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日志


2月29日

RADICALI; CONTRO LA CHIESA E IL POPOLO

http://files.splinder.com/521e8b930efc3c1a8c57ab97200c8c88.jpeg  RADICALI, FORZA CONTRO LA CHIESA E CONTRO IL POPOLO
Scritto da: Mons. Luigi Negri* il 28-2-2008 Benedetto XVI ha affermato a Verona che in Italia la fede e la cultura del popolo sono state sempre profondamente intrecciate; infatti, la fede cattolica ha generato un tipo di cultura e di socialità con riferimenti fondamentali che hanno resistito per secoli: la centralità della persona, la sacralità della famiglia, la sacralità della generazione, la libertà di coscienza, la libertà di cultura e di educazione.

Per questa sostanziale cultura popolare i cristiani hanno “resistito” in profondità alle varie degenerazioni di tipo totalitarie, all’est come all’ovest. I comunisti che sono stati gli avversari storici dei cattolici hanno certamente ingaggiato, con i cattolici, un confronto duro, una lotta, ma indubbiamente, come ha ricordato recentemente il Card. Bagnasco, alcuni valori delle due “chiese”, per dirla come Gramsci, erano singolarmente prossimi anche nella varietà delle motivazioni e delle giustificazioni.

I radicali no, sono un’altra cosa; non sono una cultura di popolo, sono un movimento borghese, aristocratico culturalmente, economicamente ben dotato, che hanno ingaggiato una lotta ad oltranza per la fine del cattolicesimo, quindi per la fine della cultura popolare in Italia, iniziando e portando a termine quella che il buon Pasolini chiamava una “omologazione del popolo italiano in senso laicista”. Le battaglie che portano il loro nome, come la legge sul divorzio, hanno sottoposto anche dal punto di vista laico la sacralità o la definitività di un rapporto agli istinti, agli umori, alle convenienze, agli interessi e hanno distrutto quella realtà della famiglia che costituisce, oltre che l’ambito generativo, l’ambito di educazione dei bimbi, dei ragazzi, dei giovani. La situazione gravissima in cui versa la maggior parte della gioventù del nostro paese è la consistente prova del disastro della legge sul divorzio.

La legge sull’aborto, oltre ad impedire la nascita di quattro milioni di italiani, ha sostanzialmente fatto diventare la vita un problema tecnico, aprendolo alle più diverse manipolazioni, sottolineando in maniere esclusiva il diritto della donna contro qualsiasi altro diritto, ovviamente quelli di Dio, ma anche quelli della famiglia e della società.

Le battaglie per la liceità della manipolazione della vita, per l’eutanasia e quant’altro cercano di portare a termine questa disintegrazione della cultura cattolica del popolo italiano.

La libertà delle droghe ha teso ad identificare nell’immaginario comune moralità e immoralità.

Per questa grande opera i radicali hanno avuto a disposizione l’enorme strumentazione massmediatica che è servita da cassa di risonanza per questa mentalità che si dice evoluta, ma che sostanzialmente è materialista ed edonista. La sinistra comunista si è accodata quasi sempre a queste battaglie che non nascevano dalla sua identità profonda, ma che assumeva per ragioni di convenienza politica. Le battaglie radicali sono state anche le battaglie dei comunisti, perché i comunisti hanno capito che soltanto così  sarebbero arrivati al potere e avrebbero potuto gestire il potere.

Aveva ragione il più acuto studioso di problemi del comunismo e del cattolicesimo in Italia, Augusto Del Noce, che nei suoi due volumi straordinariamente attuali - Il suicidio della rivoluzione e Il Cattolico comunista - diceva che i comunisti per arrivare al potere avrebbero venduto i loro valori fondamentali per trasformarsi in un grande partito radicale di massa.
L’ingresso di rappresentanti del Partito Radicale nelle liste del Partito Democratico compie questa sostanziale identificazione della forza egemone della sinistra con questa mentalità della quale, tutto si può dire, meno che sia una mentalità del popolo e al servizio del popolo.

Le conseguenze di questa mia posizione sono così evidenti che non vale nemmeno la pena di esplicitarle.

*Vescovo di San Marino-Montefeltro      Da " Il Timone "
2月28日

GIOVANISSIMI MARTIRI

L'immagine “http://www.30giorni.it/foto/1175510505908.jpg” non può essere visualizzata poiché contiene degli errori.     L’agenzia Zenit.org il 12 febbraio 2008 annunciava che in Iraq sono stati rilasciati i quaranta bambini sequestrati e rapiti da un gruppo di terroristi a Baghdad mentre si recavano a scuola.

Tre di questi bambini sono cristiani e i rapitori avevano imposto loro di convertirsi all’islam, pena la morte. Si tenga presente che per diventare musulmani basta pronunciare la formula detta shahada, cioè affermare davanti a due testimoni musulmani che c’è un solo Dio ed è Allah e Maometto è il suo Profeta. Eppure quei tre bambini si sono rifiutati, dichiarandosi disposti a morire pur di restare cristiani.

Chissà, forse i rapitori si sono spaventati loro, di fronte alla prospettiva di creare dei martiri. Martiri un po’ diversi da quelli a cui sono abituati, visto che nessuno li ha indotti tramite promesse paradisiache e finanziamenti alle famiglie.

Diversi, anche, perché non suicidi-omicidi. Diversi, infine, perché possiamo immaginare tre bambini che resistono alla pressione psicologica dell’essere soli in mezzo a quaranta coetanei musulmani e a quella fisica delle armi puntate alla tempia.

Tre bambini. Severo esempio per noi, qui al caldo, che magari troviamo pesante una piccola rinuncia quaresimale.

  Grande Rino Cammilleri con i suoi Antitodi!
2月27日

ABORTO E RAGIONE

link:    http://www.abortoeragione.it/      TUTTO QUELLO CHE AVRESTI DOVUTO SAPERE SULL’ABORTO... MA NON HANNO MAI OSATO DIRTI:

LA BELLEZZA DOV'E'?

http://www.artecristiana.com/pdf/assunzione.jpg     C’è qualcuno – fra i partiti che si azzuffano alle elezioni per poi spartirsi la torta del potere – che metterà al primo punto del suo programma la Bellezza, la difesa della Bellezza, il diritto alla Bellezza in questa Italia che fu (e dolentemente sarebbe ancora) la patria della Bellezza? E c’è qualcuno che se ne ricorderà soprattutto a Roma che è la città della Bellezza? Sicuramente no. Eppure la Bellezza non è un lusso, è il pane dei poveri, la loro unica ricchezza. La Bellezza non è fatta di lustrini e veline, povere ombre effimere di un teatro di cannibali (il volto di Madre Teresa era bellissimo e quello di Karol Wojtyla più bello di qualunque attorucolo hollywoodiano). La Bellezza dà senso alla vita. Ammoniva Dostoevskij nei “Demoni” (che è il suo romanzo più politico, quello dove profetizza l’orrore che l’ideologia provocherà nel Novecento): “Sappiate che l’umanità può fare a meno degli Inglesi, che può fare a meno della Germania, che niente è più facile per lei che fare a meno dei Russi, che per vivere non ha bisogno né di scienza né di pane, ma che soltanto la bellezza le è indispensabile, perché senza bellezza non ci sarà più niente da fare in questo mondo”.

