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2月29日 RADICALI; CONTRO LA CHIESA E IL POPOLO RADICALI, FORZA CONTRO LA CHIESA E CONTRO IL POPOLOScritto da: Mons. Luigi Negri* il 28-2-2008 Benedetto XVI ha affermato a Verona che in Italia la fede e la cultura del popolo sono state sempre profondamente intrecciate; infatti, la fede cattolica ha generato un tipo di cultura e di socialità con riferimenti fondamentali che hanno resistito per secoli: la centralità della persona, la sacralità della famiglia, la sacralità della generazione, la libertà di coscienza, la libertà di cultura e di educazione. Per questa sostanziale cultura popolare i cristiani hanno “resistito” in profondità alle varie degenerazioni di tipo totalitarie, all’est come all’ovest. I comunisti che sono stati gli avversari storici dei cattolici hanno certamente ingaggiato, con i cattolici, un confronto duro, una lotta, ma indubbiamente, come ha ricordato recentemente il Card. Bagnasco, alcuni valori delle due “chiese”, per dirla come Gramsci, erano singolarmente prossimi anche nella varietà delle motivazioni e delle giustificazioni. I radicali no, sono un’altra cosa; non sono una cultura di popolo, sono un movimento borghese, aristocratico culturalmente, economicamente ben dotato, che hanno ingaggiato una lotta ad oltranza per la fine del cattolicesimo, quindi per la fine della cultura popolare in Italia, iniziando e portando a termine quella che il buon Pasolini chiamava una “omologazione del popolo italiano in senso laicista”. Le battaglie che portano il loro nome, come la legge sul divorzio, hanno sottoposto anche dal punto di vista laico la sacralità o la definitività di un rapporto agli istinti, agli umori, alle convenienze, agli interessi e hanno distrutto quella realtà della famiglia che costituisce, oltre che l’ambito generativo, l’ambito di educazione dei bimbi, dei ragazzi, dei giovani. La situazione gravissima in cui versa la maggior parte della gioventù del nostro paese è la consistente prova del disastro della legge sul divorzio. La legge sull’aborto, oltre ad impedire la nascita di quattro milioni di italiani, ha sostanzialmente fatto diventare la vita un problema tecnico, aprendolo alle più diverse manipolazioni, sottolineando in maniere esclusiva il diritto della donna contro qualsiasi altro diritto, ovviamente quelli di Dio, ma anche quelli della famiglia e della società. Le battaglie per la liceità della manipolazione della vita, per l’eutanasia e quant’altro cercano di portare a termine questa disintegrazione della cultura cattolica del popolo italiano. La libertà delle droghe ha teso ad identificare nell’immaginario comune moralità e immoralità. Per questa grande opera i radicali hanno avuto a disposizione l’enorme strumentazione massmediatica che è servita da cassa di risonanza per questa mentalità che si dice evoluta, ma che sostanzialmente è materialista ed edonista. La sinistra comunista si è accodata quasi sempre a queste battaglie che non nascevano dalla sua identità profonda, ma che assumeva per ragioni di convenienza politica. Le battaglie radicali sono state anche le battaglie dei comunisti, perché i comunisti hanno capito che soltanto così sarebbero arrivati al potere e avrebbero potuto gestire il potere. Aveva ragione il più acuto studioso di problemi del comunismo e del cattolicesimo in Italia, Augusto Del Noce, che nei suoi due volumi straordinariamente attuali - Il suicidio della rivoluzione e Il Cattolico comunista - diceva che i comunisti per arrivare al potere avrebbero venduto i loro valori fondamentali per trasformarsi in un grande partito radicale di massa. L’ingresso di rappresentanti del Partito Radicale nelle liste del Partito Democratico compie questa sostanziale identificazione della forza egemone della sinistra con questa mentalità della quale, tutto si può dire, meno che sia una mentalità del popolo e al servizio del popolo. Le conseguenze di questa mia posizione sono così evidenti che non vale nemmeno la pena di esplicitarle. *Vescovo di San Marino-Montefeltro Da " Il Timone " 2月28日 GIOVANISSIMI MARTIRI
L’agenzia Zenit.org il 12 febbraio 2008 annunciava che in Iraq sono
stati rilasciati i quaranta bambini sequestrati e rapiti da un gruppo
di terroristi a Baghdad mentre si recavano a scuola.Tre di questi bambini sono cristiani e i rapitori avevano imposto loro di convertirsi all’islam, pena la morte. Si tenga presente che per diventare musulmani basta pronunciare la formula detta shahada, cioè affermare davanti a due testimoni musulmani che c’è un solo Dio ed è Allah e Maometto è il suo Profeta. Eppure quei tre bambini si sono rifiutati, dichiarandosi disposti a morire pur di restare cristiani. Chissà, forse i rapitori si sono spaventati loro, di fronte alla prospettiva di creare dei martiri. Martiri un po’ diversi da quelli a cui sono abituati, visto che nessuno li ha indotti tramite promesse paradisiache e finanziamenti alle famiglie. Diversi, anche, perché non suicidi-omicidi. Diversi, infine, perché possiamo immaginare tre bambini che resistono alla pressione psicologica dell’essere soli in mezzo a quaranta coetanei musulmani e a quella fisica delle armi puntate alla tempia. Tre bambini. Severo esempio per noi, qui al caldo, che magari troviamo pesante una piccola rinuncia quaresimale. Grande Rino Cammilleri con i suoi Antitodi! 2月27日 ABORTO E RAGIONElink: http://www.abortoeragione.it/ TUTTO QUELLO CHE AVRESTI DOVUTO SAPERE SULL’ABORTO... MA NON HANNO MAI OSATO DIRTI:
LA BELLEZZA DOV'E'?
