad Eluana se l’interruzione della nutrizione verrà confermata definitivamente l’11 novembre prossimo dalla Cassazione (se per allora sarà ancora viva). Certo che un qualche dubbio ci sorge, a leggere: forse che a qualcuno importa di più la battaglia di cui Eluana è diventata la bandiera, piuttosto che la vita di Eluana?
In effetti, sempre Defanti su Repubblica “Vorrei che questo avvenimento non scoraggiasse la lunga campagna che la famiglia Englaro ha combattuto in questi sedici lunghissimi anni. […] una battaglia che è stata comunque vinta”.
E anche il drammatico racconto di Beppino Englaro: “Mi hanno chiamato stamattina “Eluana sta male, devi venire”. Sono corso, l’ho vista, non mi capacitavo che fosse in quello stato, ero disperato”. Disperato come tutti i genitori, quando sta morendo un figlio. Ma, per l’appunto, di solito si muore da vivi. “ero disperato, era pallida con lo sguardo che vagava”.. E continua il giornalista “Il volto di Eluana è chiaro e disteso. Englaro la osserva “sta meglio rispetto a come l’ho vista stamani”. Ma non è solo apparenza. Alle 18 il destino torna a stupire. L’emorragia si è fermata […] Si torna a sperare al secondo piano della Casa di cura. Suore in festa, il peggio si allontana. […] Eluana potrebbe farcela. Il purosangue non è ancora caduto” . Ma come, non era un vegetale? E come fa un vegetale ad avere lo sguardo che vaga? Come fa ad impallidire, e poi a migliorare, un ortaggio? E perché adesso vi scappa pure di scrivere che il peggio si allontana, quando Eluana migliora? Forse che Eluana non è una pianta di insalata, ma una persona? Ma non l’avete descritta sempre come una non-viva? “questa vita, non-vita o non-morte”, spiega il non-giornale Repubblica.
Come ha dichiarato oggi Eugenia Roccella “Mai come adesso si capisce che Eluana è viva”. Saranno i medici a decidere se curarla o meno, adesso, tocca a loro, in scienza e coscienza. Noi, per ora, continuiamo a dire che Eluana è viva, e che non spetta a noi stabilire quando e come deve morire. Assuntina Morresi
(Tratto da www.stranocristiano.it) 10月9日 MONEY![]() Forse non sto tanto bene...Da qualche giorno mi frulla in testa una vecchia canzone, che fa "Ma cosè questa crisi? paraparapappappà..."
Nei vari Tg, nazionali e privati, sento di continuo che si sono bruciati migliaia di centinaia di miliardi di soldi. Mi figuro che sia un bel malloppo! Peserà anche molto...Chissà quanti operai ci sono voluti per l’impresa...Bhè, almeno diminuisce la disoccupazione. Che mezzi avranno usato per il trasporto? Per le banconote il problema è minimo, ne avranno fatte delle balle; ma le monetine? ...azzo, se pesano! Quanti dilemmi titillano la mia mente... Ma poi, di chi erano tutti questi soldi? Al proprietario gli sarà venuto un infarto...Almeno un po’ di magone sì, dai... Ma soprattutto: dove avranno fatto la pira di “Quell’orrendo foco”? Li avranno bruciati nell’Etna? Nel Vesuvio no, è disattivato... Secondo me li avranno distrutti insieme ai rifiuti della Campania! Ma un sottile, satanico dubbio mi dice che li avranno sparati nello spazio! Quando le acque si saranno calmate si potranno sempre recuperare, no? Bhè, certo ci potrà essere qualche guerriglia, nel recupero, ma insomma...Heeee, così va il mondo! Transit gloria mundi... 10月8日 DAL MONDO VIRTUALE A QUELLO REALE![]()
mercoledì 8 ottobre 2008 «Sulla sabbia costruisce chi costruisce solo sulle cose visibili e tangibili, sul successo, sulla carriera, sui soldi. Apparentemente queste sono le vere realtà. Ma tutto questo un giorno passerà. Lo vediamo adesso nel crollo delle grandi banche: questi soldi scompaiono, sono niente». Erano parole non scritte nel discorso; eppure Benedetto XVI, introducendo i lavori del Sinodo dei Vescovi, ha voluto inserire, improvvisando, questo passaggio sulla stringente attualità della crisi finanziaria, che proprio lunedì, mentre il Papa parlava, stava vivendo uno dei giorni più bui. Un riferimento brevissimo, quasi «fulmineo», ma che è bastato, secondo Antonio Socci, per esprime «un giudizio culturale dirompente».
