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日志


10月31日

I REIETTI

"E tutto cospira a tacere di noi, un pò come si tace un'onta, forse, un po' come si tace una speranza ineffabile" - RMRilke
(traduzione in inglese) Quello che diciamo, come ci poniamo può costarci caro. Nel caso dei cattolici: l'ilarità dei colleghi, l'ostilità dei capi; in alcuni casi anche la violenza fisica. Dicono che in fondo noi stiamo bene, che da noi è facile rispetto ad altre parti del mondo. Rischiamo in fondo poco: la nostra faccia.
Nel Medio Oriente, in luoghi in cui i cristiani risiedevano da generazioni quando ancora Maometto era bambino, è la violenza che spinge chi può a fuggire. Si rischia la pelle. In altri posti c'è se vogliamo di peggio. Se in certi posti dell'India capiscono che sei cristiano allora sei fuori. Fuori dal sistema della caste, non sei più parte della comunità; sei un reietto, non sei più un uomo. Senza violenza diretta; ma ti staccano l'acqua, il gas, non ti vendono il cibo, non ti parlano neanche. E prega di non ammalarti.


Duemila anni di cristianesimo
un pochino l'uomo l'ha cambiato. Non riusciamo ad ignorare chi muore di fame vicino a noi. La sofferenza dei bambini ci lacera. Il pianto ci commuove.
Eppure non è ovunque così. Basta uscire un poco, basta andare altrove, e ritorna il supremo disinteresse dell'altro, di quello che noi cristiani siamo abituati a chiamare il "prossimo". Per tutti gli altri, in tutto il mondo, il cristiano è il diverso, esattamente come per il cristiano tutti sono il prossimo, il fratello.


Non è scontato l'occuparsi dell'altro
; non è scontato che una comunità si faccia carico di chi non riesce a farlo con le proprie forze, anche se della comunità non fa parte; non è scontato l'orfanotrofio, l'ospedale, il ricovero per anziani. Fateci caso, nei film che parlano di paesi lontani e persino nei cartoni animati giapponesi gli edifici di tale tipo portano sempre la croce, spesso sono gestiti da religiosi. Succede perchè, senza la croce, non esisterebbero. Goccia a goccia, la verità, la maggiore umanità che nasce da questa storia cristiana ha fatto nascere una coscienza nuova che prima non esisteva. Anche chi ha credenze diverse, anche chi non crede non può negare che così la vita sia migliore, più degna; non può non cercare di imitarne le modalità. Ma la motivazione, la spinta ideale?
Senza Cristo non si capisce perchè occuparsi dei deboli, gli insignificanti, quelli che contano nulla.

I cristiani danno fastidio anche per questo, perchè non accettano di lasciare che l'umano sia distrutto, usato da chi ha il potere e scartato quando ritenuto inutile. Anche per questo sono scacciati ovunque, come richiamava recentemente anche il Papa. Stranieri nella loro stessa patria, sempre esiliati, sempre taciuti. Eppure mai domi, sempre pronti a testimoniare una letizia che c'è anche in mezzo ai patimenti, una letizia che è più forte, che può essere più forte della persecuzione. Sempre pronti a rendere conto della speranza che è in loro.

Berlicche socio di SamizdatOnLine

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10月30日

DIGNITA' E RAGIONEVOLEZZA

GIONEVOLEZZA

Pubblichiamo questo articolo di Mons. L. Negri, Vescovo di San Marino-Montefeltro, per un utile approfondimento della questione scolastica, che occupa le prime pagine dei giornali.  

 http://www.catholicpressphoto.com/servizi/2006-08-21-rimini/images/thumbs/DSC_6777.jpg

Ho vissuto per quarant'anni nell'ambito dell'educazione e della scuola e mi sono occupato a fondo della libertà dell'educazione in Italia.
Intervengo per dire qualcosa di serio e di costruttivo che dia un po' di dignità e ragionevolezza, cioè andando oltre quello che vediamo e sentiamo ogni giorno.
Abbiamo proprio visto di tutto: bambini che sfilano in corteo sotto striscioni che fanno fatica a leggere, insegnanti in lutto, politici che sproloquiano nelle scuole dell'infanzia, i reduci del '68 che si infiltrano nei cortei come per prendere una boccata di ossigeno che allontani di qualche tempo l'ineluttabile "rigor mortis".
Così il "virtuale" si è sostituito al reale: ed in un'orgia di isterismo e disinformazione abbiamo dimenticato la realtà quotidiana.
La realtà quotidiana è che nella scuola italiana si fa fatica a studiare e ad imparare perché l'insegnamento si è dequalificato. Abbiamo dimenticato che nella scuola italiana si può morire di spinello durante le ore di scuola; che durante gli intervalli si filmano scene di sesso che vengono poi inviate ormai a vari siti; che in certe scuole, non poche, durante l'intervallo gli insegnanti stanno tappati nell'aula professori per evitare violenze non solo verbali; che presidi e professori sono stati malmenati da genitori e studenti per protesta a certe valutazioni scolastiche; che più di una volta i carabinieri sono entrati in varie scuole ad arrestare studenti spacciatori di droga. Questa non è tutta la realtà, ovviamente, ma è un pezzo della realtà scolastica che dovrebbe interpellare tutti, soprattutto gli adulti, seriamente. Alcune delle cose predisposte dal Ministro – ovviamente mi evito un giudizio analitico che non mi compete – mi sembrano dettate dalla più grande virtù del popolo italiano: il buon senso. Comunque bisogna proprio riconoscere che in Italia sono impossibili due cose parlare male di Garibaldi e tentare di riformare la scuola. La scuola dello Stato Italiano fa corpo totalmente con l'idea della Nazione e dello Stato ed ha costituito negli ultimo 150 anni del nostro paese una sorta di liturgia di questo universale culto dello Stato.
La verità è che la scuola italiana è sempre stata al servizio non della Cultura, ma della ideologia dominante. Così abbiamo avuto la scuola unitaria e liberale e poi la scuola fascista e poi la scuola azionista e socialista. I cattolici sono stati così improvvidi che negli anni '50 e '60 hanno tirato fuori la strampalata teoria della scuola "neutra" che ha favorito la sua occupazione da parte delle più diverse ideologie rivoluzionarie e negative. Abbiamo avuto la scuola marxista e neo-marxista e radicaleggiante: e adesso abbiamo la scuola tecno-scientista.
Mi sembra venuto il momento di andare, se possiamo e vogliamo, oltre questo schema ideologico e ricordarci che la scuola non deve servire nessuna ideologia ma la cultura: cioè l'istanza di senso ultimo, di verità, di bellezza e di giustizia che caratterizzano la coscienza dell'uomo nel suo porsi immediato.
Allora forse ci si renderà conto che la scuola deve essere un ambito di convivenza libera, fra culture diverse (perché nel nostro Paese ci sono ormai culture diverse) e la convivenza libera e impegnata di queste culture deve sostenere un insegnamento, a tutti i livelli, appassionatamente critico: cioè formatore di personalità critiche.
Potrà apparire allora assolutamente legittimo e necessario il formarsi di un sistema scolastico che, gestito dallo Stato, sia libero e pluralistico nelle sue articolazioni educative, culturali e didattiche. Senza pluralismo educativo e scolastico muore la democrazia: perché la democrazia è anzitutto un costume, un dialogo profondo, libero e rispettoso fra culture diverse, che proprio nella consapevolezza critica della propria diversità contribuiscono al bene comune del Paese.
Marco Minghetti, ministro della Pubblica Istruzione del neonato Regno di Italia concludeva il dibattito parlamentare sullo stato dell'istruzione del Paese nel 1864 con queste parole: "In linea di principio sarebbe meglio un sistema di libertà scolastica, ma se ne approfitterebbero i clericali".
Dobbiamo amaramente riconoscere che la questione scolastica, in Italia, è ferma a queste parole.
Nel dibattito (si fa per dire) che si è acceso in questi mesi tre personalità (e non della "mia parrocchia") mi hanno colpito per l'intelligenza, la libertà e l'equilibrio con cui sono intervenute: Luigi Berlinguer, Giampaolo Pansa ed Aldo Forbice. Oltre ovviamente il Presidente della Repubblica Giorgio Napoliotano, cui va la mia gratitudine di cittadino italiano e di vescovo della Chiesa Cattolica.

+ Luigi Negri, Vescovo di San Marino - Montefeltro
fonte Cultura Cattolica

PREGHIERA ALL'AUTUNNO

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Preghiera.

Colonnello Autunno, manovra magnifica, Clausewitz ti avrebbe paragonato a Napoleone, ti è bastato lanciare le avanguardie per liquidare in pochi minuti l'assedio del Senato e i tavolini vocianti dei bar sotto casa mia. Prove più ardue ti attendono: oggi devi scatenarti sul pecorume studentesco e sabato sugli zucconi di Halloween. Pioggia, sola igiene del mondo. di Camillo Langone - Il Foglio

ERA DE MAGGIO

http://webhost.bridgew.edu/lucca/galleries/quicklook/images/Fiori%20(flowers).jpg
Era de maggio, e te cadeono `nzino
a schiocche a schiocche li ccerase rosse...
Fresca era ll`aria e tutto lu ciardino
addurava de rose a ciente passe.
Era de maggio - io, no, nun me ne scordo -
`na canzone contàvemo a ddoie voce:
cchiù tiempe passa e cchiù me n`allicordo
fresca era ll`aria e la canzone doce.
E diceva: "Core, core!
Core mio luntano vaie:
tu me lasse e io conto l`ore
chi sa quanno turnarraie!"
Rispunnev`io: "Turnarraggio
quanno tornano li rose
si stu sciore torna a maggio
pure a maggio io stonco ccà".
E sò turnato, e mò, comm`a na vota,
cantammo nzieme lu mutivo antico;
passa lu tiempo e lu munno s`avota, ma ammore vero, no, nun vota vico.
De te, bellezza mia, m`annammuraie,
si t`allicuorde, nnanze a la funtana:
l`acqua llà dinto nun se secca maie
e ferita d`ammore nun se sana.
Nun se sana; ca sanata
si se fosse, gioja mia,
mmiezo a st`aria mbarzamata
a guardarte io nun starria!
E te dico: - Core core!
core mio, turnato io sò
torna maggio e torna ammore,
fa de me chello che vuò!

