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10月31日 Come può la scienza partorire come se fosse Dio le sue creature?
L’ultima scoperta annunciata nel campo della genetica è una vera diavoleria. Proprio in senso etimologico. Diavolo viene da “dia-ballein”, separare, dividere, spezzare. E che cosa c’è di più distruttivo, frantumante della natura umana che separare completamente il nascere di un bambino da qualsiasi padre o madre umani? Questo è quanto annuncia il tabloid Mail citando la rivista Nature: la ricerca condotta alla Stanford University darebbe la possibilità di ottenere sperma e ovuli dalle cellule staminali. Insomma, questa scoperta implicherebbe la possibilità di generare bambini con macchina e alambicchi, cioè facendo a meno dei genitori. Naturalmente, per il momento, tutto questo è troppo scandaloso per essere digerito dall’uomo comune. Ed ecco allora all’opera, dopo il genio delle staminali, il genio del marketing. Si cerca di mostrare come tutto questo in fondo sia buono e giusto, perché - in attesa di arrivare a quell’esito favoloso (e orrendo) ma un pochino eticamente dubbio - intanto grazie a queste tecniche si può coadiuvare la terapia contro la sterilità. I ricercatori avrebbero individuato il giusto mix di vitamine e componenti chimiche da far interagire con le cellule staminali per trasformarle in ovuli e sperma. Gli spermatozoi così ottenuti, dice la rivista, hanno la testa e la coda più piccola di quelli naturalì ma sembrano comunque in grado di poter fertilizzare un ovulo. Interessante: per aiutare la lotta contro la sterilità si usano cellule da embrioni. Si ammazzano esseri umani sia pur microscopici per consentire a qualcuno che è sterile di sperare di generare lui embrioni che magari invece di vagire dopo nove mesi, saranno anch’essi fatti a polpette per la salute di un altro pirla di maschio. Scusate il linguaggio aspro. Ma la realtà deve pur essere comunciata con parole abbastanza furenti. Qui siamo ben oltre la fecondazione artificiale. In quel caso la riproduzione è semplicemente scissa dall’atto d’amore, ma il seme e l’ovulo restano comunque di un maschio e di una femmina identificabili, con un nome e un cognome. Qui siamo alla scienza che partorisce come se fosse Dio le sue creature. Nella
cultura classica, ben prima cioè del cristianesimo, questa pretesa di
sostituirsi a Dio, di rubargli il fuoco della creazione, era chiamata
“ybris”: ossia l’empietà, la rinuncia alla pietà che nasce dal rapporto
tra un padre e un figlio. Sosterranno che l’uomo ha non solo il diritto, ma anche il dovere di andare oltre le colonne d’Ercole del vecchio sapere. In realtà questo non è un “andare oltre”, bensì un “andare contro”. Significa annichilire il senso della dipendenza che chi nasce ha dal padre e dalla madre. L’uomo diventa esperimento di se stesso. Si sosterrà anche che poi resta comunque la libertà o meno di fruire di questi metodi, non sono mica obbligatori. Peccato che chi da questi strumenti eventualmente dovesse venire al mondo non l’avrà scelto. Nascerà non secondo natura, ma sulla base di protocolli di qualche imbecille gonfio di premi Nobel, e grazie a questi tizi diabolici gli sarà imposto un peso psicologico ed esistenziale che nessuno mai nella storia umana ha avuto. Ci sono stati molti casi infatti di bambini che non hanno conosciuto padre e madre, molti sono stati uccisi dal padre o dalla madre, oppure abbandonati. Non era mai successo che la fonte paterna e materna fosse occlusa in origine. Resta un fatto però, quand’anche leggi assurde lo consentissero, o comunque qualcuno mettesse in pratica questi marchingegni diabolici per “fare un bambino”; resta il fatto che chi dovesse nascere anche in questa maniera abominevole sarebbe “fatto”, non costruito da sé, ma dipendente, bisognoso d’amore. Non un mostro ma pienamente uomo. E da uomo distruggerà quelle macchine che volevano sostituirsi al suo desiderio di essere figlio di una donna e di un uomo. 10月28日 Da Lutero a ... l'uteroGermania: per la prima volta una donna eletta a capo della chiesa evangelicaMargot Kaessmann, vescovo di Hannover, 51 anni, è divorziata e madre di 4 figli
