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日志


10月31日

Come può la scienza partorire come se fosse Dio le sue creature?

 

L’ultima scoperta annunciata nel campo della genetica è una vera diavoleria. Proprio in senso etimologico. Diavolo viene da “dia-ballein”, separare, dividere, spezzare. E che cosa c’è di più distruttivo, frantumante della natura umana che separare completamente il nascere di un bambino da qualsiasi padre o madre umani?

Questo è quanto annuncia il tabloid Mail citando la rivista Nature: la ricerca condotta alla Stanford University darebbe la possibilità di ottenere sperma e ovuli dalle cellule staminali. Insomma, questa scoperta implicherebbe la possibilità di generare bambini con macchina e alambicchi, cioè facendo a meno dei genitori. Naturalmente, per il momento, tutto questo è troppo scandaloso per essere digerito dall’uomo comune. Ed ecco allora all’opera, dopo il genio delle staminali, il genio del marketing. Si cerca di mostrare come tutto questo in fondo sia buono e giusto, perché - in attesa di arrivare a quell’esito favoloso (e orrendo) ma un pochino eticamente dubbio - intanto grazie a queste tecniche si può coadiuvare la terapia contro la sterilità.

I ricercatori avrebbero individuato il giusto mix di vitamine e componenti chimiche da far interagire con le cellule staminali per trasformarle in ovuli e sperma. Gli spermatozoi così ottenuti, dice la rivista, hanno la testa e la coda più piccola di quelli naturalì ma sembrano comunque in grado di poter fertilizzare un ovulo.

Interessante: per aiutare la lotta contro la sterilità si usano cellule da embrioni. Si ammazzano esseri umani sia pur microscopici per consentire a qualcuno che è sterile di sperare di generare lui embrioni che magari invece di vagire dopo nove mesi, saranno anch’essi fatti a polpette per la salute di un altro pirla di maschio.

Scusate il linguaggio aspro. Ma la realtà deve pur essere comunciata con parole abbastanza furenti. Qui siamo ben oltre la fecondazione artificiale. In quel caso la riproduzione è semplicemente scissa dall’atto d’amore, ma il seme e l’ovulo restano comunque di un maschio e di una femmina identificabili, con un nome e un cognome. Qui siamo alla scienza che partorisce come se fosse Dio le sue creature.

Nella cultura classica, ben prima cioè del cristianesimo, questa pretesa di sostituirsi a Dio, di rubargli il fuoco della creazione, era chiamata “ybris”: ossia l’empietà, la rinuncia alla pietà che nasce dal rapporto tra un padre e un figlio.
Noi lo sappiamo bene cosa diranno gli scienziati di questa avanguardia mostruosa.

Sosterranno che l’uomo ha non solo il diritto, ma anche il dovere di andare oltre le colonne d’Ercole del vecchio sapere. In realtà questo non è un “andare oltre”, bensì un “andare contro”. Significa annichilire il senso della dipendenza che chi nasce ha dal padre e dalla madre. L’uomo diventa esperimento di se stesso.

Si sosterrà anche che poi resta comunque la libertà o meno di fruire di questi metodi, non sono mica obbligatori. Peccato che chi da questi strumenti eventualmente dovesse venire al mondo non l’avrà scelto. Nascerà non secondo natura, ma sulla base di protocolli di qualche imbecille gonfio di premi Nobel, e grazie a questi tizi diabolici gli sarà imposto un peso psicologico ed esistenziale che nessuno mai nella storia umana ha avuto. Ci sono stati molti casi infatti di bambini che non hanno conosciuto padre e madre, molti sono stati uccisi dal padre o dalla madre, oppure abbandonati. Non era mai successo che la fonte paterna e materna fosse occlusa in origine.

Resta un fatto però, quand’anche leggi assurde lo consentissero, o comunque qualcuno mettesse in pratica questi marchingegni diabolici per “fare un bambino”; resta il fatto che chi dovesse nascere anche in questa maniera abominevole sarebbe “fatto”, non costruito da sé, ma dipendente, bisognoso d’amore. Non un mostro ma pienamente uomo. E da uomo distruggerà quelle macchine che volevano sostituirsi al suo desiderio di essere figlio di una donna e di un uomo.

D Il Sussidiario

10月28日

Da Lutero a ... l'utero

Germania: per la prima volta una donna eletta a capo della chiesa evangelica

Margot Kaessmann, vescovo di Hannover, 51 anni, è divorziata e madre di 4 figli

Margot Kaessman
Margot Kaessman
BERLINO (GERMANIA) - Non era mai successo dai tempi di Martin Lutero. Il Sinodo della Chiesa Evangelica tedesca, riunito a Ulm, ha eletto come presidente il vescovo di Hannover, Margot Kaessmann, una 51enne divorziata e madre di 4 figli. La nuova «papessa» è molto nota in Germania, tanto per la sua grande abilità oratoria che per il suo notevole talento mediatico.

PRIMA VOLTA NELLA STORIA - La signora Kaessmann, che negli anni scorsi ha vinto una battaglia contro il cancro, è adesso a capo di 25 milioni di protestanti tedeschi. L'avvento di una donna alla guida della Chiesa Evangelica tedesca è una novità assoluta: la Kaessmann è infatti il primo capo donna della Chiesa protestante dai tempi della riforma luterana.
La Kaessmann è entrata nella Chiesa evangelica tedesca, nel 1981 con il suo primo incarico; dieci anni fa fu nominata vescovo, e si ribellò al tentativo di inquadrarne la carriera religiosa nella cornice delle "quote rosa": «Fu un passo verso la normalità, come fu percepito da tutte le donne impiegate nella Chiesa», commentò all'epoca. A proposito della fine del suo matrimonio ha detto, secondo quanto riporta il quotidiano tedesco «Hamburger Abendblatt»: «Il dono del matrimonio mi è stato tolto dopo 26 anni, e ho divorziato. Non volevo mantenere un matrimonio di facciata, ma vivere in modo sincero». La nuova guida dei luterani ha a cuore innanzitutto la questione sociale e il recupero delle fede: «Per me è una tragedia che tante persone in Germania non conoscano più la Bibbia», ha dichiarato. La Kaessmann è anche attenta al valore della dimensione ecumenica: «Ci unisce più di quello che ci divide», ha commentato parlando dei cattolici. Sulla funzione della sua Chiesa, ha aggiunto: «Noi siamo la Chiesa nel mondo con il compito di diffondere il Vangelo, di celebrare la messa, e di sostenere i più deboli».

Dal Corriere della Sera

W Papa Benedetto XVI, garanzia di Verità!

10月27日

Riflessioni sul caso Marrazzo (e su noi uomini)


Riflessioni sul caso Marrazzo (e su noi uomini)
Torniamo per pietà alla vera questione morale
Il caso Marrazzo continua a tener banco, trascinato agli onori delle cronache da una catena di piccoli e grandi squallori. E io vorrei tenermi lontano dal guazzabuglio delle reazioni di parte e ancor di più – com’è costume di questo giornale – dal greve gioco al massacro che s’è subito aperto. Perché è legittimo stigmatizzare le debolezze di un uomo pubblico – e trarne, sul piano politico e morale, le inevitabili conseguenze – ma non può diventare motivo per massacrare la dignità sua e la sensibilità di coloro che lo amano o che gli sono legati.