LA POVERTA' NELLA LUCE DELLA FELICITA'

di Massimo Camisasca 28/10/2008

Nella seconda lettera ai cristiani di Corinto, san Paolo descrive ai suoi interlocutori, in termini molto vivi e drammatici, la sua realtà di apostolo. In questo modo non fa altro che parlarci dell'uomo nuovo che è nato da Cristo (cfr. 2Cor 6,5-17). Quindi parla di noi. Ciascuno di noi dovrebbe ogni tanto tornare a leggere quelle righe, oppure il capitolo sesto, versetti 3-10: dopo averci raccontato la sua vita, quali sofferenze, quali privazioni, quali pericoli abbia passato, ma anche quali scoperte abbia fatto, quale sia stata la dolcezza della compagnia dello Spirito Santo – conclude con delle definizioni composte da due parole antitetiche. Noi cristiani siamo sconosciuti e ben noti, siamo sempre lì lì per morire eppure viviamo, siamo castigati dal mondo ma non ci lasciamo abbattere, pieni di tristezza e di gioia assieme, e infine – ed è su questa espressione che voglio fermarmi – non abbiamo nulla eppure possediamo tutto. Anzi, possiamo rendere ricchi gli altri.
E' l'esperienza della povertà. Essa non riguarda una categoria di persone particolari, sociologica o spirituale, quelli più sfortunati o quelli che hanno la fissa di andare in giro come straccioni. Riguarda tutti noi, e perciò dobbiamo capirlo bene.
Don Giussani, che ho sentito molte volte ricordare e commentare questa espressione di san Paolo, mi ha anche spiegato lungo gli anni cosa voglia dire «povertà» per un cristiano.
Innanzitutto, come sempre faceva, illuminava tutto alla luce del fine ultimo, la felicità. Siamo chiamati alla felicità, alla beatitudine, e dobbiamo abbracciare tutto ciò che ci aiuta a viverne l'inizio nella vita presente. San Paolo dice: «abbiamo tutto». Questa è la porta per entrare dentro la povertà: l'esperienza di avere tutto in Gesù. In lui abbiamo la vita, il perdono, le parole che illuminano il dolore, la certezza della vita presente e futura. In questo modo siamo aperti a scoprire con gratitudine tutto ciò che non abbiamo fatto noi, eppure ci è donato. Le montagne, il mare, il cielo, il sorriso e gli occhi di un bambino, l'amore della madre o dei figli, la forza di un'amicizia, ma anche la bellezza di un fiore, di un sasso, la gioia che può venire da un libro, da una semplice matita per scrivere, da un dipinto, da una musica. Come si colora questa espressione di san Paolo: possediamo tutto! Scopriamo così che ciò che possediamo veramente è ciò che non abbiamo fatto noi, di cui non possiamo gloriarci, che abbiamo ricevuto. Nasce in questo modo nella vita quella essenzialità che è una delle necessità dell'età matura, e soprattutto della vecchiaia. Vogliamo intorno a noi soltanto quelle cose e quelle presenze che ci richiamano a ciò che resta, che sono strada verso Dio. Impariamo a diventare più essenziali nelle nostre letture, a non voler tanti libri, tante penne, tanti orologi, tanti quadri, ad accontentarci di piccoli spazi, di alcuni viaggi essenziali, di alcuni volti necessari. Impariamo a valutare il peso delle cose, la necessità o meno di talune di esse, la relatività di altre. Come appaiono meschine allora ai nostri occhi tante liti, tante battaglie per l'eredità, tante vite spezzate in nome della lotta per i soldi, per i guadagni, per l'affermazione di sé!
Il cristiano non ha un animo meschino, non sottovaluta i beni della terra e la loro importanza. Sa che ogni creatura è un bene (cfr. 1Tm 11, 19), sa che tutto può essere preso con rendimento di grazie, ma proprio per questo sa quanta insipienza c'è nel voler accumulare a tutti i costi. Chiede perciò a Dio la grazia di essere libero, di non andare con due borse se ne basta una, con due mantelli se uno è sufficiente. La povertà è la scoperta che la nostra felicità dipende dall'avere soltanto ciò che è necessario, cioè Cristo, e ciò che da lui riceviamo e che ci porta a lui, ci fa vivere la nostra vocazione. Nessuno come il cristiano sa godere del mangiare e del bere, sa ridere, sa giocare, ma nessuno come il cristiano sa che è necessario imparare ad usare bene di tutto.
Nella prima lettera ai Corinti, san Paolo usa una espressione che è esattamente il reciproco di ciò che abbiamo sopra ricordato. Quelli che possiedono, vivano come se non possedessero. Le due esperienze si illuminano a vicenda.
La povertà è fonte di comunione. Mentre il possesso desiderato e amato per se stesso mi divide dagli altri, mi fa vedere nelle altre persone dei potenziali nemici, o almeno degli avversari, la povertà matura in noi occhi di benevolenza sulle creature e sugli uomini. Non tiene per sé ma spinge a distribuire, comunicare, donare. Sostiene ogni inizio di comunione vissuta, valorizza tutto ciò che serve a creare legami, a vivere la fraternità nella comune figliolanza a Dio Padre.
Avendo imparato tutto ciò da don Giussani, ho cercato di trasmetterlo ai miei amici della Fraternità san Carlo. Ho detto e dico a loro quasi ogni giorno: non abbiate mai la preoccupazione dei soldi, non mettete mai in testa alle vostre attese la ricerca dei denari. Soprattutto non accumulate mai beni sulla terra. Siate liberi, e questo si trasformerà per voi in letizia, in agilità di vita, in una capacità maggiore di perdonare, di costruire, e in definitiva, di amare. Le vostre case siano belle ma non sfarzose. Portate con voi solo ciò che è veramente necessario, tutto il resto cercate di condividerlo con gli altri. Create una piccola biblioteca nella vostra casa, venite in soccorso con i vostri beni alle necessità degli altri. Soprattutto non legate il vostro cuore a ciò che avete, non aspettatevi da quello la sicurezza per il vostro presente e il vostro futuro. Ringraziate il Cielo del desiderio che Dio mette dentro di voi di semplificare la vostra vita. Amate il silenzio. Quanto al resto, rallegratevi per tutto quello che vi è dato e passa per le vostre mani, ma non trattenete nulla per voi se non ciò che è assolutamente importante per vivere. Dalla povertà viene nella vita un fiume di gioia e di serenità.

Foto:

Elio Ciol, CANONE INVERSO - A
Bibione, febbraio 2000

(da Fraternità e Missione, novembre 2008)

10月27日

UNO, NESSUNO, CENTOMILA...

http://www.bloggers.it/Zoe84/itcommenti/foglie_autunno.jpg

Al Circo Massimo oltre 2 milioni di persone
o solo 300mila? Vai a capire la verità...

CON LE CIFRE BALLERINE
LA REALTA` RISCHIA GROSSO
Due milioni e mezzo contro 300mila. Questo il divario tra le due versioni, l'una degli organizzatori, l'altra della questura. Peraltro fatta propria e difesa a spada tratta dalla maggioranza, sulla partecipazione alla manifestazione del Partito Democratico di sabato scorso. Pare strano, ma la politica riesce ancora una volta a stupire. E' assolutamente normale che gli organizzatori di una manifestazione tendano a leggere con "maggior ottimismo" le cifre delle presenze alla propria manifestazione, come è assolutamente normale che la questura riveda questa cifra, ammettiamolo pure, ridimensionandola di molto. E la maggioranza abbia buon gioco ad opporla a quella degli organizzatori. Al balletto delle cifre ci siamo abituati, e proprio per questo la nostra abitudine ci porta a stimare più o meno realisticamente la presenza ad una manifestazione facendo la media tra le due opzioni.
Il fatto è che questa volta il divario tra le due opzioni è veramente enorme. E ciò mi spinge a pensare che stiamo sempre più perdendo il contatto con la realtà. Ovvero, tra 2 milioni e mezzo di persone e 300mila c'è una differenza di 2 milioni e 200mila persone! Ciò vuol dire che gli organizzatori hanno dichiarato una presenza di almeno otto volte superiore a quella registrata dalla questura! O la questura, e poi la maggioranza, ha diffuso delle cifre otto volte inferiori alla presenza effettiva! In questa guerra di cifre, qualcuno evidentemente ha aggiunto o tolto qualche zero. Anzi, troppi.
Insomma, è evidente, guardando le immagini, che le persone presenti a Roma sabato scorso fossero molte, probabilmente molte di più di 300 mila. Ma, ricordiamoci che 2 milioni erano i ragazzi presenti nella spianata di Tor Vergata alla Gmg del grande Giubileo del 2000. Con tutte le difficoltà organizzative che quell'evento comportò. E per giunta nella spianata di Tor Vergata! Non a Circo Massimo! 
Se in questo Paese, dall'una e dall'altra parte, non si riescono a rendere realistiche nemmeno le cifre di una manifestazione; se non si riesce a comunicare agli italiani, almeno su questo, un'idea più o meno corrispondente alla realtà, cosa dovremo aspettarci quando in gioco non ci saranno solamente i numeri e il successo di un evento, ma la vita di molte famiglie italiane?

Cristian Carrara

Fonte Più Voce
10月25日

IL CROCIATO

http://nuke.federicocoletto.it/LinkClick.aspx?link=tutti+crociati.jpg&tabid=65&mid=415

“Juan si accorse di essere capace di pensare a cose, cui prima non aveva pensato. Anteo, il titano della leggenda greca, era invincibile, finché col suo corpo fosse stato in contatto con quello della madre. Il cristiano era invincibile, finché fosse stato unito a Cristo, il Verbo fatto Carne, il Dio fatto Uomo, e del cui Corpo vivente poteva partecipare nell’Ostia.

  Come spesso i pagani avevano avuto i primi barlumi, le prime idee geniali sulle cose future!

Il maomettano, però, cercava di tagliare il ponte fra Dio e l’uomo. Cristo, non più uomo-Dio, diventava un semplice profeta di second’ordine, che doveva inginocchiarsi di fronte a Maometto. E anche Maometto era soltanto un profeta. Una volta di più il legame fra Dio e il genere umano veniva spezzato con violenza; la più compatta e amorosa unione infranta.