Non c’è nessuno che abbia il senso tragico del momento che viviamo. Nessuno che si alzi di un centimetro sopra gli avvenimenti e ne sappia leggere la logica (suicida), il punto di approdo e di crollo. Non solo nella “classe dirigente” (si fa per dire) italiana. La tecnocrazia europea è assai peggiore. Eppure la gente lo sente, avverte che abbiamo perduto l’essenziale. Vorrei sentir dire a qualcuno le parole di Robert Kennedy: “Il dramma della gioventù americana è che sa tutto eccetto una cosa. E questa cosa è l’essenziale”. Continuerà a ignorarlo e ad affossarsi, la nostra gioventù, se – per esempio – le università saranno sempre nelle mani di minoranze fanatiche che inalberano cartelli dove sta scritto: “Non vogliamo padri” (come è accaduto all’Università di Roma per impedire l’arrivo del Papa).

A volte mi viene in mente un’invettiva dell’autore del “Piccolo principe” che dice brandelli di verità: “Odio la mia epoca con tutte le mie forze. In essa l’uomo muore di sete e non esiste al mondo un problema più grande di questo: dare agli uomini un senso spirituale, un’inquietudine spirituale. Non si può vivere di frigoriferi, di bilanci e di politica. Non si può! Non si può vivere senza poesia, senza colore, senza amore. Lavorando unicamente per acquistare dei beni materiali finiremo con il fabbricarci una vera e propria prigione”.

Un inferno. Popolato di demoni e beni di consumo. Di monnezza e di palline da golf perdute. Di vecchi abbarbicati al potere e di giovani incapaci della più piccola nobiltà d’animo. Di assatanati del sesso. Di incapaci di rispettare i deboli. Di ragazze ridotte a cose da possedere anche a costo di violentarle. Di figli ridotti a prodotti da “fabbricare” a proprio gusto o da scartare ed eliminare se “difettosi”. Di una cultura che esalta solo e sempre la brama di possesso, il potere e il denaro (e soprattutto la loro esibizione), mentre la vita reale della metà delle famiglie italiane sta sprofondando letteralmente nella povertà. E se ne approfitta per produrre parole parole parole…

Giorni fa vedevo un programma d’informazione in tv che da anni fa la stessa puntata: non parla che delle bollette e delle buste paga, della finanziaria e della rata del mutuo. Da mesi e da anni. Oltretutto un parlare del tutto vano perché la gente, sempre più impoverita, non si sente dire la verità, non si sente dire “per colpa di chi”. E ora non riesce più neanche ad acquistare le medicine per curarsi. Nessuno ha il coraggio di dire la verità e nessuno la difende.

Ma mi chiedo se la vita e il destino di un popolo sia tutto e solo lì, nelle bollette. Oltretutto questo popolo non fa più figli, perché fare figli significa essere condannati alla povertà; perciò fra venti anni il popolo italiano sarà vicino all’estinzione. Senza speranza. Dicono certi sondaggi che quello italiano è un popolo triste e senza speranza. Nel dopoguerra eravamo molto più poveri, addirittura fra le macerie, un paese in ginocchio. Ma avevamo una grande risorsa che ha fatto “il miracolo”. Qual era? Cosa abbiamo perduto? Perché nessuno sa dirlo? Beh, lo dirò io: la fede cristriana. Questo abbiamo perso. Cioè l’amore alla vita. “L’umanità è giunta a un punto vergognoso! Non siamo liberi da noi stessi. Io parlo perché tutti capiate che la vita è semplice e che per salvarvi, salvare voi stessi e salvare i vostri figli, la vostra discendenza, il vostro futuro, dovete ritornare al punto dove vi siete persi, dove avete imboccato la via sbagliata! Bisogna tornare al punto di prima, in-quel-punto dove voi avete imboccato la strada sbagliata”.

E’ il “folle di Dio”, Domenico, nel film “Nostalghia” di Andrej Tarkovskij, che grida queste parole, poco prima di sacrificare se stesso sopra la statua del Marco Aurelio in Campidoglio. Ma in quale punto abbiamo “imboccato la via sbagliata”? A quale crocevia ci siamo smarriti? Sfogliando un libro di antiche icone russe, Alexander, il protagonista del “Sacrificio” (il successivo e ultimo film di Tarkovskij), si dice colpito da quelle splendide tavole per la “saggezza e spiritualità (…) profonda e virginale nello stesso tempo. Incredibile come una preghiera”. Ma aggiunge, con sconcerto: “tutto questo è andato perduto. Non siamo più neppure capaci di pregare”.

Due sequenze con le quali Tarkovskij ci dice che si sono perdute (o abbandonate) al tempo stesso la Bellezza e la Fede. Che poi sono la stessa cosa. Pavel Edvokimov scrive: “Ciò che è bello è la presenza di Dio fra gli uomini”. Un cataclisma si è dunque consumato agli esordi del Novecento. Preparato da qualche secolo. Si è preteso di cancellare – anche al prezzo di stragi e persecuzioni bestiali – la presenza di Dio fra gli uomini.