C’è qualcuno – fra i partiti che si azzuffano alle elezioni per poi
spartirsi la torta del potere – che metterà al primo punto del suo
programma la Bellezza, la difesa della Bellezza, il diritto alla
Bellezza in questa Italia che fu (e dolentemente sarebbe ancora) la
patria della Bellezza? E c’è qualcuno che se ne ricorderà soprattutto a
Roma che è la città della Bellezza? Sicuramente no. Eppure la Bellezza
non è un lusso, è il pane dei poveri, la loro unica ricchezza. La
Bellezza non è fatta di lustrini e veline, povere ombre effimere di un
teatro di cannibali (il volto di Madre Teresa era bellissimo e quello
di Karol Wojtyla più bello di qualunque attorucolo hollywoodiano). La
Bellezza dà senso alla vita. Ammoniva Dostoevskij nei “Demoni” (che è
il suo romanzo più politico, quello dove profetizza l’orrore che
l’ideologia provocherà nel Novecento): “Sappiate che l’umanità può fare
a meno degli Inglesi, che può fare a meno della Germania, che niente è
più facile per lei che fare a meno dei Russi, che per vivere non ha
bisogno né di scienza né di pane, ma che soltanto la bellezza le è
indispensabile, perché senza bellezza non ci sarà più niente da fare in
questo mondo”.Non c’è nessuno che abbia il senso tragico del momento che viviamo. Nessuno che si alzi di un centimetro sopra gli avvenimenti e ne sappia leggere la logica (suicida), il punto di approdo e di crollo. Non solo nella “classe dirigente” (si fa per dire) italiana. La tecnocrazia europea è assai peggiore. Eppure la gente lo sente, avverte che abbiamo perduto l’essenziale. Vorrei sentir dire a qualcuno le parole di Robert Kennedy: “Il dramma della gioventù americana è che sa tutto eccetto una cosa. E questa cosa è l’essenziale”. Continuerà a ignorarlo e ad affossarsi, la nostra gioventù, se – per esempio – le università saranno sempre nelle mani di minoranze fanatiche che inalberano cartelli dove sta scritto: “Non vogliamo padri” (come è accaduto all’Università di Roma per impedire l’arrivo del Papa). A volte mi viene in mente un’invettiva dell’autore del “Piccolo principe” che dice brandelli di verità: “Odio la mia epoca con tutte le mie forze. In essa l’uomo muore di sete e non esiste al mondo un problema più grande di questo: dare agli uomini un senso spirituale, un’inquietudine spirituale. Non si può vivere di frigoriferi, di bilanci e di politica. Non si può! Non si può vivere senza poesia, senza colore, senza amore. Lavorando unicamente per acquistare dei beni materiali finiremo con il fabbricarci una vera e propria prigione”. Un inferno. Popolato di demoni e beni di consumo. Di monnezza e di palline da golf perdute. Di vecchi abbarbicati al potere e di giovani incapaci della più piccola nobiltà d’animo. Di assatanati del sesso. Di incapaci di rispettare i deboli. Di ragazze ridotte a cose da possedere anche a costo di violentarle. Di figli ridotti a prodotti da “fabbricare” a proprio gusto o da scartare ed eliminare se “difettosi”. Di una cultura che esalta solo e sempre la brama di possesso, il potere e il denaro (e soprattutto la loro esibizione), mentre la vita reale della metà delle famiglie italiane sta sprofondando letteralmente nella povertà. E se ne approfitta per produrre parole parole parole… Giorni fa vedevo un programma d’informazione in tv che da anni fa la stessa puntata: non parla che delle bollette e delle buste paga, della finanziaria e della rata del mutuo. Da mesi e da anni. Oltretutto un parlare del tutto vano perché la gente, sempre più impoverita, non si sente dire la verità, non si sente dire “per colpa di chi”. E ora non riesce più neanche ad acquistare le medicine per curarsi. Nessuno ha il coraggio di dire la verità e nessuno la difende. Ma mi chiedo se la vita e il destino di un popolo sia tutto e solo lì, nelle bollette. Oltretutto questo popolo non fa più figli, perché fare figli significa essere condannati alla povertà; perciò fra venti anni il popolo italiano sarà vicino all’estinzione. Senza speranza. Dicono certi sondaggi che quello italiano è un popolo triste e senza speranza. Nel dopoguerra eravamo molto più poveri, addirittura fra le macerie, un paese in ginocchio. Ma avevamo una grande risorsa che ha fatto “il miracolo”. Qual era? Cosa abbiamo perduto? Perché nessuno sa dirlo? Beh, lo dirò io: la fede cristriana. Questo abbiamo perso. Cioè l’amore alla vita. “L’umanità è giunta a un punto vergognoso! Non siamo liberi da noi stessi. Io parlo perché tutti capiate che la vita è semplice e che per salvarvi, salvare voi stessi e salvare i vostri figli, la vostra discendenza, il vostro futuro, dovete ritornare al punto dove vi siete persi, dove avete imboccato la via sbagliata! Bisogna tornare al punto di prima, in-quel-punto dove voi avete imboccato la strada sbagliata”. E’ il “folle di Dio”, Domenico, nel film “Nostalghia” di Andrej Tarkovskij, che grida queste