Ancora una volta Dio sarebbe divenuto lontano, non più il Padre dell’uomo, ma soltanto il Re, il terribile, tremendo Signore dei tempi antichi. L’Islam segnava un regresso, e, in quanto cercava di annullare il supremo sacrificio di Cristo, una delle peggiori degenerazioni.

L’importante era questo e questo solo; innalzare e propagare un Regno sulla terra, dove Dio non regnasse solo come Re, ma anche come Padre; dove all’uomo fosse concesso di partecipare alla divinità di Lui, che non aveva disdegnato di assumere l’umanità dell’uomo. Questo voleva Cristo, quando disse: <Andate e insegnate a tutte le genti...>.

Che l’uomo si chiamasse Principe o Eccellenza o non avesse affatto un nome, non aveva importanza. Come mangiasse o bevesse o vestisse, se fosse seduto su un trono o sul più basso sgabello, non aveva importanza. Anche se avesse o no trovato la felicità tra le braccia di una moglie, poco contava al confronto del più grande di tutti i problemi. Poiché l’uomo apparteneva non a se stesso, ma a Dio.

  Per questo i cavalieri delle passate età lasciavano le loro mogli e i loro castelli per amore della Croce. Deus lo vult.”

 

Louis De Wohl- L’ultimo crociato (pag.253)

10月24日

LA BELLEZZA CHE RISOLLEVA

Mi ha colpito positivamente leggere questa riflessione di Pupi Avati su Il Giornale di stamattina. Parla della bellezza. Si cita spesso la celebre frase di Dostojevski "La bellezza salverà il mondo", ma ci si dimentica che detta  così è monca; perchè, prosegue con; è la Bellezza di Cristo che salverà il mondo. La bellezza della "cometa nello spazio siderale" di Avati, è nient'altro che un'icona del Mistero che si mostra agli uomini, che sottente la realtà tutta. Ma questo Pupi lo sa.

"Ogni essere umano ha sperimentato la sconfitta nei suoi multiformi aspetti. C'è chi l'ha usata, con la nefanda complicità dei media, come alibi per imboccare la strada della resa, chi invece l'ha saputa sublimare, trasformandola in strumento di crescita. È comunque consigliabile non attribuire sistematicamente agli altri la responsabilità dei nostri fallimenti.

Cercherò di riassumere come io reagisca ai non pochi insuccessi che contrassegnano la mia lunga carriera essendo il mio mestiere ad altissima visibilità e quindi ad altissimo rischio. Un mestiere che ti costringe ad accattonare continuamente il consenso dei più. Queste le ragioni per le quali l'insuccesso nel nostro campo è difficilissimo da metabolizzare. L'età e quindi l'esperienza, anziché dotarti di quegli strumenti utili ad affrontare una sconfitta, ti hanno reso più fragile, più vulnerabile, più suscettibile.

La negazione di apprezzamento a un tuo film si estende così a tutta la tua carriera riverberandosi addirittura sull'intero contesto familiare. A ridosso di un insuccesso si cancellano viaggi, cene, acquisti. Ci si rende indisponibili alle effusioni così come non si cambia più la tappezzeria del salotto, si disdice la settimana bianca, non si risponde alla corrispondenza e ai fattorini non viene più data la mancia. L'insuccesso ammorba di sé tutto il tuo presente. Ti incattivisce. Sai bene che così esplicitamente sconfitto ti sarà difficile uscire per strada, sfigurato dai tanti cazzotti che ti hanno mandato al tappeto. Così malconcio ti sarà impossibile chiedere di essere messo nuovamente alla prova.

E allora cosa fare? Il mio metodo, da considerarsi del tutto personale, consiste nell'esporre il mio disappunto all'abbacinante bellezza del mondo in cui abbiamo lo straordinario privilegio di vivere. Riempirmi di quella profonda misteriosa serenità, che riesco a ritrovare nell'accedere a una situazione dove il tempo è più grande. Nel film «Ma quando arrivano le ragazze?» so di aver sufficientemente esemplificato cosa intendo con tempo più grande. In quel racconto la dolorosissima scoperta del giovane protagonista di essere privo del talento necessario per diventare grande musicista coincide con l'appalesarsi e con lo scomparire nella notte siderale di una cometa.

L'amara esperienza di quel ragazzo, esacerbato dal senso di fallimento, si compara con il manifestarsi di questo immenso asteroide, in un cielo più sconfinato di tutti i cieli. È nell'accadere di questi due eventi, assolutamente incommensurabili e tuttavia simultanei, che lo smacco riservato a quel giovane si riduce a un nonnulla, stemperandosi. E così si placa il suo rancore. Di queste contiguità così speciali a cui ricorrere ognuno di noi dovrebbe aver fatto provvista, per le giornate difficili.

Il Foro Romano è un luogo fra i tanti capace di esercitare su di me questo straordinario effetto terapeutico. È lì, nel sacrale silenzio di quelle rovine, di quei templi, di quei palazzi in cui la storia si perde nella leggenda, che ho trascinato più volte a viva forza le mie piccole, squallide, imbarazzanti sconfitte professionali. E lì, nel confrontarsi con la commovente bellezza della classicità, con quel tempo più grande, che le ragioni del mio risentimento divengono insostenibili. È quella stessa bellezza a travolgermi fiaccando ogni astiosità. E allora nel vagone della metro che mi riconduce a casa guardo le persone che lo affollano, che non mi sono più estranee e delle quali più non diffido."

Pagina  12 Il Giornale
10月23日

SE LA CHIESA HA PAURA

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/f/f2/Christian-albrecht-von-benzon,_the_death_of_Canute_the_Holy.jpg/400px-Christian-albrecht-von-benzon,_the_death_of_Canute_the_Holy.jpg

Se la Chiesa ha paura di Marco Politi (Repubblica, 22 ottobre 2008)

LA POLEMICA.

Cacciare il divino dalla Bibbia assolutizzando la storia è la nuova, debole tentazione dell'ideologia anticristiana

Gesù storico, chi ha paura della verità?

DI GIANNI GENNARI

La paura è un grande tema, e affrontarla dice coraggio. Gesù di Nazareth ha detto spesso ai suoi «non abbiate paura!». A lui il coraggio non mancava. E anche Karol Wojtyla, esempio di coraggio in vita e in morte, ha iniziato il suo servizio petrino, nel nome di quel Gesù, proprio con l'invito «non abbiate paura».
Duemila anni di storia tra le due voci, e in mezzo una Chiesa che ne ha viste tante, fedeltà e tradimenti, di suoi e di altri, eroismi e meschinità, peccati e luminosità…
Fa effetto, perciò, leggere ieri su 'Repubblica' (p. 43) questo titolone, «Se la chiesa ha paura», subito sotto spiegato: «Gesù diviso tra fede e storia».
Marco Politi , dopo lunghi periodi di corrispondente dai Paesi dell'Est da circa venti anni vaticanista, scrive che oggi la libertà degli studi biblici fa paura alla Chiesa cattolica…
È vero - concede - che da tempo essa ha approvato e promosso l'uso dei metodi storico-critici nell'analisi della Scrittura…
È vero che lo stesso «Joseph Ratzinger quando era ancora un teologo senza porpora cardinalizia» ne faceva uso, e di recente ne ha ribadito l'utilità, ma 'Repubblica' non si fa incantare: oggi la realtà è diversa, regna «la paura» e la Chiesa prepara, anzi attua «un giro di vite a oltre un secolo di ricerca teologica».
Con duplice dimostrazione.
La prima grande, alla lettera: «Il Sinodo dei vescovi - vedi tu, ndr - proprio dedicato alla Bibbia, si è aperto con una messa in guardia contro le 'analisi unilaterali', cioè contro il metodo storico critico».
Perché secondo Politi «metodo storico critico» e «analisi unilaterali» sono per la Chiesa la stessa cosa, come confermerebbe addirittura un intervento del Papa stesso al Sinodo.
Sì, egli «ha reso omaggio al metodo storicocritico per i suoi contributi di altissimo livello», ma poi - ecco il punto - «ha evocato i rischi di un'interpretazione positivista o secolarista, che non offre spazio al divino nella storia». Dunque per non aver paura del metodo, il Papa avrebbe dovuto dire che esso è benedetto dalla teologia e dal Papa anche se qualcuno pretendesse di usarlo riducendo unilateralmente tutto a cose di mondo, negando Dio, affermando Gesù di Nazaret come folcloristico predicatore di bella utopia e perciò la Chiesa come una realtà che per venti secoli lo ha utilizzato per il suo potere e per far star buoni i popoli oppressi, mentre essa - vecchio e mai dimenticato 'oppio dei popoli' - se la vedeva con i potenti del mondo e li utilizzava per i suoi scopi?
Bella logica… Non basta. Ecco impavida una seconda dimostrazione della paura. Dopo aver ricordato come conquiste moderne imposte alla Chiesa dalla scienza laica la data del Natale fissata come sostituto della festa del Sole al 25 dicembre, o la Dormizione di Maria, cioè il fatto che anche Maria ha affrontato il morire cose da sempre ovvie e risapute - Politi entra nel merito di alcune 'questioncelle' specifiche che per lui dimostrano la paura della Chiesa, ma qui, consapevole dei suoi limiti, si appella all'autorità.
Quale? Quella di Corrado Augias e dei suoi due ultimi libri, ma non direttamente - eccesso di difesa in casa - , bensì tramite 'lo storico' Pesce e 'lo storico' Cacitti che tra distacco e furbizia lo hanno affiancato complici nelle due imprese. E i temi evocati sono quelli che nei due libri squillano liberatori della verità vera: Gesù? Non era Figlio di Dio! Non lo ha mai detto, e anzi ha gridato «disperato» di essere abbandonato da Dio. La Chiesa? Mai pensata da Gesù! E' una invenzione successiva al 135, data della seconda distruzione di Gerusalemme.
«La Trinità? Una elaborazione teologica» successiva di secoli, e «inconcepibile per l'Ebraismo in cui è nato Cristo».
Varrebbe la pena di affrontare questi punti uno per uno, e se con un minimo di competenza sbalorditi certa sicumera; leggi il Nuovo Testamento e non trovi mai che proprio Gesù stesso dice, per esempio: «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10, 30) o «Prima che Abramo fosse, Io sono» (Gv 8, 58)? O che qualcuno gli dice, e che Lui si lascia dire «Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio» (Gv 11, 27)?
Leggi San Paolo - testi sicuri tra il 45 e il 60 d. C., accertati da codici anche antichissimi - e trovi decine di volte il termine «chiesa», come trovi celebrati insieme in successione «Dio Padre, Gesù Cristo Signore e lo Spirito Santo»… Non c'è il termine «Trinità»?
Sicuro, ma «i Tre» ci sono, e decine di volte tutti insieme. Non vale? Allora va bene.
Siamo seri.
A proposito, due ultime note. La prima è un lamento di Politi : 'Avvenire' una prima volta ha trattato il libro di Augias con «normale critica», ma poi, dopo il successo, con un «feroce attacco».
Rilegga, Politi : la sostanza era la stessa.
Ma soprattutto non faccia lo gnorri.
Anche Elio Guerriero, su 'Famiglia Cristiana'(n. 36, 7/9: 'Rancore e pregiudizio') ed il mite e aperto Enzo Bianchi sulla 'Stampa' (4/10: 'Inesattezze, metodi impropri, e troppi stereotipi'!) sono stati durissimi.
L'ultima nota proprio sulla 'paura'.