Che questa sia, piuttosto, l’occasione per una riflessione seria, dura e al tempo stesso pietosa (sì usiamolo questo aggettivo, senza il quale ogni società umana decade, poiché senza pietà ogni umano consorzio si disfa e si insanguina). Perché si tratta di considerare una cosa: nel cuore di un uomo può agire la spinta ideale, buona e costruttiva a darsi da fare, a impegnarsi bene, e anche, contemporaneamente, agire la spinta a buttarsi via, a obnubilarsi in un oscuro dispendio di se stesso, del proprio corpo, della propria energia. Costruzione e dispendio. Fare del bene e buttarsi via. Questo può succedere, e non di rado.

Succede perché l’uomo è anche fatto così. Non è un meccanismo dove al bene si attacca e consegue per forza il bene. Possono convivere male e bene, alternarsi. Succedere l’uno all’altro. Non ce ne dovremmo stupire, se ci conosciamo almeno un poco. Lo diceva anche san Paolo di se stesso, figurati se non vale per ognuno di noi poveracci. I cristiani iniziano il momento più importante per loro, la Messa, battendosi il petto. L’ultimo peccatore come il Papa.

Sembra che queste cose non abbiano a che fare con la cronaca. Questa eterna contraddizione dell’esser nostro vale per i re, per i capi, e per il popolo. Per gli eletti, e per gli elettori. Se la questione morale fosse davvero il proporsi di una questione circa la moralità, beh allora dovremmo finalmente discutere su quali sono i reali argini alla debolezza morale (e dovremmo discutere anche su perché accade che mentre qualcuno viene "massacrato" e fatto fuori sui giornali sulla base di carte false, intorno ad altri, persino immortalati in video sgradevoli, scattano strani meccanismi di solidarietà e di protezione ad alto livello). Dovremmo discutere, insomma, su che cosa rende "morale" la vita di un uomo. La mancanza di errori? La presenza di un controllo totale sui suoi atti pubblici e privati? O la sua magari faticosa adesione a un pulito e schietto ideale di umanità? La sua costruzione di un’identità pubblica che non sia l’altra faccia di quella privata?

Eppure il caso Marrazzo mi suscita infinita pena. Dello stesso tipo di pena che ho verso me stesso, la medesima abbandonata e irrimediabile pena. Se davvero la "questione morale" fosse un momento per guardarsi in faccia, anche con le proprie debolezze, allora forse la politica e i suoi teatri ne riceverebbero una nuova tensione positiva, e un’aria meno ammalata. Se davvero fosse un’occasione per parlare tra uomini in carne e ossa, preoccupati per il decadere delle istituzioni politiche e di garanzia; insomma, se il disastro umano di questo o quel caso noto servisse per uscire un attimo dal teatro di "bambocci" (cioè di pupi, d’uomini finti) a cui sembra ridursi spesso la politica italiana, allora penso che ne verrebbe un guadagno per tutti. Ridiscutendo di cosa sia la morale, che tensione sia, che necessità ci sia di non fissarsela da soli, di non rispondere soltanto – senza stile e senza sobrietà – alla propria immagine di potere o di pensiero.

Una vera questione morale sarebbe il tratto di un’epoca di agire retto e dove non si usa la comune debolezza umana come clava gli uni contro gli altri. Dove politici, uomini dello Stato e mass media non lavorano per sfasciare la gente. E per prenderla per il naso. Sarebbe una stagione meno farisaica e scandalistica, più pulita e di maggior tensione al bene comune. Se no, ne verrà solo altro avvilimento, e incattivimento. Proseguendo un periodo cupo e pazzo in cui in nome della morale fai-da-te o improvvisamente riscoperta si distoglie amoralmente lo sguardo dai problemi veri della gente vera e si aprono le porte ai modi più feroci e distruttivi di lotta.

Davide Rondoni
Da Avvenire

Rose: è la fede di Benedetto a spaccare i sassi in Uganda

«È Dio che opera. La nostra capacità, da sola, non salva nulla». A dirlo è Rose Busingye, fondatrice del Meeting Point International di Kampala, Uganda. Il centro ospita donne sieropositive, «le mie donne», dice sempre Rose parlando di loro. Persone che hanno saputo trovare nella fede cristiana una speranza nuova di vita, l’unica risposta credibile alla disperazione dell’abbandono. È alle “sue” donne che corre sempre Rose col pensiero, quando deve parlare della fede, della Chiesa, della speranza che Cristo rappresenta oggi per il mondo, e per l’Africa. Si è concluso domenica il Sinodo dei Vescovi africani. Anche Rose ha partecipato, insieme a tanti altri ospiti. Ilsussidiario.net l’ha intervistata, alla vigilia del suo ritorno in Uganda.

Cos’ha voluto dire per lei questo appuntamento, alla luce dell’esperienza di Chiesa che vive in Africa?

Capire che è Dio che opera. La nostra capacità, da sola, non salva nulla. Tocchi con mano, una volta di più, l’incapacità nostra, però vedi bene che il cristianesimo va avanti lo stesso. Tutta la Chiesa in Africa sta crescendo. Ma non siamo noi a mandarla avanti; è lo Spirito. Questo l’ho visto benissimo dal modo con cui il papa è stato con noi, durante il Sinodo.

Cos’ha colto di così particolare nella presenza del Santo Padre?

Egli stava con noi senza programmi sul da farsi, ma semplicemente per farci compagnia. Come un padre, che suscita in te quella tenerezza per cui ti chiedi: cos’ho da temere? Era impossibile, davanti a quello sguardo, fraintendere. La prima preoccupazione, trattandosi di una chiesa giovane, come quella africana, poteva essere quella di “consolidare una chiesa futura”. Ma la Chiesa non è prima di tutto un’organizzazione. L’invito del papa, e la sua personale testimonianza, è stata quella di predisporsi ad accettare l’iniziativa di Dio su di noi. È in questa accettazione che sta il futuro - e il presente - della chiesa africana.

Ad ascoltare i programmi di sviluppo dei governi e di tante organizzazioni, sembrerebbe che la prima sfida per l’Africa sia trovare più soldi e fare più progetti.

L’uomo europeo ha tutto, ma allora come mai non è contento? Come mai le strade sono piene di facce tristi, di persone che non sorridono mai? È così perché in Europa si è perso che a renderci felici è il progetto di Dio, e non il nostro. Invece le “mie” donne vanno nella cava a spaccare pietre sorridendo e cantando. Anche se non hanno mangiato nulla.

La sfida più grande in occidente è che la società ha abbandonato le sue radici cristiane. Per la maggior parte delle persone il cristianesimo non ha più nulla da dire alla loro umanità. Qual è invece la sfida culturale che più urgente per i cattolici che vivono in Africa?

La fede in Cristo Gesù. Dico sempre che la fede è la fine della schiavitù. È astratto - mi hanno detto tanti di quelli che ho incontrato. Ma non è così, perché un uomo che vive la fede vede tutto come un dato ricevuto e ne gode. Gode del lavoro, dei figli, del creato. Per un uomo che vive la fede Dio è tutto. E lui è più libero.