parole, poco prima di sacrificare se stesso sopra la statua del Marco Aurelio in Campidoglio. Ma in quale punto abbiamo “imboccato la via sbagliata”? A quale crocevia ci siamo smarriti? Sfogliando un libro di antiche icone russe, Alexander, il protagonista del “Sacrificio” (il successivo e ultimo film di Tarkovskij), si dice colpito da quelle splendide tavole per la “saggezza e spiritualità (…) profonda e virginale nello stesso tempo. Incredibile come una preghiera”. Ma aggiunge, con sconcerto: “tutto questo è andato perduto. Non siamo più neppure capaci di pregare”. Due sequenze con le quali Tarkovskij ci dice che si sono perdute (o abbandonate) al tempo stesso la Bellezza e la Fede. Che poi sono la stessa cosa. Pavel Edvokimov scrive: “Ciò che è bello è la presenza di Dio fra gli uomini”. Un cataclisma si è dunque consumato agli esordi del Novecento. Preparato da qualche secolo. Si è preteso di cancellare – anche al prezzo di stragi e persecuzioni bestiali – la presenza di Dio fra gli uomini. Così si è cancellato l’uomo. E si è cancellata anche la bellezza. Infatti non c’è più bellezza, neanche nelle chiese. Non c’è più la forma umana. E non c’è più neanche lo stupore per la realtà creata. Un filosofo straordinario come Wittgenstein diceva: “E ora descriverò l’esperienza di meravigliarsi per l’esistenza del mondo, dicendo: è l’esperienza di vedere il mondo come un miracolo”. Non è più così. I “miracoli” sono stati aboliti innanzitutto dai teologi che si scagliano contro i santi e pretendono di legare le mani alla bontà di Dio. Ebbe modo di prevedere questa china quel grande che era Franz Kafka quando notò: “Non ci sono più miracoli, ma solo istruzioni per l’uso”. Ci sono solo norme, regole, vademecum, anche nella Chiesa che pure è il luogo dei miracoli, che pure sarebbe cielo e terra nuova, dove i miracoli veramente accadono. Dice Tarkovskij: “non si è più capaci di ammettere, neppure per ipotesi, il miracolo”. Perduto il significato siamo precipitati tutti – uomini, popoli e cose create - nell’assurdo e quindi anche nel brutto. L’arte si è disumanizzata e ha celebrato la distruzione del “personaggio uomo” e della realtà creata. Sono diventate “opere d’arte” gli orinatoi e la “merda d’artista”. Così “l’abolizione della bellezza è la fine dell’intelligibilità del mondo” (F. Schuon). Ma è anche la fine del mondo. TRE CRITERI NON NEGOZIABILI ELEZIONI, TRE CRITERI NON NEGOZIABILI25-2-2008 Care lettrici, cari lettori, il Timone è un giornale con diecimila abbonati e quindicimila copie di tiratura mensile. Noi che contribuiamo a farlo tutti i mesi siamo però molto devoti del mistero dell’Incarnazione, che fonda la nostra fede nel Salvatore degli uomini e del mondo. Dunque, siamo attenti alle cose terrene perché convinti che il mondo sia la strada che porta al Cielo, il luogo e il tempo in cui provare la nostra fedeltà. Adesso in Italia è tempo di campagna elettorale in vista delle elezioni politiche che si terranno il 13 e 14 aprile. Come sempre accade in queste circostanze, molti ci chiederanno suggerimenti e noi stessi ci chiediamo quale sia il modo migliore di contribuire al bene comune del Paese in cui viviamo. Presumiamo che la stessa cosa capiterà a ciascuno di voi. La Chiesa cattolica ha sempre guardato con attenzione a questi momenti di grande importanza per il futuro dell’Italia. Sessant’anni fa, il 18 aprile 1948, scese in campo con determinazione, senza alcuna incertezza, per indicare agli italiani il dovere di opporsi con il voto al pericolo socialcomunista. Oggi crediamo che l’insegnamento della Chiesa si esprima con altrettanta chiarezza, anche se con modalità diverse, per indicare agli italiani non per chi votare, ma per che cosa, per quali principi. Il documento al quale facciamo riferimento rimane la Nota dottrinale della Congregazione per la dottrina della fede su alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, del 24 novembre 2002, firmato dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto della congregazione, oggi papa Benedetto XVI. In tale Nota si invitano i fedeli a prendere ogni decisione politica tenendo presenti quei «principi non negoziabili» che il Papa ha ricordato anni dopo, il 30 marzo 2006, incontrando partecipanti a un convegno promosso dal Partito popolare europeo. Essi sono principi precisi e hanno un ordine gerarchico altrettanto preciso, anche se naturalmente non esauriscono il bene comune di una nazione: 1. «Tutela della vita in tutte le sue fasi, dal primo momento del concepimento fino alla morte naturale» 2. «Riconoscimento e promozione della struttura naturale della famiglia, quale unione fra un uomo e una donna basata sul matrimonio, e sua difesa dai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale» 3. «Tutela del diritto dei genitori di educare i propri figli» (Benedetto XVI, 30 marzo 2006). «Questi principi