Socci, qual è la portata culturale di queste brevi parole che il Papa ha voluto dedicare al tema dell'attuale crisi finanziaria?
Il giudizio espresso dal Papa colpisce innanzitutto per la fulmineità: in poche e quasi scarne parole ha espresso un concetto che per semplicità di sguardo si impone al buon senso comune, ma al tempo stesso ne rovescia i criteri. Si tratta cioè di uno sguardo sulla realtà che è in qualche modo rivelativo, tipico della tradizione cristiana. Ciò che il Santo Padre ha fatto comprendere è che, sia nella prosperità che nelle circostanze nefaste, tutto passa, e l'unica cosa che resta è il rapporto con Cristo. Questo fa impressione, perché anche chi non è cristiano percepisce l'effimero della vita, il lato per così dire "leopardiano" dell'esistenza. È quindi un giudizio che magari può irritare o far polemizzare, ma va a cogliere una cosa che tutti possono constatare.
In cosa allora questo giudizio si differenzia dal normale "senso comune"?
La cosa positiva è il fatto che quello del Papa non è il grido disperato del nichilista, per cui tutto passa e quindi non vale la pena vivere; tutto passa, dice Benedetto XVI, ma una cosa resta, e quello che resta è la roccia, è Cristo. Questo libera dalla schiavitù delle circostanze, della storia e della cronaca, che sbattono le persone qua e là, come foglie al vento. È l'origine di una grande liberazione, perché indica qual è l'ancora grazie alla quale l'io può trovare la propria consistenza. Nel piccolo di una breve affermazione, emerge dunque un giudizio culturale dirompente. Nessuno può indicare una sola cosa al mondo che resta; ma questa rimane una constatazione con cui solitamente non si fanno i conti, se non in termini nichilisti, come invito al carpe diem.
Benedetto XVI non è il primo che rileva la profonda spaccatura culturale che questa crisi finanziaria sta aprendo. Qualche giorno fa, sul Corriere della Sera, André Glucksmann ipotizzava addirittura la fine del post-moderno, con la sua ideologia secondo cui «una cosa diventa vera per il solo fatto che la diciamo»: cosa ne pensa di questo giudizio?
Direi che è troppo bello per essere vero. Non credo che questa crisi possa portare alla fine di questa ideologia. Certo, sarebbe bello se si arrivasse al superamento di una concezione della vita come pura virtualità. Ma il vero problema è che questa virtualità in cui noi tutti viviamo, prima che nell'economia – che pure ne è la struttura portante – si manifesta soprattutto nel circo mediatico: televisioni, internet, giornali. E questo mondo non è in crisi, e continuerà a dominare le nostre esistenze. Tutti viviamo in questo surrealismo di massa.
"Surrealismo di massa" è una strana espressione: che cosa significa?
Franco Fortini, in una bellissima introduzione a un libro sui poeti surrealisti francesi, diceva che la situazione in cui vivono soprattutto i giovani è proprio questo surrealismo di massa. Quello che negli anni Venti-Trenta era l'esperienza di alcune élites – si pensi ad esempio alla dimensione delle droghe – è diventata una situazione di massa. È la peste del nostro tempo, e gli effetti di questo li vediamo noi stessi nella fatica che facciamo nel ricapitolare i termini esatti della nostra esperienza. Parlando con qualcuno, soprattutto con i giovani (ma anche con gli adulti), basta chiedere un'opinione su una cosa qualsiasi: rispondendo esprimono uno sdoppiamento forte tra quello che pensano e quella che è la loro esperienza. Mentre la loro esperienza dice una cosa, la loro testa ne dice un'altra, proprio perché la testa è imbottita di questo mondo virtuale.