Benedetto XVI, nella sua omelia in apertura del Sinodo, dell’Africa ha detto che «il suo profondo senso di Dio» è «un tesoro inestimabile per il mondo intero» e che «da questo punto di vista, l’Africa rappresenta un immenso “polmone” spirituale, per un’umanità che appare in crisi di fede e di speranza». Cosa pensa di queste parole?

È per questo che è più facile oggi incontrare Cristo in Africa che non nei paesi occidentali. Perché un africano ha un senso del mistero tale da essere sempre consapevole di appartenere a Qualcosa. Qualcosa di grande, di più grande di sua madre e di suo padre. Ma questo Mistero è Cristo presente, Colui che ogni cuore attende. Se lo incontro, diventa la mia nuova identità, il mio giudizio nuovo su tutte le cose. Me ne accorgo quando guardo le “mie” donne. Vedi - mi dico - sono sempre più avanti!, non perché sono più intelligenti, ma perché sono semplici. La fede ha penetrato la loro vita. Quando c’è stato l’uragano di New Orleans percepivano le popolazioni colpite come parte di sé, anche se erano dall’altra parte del mondo. E le hanno aiutate. Quando conosci la fede tutto ti appartiene. È una mentalità nuova, persuasiva. Ti accorgi, semplicemente, che è più bello vivere da cristiano.

Il tema del Sinodo recita “la Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace”. La giustizia e la pace sono cose per le quali vale la pena spendersi?

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10月24日

Sesso, droga e rock’ n’roll

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Ma cosa sta succedendo nel nostro Bel Paese? A leggere i giornali sembra che siamo tutti affetti da un terribile morbo: il Prurito Guardonesco. Gli occhi si sono strabuzzati a furia di sbirciare dal buco delle serrature. Le orecchie appuntite come Spock, per cogliere il più tenue sospiro godereccio. Le dita anchilosate sulla tastierina dei cellulari, per carpire foto e filmini, tutti rigorosamente a luci del color del sangue.

Ci abbiamo pure il Garante della privatezza, ma se ti scappa una puzzetta diventa immediatamente di dominio pubblico e l’inchiostro scorre a fiumi dalle penne sbavaveleno di Repubblica & Company. Ormai si gioca sporco, senza pudore e senza responsabilità. Vogliono la libertà di stampa come oo7 voleva la licenza di uccidere; perché ne uccide più la penna che la spada.

Siamo subissati dai moralisti che, da dietro le loro spaziose e costose scrivanie, pianificano la Calunnia, sguizzagliando i loro cani da tartufo ovunque. Persino nei cessi li trovi. Si nascondono anche nella merda pur di fare uno scoop.

Ricatti, ricattati, escort – che una volta si chiamavano puttane o, se si voleva essere gentili, donnine allegre – luci rosse, auto blu, polvere bianca… un arcobaleno! Mutande, canottiere, reggipetti, calzini – coi legittimi proprietari – innalzati come un gran pavese sulle pagine dei giornali e sugli schermi televisivi; neanche la Benemerita è restata immune; è caduto il mito di Don Matteo e del Maresciallo Rocca…

I moralizzatori della Cosa Pubblica hanno dimenticato che l’uomo è fatto così; desidera, aspira all’infinito e si nutre, si accontenta della merda.

Abbiamo avuto, nel nostro Parlamento, amanti di capi comunisti, suffragette femministe, digiunatori che di notte si abbuffavano del più pregiato pesce, spogliarelliste e porno-star, terroristi e bombaroli, zoccole, ricchioni, lesbiche e mafiosi; una fiera delle vanità da far rabbrividire, ma si rispettava la privacy. Si sapeva ma non si diceva, o si accennava a malappena… Ora si usa a chi morde più a fondo, a chi procura ferite più dilanianti.

Siamo tutti dei poveracci, tutti bisognosi di essere salvati dalla nostra natura ferita e bacata; chi è senza peccato scagli la prima pietra…

Non si puo’, non si puo’ continuare così! Ci stiamo aprendo un baratro sotto i piedi.

Mi meraviglio che, proprio chi pretende un sistema, una società così perfetta da non aver più bisogno di essere buoni (Eliot), ci affligga di continuo con pubblicità a sfondo erotico, che anche per venderti un biberon per neonati ti sbattono sotto gli occhi le zinne della madre. Lo fanno per ingolosire e incitare all’acquisto; e quando un poveraccio compra sia il biberon che le zinne, si grida allo scandalo, ci si straccia le vesti e si distrugge impunemente la reputazione del “nemico”.

Invito la gente normale, la gente-gente, quella come me che si nutre di ben altro che di quello ammannitoci dai media gossippari, di non comprare e non leggere più i giornali. Così loro se la dicano e loro se la cantino. Cambino mestiere che la terra è pronta per essere vangata, dopo le abbondanti piogge autunnali!

10月21日

Real Madrid - Milan 2-3!

'A Zapate', se nun te bastano tre t'aspettamm' a Milano!
10月20日

Crocifissi due volte

Ho appreso la terribile notizia della crocifissione di sette cristiani sudanesi e ho trovato sul sito degli Atei, Agnostici, ecc… questo commento: «korova scrive: 17 Ottobre 2009 alle 9:08 “crocifissi sette cristiani”??? ERA ANCHE ORA!!!! have a anice (sic!) day!!!», ancora non ripreso da alcuno, e mi sembra gravissimo: i visitatori commentano ogni cosa, attaccano con parole volgari chi crede, si dicono difensori del libero pensiero, ma mi pare che qui la libertà sia solo quella del disprezzo, rivestito da uno sciocco e presuntuoso senso di superiorità.