non sono verità di fede anche se ricevono ulteriore luce e conferma dalla fede – aggiunge il Santo Padre – Essi sono iscritti nella natura umana stessa e quindi sono comuni a tutta l’umanità». Noi li offriamo alla vostra meditazione così come si leggono dal testo del Papa, come criterio della scelta per le prossime elezioni. Non vi suggeriamo chi votare ma per che cosa votare, cioè vi invitiamo a confrontare i programmi e le parole di chi chiederà il vostro voto con questi semplici e precisi “principi non negoziabili”. E vi invitiamo a farli leggere così come sono a chi, anche a voi, chiederà un consiglio, una indicazione, un suggerimento. Probabilmente questo discorso non convincerà alcuni cattolici che si ritengono “adulti”, sacerdoti o laici, e dunque superiori all’insegnamento della Chiesa; portate pazienza, ma non lasciatevi ingannare. JUNO, PICCOLA GRANDE MADRE Tratto da Panorama del 22 febbraio 2008C’è un film che arriva a metà aprile in Italia, che ha sbancato il botteghino in America, che prenderà degli Oscar, che si intitola Juno e ruoterà nell’aria come un ciclone etico moderno. È la storia di una ragazzina come tante, tradita dal sesso facile e rimasta incinta, che rifiuta di abortire perché nella clinica femminista sente «odore di anticamera del dentista». La storia è semplice ed è raccontata in forma di commedia che fa piangere, il tipico stilema dei grandi capolavori hollywoodiani. Però è moderna, edifica ma senza moralismo, ha la potenza dell’intrattenimento sublimata in un tocco di magia, girata come in un presepe suburbano. Lei, Juno, è spiritosa, diretta, dolcissima e sprovvista della minima mielosità, ha un padre e una matrigna formidabili, che le danno una mano per la vita, la sua e quella del bambino che ha in seno, ma così, perché è meglio, non per spirito di missione educativa. Sceneggiatura e dialoghi, esilaranti e urticanti, sono di Diablo Cody, una scrittrice già ingaggiata da Steven Spielberg e dalla sua macchina intelligente di cinema e idee, quasi certamente vincitrice dell’Academy award, un tipetto un po’ grunge, ma molto chic, che alla Festa del cinema di Roma dice, alla Flaubert: «Juno sono io». La chiave della storia è il «no, grazie» all’aborto. Deciso così, con la leggerezza di un passo esistenziale qualunque, ma dovuto a qualcosa di misterioso, una sorta di eleganza dello spirito, un tributo spontaneo all’amore e alla responsabilità. Però, ecco la sorpresa modernissima e anche antichissima, degna della vecchia ruota del convento ma nelle forme del XXI secolo, quel no è compatibile con il rifiuto della modernità. Juno cerca e trova, scrutinando gli annunci sui giornali, una coppia in crisi che vuole adottare un bambino, e alla fine sarà solo la lei della coppia, una donna non priva di difetti, condizionata da una cultura del banale, a coccolare come una madonna dei suburbia la piccola creatura adottata, mentre il suo lui abbandona l’impresa per frivolezza e fragilità. Epopea del femminile e del femminismo delle ragazze, questo film che incanta platee ridenti e piangenti, questa fantastica storia di famiglia allargata, ma imperniata sulla scelta per la vita, è anche un racconto delicato sulla forza delle donne e sulla ambiguità dei giovani maschi che alla fine sono loro a redimere e rallegrare con uno sprazzo di vero amore, come accade per molti aspetti della vita contemporanea. I ragazzi sono costruiti per fare sport, per consumare immagini, per fidanzarsi e sfidanzarsi a caso, non sanno letteralmente che cosa nella loro esistenza superi la dimensione dell’ormonale, la piattezza dei desideri senza molta speranza. Le loro pulzelle fricchettone invece la sanno lunga, sono ciniche quanto basta per sembrare credibilmente un pezzo di realtà e di società. Hanno il sogno incorporato nella loro natura umana creaturale, danno vita al mondo, senza se e senza ma. Juno parla del vero potere femminile, che è un’alleanza di natura e cultura anche inconsapevolmente vissuta, un’allegria di vivere che trionfa non appena si spegne, nella fila alla clinica dove le vecchie generazioni di donne avvilite dall’ideologia si grattano e si maltrattano, la coazione a odiarsi e a mutilarsi dell’altro. Altri film, da quello del regista romeno che ha vinto a Cannes all’americano Molto incinta, hanno fatto riemergere quest’anno il fiume carsico del desiderio di buonumore e di verità che spezza le menzogne appiattite con cui conviviamo. Ma nella figura piccina e gigantesca di Juno, nel suo amore ritrovato, anche senza il figlio ma non senza che lui possa avere una madre che lo accudisca e vivere, c’è una morale senza moralismo che è il segno tipico della pedagogia celeste del cinema americano di tutti i tempi. E si piange. E si ride. Da L'Arcitaliano Giuliano Ferrara NO, CHE NON FANNO RIDERE...Le strane, ma non troppo, alchimie di WalterAbbiamo scherzato!