Negli ultimi decenni del socialismo reale non si ricordano articoli coraggiosi di Politi , allora corrispondente da Mosca e dall'Est, in difesa della libertà dei cristiani, perseguitati, discriminati, imprigionati e uccisi a centinaia di migliaia. Era paura, o era ed è la convinzione di sempre, e cioè che «la religione è l'oppio dei popoli»? Nei fatti 'la Chiesa' non ha avuto paura allora.

Perché dovrebbe averla oggi?
Appoggiandosi ai libri di Augias, già sbugiardati da teologi e biblisti, un violento attacco del vaticanista di «Repubblica» contro l'analisi biblica compiuta dal Papa, che pure di recente ha omaggiato il metodo storico-critico per il suo contributo

Le solite banalità e i soliti ritornelli, tra distacco e furbizia: così Gesù non avrebbe mai voluto fondare una Chiesa e non si sarebbe mai proclamato Figlio di Dio. Pure sciocchezze.

© Copyright Avvenire, 23 ottobre 2008

Grazie a Papa Ratzinger Blog

UN CUORE DI CARNE

Sulla Sindone è raffigurato un uomo. Il suo sangue è rosso, come quello di tutti. Il suo sangue è del gruppo AB, come quello di molti. Il suo sangue è uscito da un corpo ancora vivo, tranne quello sgorgato dal suo cuore, squarciato da una lama quando lui era già morto. Il suo cuore batteva come il nostro. Il suo cuore si è fermato per il troppo dolore. Il suo cuore era un cuore di carne. C'è che sostiene che quello sia il cuore di Dio: il cuore dell'Incarnazione. Il cuore nato nel grembo di Maria.

E se fosse vero? Se potessimo davvero contemplare nella Sindone il sangue di Dio? L'immagine del suo corpo, per quanto straordinaria e meravigliosa, rimane un'immagine, ma il sangue è proprio lì, sul telo: sangue umano che potrebbe essere sangue divino. Il sangue della Passione e della Morte di Gesù. Lo stesso sangue dell'Eucaristia, diversa specie ma stessa sostanza, versato per noi "in remissione dei peccati". Il sangue dell'Alleanza nuova ed eterna, il sangue dell'amore di Dio, il sangue custode del cuore di Dio.

"Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò dalla vostra carne il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio Spirito dentro di voi" (Ez 36,26-27). L'ha promesso e l'ha fatto: ecco il nostro "cuore nuovo": il cuore redento dall'amore, il cuore che davanti ad un'immagine sbiadita ama e piange, patisce e compatisce; ecco il cuore commosso davanti alla sofferenza; ecco il cuore che "ben conosce il patire" dell' "uomo dei dolori"; ecco il cuore colmo di gratitudine perché sa che "dalle sue piaghe siamo stati guariti". Ecco il cuore sapiente che non vede un criminale crocifisso, ma la maestà di un Dio risorto. Ed è anche un cuore prudente, come quello della Chiesa, che vede nella Sindone una mirabile rappresentazione della Passione, della Morte e della Risurrezione di Cristo ma lascia alla scienza il compito di sviscerarne i segreti e valutarne l'autenticità.

La Sindone, icona della Passione di Cristo e della sofferenza di ogni uomo è, in questi giorni, ospitata nella nella mia parrocchia. Non si tratta ovviamente dell'originale, ma di una copia a grandezza naturale, pezzo forte di una mostra sul misterioso lenzuolo che la tradizione vuole abbia avvolto il corpo di Gesù nel sepolcro. Accompagna la mostra, con una serie di conferenze, il Professor Bruno Barberis, Direttore del Centro Internazionale di Sindonologia di Torino e esperto di fama mondiale.

Che questi giorni ci aiutino a riscoprire il cuore nuovo che ci è stato donato dall'amore di Dio: quell'immagine ci insegni di nuovo ad amare, a confortare, a meditare sulla sofferenza umana e sul suo potere di redenzione, imparando così ad abbracciarla, in noi e negli altri.

Maturin

Grazie a Ambricourt

10月22日

GLI ORCHI

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LA MANO ADUNCA DEI PEDOFILI
  SIAMO IN UN PAESE DOVE GLI ORCHI SI MUOVONO AGILMENTE

 DAVIDE RONDONI

I
bambini sono le nostre vittime. Siamo in un mondo dove i bambini vengono violati. Tra un mese a Rio de Janeiro si terrà una grande conferenza mondiale voluta dall' Unicef e da altre organizzazioni sul tema dello sfruttamento sessuale dei minori. A Roma ne hanno parlato ieri in un seminario dedicato al tema. I dati fanno impressione. Il fenomeno­ complesso e non di facile rilevazione. L'orrore ha molte facce, molti tentacoli. Il fenomeno della pedopornografia e pedofilia virtuale si mescola velenosamente sempre con reati che virtuali non sono per nulla, e con traumi e drammi realissimi. Nel mondo, come si sa, la tratta dei nuovi schiavi­ un business in espansione. Quasi tre milioni di persone, secondo le Nazioni Unite sono vittime della tratta. L'80% di questi sono bambini. Molti finiscono poi nel giro dello sfruttamento sessuale. E si stima che siano molte decine di migliaia i bambini che nei paesi meta dell'imponente fenomeno del turismo sessuale cadono sotto le grinfie di questa categoria di orchi in viaggio, molti dei quali italiani. In Italia, del resto, sono oltre 400 i reati legati alla pedofilia denunciati nel 2006, e ben 11.769 i siti attivi nel nostro paese rilevati come pedofili. La mano adunca e tremenda dei pedofili può pure contare sullo spalleggiamento di campagne apparentemente innocue dedicate alla tenerezza verso i bimbi e verso i minori. I fenomeni di ineducazione e di miseria favoriscono in molti luoghi trattamenti crudeli verso i più piccoli. Ma come può un adulto piegare alla propria voglia oscura un minore? Come­ è possibile che non ci si fermi, che non si opponga al montare ignobile di un desiderio infame, il tremore di un rispetto, il dubbio di un rimorso? Da che forza nera si lasciano impadronire questi sfruttatori? Malati, si dice. Ma è ­troppo poco, o troppo semplice. Perchè questa è  ­una malattia dell'anima, non un handicap congenito. E le dimensioni del fenomeno indicano che la malattia­ è in espansione. Ci sono motivi culturali e sociali. In Italia, dicono gli esperti, ci sono le leggi giuste per perseguitare i reati. E molto viene fatto. Può e deve aumentare la collaborazione tra i vari organismi. E soprattutto deve crescere l'attenzione sociale e culturale al fenomeno.
  Ogni tanto, la cronaca ci desta dal torpore. Come nel caso del ragazzino di otto anni sorpreso ieri a spacciare per conto del nonno a Palermo. Si devono colpire i singoli casi, ma l'emergenza educativa di cui si parla spesso anche nel nostro paese indica che la priorità di costituire luoghi di riferimento scolastici e no, per i minori e le loro famiglie­ è una priorità sociale. Un paese dove è ­debole la rete di luoghi attenti allo sviluppo dei minori­, un paese dove gli orchi possono muoversi meglio. Alla guerra - che di questo si tratta - sul fronte poliziesco si deve affiancare una guerra combattuta dallo Stato e dai soggetti privati e pubblici sul fronte della costruzione di luoghi educativi che servano i minori e gli adolescenti. Pensando a quanti soldi ed energie gli enti pubblici e spesso anche i privati investono per manifestazioni o faccende di poca durata, viene da chiedersi se non ci si stia concentrando su fronti meno importanti, mentre alle nostre spalle divampa l'incendio e l'attacco che stermina. La guerra va combattuta cercando di capire quali sono i fronti importanti, magari quelli di cui si parla poco sui media. Da tempo scrivo che la bomba su cui siamo seduti, più ancora che la crisi economica o le querelle della politica, sono i nostri ragazzini. La bomba­ quella che si agita nei loro occhi, e nei loro corpi. Guardare, capire il fenomeno­ è una prima urgente responsabilità. Così che oltre a fermare la mano con l'artiglio che si alza sui nostri bambini, si possa togliere forza alle mani che hanno la
tentazione di alzarsi.
Fonte    Avvenire