Così si è cancellato l’uomo. E si è cancellata anche la bellezza. Infatti non c’è più bellezza, neanche nelle chiese. Non c’è più la forma umana. E non c’è più neanche lo stupore per la realtà creata. Un filosofo straordinario come Wittgenstein diceva: “E ora descriverò l’esperienza di meravigliarsi per l’esistenza del mondo, dicendo: è l’esperienza di vedere il mondo come un miracolo”. Non è più così. I “miracoli” sono stati aboliti innanzitutto dai teologi che si scagliano contro i santi e pretendono di legare le mani alla bontà di Dio. Ebbe modo di prevedere questa china quel grande che era Franz Kafka quando notò: “Non ci sono più miracoli, ma solo istruzioni per l’uso”. Ci sono solo norme, regole, vademecum, anche nella Chiesa che pure è il luogo dei miracoli, che pure sarebbe cielo e terra nuova, dove i miracoli veramente accadono. Dice Tarkovskij: “non si è più capaci di ammettere, neppure per ipotesi, il miracolo”. Perduto il significato siamo precipitati tutti – uomini, popoli e cose create - nell’assurdo e quindi anche nel brutto. L’arte si è disumanizzata e ha celebrato la distruzione del “personaggio uomo” e della realtà creata. Sono diventate “opere d’arte” gli orinatoi e la “merda d’artista”. Così “l’abolizione della bellezza è la fine dell’intelligibilità del mondo” (F. Schuon). Ma è anche la fine del mondo.

TRE CRITERI NON NEGOZIABILI

http://www.geocities.com/gesubuonpastore/links/timone.gif   ELEZIONI, TRE CRITERI NON NEGOZIABILI
25-2-2008

Care lettrici, cari lettori,
il Timone è un giornale con diecimila abbonati e quindicimila copie di tiratura mensile. Noi che contribuiamo a farlo tutti i mesi siamo però molto devoti del mistero dell’Incarnazione, che fonda la nostra fede nel Salvatore degli uomini e del mondo. Dunque, siamo attenti alle cose terrene perché convinti che il mondo sia la strada che porta al Cielo, il luogo e il tempo in cui provare la nostra fedeltà.

Adesso in Italia è tempo di campagna elettorale in vista delle elezioni politiche che si terranno il 13 e 14 aprile. Come sempre accade in queste circostanze, molti ci chiederanno suggerimenti e noi stessi ci chiediamo quale sia il modo migliore di contribuire al bene comune del Paese in cui viviamo. Presumiamo che la stessa cosa capiterà a ciascuno di voi.
La Chiesa cattolica ha sempre guardato con attenzione a questi momenti di grande importanza per il futuro dell’Italia. Sessant’anni fa, il 18 aprile 1948, scese in campo con determinazione, senza alcuna incertezza, per indicare agli italiani il dovere di opporsi con il voto al pericolo socialcomunista.

Oggi crediamo che l’insegnamento della Chiesa si esprima con altrettanta chiarezza, anche se con modalità diverse, per indicare agli italiani non per chi votare, ma per che cosa, per quali principi.
Il documento al quale facciamo riferimento rimane la Nota dottrinale della Congregazione per la dottrina della fede su alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, del 24 novembre 2002, firmato dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto della congregazione, oggi papa Benedetto XVI.

In tale Nota si invitano i fedeli a prendere ogni decisione politica tenendo presenti quei «principi non negoziabili» che il Papa ha ricordato anni dopo, il 30 marzo 2006, incontrando partecipanti a un convegno promosso dal Partito popolare europeo.

Essi sono principi precisi e hanno un ordine gerarchico altrettanto preciso, anche se naturalmente non esauriscono il bene comune di una nazione:


1. «Tutela della vita in tutte le sue fasi, dal primo momento del concepimento fino alla morte naturale»


2. «Riconoscimento e promozione della struttura naturale della famiglia, quale unione fra un uomo e una donna basata sul matrimonio, e sua difesa dai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale»


3. «Tutela del diritto dei genitori di educare i propri figli» (Benedetto XVI, 30 marzo 2006).


«Questi principi non sono verità di fede anche se ricevono ulteriore luce e conferma dalla fede – aggiunge il Santo Padre – Essi sono iscritti nella natura umana stessa e quindi sono comuni a tutta l’umanità».


Noi li offriamo alla vostra meditazione così come si leggono dal testo del Papa, come criterio della scelta per le prossime elezioni. Non vi suggeriamo chi votare ma per che cosa votare, cioè vi invitiamo a confrontare i programmi e le parole di chi chiederà il vostro voto con questi semplici e precisi “principi non negoziabili”. E vi invitiamo a farli leggere così come sono a chi, anche a voi, chiederà un consiglio, una indicazione, un suggerimento.


Probabilmente questo discorso non convincerà alcuni cattolici che si ritengono “adulti”, sacerdoti o laici, e dunque superiori all’insegnamento della Chiesa; portate pazienza, ma non lasciatevi ingannare.

JUNO, PICCOLA GRANDE MADRE

    Tratto da Panorama del 22 febbraio 2008

C’è un film che arriva a metà aprile in Italia, che ha sbancato il botteghino in America, che prenderà degli Oscar, che si intitola Juno e ruoterà nell’aria come un ciclone etico moderno.

È la storia di una ragazzina come tante, tradita dal sesso facile e rimasta incinta, che rifiuta di abortire perché nella clinica femminista sente «odore di anticamera del dentista».
La storia è semplice ed è raccontata in forma di commedia che fa piangere, il tipico stilema dei grandi capolavori hollywoodiani. Però è moderna, edifica ma senza moralismo, ha la potenza dell’intrattenimento sublimata in un tocco di magia, girata come in un presepe suburbano. Lei, Juno, è spiritosa, diretta, dolcissima e sprovvista della minima mielosità, ha un padre e una matrigna formidabili, che le danno una mano per la vita, la sua e quella del bambino che ha in seno, ma così, perché è meglio, non per spirito di missione educativa. Sceneggiatura e dialoghi, esilaranti e urticanti, sono di Diablo Cody, una scrittrice già ingaggiata da Steven Spielberg e dalla sua macchina intelligente di cinema e idee, quasi certamente vincitrice dell’Academy award, un tipetto un po’ grunge, ma molto chic, che alla Festa del cinema di Roma dice, alla Flaubert: «Juno sono io».

La chiave della storia è il «no, grazie» all’aborto. Deciso così, con la leggerezza di un passo esistenziale qualunque, ma dovuto a qualcosa di misterioso, una sorta di eleganza dello spirito, un tributo spontaneo all’amore e alla responsabilità. Però, ecco la sorpresa modernissima e anche antichissima, degna della vecchia ruota del convento ma nelle forme del XXI secolo, quel no è compatibile con il rifiuto della modernità.
Juno cerca e trova, scrutinando gli annunci sui giornali, una coppia in crisi che vuole adottare un bambino, e alla fine sarà solo la lei della coppia, una donna non priva di difetti, condizionata da una cultura del banale, a coccolare come una madonna dei suburbia la piccola creatura adottata, mentre il suo lui abbandona l’impresa per frivolezza e fragilità.
Epopea del femminile e del femminismo delle ragazze, questo film che incanta platee ridenti e piangenti, questa fantastica storia di famiglia allargata, ma imperniata sulla scelta per la vita, è anche un racconto delicato sulla forza delle donne e sulla ambiguità dei giovani maschi che alla fine sono loro a redimere e rallegrare con uno sprazzo di vero amore, come accade per molti aspetti della vita contemporanea.