E sì, sembra dire proprio questo Veltroni agli italiani dopo che per
settimane aveva detto e ridetto che il suo PD, alle urne, si sarebbe
presentato da solo tentando così di esprimere una vocazione
maggioritaria. “La gente vuole semplificare, vuole chiarezza e io voglio dargliela”
aveva detto e noi, forse ingenuamente, c’avevamo quasi creduto. Beh,
forse è il caso di risvegliarsi da questo sogno perché la
semplificazione, a parte l’inevitabile esclusione della estrema
sinistra, è più nelle parole più che nei fatti, mentre la chiarezza
della proposta politica risulta di là da venire. Anche se dalle ultime
scelte di Veltroni qualcosa inizia a trasparire circa la connotazione
che si intende dare al PD. In tale contesto politico allora sarebbe quanto mai leale esporre agli elettori i programmi e i progetti
ai quali si intende far riferimento. Invece su temi di vitale
importanza per la società si sta facendo a gara per coprirli di ombre,
reticenze e ambiguità. Eppure la storia di alcuni candidati è quanto
mai esplicita ed è " impossibile ignorare ad esempio – come scrive
Francesco D’Agostino su Avvenire - la visione libertaria (e non
liberale, come viene spesso arbitrariamente presentata) di chi ha
sempre militato nel Partito Radicale. È impossibile ignorare quale sia
l’antropologia di Umberto Veronesi. […] Da visioni antropologiche
'riduzionistiche' (come quella radicale o come quella di Veronesi),
derivano inevitabilmente ampie conseguenze sul piano delle scelte
politiche, non solo per quel che concerne i temi che oggi vengono
definiti 'eticamente sensibili' (dalla procreazione assistita
all’eutanasia), ma anche per temi di ancor più ampio rilievo sociale,
primi tra tutti quelli del matrimonio, della famiglia e delle adozioni”. E non è uno scherzo. Non fa ridere neanche un pò. Censurarossa socio di SamizdatOnLine Questa è vera politica!
La lista per la moratoria sull’aborto è un gesto contro la politica ridotta ad amministrazione dell’esistente, incapace di cogliere il nuovo. Una lotta contro una cultura mortifera che contagia anche il “figlio scelto” Milano. «La vedo come una grande battaglia
per la sacralità della vita e in difesa del bambino non nato. Inoltre è
un gesto contro la politica ridotta ad amministrazione dell’esistente,
incapace di devozione al nuovo». Per questo Claudio Risé ha deciso di
candidarsi nella lista contro l’aborto: una grande sfida culturale ma è
anche una sfida propriamente politica, perché la politica è
innanzitutto occuparsi di ciò che ha a che fare con la vita, con la
vitalità di una comunità». Ma perché trasportare in politica un tema che sembra più adatto al suo lavoro di analista? Ci spieghi meglio questo passaggio. Altro che un tema di coscienza che non deve entrare in politica… Vi contesteranno di essere contro le donne. Sulla centralità della figura paterna, Risé ha promosso con altri docenti e personalità pubbliche un “Documento per il padre”
in cui si sostiene tra l’altro che «per il bene dei figli, e della
società, è necessario che al padre sia consentito di assumersi le
responsabilità che gli toccano in quanto coautore del processo
riproduttivo». Mentre invece, secondo Risé, le legislazioni abortiste –
oltre alla gravità in sé della soppressione di vite umane indifese –
hanno segnato anche l’eclissi della figura del padre. Ce lo può spiegare meglio? E’ più ancora della selezione genetica basata sull’eventuale malattia… Quaresima, Politica, AbortoQuaresima, Politica, Aborto
Claudio Risé, da “Tempi”, 21 febbraio 2008, www.tempi.it Ora
che il carnevale, ed anche il governo “Prodi horror picture show” sono
finiti, e la Quaresima cominciata, spero in una campagna elettorale
quaresimale. Spero che, insomma, si possano fare le due cose insieme,
seguire la campagna, e vivere la Quaresima. Spero che sia una campagna
sufficientemente penitenziale, e riflessiva, da non disturbare il
riconoscimento delle colpe, e la meditazione, che ispirano questo
periodo dell’anno. Un atteggiamento naturalmente indispensabile in ogni
campo della vita umana, per poter cercare di purificarsi, e rinascere
nella Pasqua. Ma che è sicuramente più che mai necessario nella
politica. Dove, malgrado i danni immensi provocati dalla nostra classe
dirigente, scuole dove non si insegna niente, treni che non arrivano,
hub di grandi speranze smantellati per manfrine partitiche, delitti