PRIMA VOLTA NELLA STORIA
- La signora Kaessmann, che negli anni scorsi ha vinto una battaglia
contro il cancro, è adesso a capo di 25 milioni di protestanti
tedeschi. L'avvento di una donna alla guida della Chiesa Evangelica
tedesca è una novità assoluta: la Kaessmann è infatti il primo capo
donna della Chiesa protestante dai tempi della riforma luterana. W Papa Benedetto XVI, garanzia di Verità! 10月27日 Riflessioni sul caso Marrazzo (e su noi uomini) Riflessioni sul caso Marrazzo (e su noi uomini) Torniamo per pietà alla vera questione morale Il
caso Marrazzo continua a tener banco, trascinato agli onori delle
cronache da una catena di piccoli e grandi squallori. E io vorrei
tenermi lontano dal guazzabuglio delle reazioni di parte e ancor di più
– com’è costume di questo giornale – dal greve gioco al massacro che
s’è subito aperto. Perché è legittimo stigmatizzare le debolezze di un
uomo pubblico – e trarne, sul piano politico e morale, le inevitabili
conseguenze – ma non può diventare motivo per massacrare la dignità sua
e la sensibilità di coloro che lo amano o che gli sono legati. Che questa sia, piuttosto, l’occasione per una riflessione seria, dura e al tempo stesso pietosa (sì usiamolo questo aggettivo, senza il quale ogni società umana decade, poiché senza pietà ogni umano consorzio si disfa e si insanguina). Perché si tratta di considerare una cosa: nel cuore di un uomo può agire la spinta ideale, buona e costruttiva a darsi da fare, a impegnarsi bene, e anche, contemporaneamente, agire la spinta a buttarsi via, a obnubilarsi in un oscuro dispendio di se stesso, del proprio corpo, della propria energia. Costruzione e dispendio. Fare del bene e buttarsi via. Questo può succedere, e non di rado. Succede perché l’uomo è anche fatto così. Non è un meccanismo dove al bene si attacca e consegue per forza il bene. Possono convivere male e bene, alternarsi. Succedere l’uno all’altro. Non ce ne dovremmo stupire, se ci conosciamo almeno un poco. Lo diceva anche san Paolo di se stesso, figurati se non vale per ognuno di noi poveracci. I cristiani iniziano il momento più importante per loro, la Messa, battendosi il petto. L’ultimo peccatore come il Papa. Sembra che queste cose non abbiano a che fare con la cronaca. Questa eterna contraddizione dell’esser nostro vale per i re, per i capi, e per il popolo. Per gli eletti, e per gli elettori. Se la questione morale fosse davvero il proporsi di una questione circa la moralità, beh allora dovremmo finalmente discutere su quali sono i reali argini alla debolezza morale (e dovremmo discutere anche su perché accade che mentre qualcuno viene "massacrato" e fatto fuori sui giornali sulla base di carte false, intorno ad altri, persino immortalati in video sgradevoli, scattano strani meccanismi di solidarietà e di protezione ad alto livello). Dovremmo discutere, insomma, su che cosa rende "morale" la vita di un uomo. La mancanza di errori? La presenza di un controllo totale sui suoi atti pubblici e privati? O la sua magari faticosa adesione a un pulito e schietto ideale di umanità? La sua costruzione di un’identità pubblica che non sia l’altra faccia di quella privata? Eppure il caso Marrazzo mi suscita infinita pena. Dello stesso tipo di pena che ho verso me stesso, la medesima abbandonata e irrimediabile pena. Se davvero la "questione morale" fosse un momento per guardarsi in faccia, anche con le proprie debolezze, allora forse la politica e i suoi teatri ne riceverebbero una nuova tensione positiva, e un’aria meno ammalata. Se davvero fosse un’occasione per parlare tra uomini in carne e ossa, preoccupati per il decadere delle istituzioni politiche e di garanzia; insomma, se il disastro umano di questo o quel