I ragazzi sono costruiti per fare sport, per consumare immagini, per fidanzarsi e sfidanzarsi a caso, non sanno letteralmente che cosa nella loro esistenza superi la dimensione dell’ormonale, la piattezza dei desideri senza molta speranza. Le loro pulzelle fricchettone invece la sanno lunga, sono ciniche quanto basta per sembrare credibilmente un pezzo di realtà e di società. Hanno il sogno incorporato nella loro natura umana creaturale, danno vita al mondo, senza se e senza ma.
Juno parla del vero potere femminile, che è un’alleanza di natura e cultura anche inconsapevolmente vissuta, un’allegria di vivere che trionfa non appena si spegne, nella fila alla clinica dove le vecchie generazioni di donne avvilite dall’ideologia si grattano e si maltrattano, la coazione a odiarsi e a mutilarsi dell’altro.
Altri film, da quello del regista romeno che ha vinto a Cannes all’americano Molto incinta, hanno fatto riemergere quest’anno il fiume carsico del desiderio di buonumore e di verità che spezza le menzogne appiattite con cui conviviamo. Ma nella figura piccina e gigantesca di Juno, nel suo amore ritrovato, anche senza il figlio ma non senza che lui possa avere una madre che lo accudisca e vivere, c’è una morale senza moralismo che è il segno tipico della pedagogia celeste del cinema americano di tutti i tempi. E si piange. E si ride.  Da L'Arcitaliano Giuliano Ferrara

NO, CHE NON FANNO RIDERE...

Le strane, ma non troppo, alchimie di Walter


Abbiamo scherzato! E sì, sembra dire proprio questo Veltroni agli italiani dopo che per settimane aveva detto e ridetto che il suo PD, alle urne, si sarebbe presentato da solo tentando così di esprimere una vocazione maggioritaria. “La gente vuole semplificare, vuole chiarezza e io voglio dargliela” aveva detto e noi, forse ingenuamente, c’avevamo quasi creduto. Beh, forse è il caso di risvegliarsi da questo sogno perché la semplificazione, a parte l’inevitabile esclusione della estrema sinistra, è più nelle parole più che nei fatti, mentre la chiarezza della proposta politica risulta di là da venire. Anche se dalle ultime scelte di Veltroni qualcosa inizia a trasparire circa la connotazione che si intende dare al PD.

In tal senso se l’accordo con Di Pietro, come spiega il prof. Panebianco, “è giustificato dalla volontà di «coprirsi» rispetto agli umori antipolitici che circolano nell'opinione pubblica”, quello con Pannella e i Radicali evidenzia, proprio per il carico culturale che sottende, lo sforzo di voler definire un'identità che tuttora risulta fin troppo magmatica.
Se questo è l’obiettivo che Veltroni si è prefigurato imbarcando i radicali, forse anche erroneamente pensando che la Chiesa ormai guarda altrove, il contributo che essi apporteranno al PD sarà sicuramente nei termini descritti da Pasquino su L’Unità: “Chi vuole effettivamente un partito plurale che sia laico e che rappresenti una opinione pubblica che pensa che le tematiche etiche fanno concretamente parte di un esauriente dibattito elettorale […] non può che rallegrarsi che, con i Radicali, il confronto interno al Partito Democratico si arricchisca e che esista un contrappeso a posizioni teo-dem fino ad oggi persino troppo preminenti e premiate”.
Un contrappeso che diventa ogni giorno più evidente, basti pensare alla candidatura, come capolista al Senato, di Veronesi in Lombardia o alle strategie che i Radicali stanno mettendo a punto in Piemonte nella scelta dei candidati da proporre nelle liste del PD. Veltroni chi sceglierà fra la Binetti e la Bonino?

In tale contesto politico allora sarebbe quanto mai leale esporre agli elettori i programmi e i progetti ai quali si intende far riferimento. Invece su temi di vitale importanza per la società si sta facendo a gara per coprirli di ombre, reticenze e ambiguità. Eppure la storia di alcuni candidati è quanto mai esplicita ed è " impossibile ignorare ad esempio – come scrive Francesco D’Agostino su Avvenire - la visione libertaria (e non liberale, come viene spesso arbitrariamente presentata) di chi ha sempre militato nel Partito Radicale. È impossibile ignorare quale sia l’antropologia di Umberto Veronesi. […] Da visioni antropologiche 'riduzionistiche' (come quella radicale o come quella di Veronesi), derivano inevitabilmente ampie conseguenze sul piano delle scelte politiche, non solo per quel che concerne i temi che oggi vengono definiti 'eticamente sensibili' (dalla procreazione assistita all’eutanasia), ma anche per temi di ancor più ampio rilievo sociale, primi tra tutti quelli del matrimonio, della famiglia e delle adozioni”.
Forse è proprio per questi motivi che le scelte del segretario del PD vengono avvertite come un pugno nello stomaco dalla Chiesa italiana, il timore è che venga influenzata, “non tanto e non solo la definitiva stesura del programma elettorale, quanto e soprattutto le sue concrete declinazioni nelle sedi legislative".

E non è uno scherzo. Non fa ridere neanche un pò.

Censurarossa socio di SamizdatOnLine

Questa è vera politica!

Per la moratoria - Aborto? No, grazie(Intervista a Claudio Risé, da “Il foglio”, 20 febbraio 2008, www.ilfoglio.it)

La lista per la moratoria sull’aborto è un gesto contro la politica ridotta ad amministrazione dell’esistente, incapace di cogliere il nuovo. Una lotta contro una cultura mortifera che contagia anche il “figlio scelto”

Milano. «La vedo come una grande battaglia per la sacralità della vita e in difesa del bambino non nato. Inoltre è un gesto contro la politica ridotta ad amministrazione dell’esistente, incapace di devozione al nuovo». Per questo Claudio Risé ha deciso di candidarsi nella lista contro l’aborto: una grande sfida culturale ma è anche una sfida propriamente politica, perché la politica è innanzitutto occuparsi di ciò che ha a che fare con la vita, con la vitalità di una comunità».
Psicoterapeuta, saggista, Risé da molti anni constata con gli strumenti del suo lavoro che nelle nostre società c’è una malattia grave, un problema posto come un macigno ad ostruire la strada del futuro, “l’accoglienza del nuovo”, come la chiama. «E’ una grande malattia dell’inconscio contemporaneo – dice – la perdita di responsabilità nei confronti di ciò che arriva, di ciò che è nuovo. E il figlio è l’arrivo nuovo per eccellenza. Una mancanza di affetto, di devozione, di “onoranza” direi. Così, per prima cosa, non ci si sente felici della vita che arriva: la si sente invece come una minaccia, è un grande complesso erodiaco che mina l’Occidente. E allora si vuole scegliere, laddove invece il nuovo, il figlio, è sempre stato innanzitutto qualcosa da accogliere».