10月21日

SE FOSSI DIO

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Io se fossi Dio
E io potrei anche esserlo
Se no non vedo chi.
Io se fossi Dio non mi farei fregare dai modi furbetti della gente
Non sarei mica un dilettante
Sarei sempre presente
Sarei davvero in ogni luogo a spiare
O meglio ancora a criticare, appunto
Cosa fa la gente.
Per esempio il cosiddetto uomo comune
Com'è noioso
Non commette mai peccati grossi
Non è mai intensamente peccaminoso.
Del resto poverino è troppo misero e meschino
E pur sapendo che Dio è il computer più perfetto
Lui pensa che l'errore piccolino
Non lo veda o non lo conti affatto.
Per questo io se fossi Dio
Preferirei il secolo passato
Se fossi Dio rimpiangerei il furore antico
Dove si amava, e poi si odiava
E si ammazzava il nemico.
Ma io non sono ancora nel regno dei cieli
Sono troppo invischiato nei vostri sfaceli.
Io se fossi Dio
Non sarei mica stato a risparmiare
Avrei fatto un uomo migliore.
Si, vabbè, lo ammetto
non mi è venuto tanto bene
ed è per questo, per predicare il giusto
che io ogni tanto mando giù qualcuno
ma poi alla gente piace interpretare
e fa ancora più casino.
Io se fossi Dio
Non avrei fatto gli errori di mio figlio
E specialmente sull'amore
Mi sarei spiegato un po' meglio.
Infatti voi uomini mortali per le cose banali
Per le cazzate tipo compassione e finti aiuti
Ci avete proprio una bontà
Da vecchi un po' rincoglioniti.
Ma come siete buoni voi che il mondo lo abbracciate
E tutti che ostentate la vostra carità.
Per le foreste, per i delfini e i cani
Per le piantine e per i canarini
Un uomo oggi ha tanto amore di riserva
Che neanche se lo sogna
Che vien da dire
Ma poi coi suoi simili come fa ad essere così carogna.
Io se fossi Dio
Direi che la mia rabbia più bestiale
Che mi fa
male e che mi porta alla pazzia
È il vostro finto impegno
È la vostra ipocrisia.
Ce l'ho che per salvare la faccia
Per darsi un tono da cittadini giusti e umani
Fanno passaggi pedonali e poi servizi strani
E tante altre attenzioni
Per handicappati sordomuti e nani.
E in queste grandi città
Che scoppiano nel caos e nella merda
Fa molto effetto un pezzettino d'erba
E tanto spazio per tutti i figli degli dèi minori.
Cari assessori, cari furbastri subdoli altruisti
Che usate gli infelici con gran prosopopea
Ma io so che dentro il vostro cuore li vorreste buttare
Dalla rupe Tarpea.
Ma io non sono ancora nel regno dei cieli
Sono troppo invischiato nei vostri sfaceli.
Io se fossi Dio maledirei per primi i giornalisti e specialmente tutti
Che certamente non sono brave persone
E dove cogli, cogli sempre bene.
Signori giornalisti, avete troppa sete
E non sapete approfittare della libertà che avete
Avete ancora la libertà di pensare, ma quello non lo fate
E in cambio pretendete
La libertà di scrivere
E di fotografare.
Immagini geniali e interessanti
Di presidenti solidali e di mamme piangenti
E in questo mondo pieno di sgomento
Come siete coraggiosi, voi che vi buttate senza tremare un momento:
Cannibali, necrofili, deamicisiani, astuti
E si direbbe proprio compiaciuti
Voi vi buttate sul disastro umano
Col gusto della lacrima
In primo piano.
Si, vabbè, lo ammetto
La scomparsa totale della stampa sarebbe forse una follia
Ma io se fossi Dio di fronte a tanta deficienza
Non avrei certo la
superstizione
Della democrazia.
Ma io non sono ancora nel regno dei cieli
Sono troppo invischiato nei vostri sfaceli.
Io se fossi Dio
Naturalmente io chiuderei la bocca a tanta gente.
Nel regno dei cieli non vorrei ministri
Né gente di partito tra le palle
Perché la politica è schifosa e fa male alla pelle.
E tutti quelli che fanno questo
gioco
Che poi è un gioco di forze ributtante e contagioso
Come la febbre e il tifo
E tutti quelli che fanno questo gioco
C' hanno certe facce
Che a vederle fanno schifo.
Io se fossi Dio dall'alto del mio trono
Direi che la politica è un mestiere osceno
E vorrei dire, mi pare a
Platone
Che il politico è sempre meno filosofo
E sempre più coglione.
È un uomo a tutto tondo
Che senza mai guardarci dentro scivola sul mondo
Che scivola sulle parole
E poi se le rigira come lui vuole.
Signori dei partiti
O altri gregari imparentati
Non ho nessuna voglia di parlarvi
Con toni risentiti.
Ormai le indignazioni son cose da tromboni
Da guitti un po' stonati.
Quello che dite e fate
Quello che veramente siete
Non merita commenti, non se ne può parlare
Non riesce più nemmeno a farmi incazzare.
Sarebbe come fare inutili duelli con gli imbecilli
Sarebbe come scendere ai vostri livelli
Un gioco così basso, così atroce
Per cui il silenzio sarebbe la risposta più efficace.
Ma io sono un Dio emotivo, un Dio imperfetto
E mi dispiace ma non son proprio capace
Di tacere del tutto.
Ci son delle cose
Così tremende, luride e schifose
Che non è affatto strano
Che anche un Dio
Si lasci prendere la mano.
Io se fossi Dio preferirei essere truffato
E derubato, e poi deriso e poi sodomizzato
Preferirei la più tragica disgrazia
Piuttosto che cadere nelle mani della giustizia.
Signori magistrati
Un tempo così schivi e riservati
Ed ora con la smania di essere popolari
Come cantanti come calciatori.
Vi vedo così audaci che siete anche capaci
Di metter persino la mamma in galera
Per la vostra carriera.
Io se fossi Dio
Direi che è anche abbastanza normale
Che la giustizia si amministri male
Ma non si tratta solo
Di corruzioni vecchie e nuove
È proprio un elefante che non si muove
Che giustamente nasce
Sotto un segno zodiacale un po' pesante
E la bilancia non l'ha neanche come ascendente.
Io se fossi Dio
Direi che la giustizia è una macchina infernale
È la follia, la perversione più totale
A meno che non si tratti di poveri ma brutti
Allora si che la giustizia è proprio uguale per tutti.
[.]
Io se fossi Dio
Io direi come si fa a non essere incazzati
Che in ospedale si fa morir la gente
Accatastata tra gli sputi.
E intanto nel palazzo comunale
C'è una bella mostra sui costumi dei sanniti
In modo tale che in questa messa in scena
Tutto si addolcisca, tutto si confonda
In modo tale che se io fossi Dio direi che il sociale
È una schifosa facciata immonda.
Ma io non sono ancora nel regno dei cieli
Sono troppo invischiato nei vostri sfaceli.
[.]
Io se fossi Dio
Vedrei dall'alto come una macchia nera
Una specie di paura che forse è peggio della guerra
Sono i soprusi, le estorsioni i rapimenti
È la camorra.
È l'impero degli invisibili avvoltoi
Dei pescecani che non si sazian mai
Sempre presenti, sempre più potenti, sempre più schifosi
È l'impero dei mafiosi.
Io se fossi Dio
Io griderei che in questo momento
Son proprio loro il nostro sgomento.
Uomini seri e rispettati
Cos'ì normali e al tempo stesso spudorati
Così sicuri dentro i loro imperi
Una carezza ai figli, una carezza al cane
Che se non guardi bene ti sembrano persone
Persone buone che quotidianamente
Ammazzano la gente con una tal freddezza
Che Hitler al confronto mi fa tenerezza.
Io se fossi Dio
Urlerei che questi terribili bubboni
Ormai son dentro le nostre istituzioni
E anzi, il marciume che ho citato
È maturato tra i consiglieri, i magistrati, i ministeri
Alla Camera e allo Senato.
Io se fossi Dio
Direi che siamo complici oppure deficienti
Che questi delinquenti, queste ignobili carogne
Non nascondono neanche le loro vergogne
E sono tutti i giorni sui nostri teleschermi
E mostrano sorridenti le maschere di cera
E sembrano tutti contro la sporca macchia nera.
Non ce n'è neanche uno che non ci sia invischiato
Perché la macchia nera
È lo Stato.
E allora io se fossi Dio
Direi che ci son tutte le premesse
Per anticipare il giorno dell'Apocalisse.
Con una deliziosa indifferenza
E la mia solita distanza
Vorrei vedere il mondo e tutta la sua gente
Sprofondare lentamente nel niente.
Forse io come Dio, come Creatore
Queste cose non le dovrei nemmeno dire
Io come Padreterno non mi dovrei occupare
Né di violenza né di orrori né di guerra
Né di tutta l'idiozia di questa Terra
E cose simili.
Peccato che anche Dio
Ha il proprio inferno
Che è questo amore eterno
Per gli uomini.

Giorgio Gaber

10月20日

NON ABBANDONARE I MALATI

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Il Papa: "Non abbandonare il paziente inguaribile, ma umanizzare la medicina rispettando il malato e favorendo con lui un'alleanza terapeutica"


UDIENZA AI PARTECIPANTI AL 110° CONGRESSO NAZIONALE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI CHIRURGIA, 20.10.2008

Alle ore 12 di questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza i partecipanti al 110° Congresso nazionale della Società Italiana di Chirurgia e rivolge loro il discorso che riportiamo di seguito:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Illustri Signori,
gentili Signore
,

sono lieto di accogliervi in questa speciale Udienza, che si svolge in occasione del Congresso Nazionale della Società Italiana di Chirurgia. Rivolgo a tutti e a ciascuno il mio saluto cordiale, riservando una speciale parola di ringraziamento al Prof. Gennaro Nuzzo per le parole con cui ha espresso i comuni sentimenti ed ha illustrato i lavori del Congresso, che vertono su un tema di fondamentale importanza. Al centro del vostro Congresso Nazionale vi è infatti questa promettente e impegnativa dichiarazione: "Per una chirurgia nel rispetto del malato".

A ragione si parla oggi, in un tempo di grande progresso tecnologico, della necessità di umanizzare la medicina, sviluppando quei tratti del comportamento medico che meglio rispondono alla dignità della persona malata a cui si presta servizio. La specifica missione che qualifica la vostra professione medica e chirurgica è costituita dal perseguimento di tre obiettivi: guarire la persona malata o almeno cercare di incidere in maniera efficace sull'evoluzione della malattia; alleviare i sintomi dolorosi che la accompagnano, soprattutto quando è in fase avanzata; prendersi cura della persona malata in tutte le sue umane aspettative.

Nel passato spesso ci si accontentava di alleviare la sofferenza della persona malata, non potendo arrestare il decorso del male e ancor meno guarirlo. Nel secolo scorso gli sviluppi della scienza e della tecnica chirurgica hanno consentito di intervenire con crescente successo nella vicenda del malato.