caso noto servisse per uscire un attimo dal teatro di "bambocci" (cioè di pupi, d’uomini finti) a cui sembra ridursi spesso la politica italiana, allora penso che ne verrebbe un guadagno per tutti. Ridiscutendo di cosa sia la morale, che tensione sia, che necessità ci sia di non fissarsela da soli, di non rispondere soltanto – senza stile e senza sobrietà – alla propria immagine di potere o di pensiero. Una vera questione morale sarebbe il tratto di un’epoca di agire retto e dove non si usa la comune debolezza umana come clava gli uni contro gli altri. Dove politici, uomini dello Stato e mass media non lavorano per sfasciare la gente. E per prenderla per il naso. Sarebbe una stagione meno farisaica e scandalistica, più pulita e di maggior tensione al bene comune. Se no, ne verrà solo altro avvilimento, e incattivimento. Proseguendo un periodo cupo e pazzo in cui in nome della morale fai-da-te o improvvisamente riscoperta si distoglie amoralmente lo sguardo dai problemi veri della gente vera e si aprono le porte ai modi più feroci e distruttivi di lotta. Davide Rondoni Rose: è la fede di Benedetto a spaccare i sassi in Uganda![]() «È
Dio che opera. La nostra capacità, da sola, non salva nulla». A dirlo è
Rose Busingye, fondatrice del Meeting Point International di Kampala,
Uganda. Il centro ospita donne sieropositive, «le mie donne», dice
sempre Rose parlando di loro. Persone che hanno saputo trovare nella
fede cristiana una speranza nuova di vita, l’unica risposta credibile
alla disperazione dell’abbandono. È alle “sue” donne che corre sempre
Rose col pensiero, quando deve parlare della fede, della Chiesa, della
speranza che Cristo rappresenta oggi per il mondo, e per l’Africa. Si è
concluso domenica il Sinodo dei Vescovi africani. Anche Rose ha
partecipato, insieme a tanti altri ospiti. Ilsussidiario.net l’ha
intervistata, alla vigilia del suo ritorno in Uganda. Cos’ha voluto dire per lei questo appuntamento, alla luce dell’esperienza di Chiesa che vive in Africa? Capire
che è Dio che opera. La nostra capacità, da sola, non salva nulla.
Tocchi con mano, una volta di più, l’incapacità nostra, però vedi bene
che il cristianesimo va avanti lo stesso. Tutta la Chiesa in Africa sta
crescendo. Ma non siamo noi a mandarla avanti; è lo Spirito. Questo
l’ho visto benissimo dal modo con cui il papa è stato con noi, durante
il Sinodo. Cos’ha colto di così particolare nella presenza del Santo Padre? Egli
stava con noi senza programmi sul da farsi, ma semplicemente per farci
compagnia. Come un padre, che suscita in te quella tenerezza per cui ti
chiedi: cos’ho da temere? Era impossibile, davanti a quello sguardo,
fraintendere. La prima preoccupazione, trattandosi di una chiesa
giovane, come quella africana, poteva essere quella di “consolidare una
chiesa futura”. Ma la Chiesa non è prima di tutto un’organizzazione.
L’invito del papa, e la sua personale testimonianza, è stata quella di
predisporsi ad accettare l’iniziativa di Dio su di noi. È in questa
accettazione che sta il futuro - e il presente - della chiesa africana. Ad
ascoltare i programmi di sviluppo dei governi e di tante
organizzazioni, sembrerebbe che la prima sfida per l’Africa sia trovare
più soldi e fare più progetti. L’uomo
europeo ha tutto, ma allora come mai non è contento? Come mai le strade
sono piene di facce tristi, di persone che non sorridono mai? È così
perché in Europa si è perso che a renderci felici è il progetto di Dio,
e non il nostro. Invece le “mie” donne vanno nella cava a spaccare
pietre sorridendo e cantando. Anche se non hanno mangiato nulla. La
sfida più grande in occidente è che la società ha abbandonato le sue
radici cristiane. Per la maggior parte delle persone il cristianesimo
non ha più nulla da dire alla loro umanità. Qual è invece la sfida
culturale che più urgente per i cattolici che vivono in Africa? La
fede in Cristo Gesù. Dico sempre che la fede è la fine della schiavitù.