[Per la cronaca, questa notizia è stata postata il 16 Ottobre 2009 alle 16:29, e l’ultimo commento, ora che scrivo, è del 17 Ottobre 2009 alle 10:49].
Ho sempre pensato alla laicità come vera umiltà, senso del proprio limite e di rispetto per gli altri. E questo l’ho imparato da mio papà, presidente diocesano di Azione Cattolica, che mi ha dato da leggere, già da piccolo, il «Dialogo sopra i massimi sistemi» di Galileo, che lui possedeva da quando aveva 26 anni. Brutti tempi questi in cui, per odio e livore ideologico, non si riesce a solidarizzare, a indignarsi, per chi è ingiustamente offeso, maltrattato, ucciso! Credo che se vogliamo che l’uomo viva nella libertà e nel rispetto, dentro un mondo dove tutti possano vivere e cercare ciò che rende bella la vita, sarebbe anche ora di guardare avanti, e di smettere di recriminare sul passato degli altri (perché sempre di questo si tratta, mai del proprio – noi per definizione siamo innocenti). Solo la Chiesa ha saputo, con il grande Giovanni Paolo II, chiedere perdono, e questo gesto è stato forse uno dei più grandi del suo grandissimo pontificato. Che cosa aspettiamo per imparare? Sempre in quel sito si diceva di non dimenticarsi della sfida che l’Islam rappresenta. Ma è una sfida che non va superata ripetendo le solite frasi sulla religione e sulle religioni come fonte di discriminazione, violenza, ecc. Gli scheletri negli armadi li hanno in tanti, anche se non si vuole vedere, si fa finta di niente, si accusa l’altro per allontanare lo sguardo da sé.
Credo sia giunto il momento di raccogliere l’invito ad un cammino che sia, per tutti, carico di verità e di amore: non sottovalutiamo l’enciclica che già nel titolo apre la prospettiva di straordinaria bellezza: «Caritas in veritate». La verità che tutti aspettiamo è quella sull’uomo, sulla sua dignità e sul suo destino, sulla sua libertà, che non può essere quella di negare la vita, propria o altrui. Per questo siamo grati a chi, per difendere la libertà e la dignità – propria e altrui –, ha saputo dare la vita. Sono semi di speranza!
Navigando in Internet, per capire quello che viene detto su questo fatto, mi sono imbattuto in testi, commenti, riflessioni che mi fanno pensare che siamo ben lontani da quella «civiltà della verità e dell’amore» tanto auspicata dalla Chiesa. Forse è giunto il momento di riprendere l’insegnamento della lettera a Diogneto: «A dirla in breve, come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani. L’anima è diffusa in tutte le parti del corpo e i cristiani nelle città della terra. L’anima abita nel corpo, ma non è del corpo; i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo. L’anima invisibile è racchiusa in un corpo visibile; i cristiani si vedono nel mondo, ma la loro religione è invisibile. La carne odia l’anima e la combatte pur non avendo ricevuto ingiuria, perché impedisce di prendersi dei piaceri; il mondo che pur non ha avuto ingiustizia dai cristiani li odia perché si oppongono ai piaceri. L’anima ama la carne che la odia e le membra; anche i cristiani amano coloro che li odiano. L’anima è racchiusa nel corpo, ma essa sostiene il corpo; anche i cristiani sono nel mondo come in una prigione, ma essi sostengono il mondo. L’anima immortale abita in una dimora mortale; anche i cristiani vivono come stranieri tra le cose che si corrompono, aspettando l’incorruttibilità nei cieli. Maltrattata nei cibi e nelle bevande l’anima si raffina; anche i cristiani maltrattati, ogni giorno più si moltiplicano. Dio li ha messi in un posto tale che ad essi non è lecito abbandonare».

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Argomenti correlati:
“Il sangue dell’agnello” – Cristiani perseguitati nel mondo - Cultura Cattolica

10月19日

La rivincita dei santi

 

In anticipo sulla festa del primo novembre, girano sui nostri giornali parecchi articoli e notizie che riguardano i santi. Un giorno è la presentazione della mostra di Palazzo Venezia a Roma “Il potere e la grazia”, dedicata alla storia della santità in Europa. Un altro è la segnalazione che il presidente Obama ha scritto un messaggio per la canonizzazione di padre Damiano de Veuster, missionario morto tra i lebbrosi di dell’isola hawaiana di Molokai. Un altro ancora sono i resoconti dell’ultima commedia di Dario Fo, che ha per protagonista sant’Ambrogio. Si tratta, ovviamente di cose molto diverse tra loro. Ma con qualche elemento in comune.

Il primo è forse implicito, ma è chiaro. Sembra proprio che nei momenti di crisi e confusione sorga prepotente il bisogno di guardare a qualcuno che nelle crisi della sua vita sia rimasto in piedi e che dalle confusioni della sua esistenza non sia stato travolto. Il santo, infatti è un uomo. Come noi. Che però, a differenza di quanto troppo spesso ci capita, ha vissuto la propria vita, comprese le difficoltà, in pienezza.

Ma qui comincia il problema: perché lui, o lei, ha potuto vivere così? Non basta l’eroismo - di cui pure tanti santi sono testimoni quasi al limite dell’incredibile -, non bastano la generosità, l’intelligenza, la bontà - che molti santi avevano in dosi massicce -. Bisogna risalire al fondamento di tutto questo. Anche perché, altrimenti, saremmo portati a concludere sconsolati che noi non ci arriveremo mai e la stessa santità sarebbe solo un fastidioso richiamo ad una meta irraggiungibile.

Una volta un giornalista, stupefatto per l’eroica dedizione con cui le sue suore assistevano i più miseri di Calcutta, e lo facevano con una inspiegabile letizia, chiese a Madre Teresa in forza di cosa esse si comportassero così. Rispose: «Lo fanno per Gesù». Una risposta secca, senza possibilità di interpretazioni ambigue. Una risposta che spiazza.

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Grazie a Il Sussidiario

10月17日

La colpevole indifferenza dei cristiani

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Il vescovo sudanese ha raccontato la passione, crocifissione e morte di sette cristiani in Sudan. È stata Al Qaida. La complicità del governo islamico di Khartoum, sostenuto dalla Cina, è palese. Monsignor Eduardo Hiiboro Kussala, vescovo della diocesi di Tombura Yambio, nel Sudan meridionale, lo ha raccontato prima al Papa e ai suoi confratelli africani riuniti a Roma per il Sinodo, poi alla Radio Vaticana. I boia della Lord’s Resistance Army (Lra) - un gruppo di seguaci di Allah, affiliati ad Osama - hanno fatto irruzione nella chiesa di Nostra Signora della Pace nella città di Ezo e hanno rapito alcuni ragazzi tra i 15 e i 20 anni. Se ne stavano lì a pregare. Li hanno inchiodati su assi di legno. Si chiama crocifissione. Era il 13 agosto. La notizia si è finalmente affacciata in prima pagina ieri. Non è la prima volta che accadono questi orrori. Anni fa, Antonio Socci ha dedicato un libro a queste stragi di cristiani in Sudan. Arrivavano racconti come questo: le milizie di banditi musulmani hanno rincorso i cristiani che cercavano rifugio nella foresta. Li hanno presi, e inchiodati agli alberi. I testimoni c’erano, ma - veniva opposto - dove sono le foto, dove sono le immagini della Cnn o almeno di Al Jazeera? Allora, zitti, prudenti, silenti.
Ora però basta così con gli occhi chiusi e le bocche cucite. Quanto orrore. C’è strazio. Eppure anche consolazione che piove fresca su di noi per la testimonianza. Oriana direbbe: anche tra noi c’è chi ha più cara la libertà della vita, e sette ragazzi si lasciano uccidere ma non rinnegano la loro fede. Sono santi, sono nella gloria. Ma noi? Noi qui facciamo davvero schifo. Parlo di me, parlo dell’opinione pubblica occidentale. E anche dei cristiani, soprattutto dei cristiani.
La notizia era del 13 agosto. Possibile che nessuna tra le agenzie di stampa abbia un corrispondente o l’Onu non abbia qualcuno che possa dare forza a questi racconti? Il fatto è che si tratta di fatica sprecata. Non interessa, siamo appassiti. Quando i primi frammenti di certezza avvalorarono la storia dei crocefissi in Sudan, alla Camera dei deputati fu data la parola a Luca Volontè (Udc), poi a Marco Zacchera (Pdl). Raccontarono, condannarono. Naturalmente questi interventi furono concessi a fine seduta, i deputati uscivano chiacchierando, che importa, fatti di afro-cristiani, alla malora. (Quando giunse notizia di un proiettile a un giornalista di Annozero, la parola fu data subito, a metà seduta, a una deputata del Pd). Nessuna agenzia riprese la cosa. Nemmeno io ne scrissi, pensando: tanto a chi interessa? Stupido alibi.
Sono in buona, anzi cattiva compagnia. I vescovi perché non sono andati in tivù a stracciarsi le vesti per l’indifferenza nostra? Gran parte dei presuli italiani in questi mesi sono stati impegnati in altro tema, molto più gustoso e in grado di suscitare titoloni: la moralità privata di Berlusconi, non è vero? Il segretario della Cei, monsignor Crociata (un nome abbastanza esagerato), si è distinto più per le interviste sul premier che sulla persecuzione dei cristiani. Ci sta tutto nella vita e nelle prediche, ma bisognerebbe anche ricordarsi che il governo italiano, grazie al vituperato Berlusconi e al ministro Franco Frattini, è il più impegnato nella difesa della libertà religiosa: è il solo tra quelli europei ad aver avviato pratiche diplomatiche contro la persecuzione dei cattolici a Orissa, in India; ha sostenuto i credenti con i leader iracheni e afghani.