Così la guarigione, che precedentemente in molti casi era solo una possibilità marginale, oggi è una prospettiva normalmente realizzabile, al punto da richiamare su di sé l'attenzione quasi esclusiva della medicina contemporanea. Un nuovo rischio, però, nasce da questa impostazione: quello di abbandonare il paziente nel momento in cui si avverte l'impossibilità di ottenere risultati apprezzabili. Resta vero, invece, che, se anche la guarigione non è più prospettabile, si può ancora fare molto per il malato: se ne può alleviare la sofferenza, soprattutto lo si può accompagnare nel suo cammino, migliorandone in quanto possibile la qualità di vita.

Non è cosa da sottovalutare, perché ogni singolo paziente, anche quello inguaribile, porta con sé un valore incondizionato, una dignità da onorare, che costituisce il fondamento ineludibile di ogni agire medico. Il rispetto della dignità umana, infatti, esige il rispetto incondizionato di ogni singolo essere umano, nato o non nato, sano o malato, in qualunque condizione esso si trovi.

In questa prospettiva, acquista rilevanza primaria la relazione di mutua fiducia che si instaura tra medico e paziente. Grazie a tale rapporto di fiducia il medico, ascoltando il paziente, può ricostruire la sua storia clinica e capire come egli vive la sua malattia. E' ancora nel contesto di questa relazione che, sulla base della stima reciproca e della condivisione degli obiettivi realistici da perseguire, può essere definito il piano terapeutico: un piano che può portare ad arditi interventi salvavita oppure alla decisione di accontentarsi dei mezzi ordinari che la medicina offre.

Quanto il medico comunica al paziente direttamente o indirettamente, in modo verbale o non verbale, sviluppa un notevole influsso su di lui: può motivarlo, sostenerlo, mobilitarne e persino potenziarne le risorse fisiche e mentali, o, al contrario, può indebolirne e frustrarne gli sforzi e, in questo modo, ridurre la stessa efficacia dei trattamenti praticati. Ciò a cui si deve mirare è una vera alleanza terapeutica col paziente, facendo leva su quella specifica razionalità clinica che consente al medico di scorgere le modalità di comunicazione più adeguate al singolo paziente.

Tale strategia comunicativa mirerà soprattutto a sostenere, pur nel rispetto della verità dei fatti, la speranza, elemento essenziale del contesto terapeutico. E' bene non dimenticare mai che sono proprio queste qualità umane che, oltre alla competenza professionale in senso stretto, il paziente apprezza nel medico. Egli vuole essere guardato con benevolenza, non solo esaminato; vuole essere ascoltato, non solo sottoposto a diagnosi sofisticate; vuole percepire con sicurezza di essere nella mente e nel cuore del medico che lo cura.

Anche l'insistenza con cui oggi si pone in risalto l'autonomia individuale del paziente deve essere orientata a promuovere un approccio al malato che giustamente lo consideri non antagonista, ma collaboratore attivo e responsabile del trattamento terapeutico. Bisogna guardare con sospetto qualsiasi tentativo di intromissione dall'esterno in questo delicato rapporto medico-paziente. Da una parte, è innegabile che si debba rispettare l'autodeterminazione del paziente, senza dimenticare però che l'esaltazione individualistica dell'autonomia finisce per portare ad una lettura non realistica, e certamente impoverita, della realtà umana.

Dall'altra, la responsabilità professionale del medico deve portarlo a proporre un trattamento che miri al vero bene del paziente, nella consapevolezza che la sua specifica competenza lo mette in grado in genere di valutare la situazione meglio che non il paziente stesso.

La malattia, d'altro canto, si manifesta all'interno di una precisa storia umana e si proietta sul futuro del paziente e del suo ambiente familiare. Nei contesti altamente tecnologizzati dell'odierna società, il paziente rischia di essere in qualche misura "cosificato". Egli si ritrova infatti dominato da regole e pratiche che sono spesso completamente estranee al suo modo di essere. In nome delle esigenze della scienza, della tecnica e dell'organizzazione dell'assistenza sanitaria, il suo abituale stile di vita risulta stravolto. E' invece molto importante non estromettere dalla relazione terapeutica il contesto esistenziale del paziente, in particolare la sua famiglia. Per questo occorre promuovere il senso di responsabilità dei familiari nei confronti del loro congiunto: è un elemento importante per evitare l'ulteriore alienazione che questi, quasi inevitabilmente, subisce se affidato ad una medicina altamente tecnologizzata, ma priva di una sufficiente vibrazione umana.

Su di voi, dunque, cari chirurghi, grava in misura rilevante la responsabilità di offrire una chirurgia veramente rispettosa della persona del malato. E' un compito in sé affascinante, ma anche molto impegnativo. Il Papa, proprio per la sua missione di Pastore, vi è vicino e vi sostiene con la sua preghiera. Con questi sentimenti, augurandovi ogni migliore successo nel vostro lavoro, volentieri imparto a voi ed ai vostri cari l'Apostolica Benedizione.

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

fonte Il Magistero di Benedetto XVI
10月18日

ANIME IN PENA

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QUANTE ANIME IN PENA CHE BRANCOLANO CIECHE NELLA RETE
 Il mistero fascinoso dei rapporti veri. Rischiosa perdita dei giovani d'oggi

 GIULIA GALEOTTI

 Q
ualche settimana fa, una mia coetanea trentenne che lavora in Libano, si è resa conto con stupore che Facebook, moda dilagante tra i giovani locali,è in realt­à popolarissima anche in Italia ( e non solo). Le si è ­aperto un mondo: anche lei racconta entusiasta degli amichetti d'asilo ritrovati, del compagno di banco riemerso, di conoscenti lontani che ora, grazie ad un semplice clic, sono nuovamente presenti. Nemmeno questo ennesimo spot, però,­è riuscito a commuovermi: proprio non mi attira questo Facebook ( sul sito si legge:­Ti permette di aprire e condividere il tuo mondo con gli altri) . Non sono – o almeno credo – una persona che rifiuta la modernità, ancorata ad un mondo che non c'è più: ho il telefonino, uso la fotocamera digitale, passo molta parte del mio tempo connessa al computer, e, soprattutto, sono entusiasta di tanti ritrovati tecnologici. Trovo, però, che vi sia qualcosa di un po' singolare nel fatto che tante persone passino il loro tempo investendo nella presentazione sociale di sè tramite una pagina web, e che questo venga fatto fuori dal contesto di lavoro ma nell'ambito del tempo libero, del tempo dedicato a se stessi.
  Scambiarsi foto, racconti e commenti, aggiornarsi sulla propria vita, condividere gioie e paure,
dolori e sogni­, credo, l'essenza dell'amicizia. Davvero può aver senso trasporre tutto questo ( o anche solo una buona parte di esso) sullo schermo di un computer? Qual è il significato della scelta di mettersi in relazione con i propri amici in una vetrina mediatica, mentre li potresti – che so – semplicemente vedere di persona, magari davanti a un'obsoleta birra?
  D'altro canto, non comprendo bene nemmeno la smania di ritrovare persone del passato: la vita va avanti, si evolve anche nei rapporti umani, con alcune relazioni che si chiudono, altri legami che persistono, certi volti che – semplicemente – si perdono...
  Questa smania di cliccare per riaprire pagine della propria vita ha un che di eccessivo, una sorta di smania bulimica di tenere tutti sempre con sè, finendo per azzerare tempo e sentimenti. Come non vedere il ridicolo di tanti trentenni ( ma anche quarantenni, e oltre) che comunicano entusiasti in un linguaggio e con discorsi da sedicenni? Tutto questo fa riflettere nella misura in cui, trovo, sta rischiando di slittare il significato dei gesti in sè. Non sembra n
è lontano nè difficile ( sempre che non sia già accaduto) che le persone finiscano con l'auto- percepirsi come il risultato di ciò che mettono on- line, del falsato modo in cui scelgono di presentarsi ( e, specularmente, che percepiscano gli altri nello stesso modo). Certo,­una scelta più comoda:­è faticoso vivere e, prima ancora, autopercepirsi come il frutto di una complessa rete di relazioni sociali che si intersecano con la nostra individualità. Fatto sta che, inizialmente, la mia era solo una repulsione istintiva. Quando, però,­è scattata la soglia del decimo amico che mi ha detto di aver cercato di mettersi in contatto con me su Facebook, finendo poi con l'accorgersi che non ero io ma un'omonima, mi sono rammaricata davvero. Mi turba un po' l'immagine di tutte queste anime in pena che brancolano cieche nella Rete. Ed è ­un po' triste avvertire un rischio che la mia generazioni pare non vedere, quello cioè di stare avviandoci lentamente verso l'abdicazione del mistero affascinante dei rapporti che, lontani dalle immagini e da una tastiera, nascono, si sviluppano e, perchè no, a volte naufragano.
Fonte Avvenire

10月14日

LETTERA APERTA


Una lettera aperta della Compagnia delle Opere a Eugenio Scalfari, che ha sputato ancora una volta il suo veleno. Secondo il mio modestissimo parere, è il solito livore, malamente celato, della lotta di classe, perchè lui, lo Scalfari, si crede un Illuminato, ma non si accorge che non fa luce neanche a se stesso. Non valeva neanche la pena di parlare di quello che ha detto il "vate"; ma non si può sempre tacere e abbozzare. S'informino bene, e guardino altrettanto bene quello che la gente-gente vive e opera nella realtà, e non dalla scrivania di un giornaletto provinciale, ma così provinciale che...

Milano, lunedì 13 ottobre 2008

 

Citando il premio Nobel Alexis Carrel "Poca osservazione e molto ragionamento conducono all'errore, molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità", Compagnia delle Opere di Milano con questa lettera aperta desidera sfidare Eugenio Scalfari su una cosa semplice e cara a tutti noi: la realtà. Perché prima di giudicare bisogna necessariamente conoscere.