Se è la caratteristica fondamentale del mondo in cui tutti viviamo, significa che questa condizione riguarda anche i cristiani.
Questa è la mentalità dominante, è l'aria in cui tutti noi viviamo, anche i cristiani. Il cardinale Ratzinger, in un libro su Origene, disse che le "potenze dell'aria" di una volta, cioè le divinità pagane, ora non sono altro che l'opinione pubblica. I nostri figli ci nascono, e noi pure ci siamo dentro completamente. Questo effettivamente rende difficile anche vivere l'esperienza cristiana e fare un cammino. Poi ci sono momenti in cui la realtà butta in faccia tutto, e si torna a toccare terra coi piedi e a riaprire gli occhi; poi però immediatamente si ritorna alla tentazione di costruire un'identità fittizia o di fuggire in altri mondi. È un meccanismo molto complesso e difficilmente scardinabile. E questo accade anche perché l'uomo ha bisogno di fuggire: l'uomo riconosce l'esperienza vera, la realtà vera soltanto quando questa si presenta con un significato, con un ordine e con una sua bellezza. Altrimenti l'uomo di per sé ha come un automatismo che lo porta a fuggire, perché ha paura della morte e dell'effimero della vita, e non può dire in maniera indolore, come se nulla fosse, che tutto passa e tutto è niente.
Un altro intervento significativo sul tema delle cause culturali della crisi finanziaria è stato un recente editoriale del direttore di Repubblica Ezio Mauro, in cui l'autore introduceva un'immagine significativa: il broker per strada con lo scatolone in mano «esce dall'indistinto virtuale del paesaggio elettronico per tornare ad essere una figura sociale». Non si salta però il passaggio che quel broker era ed è, prima che figura sociale, figura umana, persona?
Il punto è che siamo sempre alla ricerca di identità, di categorie e di schemi dentro cui collocare i fatti che accadono. Se si guarda all'accadere in sé del fatto, se ne coglie la drammaticità, e questo spaventa. Un conto è fare l'analisi sociologica, un conto è incontrare la persona per strada che ti chiede di aiutarla. Rispetto all'immagine del broker, mi viene in mente che il medesimo giudizio del Papa io l'ho sentito dire una volta da don Giussani, in una circostanza esattamente opposta. Ed è quella che illumina e fa capire ancora di più la profonda verità delle parole di Benedetto XVI. Giussani parlava con persone a lui vicine, in un momento di forte entusiasmo al termine di un Meeting di Rimini andato particolarmente bene. Nel mezzo dell'entusiasmo lui se ne uscì con una frase impressionante e vertiginosa: «tutto passa, l'unica cosa che resta è il tuo faccia a faccia con Cristo». E questo è anche il giudizio finale su tutta la nostra esistenza. Ma la cosa veramente impressionante è che egli lo disse in circostanze opposte a quelle attuali: quando tutto crolla questo è più evidente, ma il punto è saperlo affermare quando tutto va a gonfie vele. Ed è questo che permette di capire l'immenso valore di questo giudizio. Fonte: Il Sussidiario - Leggi il discorso di Benedetto XVI Leggi l'articolo di André Glucksmann Leggi l'editoriale di Ezio Mauro Vai allo Speciale Crisi finanziaria 10月7日 TIE'................. L’altra sera a Porta a porta, si disquisiva di fede, miracoli, padre Pio... Tra i vari ospiti c’era il mitico Piergiorgio Odifreddi. Una signora raccontava di un miracolo avvenutole, dopo un grave incidente, per intercessione di Padre Pio; soprattutto della pace del cuore ritrovata, e augurava allo scettico, razionalista Professore la stessa esperienza. A questa “uscita” della gentile Signora il Professore ha tirato fuori le due mani a mo’ di corna, sbandierandole verso la telecamera! Mi è sorto alla mente un celebre aforisma di G.K.Chesterton: “Chi non crede in Dio non è vero che non crede in niente perché comincia a credere a tutto”. Evviva la Razionalità Evviva anche Odifreddi! SEXIl cardinale e lo storico fanno apologia misericordiosa della promiscuità