Pagina  12 - Renato Farina

Da Il Giornale

10月14日

Un “io” di nuovo unito

Aldo Trento: Per accettare i propri limiti ci vuole la coscienza dei miei malati

Come faccio ad accettare i miei limiti? È la domanda che per anni mi ha tormentato, e che mi capita di ascoltare spesso da coloro che incontro quotidianamente: giovani, adulti, anziani, sposati, consacrati, scapoli.

di Aldo Trento

Come faccio ad accettare i miei limiti? È la domanda che per anni mi ha tormentato, e che mi capita di ascoltare spesso da coloro che incontro quotidianamente: giovani, adulti, anziani, sposati, consacrati, scapoli. Insomma, è una domanda che riguarda tutti, e che purtroppo genera una tristezza enorme sui volti di tanti. Una domanda che esige una risposta chiara e precisa, perché dalla risposta che incontriamo dipende un fattore decisivo che tutti desideriamo: la nostra autostima, la possibilità di dire “io”. Viviamo in un mondo di depressi, in cui l’accettazione di sé, così come si è, spesso sembra impossibile. La depressione si manifesta secondo modalità molto diverse: dall’angoscia del vivere alla bulimia, all’anoressia, alle crisi esistenziali che possono spingere perfino a odiare la vita. Sarei tentato di dare ragione a Cesare Pavese, che soffriva la durezza del “mestiere di vivere”. Un mestiere difficile, che spesso tentiamo di rendere più facile fuggendo i dolori, le responsabilità, le angosce, magari affidandoci a qualche sedicente esperto che promette di rivelarci la soluzione svuotandoci il portafoglio. Ma la depressione non si risolve con le scorciatoie e i metodi antistress. Per poter affrontare un male così oscuro, un limite così difficile da superare, bisogna innanzitutto chiarire bene i termini della questione, e poi cercare le ragioni della grande fatica che si deve fare per affrontarla. Perché ciò che non si affronta non si può riconoscere né capire, e quindi non può mai essere redento, non diventa mai una grazia.
«Padre, non mi sopporto con tutti questi miei limiti, per favore aiutami perché non so come affrontarli», mi supplicava una ragazza giorni fa.
Non si tratta di porre la questione a livello morale, perché il limite umano è ontologico, e perciò non eliminabile con uno sforzo di volontà. Si tratta, invece, di riconoscere e abbracciare questo limite.
L’uomo, in quanto creatura (anche se “divina”) è ontologicamente limitato. Solo Dio non ha limiti. Ogni creatura ne ha, perfino gli angeli che sono creature divine. L’uomo, come gli angeli, è stato creato per mezzo di un atto d’amore divino: «Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza». Quel “facciamo” sottolinea due cose: la prima è che prima l’uomo non c’era mentre adesso c’è, la seconda è che l’uomo è continuamente “fatto” da Dio, altrimenti cadrebbe nell’abisso del nulla.
La pietà di Dio
Per questo l’affermazione più bella che esiste, e che solo l’uomo in tutto l’universo può dire, è: “Io sono Tu che mi fai”. L’io umano, essendo “creatura” per sua stessa natura, dentro questo riconoscimento è come innalzato e trasformato dal Tu di Dio. In questa esperienza di abbandono al Mistero, si impara a guardarsi con gli occhi stessi del Mistero, con ironia. Dio gode per ognuno di noi, ci sorride, e mentre noi ci affanniamo per uscire dal nostro limite lui ci ripete in ogni momento : «Di un amore eterno ti ho amato, ti ho tratto a me perché ho avuto pietà del tuo niente».
La letizia di fronte al proprio limite è la caratteristica esclusiva di chi si riconosce figlio, si riconosce fatto in ogni istante. E che cosa c’è di più bello e affascinante che il vivere con un cuore traboccante di questa certezza: “Io sono Tu che mi fai”?
Sono convinto che l’offesa più terribile che possiamo rivolgere al Mistero coincida con l’incapacità di svegliarsi al mattino e scoprirsi amati. La bestemmia più grande la diciamo quando ci guardiamo allo specchio con il muso duro, incapaci di sorridere, incapaci di ironia, incapaci di sorprenderci “fatti in quel momento”. Uno che apre gli occhi al mattino dicendo “Io sono Tu che mi fai” non può che sorridere e mettersi in ginocchio davanti al Mistero. È ciò che mi commuove ogni mattina quando incontro gli ammalati terminali: inginocchiandomi davanti a ognuno do loro la comunione e li bacio. I loro occhi stanchi, spesso insonni e tormentati dal dolore, mi sorridono e alla mia domanda: «Come stai?», rispondono: «Molto bene, padre».
L’autostima, che è il motore della vita, comincia a livello di coscienza già al canto del gallo, come si diceva nel mio piccolo paese ai piedi delle Alpi. Lo svegliarsi al mattino ci pone sempre a un bivio: o partire guardando in faccia il Mistero, come il nostro cuore desidera, o partire dallo stato d’animo del momento, in balìa del nostro mutevole umore.
Sono due modi opposti di stare davanti alla realtà, e mentre il primo riempie la vita di certezza e speranza, il secondo la soffoca dentro l’angoscia degli stati d’animo, cangianti a ogni «discorde accento», come direbbe Giacomo Leopardi.
La rottura di Adamo ed Eva
Infine c’è un ultimo aspetto dei limiti umani, che ha la sua origine nel peccato. Quel peccato che la tradizione della Chiesa chiama “originale” e che ogni uomo riceve in eredità da Adamo ed Eva, i quali, nel loro affanno di essere come Dio, un giorno decisero di rompere il rapporto con il Mistero. Quella rottura, voluta dalla libertà umana, ha lasciato terribili conseguenze, terribili al punto che «nella pienezza dei tempi», come ci ricorda san Paolo, Dio si è fatto carne per restituire all’uomo quell’unità dell’io distrutta dal peccato. Da quella rottura in poi l’io ha sperimentato una specie di schizofrenia. Non più l’armonia fra sentimento e ragione, ma una frattura insanabile, che la Genesi rappresenta con l’immagine di Adamo ed Eva che si nascondono allo sguardo di Dio coprendosi con foglie di fico. «Eravamo nudi e abbiamo avuto paura di te», risponde Adamo a Dio che inutilmente li aspettava al solito appuntamento serale.
Questo io frantumato è l’origine di ogni altra forma di divisione. Adamo colpevolizza Eva della disobbedienza al Mistero: è la divisione della coppia umana. Caino uccide Abele: è la distruzione della famiglia. La torre di Babele, la confusione delle lingue: è la fine della comunicazione umana e l’inizio della confusione totale.
Un “io” di nuovo unito
Ovidio descrive magistralmente questa frantumazione dell’io : «Video meliora proboque, deteriora sequor», di cui lo stesso apostolo Paolo prende atto affermando però: «Non faccio ciò che il mio cuore desidera e faccio ciò che il mio cuore non desidera. (…) Chi mi libererà da questo corpo di morte?».
Dio si è fatto uomo solo per questo: ridare all’io umano quell’unità originale persa con il peccato di Adamo ed Eva. Dio, in Cristo Gesù, si è fatto peccato per ridonare la gioia di dire “io”. L’incarnazione è la fine della divisione, è l’inizio di un “io” finalmente unito. Ragione e sentimento non più nemici ma alleati, il cuore non più disperato ma pieno di certezza e speranza. Con l’incarnazione il cuore diventa amico del Mistero e la libertà umana può finalmente gridare: “Io sono Tu che mi fai”. L’uomo non è più il frutto del suo passato, non dipende più dai suoi antecedenti, non importa quali, non è più vittima delle sue miserie, non è più determinato dalle mille cadute quotidiane, bensì creato, voluto, amato in ogni istante.
I battiti del cuore non sono più affannosi, ma pieni di pace, come quelli di un bambino capriccioso quando è tra le braccia di sua madre.