È astratto - mi hanno detto tanti di quelli che ho incontrato. Ma non è
così, perché un uomo che vive la fede vede tutto come un dato ricevuto
e ne gode. Gode del lavoro, dei figli, del creato. Per un uomo che vive
la fede Dio è tutto. E lui è più libero. Benedetto
XVI, nella sua omelia in apertura del Sinodo, dell’Africa ha detto che
«il suo profondo senso di Dio» è «un tesoro inestimabile per il mondo
intero» e che «da questo punto di vista, l’Africa rappresenta un
immenso “polmone” spirituale, per un’umanità che appare in crisi di
fede e di speranza». Cosa pensa di queste parole? È
per questo che è più facile oggi incontrare Cristo in Africa che non
nei paesi occidentali. Perché un africano ha un senso del mistero tale
da essere sempre consapevole di appartenere a Qualcosa. Qualcosa di
grande, di più grande di sua madre e di suo padre. Ma questo Mistero è
Cristo presente, Colui che ogni cuore attende. Se lo incontro, diventa
la mia nuova identità, il mio giudizio nuovo su tutte le cose. Me ne
accorgo quando guardo le “mie” donne. Vedi - mi dico - sono sempre più
avanti!, non perché sono più intelligenti, ma perché sono semplici. La
fede ha penetrato la loro vita. Quando c’è stato l’uragano di New
Orleans percepivano le popolazioni colpite come parte di sé, anche se
erano dall’altra parte del mondo. E le hanno aiutate. Quando conosci la
fede tutto ti appartiene. È una mentalità nuova, persuasiva. Ti
accorgi, semplicemente, che è più bello vivere da cristiano. Il tema del Sinodo recita “la Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace”. La giustizia e la pace sono cose per le quali vale la pena spendersi? CONTINUA A LEGGERE L’INTERVISTA, CLICCA IL PULSANTE >> QUI SOTTO
10月24日 Sesso, droga e rock’ n’roll
Ma cosa sta succedendo nel nostro Bel Paese? A leggere i giornali sembra che siamo tutti affetti da un terribile morbo: il Prurito Guardonesco. Gli occhi si sono strabuzzati a furia di sbirciare dal buco delle serrature. Le orecchie appuntite come Spock, per cogliere il più tenue sospiro godereccio. Le dita anchilosate sulla tastierina dei cellulari, per carpire foto e filmini, tutti rigorosamente a luci del color del sangue. Ci abbiamo pure il Garante della privatezza, ma se ti scappa una puzzetta diventa immediatamente di dominio pubblico e l’inchiostro scorre a fiumi dalle penne sbavaveleno di Repubblica & Company. Ormai si gioca sporco, senza pudore e senza responsabilità. Vogliono la libertà di stampa come oo7 voleva la licenza di uccidere; perché ne uccide più la penna che la spada. Siamo subissati dai moralisti che, da dietro le loro spaziose e costose scrivanie, pianificano la Calunnia, sguizzagliando i loro cani da tartufo ovunque. Persino nei cessi li trovi. Si nascondono anche nella merda pur di fare uno scoop. Ricatti, ricattati, escort – che una volta si chiamavano puttane o, se si voleva essere gentili, donnine allegre – luci rosse, auto blu, polvere bianca… un arcobaleno! Mutande, canottiere, reggipetti, calzini – coi legittimi proprietari – innalzati come un gran pavese sulle pagine dei giornali e sugli schermi televisivi; neanche la Benemerita è restata immune; è caduto il mito di Don Matteo e del Maresciallo Rocca… I moralizzatori della Cosa Pubblica hanno dimenticato che l’uomo è fatto così; desidera, aspira all’infinito e si nutre, si accontenta della merda. Abbiamo avuto, nel nostro Parlamento, amanti di capi comunisti, suffragette femministe, digiunatori che di notte si abbuffavano del più pregiato pesce, spogliarelliste e porno-star, terroristi e bombaroli, zoccole, ricchioni, lesbiche e mafiosi; una fiera delle vanità da far rabbrividire, ma si rispettava la privacy. Si sapeva ma non si diceva, o si accennava a malappena… Ora si usa a chi morde più a fondo, a chi procura ferite più dilanianti. Siamo tutti dei poveracci, tutti bisognosi di essere