costantemente impuniti per concentrarsi su inchieste ridicole, nessuno
sembra mai pentirsi di niente, riflettere sui propri sbagli, chiedere
scusa. 2月24日 INNAMORARSI: NE VALE ANCORA LA PENA!La più bella esperienza, innamorarsidi Massimo Camisasca 18/02/2008 Parlare
di famiglia oggi sembra un’impresa impossibile. Abbiamo tutti davanti
agli occhi convivenze difficili, litigiose, divisioni e divorzi;
registriamo sempre più la difficoltà di un dialogo fra generazioni che
peraltro è sempre difficile. Siamo poi percossi dalla banalizzazione
dell’amore e dei rapporti sessuali, non per moralismo, ma perché
vorremmo che essi, uno dei doni più grandi che Dio abbia dato all’uomo
e alla donna, fossero conservati nella loro freschezza originaria,
nella loro capacità unitiva, nella loro apertura alla sorpresa di una
vita nuova che nasce.D’altra parte, non possiamo cadere né nello spiritualismo né nel romanticismo. Le difficoltà sono quello che sono, e nascono dal difficile rapporto nell’uomo tra la sua materialità e la sua apertura all’infinito. E sono poi aggravate oggi da un contesto sociale in cui si vuol far credere all’uomo di poter fare tutto, scegliere se avere figli, quando averli, come averli, e ora chi avere; volare da una donna all’altra, da un uomo all’altro senza prendere insegnamento dalla delusione di don Giovanni e Casanova. Ulteriore difficoltà: le famiglie fragili generano figli ancora più fragili, più paurosi di fronte alla realtà… Sembra un bollettino di guerra, e vorrei fermarmi qui anche perché il mio scopo non è di lamentarmi della cattiveria del tempo presente, ma all’opposto di rallegrarmi perché in mezzo a tutto questo c’è sempre chi vive ciò che è essenziale, e testimonia quanto sia bello e pieno di letizia abbandonarsi a ciò che la grazia di Cristo rende possibile nella vita. Proviamo a fissare alcuni punti fondamentali. Non è forse vero che l’esperienza più entusiasmante della vita sia l’innamoramento? A partire da quell’istante, tutto sembra nuovo, unito, tutto sembra proiettarci creativamente verso il futuro. Tutto chiede di durare. Occorre allora che ci siano delle persone che ci aiutino a liberare questo amore dalle insidie che possono soffocarlo. Da soli non possiamo farcela. Occorre chiedere a Dio questa grazia, occorrono gli amici, le letture giuste. Occorre vedere che questo è possibile perché lo si scopre nella vita degli altri. Poi l’amore diventa un «sì». Anche qui è solo l’inizio. Perché questo «sì» possa attraversare le infinite insidie della vita degli avvenimenti, occorre innamorarsi sempre di nuovo. Occorre perciò nuova preghiera, nuovo silenzio, nuove letture, nuovi amici. Occorre la grazia che ci porti sempre a sperare, a ricominciare. E poi i figli: quale grande dono essi siano! Lo sappiamo tutti, ma com’è difficile la loro educazione, a quante sconfitte dobbiamo prepararci, a quante scoperte. Educare loro vuol dire accettare di rimettere in discussione noi stessi per ritrovare ogni giorno il punto di equilibrio tra autorità e libertà, ma l’educazione rimane l’avventura più avvincente che l’uomo possa correre. Anche in questo caso, gli amici sono fondamentali. Oggi più che mai, la vita dei nostri ragazzi si decide nelle amicizie che incontrano. (da "Fraternità e Missione", III 2008, in distribuzione) 2月23日 IL FOGLIOIl programma serio della lista pazzaRoma. I nostri candidati si impegnano a:
RATIFICA DEL TRATTATO DI LISBONAMANDA ANCHE TU UNA MAIL ! Trattato di Lisbona? Parliamone, please!Inserito da Vilma il Gio, 02/21/2008 - 13:30 E' preoccupante il silenzio che (causa la campagna elettorale) è calato sulla ratifica del Trattato di Lisbona. Ma
di questioni cruciali da discutere ce ne sono tante, soprattutto per
quanto riguarda la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea,