![]() "La prossimità corporea delle persone prima del matrimonio è un fatto", dice eufemisticamente il cardinal Martini. E' vero: i ragazzi e le ragazze, anzi ragazzini e ragazzine (e poi su su con l'età le cose cambiano ma non di molto) scopano come pare a loro, e piace (non sempre piace, per la verità). Martini ne desume che la chiesa non ha riconosciuto questa realtà, le si è messa contro, ha perso autorevolezza, e quindi dovrebbe chiedere scusa per l'enciclica Humanae vitae scritta da Paolo VI nel 1968, il testo che diede scandalo e mise il Papa in una situazione di tormentosa solitudine. Per Martini la decisione se fare o no un figlio è un atto di responsabilità individuale, di "autodeterminazione", per riprendere la parola fatale di cui abbiamo discusso a partire dalla abiura di Roberta de Monticelli; e dunque l'uso di scopare liberamente ma con il palloncino o la pillola di tutti i giorni o del giorno dopo, ed eventualmente un veniale aborto in caso di fallimento, è parte di un complesso culturale e psicologico diffuso, un orientamento di massa da convalidare rinnegando la parola degli ultimi tre papi. Bene. In sostegno al cardinale arriva lo storico Adriano Prosperi. Prosperi fa sempre la stessa operazione. Se qualcuno afferma che l'aborto è divenuto un gesto moralmente indifferente, che trentacinque anni dopo la sentenza americana Roe vs. Wade e trent'anni dopo le legislazioni europee l'aborto non è più depenalizzato per sanare la piaga della clandestinità ma legittimato da una oscena cultura di morte che si incarna anche in politiche pubbliche eugenetiche in tutto il mondo, lo storico insigne ti spiega che nei secoli la chiesa e la medicina repressive obbligavano le donne a partorire e martoriavano il loro corpo. Segue lezione di progressismo morale e implicita rilegittimazione dell'aborto di massa indifferente, e del martirio subito nel presente, non ad opera della chiesa ma della cultura secolare, dal corpo delle donne. Così per il sesso in generale. In appoggio a Martini, e contro Benedetto XVI, Prosperi racconta secoli di controllo dei preti sulla riproduzione, sul matrimonio, e bolla questa lunga e complicata storia come l'epoca in cui l'amore veniva domato o addomesticato per ragioni di potere sui corpi, sulle anime, sui patrimoni, di concerto tra chiesa e autorità civile. Il magistero tradizionale della chiesa era così oscurantista che si fondava, fino al Concilio Vaticano II, sulla scomparsa dell'amore umano dall'orizzonte della fede e della carità, quando il prete si intrufolava nella camera da letto dei coniugi. Segue lezione d'amore, richiesta di scuse alla chiesa, in sintonia con il cardinale, e condanna degli ultimi tre papati che non si accorgono della libera sessualità dei fedeli neanche quando raccolgono palloncini dopo le Giornate Mondiali della Gioventù a Torvergata o a Sidney. Penso anche io che "la prossimità corporea delle persone prima del matrimonio è un fatto", ci mancherebbe, ma non ne deduco che l'ultima istituzione capace di ragionare d'amore, cioè la chiesa con la sua dottrina cattolica e la cultura cristiana in generale, debba rinunciare alla propria esperienza e alla parola razionale per prosternarsi in un mea culpa di fronte alla libera libido moderna. Perché mai? Può essere, e lo dico da laico, lo dico accettando senza obblighi di coscienza e di fede la diagnosi e le indicazioni di Benedetto XVI e dei suoi predecessori, può essere che la "prossimità", la promiscuità, il divorzio, l'aborto, l'infertilità generalizzata siano testimonianze straordinarie di amore moderno, ma può essere vero il contrario. Vogliamo continuarla questa discussione, o vogliamo chiuderla con le scuse oscurantiste della chiesa cattolica, con una bella abiura, e con il trionfo del secolarismo più invadente, ideologico e saccente? (Immagine: René Magritte, "Gli amanti", Richard Zeisler Collection - New York) |
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