salvati dalla nostra natura ferita e bacata; chi è senza peccato scagli la prima pietra… Non si puo’, non si puo’ continuare così! Ci stiamo aprendo un baratro sotto i piedi. Mi meraviglio che, proprio chi pretende un sistema, una società così perfetta da non aver più bisogno di essere buoni (Eliot), ci affligga di continuo con pubblicità a sfondo erotico, che anche per venderti un biberon per neonati ti sbattono sotto gli occhi le zinne della madre. Lo fanno per ingolosire e incitare all’acquisto; e quando un poveraccio compra sia il biberon che le zinne, si grida allo scandalo, ci si straccia le vesti e si distrugge impunemente la reputazione del “nemico”. Invito la gente normale, la gente-gente, quella come me che si nutre di ben altro che di quello ammannitoci dai media gossippari, di non comprare e non leggere più i giornali. Così loro se la dicano e loro se la cantino. Cambino mestiere che la terra è pronta per essere vangata, dopo le abbondanti piogge autunnali! 10月20日 Crocifissi due volte
[Per
la cronaca, questa notizia è stata postata il 16 Ottobre 2009 alle
16:29, e l’ultimo commento, ora che scrivo, è del 17 Ottobre 2009 alle
10:49]. Cultura Cattolica socio di SamizdatOnLine Argomenti correlati: 10月19日 La rivincita dei santi
In anticipo sulla festa del primo novembre, girano sui nostri giornali parecchi articoli e notizie che riguardano i santi. Un giorno è la presentazione della mostra di Palazzo Venezia a Roma “Il potere e la grazia”, dedicata alla storia della santità in Europa. Un altro è la segnalazione che il presidente Obama ha scritto un messaggio per la canonizzazione di padre Damiano de Veuster, missionario morto tra i lebbrosi di dell’isola hawaiana di Molokai. Un altro ancora sono i resoconti dell’ultima commedia di Dario Fo, che ha per protagonista sant’Ambrogio. Si tratta, ovviamente di cose molto diverse tra loro. Ma con qualche elemento in comune. Il primo è forse implicito, ma è chiaro. Sembra proprio che nei momenti di crisi e confusione sorga prepotente il bisogno di guardare a qualcuno che nelle crisi della sua vita sia rimasto in piedi e che dalle confusioni della sua esistenza non sia stato travolto. Il santo, infatti è un uomo. Come noi. Che però, a differenza di quanto troppo spesso ci capita, ha vissuto la propria vita, comprese le difficoltà, in pienezza. Ma qui comincia il problema: perché lui, o lei, ha potuto vivere così? Non basta l’eroismo - di cui pure tanti santi sono testimoni quasi al limite dell’incredibile -, non bastano la generosità, l’intelligenza, la bontà - che molti santi avevano in dosi massicce -. Bisogna risalire al fondamento di tutto questo. Anche perché, altrimenti, saremmo portati a concludere sconsolati che noi non ci arriveremo mai e la stessa santità sarebbe solo un fastidioso richiamo ad una meta irraggiungibile. Una volta un giornalista, stupefatto per l’eroica dedizione con cui le sue suore assistevano i più miseri di Calcutta, e lo facevano con una inspiegabile letizia, chiese a Madre Teresa in forza di cosa esse si comportassero così. Rispose: «Lo fanno per Gesù». Una risposta secca, senza possibilità di interpretazioni ambigue. Una risposta che spiazza. CONTINUA LA LETTURA DELL'ARTICOLO, CLICCA IL PULSANTE >> QUI SOTTO Grazie a Il Sussidiario 10月17日 La colpevole indifferenza dei cristiani![]() Il vescovo sudanese ha raccontato la passione, crocifissione e morte di sette cristiani in Sudan. È stata Al Qaida. La complicità del governo islamico di Khartoum, sostenuto dalla Cina, è palese. Monsignor Eduardo Hiiboro Kussala, vescovo della diocesi di Tombura Yambio, nel Sudan meridionale, lo ha raccontato prima al Papa e ai suoi confratelli africani riuniti a Roma per il Sinodo, poi alla Radio Vaticana. I boia della Lord’s Resistance Army (Lra) - un gruppo di seguaci di Allah, affiliati ad Osama - hanno fatto