che il Trattato recepisce con valore vincolante per i Stati Membri. Scrive tra l'altro Mons Rey: «Questa "Carta" rappresenta in molti punti una rottura intellettuale e morale con le altre grandi formulazioni giuridiche internazionali, presentando una visione relativistica ed evolutiva dei diritti dell'uomo che mette in causa i principi del diritto naturale». Alcuni esempi. Sempre in questa "Carta dei diritti" si vieta esplicitamente solo la clonazione a scopo riproduttivo, lasciando libera quindi la clonazione dell'embrione a scopi di ricerca. Una regressione rispetto alla Convenzione di biomedicina del Consiglio d'Europa approvata nel 1997, per cui "è vietato qualsiasi intervento per creare un essere umano geneticamente identico a un altro essere umano, morto o in vita". E la scomparsa del "divieto d'infliggere intenzionalmente la morte a chiunque", riconosciuto dalla Convenzione europea dei diritti umani del 1950, aprirà inevitabilmente la strada alla imposizione dell'eutanasia attiva nelle legislazioni degli Stati membri. Tuttavia Regno Unito e Polonia hanno rifiutato il valore vincolante attribuito dal Trattato di Lisbona alla "Carta dei diritti", ottenendone l'esenzione. Sarebbe auspicabile che l'Italia chiedesse - almeno temporaneamente - la stessa esenzione. Gino socio di SamizdatOnLine Argomenti correlati: S C R I V I A M O chiedendo una pausa di riflessione, e di confronto pubblico a: Presidente della Repubblica Napolitano Partiti: Giornali: 2月22日 CORSI E RICORSI STORICI di Giorgio Vittadini* L’attuale
situazione demografica del nostro Paese presenta impressionanti
analogie con quella dell’Impero romano nel suo declinare. Il sociologo
californiano Rodney Stark, che si dichiara agnostico, nel suo libro Ascesa e affermazione del Cristianesimo,
mostra che nel mondo pagano l’aborto era un metodo di contraccezione di
massa e l’infanticidio era praticato spesso nel caso di figli malati o
handicappati. Il matrimonio era un’istituzione in crisi e le famiglie
erano poco numerose. Per tutte queste ragioni la natalità era in
vertiginosa diminuzione e non riusciva a compensare la forte mortalità. LA LIBERTA' ALLA RADICE DELL'OPERA |
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| MAGRIS E FERRARA A PROPOSITO DI ABORTO | |||
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SUOR EUGENIA E LE CONSORELLE COME UNA MADRE A RISCATTO DELLE PROSTITUTE
MARINA CORRADI
E9ugenia Bonetti
è una suora di 70 anni. Come missionaria della Consolata ha passato
23 anni in Kenya. Poi è tornata in Italia. Una sera del giorno dei
Morti, diversi anni fa, stava andando a Messa, quando l’ha
fermata per strada una ragazza nigeriana. «Madre, voglio parlarle »,
fa la ragazza. «Vieni in chiesa con me, dopo mi racconti», risponde la suora – con quell’attitudine
dei missionari a non stupirsi mai della faccia di chi li ferma per
strada, e nemmeno dei vestiti che indossa. La sconosciuta era una
prostituta portata in Italia come altre migliaia, per forza o per
disperazione. Però, annientata dal suo “lavoro” di comprata e venduta,
voleva liberarsi, e smettere.
È così che una piccola minuta suora
lombarda allora verso la sessantina – l’età in cui gli altri vanno in
pensione – comincia a mettere su una rete di 110 case di accoglienza
gestite da suore di vari ordini, sotto la direzione dell’Unione
superiori maggiori italiane. In dieci anni, da quando un articolo
della legge sull’immigrazione consente a chi denuncia i propri
sfruttatori un permesso di soggiorno per il reinserimento, nelle case
e nei conventi di suor Eugenia sono passate cinquemila ragazze (come
racconta il servizio nelle pagine interne) e in otto su dieci hanno
trovato un lavoro, o hanno scelto di tornare in patria. Alcune, che
erano incinte, il figlio se lo sono tenute – è bastato avere una faccia
amica accanto. Migliaia di rumene, moldave, africane, venute qui a sedici anni a battere un marciapiedi,
educate a una ferrea obbedienza dall’omicidio di qualche compagna
trovata ammazzata di botte in una roggia, hanno ricominciato a vivere
grazie a suor Eugenia e alle sue compagne. Ma, lo conoscevate il volto
di quella suora, e il suo nome?
La cosa singolare è che in un
mondo in cui si diventa famosi anche per una parolaccia detta in tv,
donne così siano, al grande pubblico, quasi sconosciute. Una foresta
che cresce non fa rumore, è proprio vero: migliaia di donne liberate
dai loro “padroni” possono passare inosservate, come una notizia
banale. Ma qualcosa affascina nell’operare di queste donne vestite di
nero o di grigio, come invisibili, oppure viste solo nell’immagine
stereotipata di chi le giudica delle moraliste, delle bacchettone,
creature fuori dal tempo anacronisticamente sopravvissute nella
modernità. Ciò che meraviglia è il loro fare pienamente concreto – concrete
tanto da sapere accogliere e educare delle ragazze che pochi
vorrebbero in casa; ma senza slogan, senza alcun rumore, senza alcun
proclama mediatico. Un fare ostinato e invisibile, contro a un visibilissimo, assordante quotidiano rumore.