In riferimento a quanto dichiarato da Scalfari e riportato su La Repubblica Ed. Milano di oggi, invitiamo lo stesso Scalfari a venire a conoscere e a incontrare personalmente la realtà di Compagnia delle Opere. Una realtà, appunto, quotidianamente al lavoro con imprenditori e lavoratori, per aiutarli ad affrontare i problemi quotidiani della vita: gestione finanziaria, fisco, servizi bancari e assicurativi, sviluppo delle imprese, servizio al lavoro e formazione professionale per disoccupati ed emarginati. Un'attività che è parte integrante e fondamentale della realizzazione del principio di sussidiarietà, inteso come decisione a "progettare e costruire da sé, in piena autonomia, la risposta ai propri bisogni ed ai propri desideri"."Un criterio ideale, un'amicizia operativa" è la frase che racchiude l'essenza della modalità d'azione che caratterizza ogni attività di Compagnia delle Opere come insieme di persone che operano, collaborando, nella società civile ed economica.

Rappresentiamo i nostri soci attraverso le attività dell'associazione e, come tutte le altre organizzazioni imprenditoriali, attraverso la partecipazione alla Camera di Commercio di Milano. Nel costruire le nostre iniziative puntiamo costantemente ad essere aperti a tutti i fattori della realtà, rifacendoci così a quella tradizione dell'illuminismo milanese che ha alimentato la tradizione del riformismo laico, socialista e cattolico.

Invitiamo caldamente Eugenio Scalfari a visitare personalmente le nostre sedi e le nostre realtà imprenditoriali, sociali e no-profit, per fargli osservare quello che per noi è un contributo valido, seppur sempre migliorabile, al bene comune della città, della regione e di tutto il Paese.

Riteniamo che la realtà possa far cambiare idea e dunque confidiamo che Scalfari avrà l'onesta intellettuale di vederci in tutt'altri termini.

Avrà Scalfari il coraggio di confrontarsi? Se sì, lo aspettiamo.

 

Massimo Ferlini, Presidente Compagnia delle Opere Milano e Provincia

 

Antonio Intiglietta, Coordinatore Comitato Direttivo Federazione CdO Lombardia Da Il Sussidiario http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=7066

10月13日

ELUANA, VIVA

http://www.padovanews.it/images/thumbnails/adnkronos/eluana_englaro_zadigit--268x201_6c28bd3171a991c88f87305c109b6ac5.jpg

Eluana Englaro, che in sedici anni non ha mai avuto neanche un raffreddore, che respira da sola, che non fa nessuna terapia ma si nutre con un sondino, ieri ha avuto un’emorragia interna improvvisa e abbondante, che l’avrebbe potuta portare in poco tempo alla morte se non si fosse arrestata, all’improvviso, così come era cominciata, senza nessun intervento esterno.

Adesso le sue condizioni sono stazionarie, gravi, ma potrebbe ancora riprendersi se l’emorragia non ricomincia.

 

Il modo con cui i giornali hanno raccontato la faccenda, e le dichiarazioni rilasciate hanno dell’incredibile. Per esempio Carlo Alberto Defanti, il neurologo di Eluana, da sempre favorevole a staccarle il sondino: “Per il momento non è più a rischio di vita immediato. L’importante è che l’emorragia non ricominci”. Ma come, all’improvviso parliamo di “rischio di vita”? Non avete detto fino a cinque minuti fa che era un vegetale, una pressoché morta? E poi: perché adesso è diventato improvvisamente importante che l’emorragia non ricominci, per il medico che vuole farla morire di fame e di sete?

 

Sempre Defanti, in una intervista su Repubblica: “Da un certo punto di vista è un peccato che succeda adesso, perché per me si doveva andare fino in fondo”. Certo, in effetti, un gran peccato, non c’è che dire, se Eluana muore per conto suo per una complicazione naturale, anziché di fame e di sete: qua, invece, siamo tutti di un pezzo, qua si tira dritto, si va fino in fondo, non sia mai che ci si fermi prima, che peccato, signora mia….e l’intervista continua “Ma sono anche sollevato, se Eluana arriverà alla fine dei suoi giorni adesso, si risparmieranno ulteriori polemiche e gli scontri furibondi che ci sarebbero sicuramente stati durante l’agonia, che sarebbe potuta durare almeno 15 giorni una volta tolto il sondino”.

 

Risparmiamoci le polemiche, insomma, mica l’agonia: questa scocciatura di polemiche per un’agonia di almeno quindici giorni…perchè questo toccherà ad Eluana se l’interruzione della nutrizione verrà confermata definitivamente l’11 novembre prossimo dalla Cassazione (se per allora sarà ancora viva).

Certo che un qualche dubbio ci sorge, a leggere: forse che a qualcuno importa di più la battaglia di cui Eluana è diventata la bandiera, piuttosto che la vita di Eluana?

 

In effetti, sempre Defanti su Repubblica “Vorrei che questo avvenimento non scoraggiasse la lunga campagna che la famiglia Englaro ha combattuto in questi sedici lunghissimi anni. […] una battaglia che è stata comunque vinta”.

 

E anche il drammatico racconto di Beppino Englaro: “Mi hanno chiamato stamattina “Eluana sta male, devi venire”. Sono corso, l’ho vista, non mi capacitavo che fosse in quello stato, ero disperato”. Disperato come tutti i genitori, quando sta morendo un figlio. Ma, per l’appunto, di solito si muore da vivi. “ero disperato, era pallida con lo sguardo che vagava”.. E continua il giornalista “Il volto di Eluana è chiaro e disteso. Englaro la osserva “sta meglio rispetto a come l’ho vista stamani”. Ma non è solo apparenza. Alle 18 il destino torna a stupire. L’emorragia si è fermata […] Si torna a sperare al secondo piano della Casa di cura. Suore in festa, il peggio si allontana. […] Eluana potrebbe farcela. Il purosangue non è ancora caduto”

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Ma come, non era un vegetale? E come fa un vegetale ad avere lo sguardo che vaga? Come fa ad impallidire, e poi a migliorare, un ortaggio? E perché adesso vi scappa pure di scrivere che il peggio si allontana, quando Eluana migliora? Forse che Eluana non è una pianta di insalata, ma una persona? Ma non l’avete descritta sempre come una non-viva? “questa vita, non-vita o non-morte”, spiega il non-giornale Repubblica.

 

Come ha dichiarato oggi Eugenia Roccella “Mai come adesso si capisce che Eluana è viva”.

Saranno i medici a decidere se curarla o meno, adesso, tocca a loro, in scienza e coscienza. Noi, per ora, continuiamo a dire che Eluana è viva, e che non spetta a noi stabilire quando e come deve morire.

Assuntina Morresi

 

(Tratto da www.stranocristiano.it)

10月9日

MONEY

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Forse non sto tanto bene...Da qualche giorno mi frulla in testa una vecchia canzone, che fa "Ma cosè questa crisi? paraparapappappà..."

 

Nei vari Tg, nazionali e privati, sento di continuo che si sono bruciati migliaia di centinaia di miliardi di soldi. Mi figuro che sia un bel malloppo! Peserà anche molto...Chissà quanti operai ci sono voluti per l’impresa...Bhè, almeno diminuisce la disoccupazione.

Che mezzi avranno usato per il trasporto? Per le banconote il problema è minimo, ne avranno fatte delle balle; ma le monetine? ...azzo, se pesano!

Quanti dilemmi titillano la mia mente...

Ma poi, di chi erano tutti questi soldi? Al proprietario gli sarà venuto un infarto...Almeno un po’ di magone sì, dai...

Ma soprattutto: dove avranno fatto la pira di “Quell’orrendo foco”? Li avranno bruciati nell’Etna? Nel Vesuvio no, è disattivato...

Secondo me li avranno distrutti insieme ai rifiuti della Campania!

Ma un sottile, satanico dubbio mi dice che li avranno sparati nello spazio!

Quando le acque si saranno calmate si potranno sempre recuperare, no?

Bhè, certo ci potrà essere qualche guerriglia, nel recupero, ma insomma...Heeee, così va il mondo! Transit gloria mundi...

10月8日

DAL MONDO VIRTUALE A QUELLO REALE

 

Intervista ad Antonio Socci

mercoledì 8 ottobre 2008

«Sulla sabbia costruisce chi costruisce solo sulle cose visibili e tangibili, sul successo, sulla carriera, sui soldi. Apparentemente queste sono le vere realtà. Ma tutto questo un giorno passerà. Lo vediamo adesso nel crollo delle grandi banche: questi soldi scompaiono, sono niente». Erano parole non scritte nel discorso; eppure Benedetto XVI, introducendo i lavori del Sinodo dei Vescovi, ha voluto inserire, improvvisando, questo passaggio sulla stringente attualità della crisi finanziaria, che proprio lunedì, mentre il Papa parlava, stava vivendo uno dei giorni più bui. Un riferimento brevissimo, quasi «fulmineo», ma che è bastato, secondo Antonio Socci, per esprime «un giudizio culturale dirompente».

 

Socci, qual è la portata culturale di queste brevi parole che il Papa ha voluto dedicare al tema dell'attuale crisi finanziaria?

 

Il giudizio espresso dal Papa colpisce innanzitutto per la fulmineità: in poche e quasi scarne parole ha espresso un concetto che per semplicità di sguardo si impone al buon senso comune, ma al tempo stesso ne rovescia i criteri. Si tratta cioè di uno sguardo sulla realtà che è in qualche modo rivelativo, tipico della tradizione cristiana. Ciò che il Santo Padre ha fatto comprendere è che, sia nella prosperità che nelle circostanze nefaste, tutto passa, e l'unica cosa che resta è il rapporto con Cristo. Questo fa impressione, perché anche chi non è cristiano percepisce l'effimero della vita, il lato per così dire "leopardiano" dell'esistenza. È quindi un giudizio che magari può irritare o far polemizzare, ma va a cogliere una cosa che tutti possono constatare.

 

In cosa allora questo giudizio si differenzia dal normale "senso comune"?

 

La cosa positiva è il fatto che quello del Papa non è il grido disperato del nichilista, per cui tutto passa e quindi non vale la pena vivere; tutto passa, dice Benedetto XVI, ma una cosa resta, e quello che resta è la roccia, è Cristo. Questo libera dalla schiavitù delle circostanze, della storia e della cronaca, che sbattono le persone qua e là, come foglie al vento. È l'origine di una grande liberazione, perché indica qual è l'ancora grazie alla quale l'io può trovare la propria consistenza. Nel piccolo di una breve affermazione, emerge dunque un giudizio culturale dirompente. Nessuno può indicare una sola cosa al mondo che resta; ma questa rimane una constatazione con cui solitamente non si fanno i conti, se non in termini nichilisti, come invito al carpe diem.