irruzione nella chiesa di Nostra Signora della Pace nella città di Ezo e hanno rapito alcuni ragazzi tra i 15 e i 20 anni. Se ne stavano lì a pregare. Li hanno inchiodati su assi di legno. Si chiama crocifissione. Era il 13 agosto. La notizia si è finalmente affacciata in prima pagina ieri. Non è la prima volta che accadono questi orrori. Anni fa, Antonio Socci ha dedicato un libro a queste stragi di cristiani in Sudan. Arrivavano racconti come questo: le milizie di banditi musulmani hanno rincorso i cristiani che cercavano rifugio nella foresta. Li hanno presi, e inchiodati agli alberi. I testimoni c’erano, ma - veniva opposto - dove sono le foto, dove sono le immagini della Cnn o almeno di Al Jazeera? Allora, zitti, prudenti, silenti. Ora però basta così con gli occhi chiusi e le bocche cucite. Quanto orrore. C’è strazio. Eppure anche consolazione che piove fresca su di noi per la testimonianza. Oriana direbbe: anche tra noi c’è chi ha più cara la libertà della vita, e sette ragazzi si lasciano uccidere ma non rinnegano la loro fede. Sono santi, sono nella gloria. Ma noi? Noi qui facciamo davvero schifo. Parlo di me, parlo dell’opinione pubblica occidentale. E anche dei cristiani, soprattutto dei cristiani. La notizia era del 13 agosto. Possibile che nessuna tra le agenzie di stampa abbia un corrispondente o l’Onu non abbia qualcuno che possa dare forza a questi racconti? Il fatto è che si tratta di fatica sprecata. Non interessa, siamo appassiti. Quando i primi frammenti di certezza avvalorarono la storia dei crocefissi in Sudan, alla Camera dei deputati fu data la parola a Luca Volontè (Udc), poi a Marco Zacchera (Pdl). Raccontarono, condannarono. Naturalmente questi interventi furono concessi a fine seduta, i deputati uscivano chiacchierando, che importa, fatti di afro-cristiani, alla malora. (Quando giunse notizia di un proiettile a un giornalista di Annozero, la parola fu data subito, a metà seduta, a una deputata del Pd). Nessuna agenzia riprese la cosa. Nemmeno io ne scrissi, pensando: tanto a chi interessa? Stupido alibi. Sono in buona, anzi cattiva compagnia. I vescovi perché non sono andati in tivù a stracciarsi le vesti per l’indifferenza nostra? Gran parte dei presuli italiani in questi mesi sono stati impegnati in altro tema, molto più gustoso e in grado di suscitare titoloni: la moralità privata di Berlusconi, non è vero? Il segretario della Cei, monsignor Crociata (un nome abbastanza esagerato), si è distinto più per le interviste sul premier che sulla persecuzione dei cristiani. Ci sta tutto nella vita e nelle prediche, ma bisognerebbe anche ricordarsi che il governo italiano, grazie al vituperato Berlusconi e al ministro Franco Frattini, è il più impegnato nella difesa della libertà religiosa: è il solo tra quelli europei ad aver avviato pratiche diplomatiche contro la persecuzione dei cattolici a Orissa, in India; ha sostenuto i credenti con i leader iracheni e afghani. Pagina 1 - 2 - Renato Farina 10月14日 Un “io” di nuovo unitoAldo Trento: Per accettare i propri limiti ci vuole la coscienza dei miei malatiCome faccio ad accettare i miei limiti? È la domanda che per anni mi ha tormentato, e che mi capita di ascoltare spesso da coloro che incontro quotidianamente: giovani, adulti, anziani, sposati, consacrati, scapoli. di Aldo Trento ![]() Come
faccio ad accettare i miei limiti? È la domanda che per anni mi ha
tormentato, e che mi capita di ascoltare spesso da coloro che incontro
quotidianamente: giovani, adulti, anziani, sposati, consacrati,
scapoli. Insomma, è una domanda che riguarda tutti, e che purtroppo
genera una tristezza enorme sui volti di tanti. Una domanda che esige
una risposta chiara e precisa, perché dalla risposta che incontriamo
dipende un fattore decisivo che tutti desideriamo: la nostra autostima,
la possibilità di dire “io”. Viviamo in un mondo di depressi, in cui