Ma perché trasportare in politica un tema che sembra più adatto al suo lavoro di analista?
«Perché può essere l’occasione per far riflettere su ciò che riguarda tutti. Nessuno vuole toccare la legge 194, colpevolizzare le donne. Ma far riflettere sul carattere mortifero che l’aborto ha per tutta la collettività, questo sì. Questa è politica, va fatta. E’ una cosa che viene prima della politica, ma la condiziona».

Ci spieghi meglio questo passaggio.
«La politica di oggi, come la società che la esprime, è totalmente devota al mantenimento dell’esistente. Tendenzialmente rifiuta il nuovo, non crea condizioni adatte alla vita. E’ altamente simbolico che il governo Prodi avesse proposto di istituzionalizzare le “stanze del buco”: come dire la libertà di uccidersi, l’ordine sociale come organizzazione della morte.
Sarebbe notevole che l’altra parte politica accettasse di avere in sé il germe di una politica inversa, capace di esprimere devozione alla vita».

Altro che un tema di coscienza che non deve entrare in politica…
«Mi fa specie che l’abbiano detto anche cristiani, e addirittura esponenti del clero».

Vi contesteranno di essere contro le donne.
«Nessuno oggi mette in dubbio la loro autonomia. Ma io da molto tempo denuncio la sparizione del padre dalla nostra società, dall’ordine famigliare. E’ un danno enorme.
Alle donne bisogna rispettosamente ricordare questo: che il bambino lo portano in grembo loro, certo, ma non soltanto il bambino è altro da loro, ma è anche qualcuno che ha a che fare, che è in relazione con un altro, con il padre».

Sulla centralità della figura paterna, Risé ha promosso con altri docenti e personalità pubbliche un “Documento per il padre” in cui si sostiene tra l’altro che «per il bene dei figli, e della società, è necessario che al padre sia consentito di assumersi le responsabilità che gli toccano in quanto coautore del processo riproduttivo». Mentre invece, secondo Risé, le legislazioni abortiste – oltre alla gravità in sé della soppressione di vite umane indifese – hanno segnato anche l’eclissi della figura del padre.
Concorda, il professor Risé, con l’osservazione secondo cui oggi il vero “argomento” a favore dell’aborto non è più tanto l’autodeterminazione della donna («guardiamo le manifestazioni delle ex femministe: le ragazze di oggi non ci vanno, non hanno nessun timore da quel punto di vista»), ma quello della selezione, del diritto al figlio sano. La tentazione sottilmente eugenetica.
Fa un passo ulteriore, Risé: «C’è un danno indotto dalla cultura abortista che colpisce la società nel suo insieme, la sua vitalità. Colpisce anche i figli che nascono. Perché il figlio “desiderato” non è altro che il doppio del figlio rifiutato».

Ce lo può spiegare meglio?
«La mentalità introdotta dalle legislazioni abortiste, ed ora potenziata dalla fecondazione artificiale, ha trasformato il figlio in un “bambino desiderato”. Non accolto, non onorato, perché c’è, arriva. Ma scelto perché desiderato. Oppure non desiderato e allora rifiutato».

E’ più ancora della selezione genetica basata sull’eventuale malattia…
«Infatti. Il dato riscontrato da moltissimi terapeuti è che questo “essere bambino desiderato” non ha prodotto un incremento di felicità per il bambino, e poi per l’uomo che diverrà. Anzi è il contrario. Questi “figli scelti” soffrono una vera e propria sindrome da sopravvissuti.
I figli della generazione post legislazioni abortiste sanno che avrebbero potuto non nascere. Prima “l’esserci” veniva collegato alla natura, o a Dio. Adesso è avvertito come arbitrio dei genitori. E ne nasce un narcisismo malato, sempre bisognoso di rassicurazioni di essere voluti, amati, che è una grande malattia morale delle nuove generazioni. E’ sotto gli occhi di tutti!
Ecco, anche per questo dico che combattere la cultura dell’aborto ha un grande rilievo per tutta la società. Per la sua vitalità profonda. E’ politica».

Quaresima, Politica, Aborto

Quaresima, Politica, Aborto

Per la moratoria - Aborto? No, grazie      La Campagna, la Quaresima e l’aborto

Claudio Risé, da “Tempi”, 21 febbraio 2008, www.tempi.it

Ora che il carnevale, ed anche il governo “Prodi horror picture show” sono finiti, e la Quaresima cominciata, spero in una campagna elettorale quaresimale. Spero che, insomma, si possano fare le due cose insieme, seguire la campagna, e vivere la Quaresima. Spero che sia una campagna sufficientemente penitenziale, e riflessiva, da non disturbare il riconoscimento delle colpe, e la meditazione, che ispirano questo periodo dell’anno. Un atteggiamento naturalmente indispensabile in ogni campo della vita umana, per poter cercare di purificarsi, e rinascere nella Pasqua. Ma che è sicuramente più che mai necessario nella politica. Dove, malgrado i danni immensi provocati dalla nostra classe dirigente, scuole dove non si insegna niente, treni che non arrivano, hub di grandi speranze smantellati per manfrine partitiche, delitti costantemente impuniti per concentrarsi su inchieste ridicole, nessuno sembra mai pentirsi di niente, riflettere sui propri sbagli, chiedere scusa.
Ognuno di noi vorrebbe che tutto ciò finisse, cambiasse. Perché questo accada, però, è necessario un arresto, un silenzio, un rivolgere lo sguardo a sé, prima che alle colpe dell’altro. Naturalmente in campagna elettorale ognuno cerca voti, ed è difficile farlo elencando i propri errori. Si può però essere più o meno falsi, più o meno recitativi, più o meno “grandiosi” (cioè narcisisti) nell’autorappresentazione di sé agli elettori, e dunque anche a se stessi.
Sarebbe un esercizio fecondo appunto provare a fare una campagna quaresimale, che non nasconda le proprie colpe, oltre che ricordare quelle degli altri.
Del resto, non è certo un caso (ma perlomeno una coincidenza significativa, una “sincronicità” assai rivelatrice), che la campagna si sia aperta sulla scia della moratoria lanciata da Giuliano Ferrara contro l’aborto, e proseguita poi con la Lista contro l’aborto, di cui vivacemente si discute in questi giorni. Qualsiasi cosa succeda, la campagna contro l’aborto rimarrà la cosa simbolicamente ed affettivamente, quindi politicamente, più importante di questo periodo. Un’iniziativa che va a incontrare direttamente il problema dell’essere, della vita, dell’accettarla o rifiutarla, uccidendola.
Si tratta di qualcosa che si muove molto al di sopra del dibattito politico corrente, ma non certo fuori di esso, perché dal prendere partito per il dare la vita o la morte dipende tutto il resto: la vitalità di un sistema, la direzione della sua cultura, il suo impegno nello sviluppo, la sua posizione verso l’altro essere umano, e la stessa idea di comunità che da tutto questo nasce.
L’aborto, questo delitto individuale e di massa che ci coinvolge tutti in una colpa collettiva, che ognuno poi singolarmente declina nella propria vita, chiama ad un abbassare il capo, ad una penitenza cui solo il folle può chiedere di sottrarsi.
Qualunque cosa accada poi nelle alchimie elettorali e partitiche, dobbiamo ringraziare Giuliano Ferrara per aver portato questo prezioso contributo quaresimale, che segnerà profondamente questa campagna, e la nostra vita. Da " Diario di bordo " di Claudio Risè