padretrento@rieder.net.py
Grazie a Tempi

Ecco cosa mi accompagna ogni istante

LETTERA DAL SINODO Rose: «Ecco cosa mi accompagna ogni istante»

14/10/2009 - Mentre prosegue l'Assemblea speciale sull'Africa, da Roma ci scrive Rose, arrivata da Kampala per partecipare ai lavori. Dove ha trovato «la tenerezza del "Dio con noi"»
Un momento dei lavori.
Un momento dei lavori.

Cari amici,
è un momento intenso: grandi incontri e grande esperienza di fede, specialmente per il Papa che non ci lascia mai soli. È proprio un padre che sta in mezzo ai suoi figli. Anzi, il primo giorno del Sinodo m’immaginavo il “Dio con noi” che viene e si siede a fianco a te, con quella tenerezza nell’accompagnarti in tutto quello che fai. Anche negli sbagli, Lui non ha paura. Quando sono partita da Kampala pensavo: «Che ci faccio io in mezzo a tanti Vescovi?». Invece, non avevo nulla da temere: mi sento accompagnata in ogni istante. Fin dalla prima sessione di lavori, la sorpresa è stata pregare insieme. A volte anche guidati dal Santo Padre, che ti fa ricordare proprio questo “Dio con noi”: è lì, ascolta i vari problemi che gli vengono raccontati e ne conosce altri ancora di cui non c’eravamo neanche accorti. Dopo oltre una settimana di Sinodo, non mi sono ancora stancata ed ascolto tutto. Non riuscirei a spiegare perché, ma una cosa la so: con quel modo tenero che ha il Papa di guardare, non si può che stare bene.
Rose

Da Tracce

10月12日

Berlusconi: effetto paradosso

Ho letto dall'amico Amicusplato
questa "pasquinata"; mi è piaciuta molto perchè dice in pochi, arguti versi il mio pensiero, e quello della maggior parte degli italiani, sugli ultimi avvenimenti politico-gossippari.


http://www.eventiesagre.it/images/upload/image/feste/san%20sebastiano%20coriano.jpghttp://www.turicampo.it/wp-content/uploads/2008/09/berlusconi-sfiga.jpg


Da quando hanno bocciato il lodo Alfano,
paginate d’insulti e di frecciate
nel web contro il Berlusca son volate,
l'hanno infilzato e par Sansebastiano.

"Mafioso, ladro, porco, puttaniere,
corrrotto, corruttore, piduista"...
insomma, se dovessi far la lista,
dovrei parlar come il Vernacoliere.

Cari amici, lo dico francamente;
tutto quest’odio e questo dare addosso
non va bene e ha un effetto paradosso:
mi fa apprezzare il Silvio Presidente.

10月8日

Lettera aperta agli aquilani


Mi ha colpito la lettera che Bertolaso, il capo della Protezione Civile, ha mandato agli aquilani a sei mesi dal sisma. Leggetela tutta, perchè è molto bella. E' scritta da un uomo il cui compito è impedire disastri e, quando questi accadono, rimediarvi. Non si tratta certo di qualcuno abituato solo a contestare, a trovare ogni maniera per eliminare il proprio avversario,  che vive su una nuvoletta dorata. Quanto di più brutto accade lo vede sempre presente. Ma per costruire, non per distruggere; per mettere a posto, non provocare disordine; trovare soluzioni, non criticare le esistenti. E si vede che lo fa perchè ha a cuore le cose, quello che fa. Ma il tempo, la realtà, feriscono: a volte per cause oltre la nostra capacità, a volte per la nostra debolezza umana
(...) Una città, un territorio sono come una famiglia, un'impresa, una qualsiasi altra realizzazione sociale dell'uomo. Quando l'amore non è coltivato ogni giorno, quando si lavora oggi senza pensare a domani, quando si sta insieme per motivazioni che un giorno erano chiare, ma sulle quali non si è avuto la prudenza di lavorare, qualsiasi crisi può sfasciare tutto quello che abbiamo costruito, su cui abbiamo scommesso, che abbiamo considerato un bene acquisito una volta per sempre. Le famiglie si dividono, le imprese falliscono. Comincia, inevitabile, una stagione di ripensamenti, spesso di accuse agli altri perchè non ci hanno capito, non hanno riconosciuto le nostre ragioni, hanno mandato a rotoli i nostri progetti.

Ed anche il fare, persino quando produce risultati, alla fine lascia l'amaro in bocca. Il riconoscimento che la realtà è altro rispetto a noi e ai nostri sogni e progetti produce tristezza che bagna le ossa come pioggia gelida.
(...) Adesso è il periodo del tempo che non passa, perchè ogni entusiasmo si è raffreddato, e ogni attesa provoca dolore, perchè, costretti dalle cose ad essere realisti, a guardare in faccia la realtà per com'è, arriviamo a non sopportarla più. Anche i fatti positivi che pure accadono intorno a noi sono condivisi con riserva, se riguardano altri e non il proprio futuro.