l’accettazione di sé, così come si è, spesso sembra impossibile. La
depressione si manifesta secondo modalità molto diverse: dall’angoscia
del vivere alla bulimia, all’anoressia, alle crisi esistenziali che
possono spingere perfino a odiare la vita. Sarei tentato di dare
ragione a Cesare Pavese, che soffriva la durezza del “mestiere di
vivere”. Un mestiere difficile, che spesso tentiamo di rendere più
facile fuggendo i dolori, le responsabilità, le angosce, magari
affidandoci a qualche sedicente esperto che promette di rivelarci la
soluzione svuotandoci il portafoglio. Ma la depressione non si risolve
con le scorciatoie e i metodi antistress. Per poter affrontare un male
così oscuro, un limite così difficile da superare, bisogna innanzitutto
chiarire bene i termini della questione, e poi cercare le ragioni della
grande fatica che si deve fare per affrontarla. Perché ciò che non si
affronta non si può riconoscere né capire, e quindi non può mai essere
redento, non diventa mai una grazia. Ecco cosa mi accompagna ogni istanteLETTERA DAL SINODO Rose: «Ecco cosa mi accompagna ogni istante»14/10/2009 - Mentre prosegue l'Assemblea speciale sull'Africa, da Roma ci scrive Rose, arrivata da Kampala per partecipare ai lavori. Dove ha trovato «la tenerezza del "Dio con noi"» Un momento dei lavori. Cari amici, Da Tracce 10月12日 Berlusconi: effetto paradossoHo letto dall'amico Amicusplato 10月8日 Lettera aperta agli aquilani
10月7日 Beata Vergine Maria del RosarioIl
Santo Rosario, la preghiera più diffusa che la tradizione popolare ci
abbia consegnato, ha consacrato nei secoli l’aspetto più umile della
vita della Madonna. Recitandolo, è come se la figura di Maria si
imponesse nel suo aspetto più semplice e più nascosto. Ma nel proporvi
di vivere il Rosario con una riscossa particolare della coscienza di
quello che è la Madonna nella vita dell’uomo e del mondo, sono
soprattutto guidato dall’impressione più forte che ho avuto nel viaggio
in Terra Santa. La cosa che più mi ha stupito e mi ha come reso
immobile nello spirito - immobile nel senso dello stupore - è stato
quando ho visto la piccola, restante casa-grotta in cui viveva la
Madonna e ho letto una targa di nessun conto su cui era scritto: Verbum
caro hic factum est - Il Verbo si è fatto carne qui -. Sono rimasto
come pietrificato dall’evidenza improvvisa del metodo di Dio, che ha
preso il niente, proprio il niente. 10月5日 Quello strano "omino bianco" che si chiama Benedetto
10月1日 L’Africa ha bisogno della pazzia di Dio«Soltanto l’esperienza di un amore infinito per il nostro niente produce la riconciliazione, la pace e la giustizia che cerchiamo». Il Sinodo del continente nero visto da una sua protagonista di Rose Busingye ![]() Perché questo avvenga è fondamentale l’educazione. L’uomo africano ha un altissimo senso religioso, ha un fortissimo senso dell’appartenenza, ma essi devono essere educati. Ci si deve educare ad accorgersi che il compimento è già con noi, che la risposta è già presente, e non è una magia o un modo di credere sentimentale che la rendono presente. L’uomo africano possiede un senso religioso veramente alto, non c’è un africano che non sia consapevole di dipendere da Qualche cosa di Altro, che non abbia questo senso di dipendenza da Qualcosa. Lo chiama “Spirito” o con un altro nome, lo cerca nelle magie, ma comunque non può vivere senza avere qualcosa da cui dipendere. Nessun africano mai direbbe, come fanno tanti europei, «sono nato, adesso sto qua e questo è tutto». No: l’africano ha sempre viva la questione dell’origine. L’incontro che manca Il problema è che la maggior parte degli africani, e anche dei cristiani, non può testimoniare di un incontro in cui si è sentito dire: «Sono Io che cerchi». Perché troppo spesso Cristo non è stato presentato come qualcosa che è già presente in noi, ma come