Sembra la cifra, questo lavorio silenzioso, di un approccio alla
realtà che chiameremmo profondamente femminile, e pazienza se qualcuno
se ne scandalizzerà. Un’attenzione concreta alla persona
che si ha davanti: semplicemente a quella, che sia figlio, alunno,
paziente, o una poveretta importata dall’Est come una cosa.
Un’accoglienza all’altro che è poi declinazione in forme diverse di un’attitudine
materna – altra espressione oggigiorno politicamente scorretta. Il
lavoro oscuro delle sorelle invisibili di suor Eugenia come di
migliaia di altre, negli asili, negli ospizi, con gli extracomunitari,
è una maternità - più forte ancora di quella carnale, giacché è più
difficile amare un vecchio o una ragazza della strada, che tuo figlio.
Una maternità, e questo spiega perché il mondo non se ne accorge. Ma anche perché, nel silenzio dei titoli, lo stesso mondo ne viene trasformato profondamente, alla radice, in ogni faccia accolta e amata.
Sull'attività umana detta "politica" (oggi, in Italia)
Caro cattolico o aspirante tale o cercatore della verità che tu sia, l'intento delle righe che seguono è quello di dare uno sguardo alla ingarbugliata situazione politica italiana,
cercando di iniziare a sbrogliare un po' la matassa e a fissare qualche
paletto, che possa essere utile poi per arrivare ad un giudizio il più
possibile 'illuminato' sulla vicenda italiana.
Già 'illuminato', ma
non da qualche ufo o da qualche lampadina sovrannaturale, no, ma
dall'unica cosa che veramente ci stia a cuore: l'infinita dignità dell'uomo, la quale è roba delicata, delicatissima e tutt'altro chescontata, come credo concorderai.
Ecco spiegato perché l'invocazione iniziale era necessaria: proprio
perché la cosa più grande dell'uomo - cioè il suo misterioso "essere
libero" e mendicante della Libertà con
la maiuscola - non è qualcosa che possa essere dato dalle "mani degli
uomini" e allo stesso tempo è l'unica cosa su cui una buona politica
possa fondarsi.
Non ci interessa, insomma, la politica se non per l'uomo e
non ci interessa l'uomo se non tutto intero, nel suo valore
incommensurabile all'uomo stesso. Se pensi che la politica sia meno di
questo, quindi, puoi abbandonare qui la lettura.
Se invece ti
riconosci in questa "pretesa", eccoti qualche sparpagliata riflessione
sull'attuale panorama politico italiano, da completarsi nel futuro e
nella coscienza di ognuno di noi.
1) Il valore più prezioso e più grande che la politica deve custodire e far fruttare è quello della "libertà",
come detto. Ma come riconoscere se tale valore è declinato
positivamente o se è solo uno specchietto dietro cui si nasconde
l'ennesima riduzione dell'uomo (come nel caso della libertà sessuale
mal intesa, o della droga libera o della libertà di eliminare la vita
nascente e morente)? Papa Benedetto ha indicato 3 principi
irrinunciabili che sottoponiamo alla tua attenzione critica e che
saranno i "paletti" decisivi per decidere in che senso la libertà sia
un valore: la difesa della possibilità stessa della libertà, ovvero
della vita di ogni uomo, dall'embrione iniziale alla qualsivoglia
decrepita vecchiaia finale; la difesa dell'amore misterioso e unico fra
uomo e donna, cioè della famiglia aperta alla generazione della vita;
la libertà di educazione e di religione.
2) Poiché la realizzazione dell'obiettivo di cui sopra è la stella polare di riferimento, ne discende che le varie formazioni politiche devono essere giudicate sotto questa luce e non secondo altri criteri per lo più imposti dalla frenesia dei media, come la simpatia/antipatia dei leader, la più o meno sbandierata "novità", gli "effetti speciali" delle candidature, generiche "speranze" (categoria che non appartiene alla politica) e altre luccicanti distrazioni
3) Altra conseguenza è che è molto importante l'"efficacia" dell'azione politica: è sicuramente preferibile uno schieramento che ha maggiori probabilità di riuscire a realizzare quanto promette rispetto a uno schieramento che prometta quello che non sarà mai in grado di realizzare (ad esempio perché impossibilitato a vincere)
4) In ogni caso occorre estremo "realismo" nella valutazione, per evitare di abboccare a promesse fasulle: importantissimo sarà informarsi sulla storia recente
delle formazioni in campo e sulla storia delle azioni politiche dei
loro leader. Ad esempio, difficile che uno abbassi le tasse se non l'ha
mai fatto in passato o che aiuti la scuola privata se in passato la sua
azione è stata contraria.
Al voto manca un po' di tempo, ma non molto: cominciamo fin da ora a pensarci, per non dovercene pentire in futuro…
Pepe socio di SamizdatOnLine
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