2月24日

INNAMORARSI: NE VALE ANCORA LA PENA!

La più bella esperienza, innamorarsi

di Massimo Camisasca 18/02/2008

Alverca (Portogallo). Raffaele Cossa saluta i fedeli all'uscita della chiesaParlare di famiglia oggi sembra un’impresa impossibile. Abbiamo tutti davanti agli occhi convivenze difficili, litigiose, divisioni e divorzi; registriamo sempre più la difficoltà di un dialogo fra generazioni che peraltro è sempre difficile. Siamo poi percossi dalla banalizzazione dell’amore e dei rapporti sessuali, non per moralismo, ma perché vorremmo che essi, uno dei doni più grandi che Dio abbia dato all’uomo e alla donna, fossero conservati nella loro freschezza originaria, nella loro capacità unitiva, nella loro apertura alla sorpresa di una vita nuova che nasce.
D’altra parte, non possiamo cadere né nello spiritualismo né nel romanticismo. Le difficoltà sono quello che sono, e nascono dal difficile rapporto nell’uomo tra la sua materialità e la sua apertura all’infinito. E sono poi aggravate oggi da un contesto sociale in cui si vuol far credere all’uomo di poter fare tutto, scegliere se avere figli, quando averli, come averli, e ora chi avere; volare da una donna all’altra, da un uomo all’altro senza prendere insegnamento dalla delusione di don Giovanni e Casanova. Ulteriore difficoltà: le famiglie fragili generano figli ancora più fragili, più paurosi di fronte alla realtà… Sembra un bollettino di guerra, e vorrei fermarmi qui anche perché il mio scopo non è di lamentarmi della cattiveria del tempo presente, ma all’opposto di rallegrarmi perché in mezzo a tutto questo c’è sempre chi vive ciò che è essenziale, e testimonia quanto sia bello e pieno di letizia abbandonarsi a ciò che la grazia di Cristo rende possibile nella vita.
Proviamo a fissare alcuni punti fondamentali. Non è forse vero che l’esperienza più entusiasmante della vita sia l’innamoramento? A partire da quell’istante, tutto sembra nuovo, unito, tutto sembra proiettarci creativamente verso il futuro. Tutto chiede di durare. Occorre allora che ci siano delle persone che ci aiutino a liberare questo amore dalle insidie che possono soffocarlo. Da soli non possiamo farcela. Occorre chiedere a Dio questa grazia, occorrono gli amici, le letture giuste. Occorre vedere che questo è possibile perché lo si scopre nella vita degli altri. Poi l’amore diventa un «sì». Anche qui è solo l’inizio. Perché questo «sì» possa attraversare le infinite insidie della vita degli avvenimenti, occorre innamorarsi sempre di nuovo. Occorre perciò nuova preghiera, nuovo silenzio, nuove letture, nuovi amici. Occorre la grazia che ci porti sempre a sperare, a ricominciare. E poi i figli: quale grande dono essi siano! Lo sappiamo tutti, ma com’è difficile la loro educazione, a quante sconfitte dobbiamo prepararci, a quante scoperte. Educare loro vuol dire accettare di rimettere in discussione noi stessi per ritrovare ogni giorno il punto di equilibrio tra autorità e libertà, ma l’educazione rimane l’avventura più avvincente che l’uomo possa correre. Anche in questo caso, gli amici sono fondamentali. Oggi più che mai, la vita dei nostri ragazzi si decide nelle amicizie che incontrano.

(da "Fraternità e Missione", III 2008, in distribuzione)
2月23日

IL FOGLIO

Il programma serio della lista pazza

Roma. I nostri candidati si impegnano a:

  1. Promuovere legislativamente il dovere di seppellire tutti i bambini abortiti nel territorio nazionale, in qualunque fase della gestazione e per qualunque motivo. Le spese sono a carico del pubblico erario.
  2. Vietare per decreto legge l’introduzione in Italia della pillola abortiva Ru486 e simili veleni capaci di reintrodurre la convenzione dell’aborto solitario e clandestino contro lo spirito e la lettera della legge 194 di tutela sociale della maternità.
  3. Stabilire per via di legge che accoglienza, rianimazione e cura dei neonati sono un compito deontologico dei medici a prescindere da qualunque autorizzazione di terzi.
  4. Emendare l’articolo 3 della Costituzione, comma 1. Dove è scritto “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge” aggiungere una virgola e la frase “dal concepimento fino alla morte naturale”.
  5. Impegnare il governo della Repubblica a costruire un’alleanza capace di emendare la Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite all’articolo 3. Dove è scritto “ogni individuo ha diritto alla vita” aggiungere una virgola e la frase “dal concepimento fino alla morte naturale”.
  6. Difendere la legge 40 sulla fecondazione medicalmente assistita, escludendo per via di legge e linee guida interpretative ogni possibilità, adombrata in recenti sentenze giudiziarie, di introdurre la pratica eugenetica della selezione per annientamento dell’embrione umano al posto della cura e della relativa diagnostica terapeutica. Introdurre nei primi cento giorni una moratoria per la ricerca sulle cellule staminali embrionali, sulla falsariga di quella europea abbandonata dal governo Prodi, e rafforzare la ricerca sulle staminali adulte o etiche.
  7. Fondare in ogni regione italiana una Agenzia per le adozioni il cui compito specifico sia quello di favorire l’adozione, con procedura riservata e urgente, di quei bambini che possono essere sottratti a una decisione abortiva di qualunque tipo.
  8. Adottare le modalità del “Progetto Gemma” sul sostegno materiale alle gestanti in difficoltà e alle giovani madri di ogni nazionalità e status giuridico per la prima accoglienza e educazione dei bambini, con l’erogazione di consistenti somme per i primi trentasei mesi di vita dei figli.
  9. Applicare la parte preventiva e di tutela della maternità della legge 194. Potenziare in termini di risorse disponibili e di formazione del personale pubblico, valorizzando il volontariato pro vita, la rete insufficiente dei consultori e dei Centri di aiuto alla vita in ogni regione e provincia italiana.
  10. Triplicare i fondi per la ricerca sulle disabilità e istituire una Agenzia di tutela e integrazione del disabile in ogni regione italiana.
  11. Sostenere con sovvenzioni pubbliche adeguate l’attività dell’associazione di promozione sociale denominata Movimento per la vita.
  12. Le risorse per il programma elettorale sono da fissare nella misura di mezzo punto calcolato sul prodotto interno lordo e verranno rese disponibili attraverso lo stanziamento di 7 miliardi di euro attualmente giacenti presso i conti correnti dormienti in via di smobilitazione e altri cespiti di entrata.

RATIFICA DEL TRATTATO DI LISBONA

MANDA ANCHE TU UNA MAIL !

Trattato di Lisbona? Parliamone, please!

Inserito da Vilma il Gio, 02/21/2008 - 13:30

E' preoccupante il silenzio che (causa la campagna elettorale) è calato sulla ratifica del Trattato di Lisbona.

A quanto pare il presidente Napolitano ritiene che il Parlamento italiano debba ratificare tale trattato al più presto, anche prima delle elezioni, e quindi senza un vero dibattito nel merito delle questioni.

Ma di questioni cruciali da discutere ce ne sono tante, soprattutto per quanto riguarda la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, che il Trattato recepisce con valore vincolante per i Stati Membri.
I motivi di preoccupazione sono stati bene riassunti da un Vescovo francese, S. E. Mons. Dominique Rey, venerdì 1 febbraio 2008, in un documento dal titolo inequivocabile: «Problemi etici sollevati dalla carta europea dei diritti fondamentali»

Scrive tra l'altro Mons Rey: «Questa "Carta" rappresenta in molti punti una rottura intellettuale e morale con le altre grandi formulazioni giuridiche internazionali, presentando una visione relativistica ed evolutiva dei diritti dell'uomo che mette in causa i principi del diritto naturale».

Alcuni esempi.
La Carta afferma che "il diritto di sposarsi e di costruire una famiglia è garantito". Una frase ragionevole, a prima vista, ma che omette - subdolamente - di specificare il sesso dei coniugi. Di questi tempi è facile capire a cosa porterebbe questa implicita separazione del concetto di matrimonio da quello di famiglia: gli stati "vincolati" da tale "Carta dei diritti" sarebbero costretti - da qualche sentenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea, vincolante per i Paesi membri - a introdurre nella propria legislazione l'istituto matrimoniale tra persone dello stesso sesso. Uno dei capisaldi della propaganda gay. Seguirebbe logicamente il diritto di adozione per coppie omosessuali.

Sempre in questa "Carta dei diritti" si vieta esplicitamente solo la clonazione a scopo riproduttivo, lasciando libera quindi la clonazione dell'embrione a scopi di ricerca. Una regressione rispetto alla Convenzione di biomedicina del Consiglio d'Europa approvata nel 1997, per cui "è vietato qualsiasi intervento per creare un essere umano geneticamente identico a un altro essere umano, morto o in vita".

E la scomparsa del "divieto d'infliggere intenzionalmente la morte a chiunque", riconosciuto dalla Convenzione europea dei diritti umani del 1950, aprirà inevitabilmente la strada alla imposizione dell'eutanasia attiva nelle legislazioni degli Stati membri.

Tuttavia Regno Unito e Polonia hanno rifiutato il valore vincolante attribuito dal Trattato di Lisbona alla "Carta dei diritti", ottenendone l'esenzione. Sarebbe auspicabile che l'Italia chiedesse - almeno temporaneamente - la stessa esenzione.
Ma per fare questo bisogna che venga svolta un'opera di sensibilizzazione presso i parlamentari, l'opinione pubblica e lo stesso Presidente della Repubblica, affinché non si prendano decisioni precipitose, ma si consenta ai cittadini di sapere verso quale futuro i nostri politici intendono imbarcarci.
Di queste cose se ne dovrebbe parlare anche in campagna elettorale, visto che ormai in campi come l'economia, le infrastrutture e la sicurezza i programmi dei partiti in lizza sono speculari.
Decisive saranno le scelte in tema di valori fondamentali (vita umana, famiglia, educazione...).

Gino socio di SamizdatOnLine

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S C R I V I A M O chiedendo una pausa di riflessione, e di confronto pubblico a:

Presidente della Repubblica Napolitano
presidenza.repubblica@quirinale.it

Partiti:
AN info@alleanzanazionale.it
FI www.forzaitalia.it/pdf/siti-senatori.pdf - www.forzaitalia.it/pdf/sitiDeputatiAzzurri.pdf
UDC info@udc-italia.it
LEGA NORD www.leganord.org/dilloallalega/default.asp
MARGHERITA sede@margheritaonline.it
ITALIA DEI VALORI redazione@italiadeivalori.info

Giornali:
IL FOGLIO ildirettore@ilfoglio.it
AVVENIRE lettere@avvenire.it
IL GIORNALE segreteria@ilgiornale.it
LIBERO lettere@libero-news.eu
IL GIORNO redazione@Ilgiorno.it
REPUBBLICA rubrica.lettere@repubblica.it
IL CORRIERE DELLA SERA lettere@corriere.it