qualcosa che arriva dal di fuori. Così oggi tanti studiosi africani scrivono che il Dio cristiano è stato importato dai bianchi e che il cristianesimo non è riconciliato con l’identità e la cultura africane. Per me e per tanti amici non è così, perché il modo in cui ci è stato presentato il cristianesimo, attraverso la persona di don Luigi Giussani e di chi lo seguiva, è stato diverso. È come se ci fosse stato detto: «Tutto quello che hai cercato negli spiriti, nelle magie, c’è già, è presente, è quello che ha fatto te, ti ha fatto nascere, ti fa respirare. E io ti dico il suo nome». Invece è come se a tanti africani chi ha presentato il cristianesimo avesse detto: «Metti via tutti gli idoli, tutte le tue cose, io ti ho portato Dio, io ti ho portato Cristo». Come se Cristo fosse una proprietà. Ma Cristo non lo possiede nessuno, viene come vuole Lui, come disegna Lui, viene in ogni uomo di questo mondo. La magia, gli spiriti e la vita quotidiana La conseguenza del non presentare Cristo come qualcosa che è in te, ma come qualcosa che viene da fuori, fa sì che alla fine, per molti, c’è un Dio del bianco e un Dio dell’africano. E quando c’è una difficoltà, una malattia, anche i cristiani a volte guardano dalla parte del Dio africano e dicono: «Forse sono gli spiriti». Così vanno da quelli che voi europei chiamate gli “stregoni”. Che riempiono la loro mente di paura. Gli stregoni li terrorizzano, la loro mente si riempie di reazioni che vengono dalla paura: e loro stessi si convincono che per guarire la loro mente dovrà essere torturata e riempirsi di credenze frutto della paura. Anche le sètte che mescolano il cristianesimo con gli spiriti, quelle dei cosiddetti “salvati”, seguono lo stesso metodo degli stregoni: producono agitazione e suggestione nella mente, ti convincono che la presenza di Dio o degli spiriti buoni è legata a una magia, e che tutto nella vita può essere ottenuto in modo magico. È un Dio che ti dice: «Posso farti avere tutto per magia». Ma non è un Dio che entra nella tua vita normale, che la vive con te, che la porta con te. È un Dio della suggestione psicologica: alla fine della preghiera ti senti guarito, ma il giorno dopo stai peggio di prima. Ma Dio è questa tenerezza che è venuta nel mondo, che ha avuto pietà di noi e ci tocca tutti quanti. È ciò che Benedetto XVI ha espresso nelle sue tre encicliche, soprattutto nella Deus caritas est, dove descrive Dio con questo amore infinito: «la pazzia divina», come ha scritto. La pace e la riconciliazione nascono da questa esperienza di Dio: Dio ha preso me, che ero niente e che sono niente, mi ha preso così come sono, e nella quotidianità. Quel che viene naturale dire è: «Io voglio partecipare a questa pazzia di Dio, a questo essere di Dio». Questa cosa, nel tempo, fa sì che non mi adiro più per i peccati altrui, per le ingiustizie che l’altro ha compiuto nei confronti miei e di altre persone. Nell’esperienza dell’amore divino, non ha più penso che io misuri i peccati miei e degli altri. Nel tempo questo produce serenità e il desiderio che il mio incontro con ogni essere umano sia tenerezza, non uno sforzo o un ripetere parole o un cercare di essere più bravi degli altri. Qui da me a Kampala arrivano ragazze di tribù ostili alla mia, giovani che hanno combattuto o sono stati bambini soldato. Dovrei averne paura o provare disprezzo per loro. E invece queste cose non mi toccano più: per me sono persone amate e volute da Dio, che hanno continuamente bisogno di essere amate e volute. Se hanno bisogno di mangiare do loro da mangiare, se hanno bisogno delle medicine do loro le medicine. Quando arrivano le accolgo come tutti gli altri bambini, non in base al discrimine se hanno rubato e ucciso oppure no. Appartengono a Cristo, e quindi appartengono anche a me. Da Tempi |
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