Ma se pure si attende il momento in cui il lavoro sarà finito, in cui
(...) potremo di nuovo imparare a vivere il tempo nella sua semplicità, considerandolo nostro amico
è evidente che questo alla fine non può bastare: perchè da un lato c'è tutto quanto è stato perduto, e non ritorna, e dall'altra la constatazione che ogni cosa è provvisoria. Quello che è stato ricostruito domani crollerà, non perchè costruito male, ma perchè così accade sempre, oltre ogni nostro possibile sforzo ed eroismo. E' necessario terminare il lavoro: ma ancora non basta, alla felicità. Non può essere in una motivazione per quanto nobile il senso di tutto; non può essere questo a scacciare la tristezza che rischia ad ogni passo di trasformarsi in disperazione.
La speranza è ciò che fa costruire e ricostruire. Essa può sussistere solo quando c'è un significato alle cose che accadono, quando in esse si riconosce un senso. Un senso che non può essere in cose che si disfano.
Con essa, il tempo è positivo sempre, e non solo nel momento del trionfo. Che altrimenti, come sa chi l'ha assaporato, è l'attimo più vertiginoso e amaro.

Berlicche socio di  SamizdatOnLine

10月7日

Beata Vergine Maria del Rosario

Il Santo Rosario, la preghiera più diffusa che la tradizione popolare ci abbia consegnato, ha consacrato nei secoli l’aspetto più umile della vita della Madonna. Recitandolo, è come se la figura di Maria si imponesse nel suo aspetto più semplice e più nascosto. Ma nel proporvi di vivere il Rosario con una riscossa particolare della coscienza di quello che è la Madonna nella vita dell’uomo e del mondo, sono soprattutto guidato dall’impressione più forte che ho avuto nel viaggio in Terra Santa. La cosa che più mi ha stupito e mi ha come reso immobile nello spirito - immobile nel senso dello stupore - è stato quando ho visto la piccola, restante casa-grotta in cui viveva la Madonna e ho letto una targa di nessun conto su cui era scritto: Verbum caro hic factum est - Il Verbo si è fatto carne qui -. Sono rimasto come pietrificato dall’evidenza improvvisa del metodo di Dio, che ha preso il niente, proprio il niente.
(
Luigi Giussani, Il Santo Rosario, Tracce, 2001, n.5)

10月5日

Quello strano "omino bianco" che si chiama Benedetto


Cari amici, con i potenti mezzi del blog siamo riusciti ad intercettare questa lettera che zio Pseudo Berlicche ha inviato al suo nipotino diletto, Malacoda.
Argomento? Che domanda...sempre lo stesso: il Papa!
Riportiamo il testo qui e poi corriamo e imbucare di nuovo la missiva, tanto per non destare troppi sospetti :-)
Ringraziamo il nostro Pseudo Berlicche per questa meraviglia!!

.http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/4/44/Gustave_Dore_Inferno34.jpg

Caro Malacoda,

non so se hai notato che il successo dei viaggi del Papa, fatta eccezione per la Polonia (sapessi come detesto quella nazione!), sembra quasi essere inversamente proporzionale alla percentuale dei sedicenti cattolici presenti nel paese di destinazione.
E' un fenomeno che sto osservando da un po' e anche l'ultima visita nella repubblica ceca non sembra avermi smentito.
I cechi si presentavano come i meno religiosi fra gli europei del momento (e le statistiche le avevamo ben sbandierate, quasi il settanta per cento si dichiarava ateo, solo il trenta credente e di questo trenta solo uno su quattro frequentava la messa).
Poi, com'è come non è... alla celebrazione di Brno si sono radunati in centocinquantamila (che, accidenti a you tube, si vedevano benissimo!) e nelle strade, al passaggio della papamobile, la folla c'era, eccome se c'era.
E' ovvio che avevamo pronti un paio dei soliti argomenti per parare il colpo: primo, le belle giornate di sole sono state complici (ma, dico io, in una bella giornata di sole l'ateo-agnostico medio non ha altro da fare che andare a sentire il papa cattolico? con tutto quello che offre un paese d'arte e di cultura mitteleuropea, con una capitale tanto gettonata dai turisti? E, a Brno, nemmeno una banalissima passeggiata lungo fiume, se proprio manca la fantasia?).
Complice numero due: i gruppi organizzati che sono arrivati dalla Polonia, dall'Austria e dalla Germania. E questa scusa già avrebbe potuto reggere un po' di più, se non fosse piovuto, come un fulmine a ciel sereno, il discorso di congedo del presidente, che ha ringraziato ufficialmente Benedetto XVI per il suo coraggio, per le sue sfide al politicamente corretto che gli costano l'inevitabile impopolarità mediatica.
Difficile dire che un presidente parlasse a titolo personale durante un saluto formale. La gente potrebbe anche pensare che per confezionare un simile discorso abbia prima preso il polso della situazione nel suo paese.
In proporzione, per noi, era andata molto meglio in Brasile, cuore dell'america meridionale, stato popoloso, giovane e cristiano, decantato serbatoio di vocazioni, il vagone più affollato del treno cattolico. Vagone, ho detto, non locomotiva, e mi pare evidente il perché.
Di questi insoliti risultati, da un lato mi compiaccio e dall'altro mi preoccupo. Mi compiaccio nel vedere che i fedeli dei paesi a denominazione cattolica sono alquanto mollicci e privi di nerbo, per lo più appiattiti e affannati a mescolare fede e politica invece che tesi a coniugare fede e ragione; oppure affaccendati a interpretare il dettato evangelico con l'obiettivo della deificazione del proprio personale vissuto.
Non ti nascondo che sono soddisfazioni, così come mi gratifica la tranquillità di sapere che, novanta volte su cento, in un dibattito televisivo sulla religione, i cristiani, e il Papa in particolare, sono peggio difesi se a far da avvocato è un vescovo o un sacerdote piuttosto che Giuliano Ferrara, laico a tutto tondo (satanico sarcasmo!), o l'ex-punkettone Giovanni Lindo Ferretti. Ma, attento: non è tutto oro colato.
In un Papa che incuriosisce, sorprende e affascina più "fuori casa" che "in casa" ci vedo i prodromi di una pericolosa semina.
Mi ricorda troppo quello che accadeva durante i giorni del Nemico sulla terra, quando erano peccatori, pubblicani e prostitute a restare incantati, e a lasciare tutto per seguirLo. Quando erano scribi, dottori della legge e sommi sacerdoti a restare diffidenti per poi diventare apertamente ostili.
Questa strana analogia allarma tutti noi, quaggiù: il nostro signore e padrone è furibondo al solo ricordo di cosa è derivato da quella semina e sa anche che non ci sono concesse energie e tempo sufficienti per fronteggiarne un'altra.
Ancora una cosa: qualche giorno fa hai arruolato una giornalista inglese, tale Ms. Tanya Gold (non è tutto oro quel che riluce, letteralmente), per spargere fango a volontà in terra d'Albione contro Benedetto XVI, e imputridire a tal punto il terreno in cui egli si appresta a camminare durante la visita prossima ventura, da rendere oltremodo improbabile che le sue parole possano attecchire. Va bene, va benissimo, solo ti chiedo, come ti ho già chiesto altre volte, di non esagerare, di non alzare troppo il tiro. Capisco le tue difficoltà, comprendo che ti senti messo alle strette da questo Papa e che a volte non riesci più a occultare il nostro gioco, ma ricordati di non cadere nella trappola della Verità, che vuole tutto alla luce del sole.
Noi non dobbiamo dichiarare ad alta voce il nostro odio, ma assai più prudentemente restare nel chiaroscuro, tra il lusco e il brusco: solo così, nel dubbio e nella confusione, nel basso profilo, nel melting pot che tutto annulla e tutto livella, possiamo sopravvivere, proliferare e andare a segno. Quindi, piano col vetriolo: ricordati che la Chiesa del Nemico non è mai così forte come quando è perseguitata e non è mai così in pericolo come quando è osannata dal mondo, perché "il suo unico vanto è la Croce", non il megafono dei media.
Spero di averti rinfrescato la memoria e, se non ti basta, ascoltati per benino qualche catechesi di padre Livio, di tanto in tanto (cosa mi tocca dire!). In campana, nipote mio, e, soprattutto, "pas trop de zèle"

Tuo affezionato zio Pseudo Berlicche".