 

Benedetto XVI non è il primo che rileva la profonda spaccatura culturale che questa crisi finanziaria sta aprendo. Qualche giorno fa, sul Corriere della Sera, André Glucksmann ipotizzava addirittura la fine del post-moderno, con la sua ideologia secondo cui «una cosa diventa vera per il solo fatto che la diciamo»: cosa ne pensa di questo giudizio?

 

Direi che è troppo bello per essere vero. Non credo che questa crisi possa portare alla fine di questa ideologia. Certo, sarebbe bello se si arrivasse al superamento di una concezione della vita come pura virtualità. Ma il vero problema è che questa virtualità in cui noi tutti viviamo, prima che nell'economia – che pure ne è la struttura portante – si manifesta soprattutto nel circo mediatico: televisioni, internet, giornali. E questo mondo non è in crisi, e continuerà a dominare le nostre esistenze. Tutti viviamo in questo surrealismo di massa.

 

"Surrealismo di massa" è una strana espressione: che cosa significa?

 

Franco Fortini, in una bellissima introduzione a un libro sui poeti surrealisti francesi, diceva che la situazione in cui vivono soprattutto i giovani è proprio questo surrealismo di massa. Quello che negli anni Venti-Trenta era l'esperienza di alcune élites – si pensi ad esempio alla dimensione delle droghe – è diventata una situazione di massa. È la peste del nostro tempo, e gli effetti di questo li vediamo noi stessi nella fatica che facciamo nel ricapitolare i termini esatti della nostra esperienza. Parlando con qualcuno, soprattutto con i giovani (ma anche con gli adulti), basta chiedere un'opinione su una cosa qualsiasi: rispondendo esprimono uno sdoppiamento forte tra quello che pensano e quella che è la loro esperienza. Mentre la loro esperienza dice una cosa, la loro testa ne dice un'altra, proprio perché la testa è imbottita di questo mondo virtuale.

 

Se è la caratteristica fondamentale del mondo in cui tutti viviamo, significa che questa condizione riguarda anche i cristiani.

 

Questa è la mentalità dominante, è l'aria in cui tutti noi viviamo, anche i cristiani. Il cardinale Ratzinger, in un libro su Origene, disse che le "potenze dell'aria" di una volta, cioè le divinità pagane, ora non sono altro che l'opinione pubblica. I nostri figli ci nascono, e noi pure ci siamo dentro completamente. Questo effettivamente rende difficile anche vivere l'esperienza cristiana e fare un cammino. Poi ci sono momenti in cui la realtà butta in faccia tutto, e si torna a toccare terra coi piedi e a riaprire gli occhi; poi però immediatamente si ritorna alla tentazione di costruire un'identità fittizia o di fuggire in altri mondi. È un meccanismo molto complesso e difficilmente scardinabile. E questo accade anche perché l'uomo ha bisogno di fuggire: l'uomo riconosce l'esperienza vera, la realtà vera soltanto quando questa si presenta con un significato, con un ordine e con una sua bellezza. Altrimenti l'uomo di per sé ha come un automatismo che lo porta a fuggire, perché ha paura della morte e dell'effimero della vita, e non può dire in maniera indolore, come se nulla fosse, che tutto passa e tutto è niente.

 

Un altro intervento significativo sul tema delle cause culturali della crisi finanziaria è stato un recente editoriale del direttore di Repubblica Ezio Mauro, in cui l'autore introduceva un'immagine significativa: il broker per strada con lo scatolone in mano «esce dall'indistinto virtuale del paesaggio elettronico per tornare ad essere una figura sociale». Non si salta però il passaggio che quel broker era ed è, prima che figura sociale, figura umana, persona?

 

Il punto è che siamo sempre alla ricerca di identità, di categorie e di schemi dentro cui collocare i fatti che accadono. Se si guarda all'accadere in sé del fatto, se ne coglie la drammaticità, e questo spaventa. Un conto è fare l'analisi sociologica, un conto è incontrare la persona per strada che ti chiede di aiutarla. Rispetto all'immagine del broker, mi viene in mente che il medesimo giudizio del Papa io l'ho sentito dire una volta da don Giussani, in una circostanza esattamente opposta. Ed è quella che illumina e fa capire ancora di più la profonda verità delle parole di Benedetto XVI. Giussani parlava con persone a lui vicine, in un momento di forte entusiasmo al termine di un Meeting di Rimini andato particolarmente bene. Nel mezzo dell'entusiasmo lui se ne uscì con una frase impressionante e vertiginosa: «tutto passa, l'unica cosa che resta è il tuo faccia a faccia con Cristo». E questo è anche il giudizio finale su tutta la nostra esistenza. Ma la cosa veramente impressionante è che egli lo disse in circostanze opposte a quelle attuali: quando tutto crolla questo è più evidente, ma il punto è saperlo affermare quando tutto va a gonfie vele. Ed è questo che permette di capire l'immenso valore di questo giudizio.

Fonte: Il Sussidiario - Leggi il discorso di Benedetto XVI Leggi l'articolo di André Glucksmann Leggi l'editoriale di Ezio Mauro Vai allo Speciale Crisi finanziaria

10月7日

TIE'.................

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L’altra sera a Porta a porta, si disquisiva di fede, miracoli, padre Pio...

Tra i vari ospiti c’era il mitico Piergiorgio Odifreddi. Una signora raccontava di un miracolo avvenutole, dopo un grave incidente, per intercessione di Padre Pio; soprattutto della pace del cuore ritrovata, e augurava allo scettico, razionalista Professore la stessa esperienza. A questa “uscita” della gentile Signora il Professore ha tirato fuori le due mani a mo’ di corna, sbandierandole verso la telecamera!

Mi è sorto alla mente un celebre aforisma di G.K.Chesterton: Chi non crede in Dio non è vero che non crede in niente perché comincia a credere a tutto”.

Evviva la Razionalità Evviva anche Odifreddi!

SEX

Il cardinale e lo storico fanno apologia misericordiosa della promiscuità

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"La prossimità corporea delle persone prima del matrimonio è un fatto", dice eufemisticamente il cardinal Martini. E' vero: i ragazzi e le ragazze, anzi ragazzini e ragazzine (e poi su su con l'età le cose cambiano ma non di molto) scopano come pare a loro, e piace (non sempre piace, per la verità). Martini ne desume che la chiesa non ha riconosciuto questa realtà, le si è messa contro, ha perso autorevolezza, e quindi dovrebbe chiedere scusa per l'enciclica Humanae vitae scritta da Paolo VI nel 1968, il testo che diede scandalo e mise il Papa in una situazione di tormentosa solitudine.

Per Martini la decisione se fare o no un figlio è un atto di responsabilità individuale, di "autodeterminazione", per riprendere la parola fatale di cui abbiamo discusso a partire dalla abiura di Roberta de Monticelli; e dunque l'uso di scopare liberamente ma con il palloncino o la pillola di tutti i giorni o del giorno dopo, ed eventualmente un veniale aborto in caso di fallimento, è parte di un complesso culturale e psicologico diffuso, un orientamento di massa da convalidare rinnegando la parola degli ultimi tre papi. Bene.

In sostegno al cardinale arriva lo storico Adriano Prosperi. Prosperi fa sempre la stessa operazione. Se qualcuno afferma che l'aborto è divenuto un gesto moralmente indifferente, che trentacinque anni dopo la sentenza americana Roe vs. Wade e trent'anni dopo le legislazioni europee l'aborto non è più depenalizzato per sanare la piaga della clandestinità ma legittimato da una oscena cultura di morte che si incarna anche in politiche pubbliche eugenetiche in tutto il mondo, lo storico insigne ti spiega che nei secoli la chiesa e la medicina repressive obbligavano le donne a partorire e martoriavano il loro corpo. Segue lezione di progressismo morale e implicita rilegittimazione dell'aborto di massa indifferente, e del martirio subito nel presente, non ad opera della chiesa ma della cultura secolare, dal corpo delle donne.

Così per il sesso in generale. In appoggio a Martini, e contro Benedetto XVI, Prosperi racconta secoli di controllo dei preti sulla riproduzione, sul matrimonio, e bolla questa lunga e complicata storia come l'epoca in cui l'amore veniva domato o addomesticato per ragioni di potere sui corpi, sulle anime, sui patrimoni, di concerto tra chiesa e autorità civile. Il magistero tradizionale della chiesa era così oscurantista che si fondava, fino al Concilio Vaticano II, sulla scomparsa dell'amore umano dall'orizzonte della fede e della carità, quando il prete si intrufolava nella camera da letto dei coniugi. Segue lezione d'amore, richiesta di scuse alla chiesa, in sintonia con il cardinale, e condanna degli ultimi tre papati che non si accorgono della libera sessualità dei fedeli neanche quando raccolgono palloncini dopo le Giornate Mondiali della Gioventù a Torvergata o a Sidney.

Penso anche io che "la prossimità corporea delle persone prima del matrimonio è un fatto", ci mancherebbe, ma non ne deduco che l'ultima istituzione capace di ragionare d'amore, cioè la chiesa con la sua dottrina cattolica e la cultura cristiana in generale, debba rinunciare alla propria esperienza e alla parola razionale per prosternarsi in un mea culpa di fronte alla libera libido moderna. Perché mai? Può essere, e lo dico da laico, lo dico accettando senza obblighi di coscienza e di fede la diagnosi e le indicazioni di Benedetto XVI e dei suoi predecessori, può essere che la "prossimità", la promiscuità, il divorzio, l'aborto, l'infertilità generalizzata siano testimonianze straordinarie di amore moderno, ma può essere vero il contrario. Vogliamo continuarla questa discussione, o vogliamo chiuderla con le scuse oscurantiste della chiesa cattolica, con una bella abiura, e con il trionfo del secolarismo più invadente, ideologico e saccente? (Immagine: René Magritte, "Gli amanti", Richard Zeisler Collection - New York)

Giuliano Ferrara - Il Foglio  7.10.08