Grazie a Raffaella

10月1日

L’Africa ha bisogno della pazzia di Dio

«Soltanto l’esperienza di un amore infinito per il nostro niente produce la riconciliazione, la pace e la giustizia che cerchiamo». Il Sinodo del continente nero visto da una sua protagonista

di Rose Busingye

Il titolo del Sinodo africano è “La Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace”. La realizzazione di questo programma dipende tutta dal cuore dell’uomo africano e dalla sua educazione. Cristo è venuto, la questione è accorgersi che questo cambia tutto, cambia il mio modo di trattare me stessa e di comportarmi con gli altri e con le cose. La questione è l’appartenenza a Lui. Appartenenza vuol dire essere stata preferita, vuol dire che Qualcuno mi ha voluto. Questo supera tutti i contrasti che abbiamo fra tribù, politici e altri interessi costituiti. Veramente la pace per l’Africa dipende dall’incontro tra il cuore dell’uomo e Cristo. Perché l’appartenenza a Cristo supera l’appartenenza al gruppo tribale e colloca quest’ultima al giusto posto, col giusto valore. Ma questo avviene solo se la fede penetra gli strati profondi dell’umanità, arriva là dove si formano i criteri di percezione delle cose. Allora l’appartenenza diventa la forza dell’io, e la persona diventa libera e protagonista.
Perché questo avvenga è fondamentale l’educazione. L’uomo africano ha un altissimo senso religioso, ha un fortissimo senso dell’appartenenza, ma essi devono essere educati. Ci si deve educare ad accorgersi che il compimento è già con noi, che la risposta è già presente, e non è una magia o un modo di credere sentimentale che la rendono presente. L’uomo africano possiede un senso religioso veramente alto, non c’è un africano che non sia consapevole di dipendere da Qualche cosa di Altro, che non abbia questo senso di dipendenza da Qualcosa. Lo chiama “Spirito” o con un altro nome, lo cerca nelle magie, ma comunque non può vivere senza avere qualcosa da cui dipendere. Nessun africano mai direbbe, come fanno tanti europei, «sono nato, adesso sto qua e questo è tutto». No: l’africano ha sempre viva la questione dell’origine.
L’incontro che manca
Il problema è che la maggior parte degli africani, e anche dei cristiani, non può testimoniare di un incontro in cui si è sentito dire: «Sono Io che cerchi». Perché troppo spesso Cristo non è stato presentato come qualcosa che è già presente in noi, ma come qualcosa che arriva dal di fuori. Così oggi tanti studiosi africani scrivono che il Dio cristiano è stato importato dai bianchi e che il cristianesimo non è riconciliato con l’identità e la cultura africane. Per me e per tanti amici non è così, perché il modo in cui ci è stato presentato il cristianesimo, attraverso la persona di don Luigi Giussani e di chi lo seguiva, è stato diverso. È come se ci fosse stato detto: «Tutto quello che hai cercato negli spiriti, nelle magie, c’è già, è presente, è quello che ha fatto te, ti ha fatto nascere, ti fa respirare. E io ti dico il suo nome». Invece è come se a tanti africani chi ha presentato il cristianesimo avesse detto: «Metti via tutti gli idoli, tutte le tue cose, io ti ho portato Dio, io ti ho portato Cristo». Come se Cristo fosse una proprietà. Ma Cristo non lo possiede nessuno, viene come vuole Lui, come disegna Lui, viene in ogni uomo di questo mondo.
La magia, gli spiriti e la vita quotidiana
La conseguenza del non presentare Cristo come qualcosa che è in te, ma come qualcosa che viene da fuori, fa sì che alla fine, per molti, c’è un Dio del bianco e un Dio dell’africano. E quando c’è una difficoltà, una malattia, anche i cristiani a volte guardano dalla parte del Dio africano e dicono: «Forse sono gli spiriti». Così vanno da quelli che voi europei chiamate gli “stregoni”. Che riempiono la loro mente di paura. Gli stregoni li terrorizzano, la loro mente si riempie di reazioni che vengono dalla paura: e loro stessi si convincono che per guarire la loro mente dovrà essere torturata e riempirsi di credenze frutto della paura. Anche le sètte che mescolano il cristianesimo con gli spiriti, quelle dei cosiddetti “salvati”, seguono lo stesso metodo degli stregoni: producono agitazione e suggestione nella mente, ti convincono che la presenza di Dio o degli spiriti buoni è legata a una magia, e che tutto nella vita può essere ottenuto in modo magico. È un Dio che ti dice: «Posso farti avere tutto per magia». Ma non è un Dio che entra nella tua vita normale, che la vive con te, che la porta con te. È un Dio della suggestione psicologica: alla fine della preghiera ti senti guarito, ma il giorno dopo stai peggio di prima.
Ma Dio è questa tenerezza che è venuta nel mondo, che ha avuto pietà di noi e ci tocca tutti quanti. È ciò che Benedetto XVI ha espresso nelle sue tre encicliche, soprattutto nella Deus caritas est, dove descrive Dio con questo amore infinito: «la pazzia divina», come ha scritto. La pace e la riconciliazione nascono da questa esperienza di Dio: Dio ha preso me, che ero niente e che sono niente, mi ha preso così come sono, e nella quotidianità. Quel che viene naturale dire è: «Io voglio partecipare a questa pazzia di Dio, a questo essere di Dio». Questa cosa, nel tempo, fa sì che non mi adiro più per i peccati altrui, per le ingiustizie che l’altro ha compiuto nei confronti miei e di altre persone. Nell’esperienza dell’amore divino, non ha più penso che io misuri i peccati miei e degli altri. Nel tempo questo produce serenità e il desiderio che il mio incontro con ogni essere umano sia tenerezza, non uno sforzo o un ripetere parole o un cercare di essere più bravi degli altri.
Qui da me a Kampala arrivano ragazze di tribù ostili alla mia, giovani che hanno combattuto o sono stati bambini soldato. Dovrei averne paura o provare disprezzo per loro. E invece queste cose non mi toccano più: per me sono persone amate e volute da Dio, che hanno continuamente bisogno di essere amate e volute. Se hanno bisogno di mangiare do loro da mangiare, se hanno bisogno delle medicine do loro le medicine. Quando arrivano le accolgo come tutti gli altri bambini, non in base al discrimine se hanno rubato e ucciso oppure no. Appartengono a Cristo, e quindi appartengono anche a me.

Da Tempi