2月22日

CORSI E RICORSI STORICI

http://www.alkall.org/images/uomo-e-bimbo.jpg    di Giorgio Vittadini*

L’attuale situazione demografica del nostro Paese presenta impressionanti analogie con quella dell’Impero romano nel suo declinare. Il sociologo californiano Rodney Stark, che si dichiara agnostico, nel suo libro Ascesa e affermazione del Cristianesimo, mostra che nel mondo pagano l’aborto era un metodo di contraccezione di massa e l’infanticidio era praticato spesso nel caso di figli malati o handicappati. Il matrimonio era un’istituzione in crisi e le famiglie erano poco numerose. Per tutte queste ragioni la natalità era in vertiginosa diminuzione e non riusciva a compensare la forte mortalità.
In questo contesto i cristiani erano un’eccezione. Erano contrari ad aborto, infanticidio, prostituzione, omosessualità, perché mossi da un amore all’uomo e all’ordine naturale delle cose che veniva loro dall’imitazione di Gesù Cristo. Manifestavano questa differenza attraverso la loro esperienza quotidiana che non poteva non colpire anche i nemici più acerrimi. L’amore alla vita, anche la più debole, poneva interrogativi a chi era uso valutare gli esseri umani solo per il loro potere e la loro ricchezza. Perciò, pur non facendo di questa concezione una battaglia politica capace di costringere i pagani ad adeguarsi ai loro usi più umani, nel giro di qualche secolo le loro concezioni su matrimonio e rispetto per la vita divennero prassi prevalenti nella nuova Europa cristiana.
Uno scenario opposto si riscontra nello scorso secolo in Paesi cattolici come l’Irlanda, la Polonia, l’Italia, la Spagna. Una legislazione confacente ai principi cristiani e una morale prevalente che si rifaceva agli stessi principi, non è riuscita a impedire il distacco di molti da un modo umano di trattare l’amore e i figli in arrivo. Secondo uno studio del prof. Bernardo Colombo, pubblicato nel 1976 - ovvero due anni prima dell’entrata in vigore della legge 194 - su Medicina e Morale rivista dell’Università Cattolica, il numero di aborti in Italia era già tra i 100.000 e 200.000 (i dati più recenti parlano di 130.000, di cui 36.000 di donne straniere). Successivamente, i cattolici si sono impegnati - e ancora si impegnano -, con alterni risultati, nella sacrosanta battaglia perché la legislazione non divenga del tutto aliena dal rispetto della vita. Ad esempio, grazie anche al loro impegno, la legislazione sull’aborto in Italia è risultata meno distruttiva che in altri Paesi. Tuttavia, quando si sono tradotti i principi morali in battaglie frontali, fino al referendum sull’aborto, ovunque si è persa la partita. Quale è la debolezza di questa traiettoria moderna? La dimenticanza dell’insegnamento della storia, il venir meno dell’esperienza di novità vissuta e testimoniata da persone e famiglie più liete, anche di fronte a situazioni e scelte che chiedono più sacrificio. Ogniqualvolta l’impegno morale e politico mette in ombra questo oscuro e quotidiano lavoro di educazione e testimonianza, quelle che sembrano scorciatoie si rivelano in poco tempo una via senza uscita.
*Presidente Fondazione per la Sussidiarietà

LA LIBERTA' ALLA RADICE DELL'OPERA

http://www2.unicatt.it/catnews/allegati/10177/gius_lezione2.jpg    La libertà ha la sua prima espressione nel poter educare.

 

Nella vita concreta, la prima libertà non è verso me stesso, per così dire, ma verso chi amo: il figlio, il fratello, ma, cristianamente parlando, il più estraneo di tutti - come quel musulmano che, l’altro ieri sera a Forlì, dopo aver sentito uno di noi presentare il libro Si può vivere così? (cfr. L.Giussani, Si può vivere cosi?, Bur, Milano 2001), è andato a parlargli, ed entusiasta aderiva a quanto aveva sentito; ma era già fratello nostro prima che si facesse avanti. Come è desiderabile, di fronte a chi si ama, la libertà all’educazione, nell’educazione, nell’aiutarlo a entrare in tutta la realtà! È desiderabile per me, quasi più di quanto sia desiderabile per una madre - la madre lo desidera per il figlio. Sarà l’esagerazione dell’amore! Ma non è esagerazione: è la logica dell’amore.

 

Libertà educativa. Non si può giocare politicamente, è vergognoso giocare politicamente con forze che neghino la libertà educativa! A meno che ci si lavori per cambiarle, ma bisogna essere realisti: non deve essere solo un sogno, ci devono essere dei motivi solidi per sperarlo - per sperare nella tua influenza, amico mio, altrimenti perdi tempo, ti illudi, Perciò, la libertà dell’educazione è la questione principale. Se un padre e una madre generano un figlio e non lo educano, verrebbe da usare le parole che Gesù disse a Giuda: «Sarebbe meglio per lui se non fosse mai nato» (Mt 26,24; Mc 14,21) (Gesù lo diceva di Giuda, perché il destino della vita dell’uomo è Lui: Gesù, il Verbo fatto carne, il Mistero fatto carne; e Giuda tradiva questo). La libertà d’educazione riguarda la famiglia non solo quando ha lì i bambini in casa, piccoli; ma quando deve mandarli all’asilo, quando deve mandarli alla scuola elementare, quando deve mandarli alla scuola media, e ancora di più quando li manda alla media superiore e all’università. Sembrano capaci di guidarsi da soli! E invece no! Bisogna assisterli, non con la mano stretta come quando sono piccoli, ma più da lontano; bisogna seguirli, però (come si accende la televisione da lontano col telecomando).

 

Terzo. La giustizia: che esista, in una vita sociale, una giustizia attivata seriamente, lealmente, innanzitutto rispettando quei diritti del singolo, della persona, che hanno caratterizzato la storia della giurisprudenza nella civiltà. La civiltà c’è quando la giurisprudenza rispetta questo, incomincia col rispettare questo. Non si può affermare una giustizia distruggendo il tessuto della vita di un popolo, distruggendo il benessere di un popolo, distruggendo la possibilità di uno sguardo futuro di un popolo, facendo smarrire i cuori più attenti. Non si possono perseguitare i valori primari della persona in nome di un sottile disegno politico: «Abbiamo già vinto», diceva un giudice. Come «abbiamo già vinto»? Prima di giudicare? Che terribile una società dove la giustizia non è giustizia! E perché sia più giustizia occorre innanzitutto che il giudice sia umile, cosciente del suo limite. Lo dico sempre ai ragazzi: «Per essere vero nel rapporto con qualsiasi persona, con qualsiasi cosa, il punto di partenza realistico è che sono peccatore. Allora mi avvicinerò con più rispetto, e con più pacatezza dirò: “ ”, “no”».

 

Quarto. Una vita politica che sia secondo una posizione ideale. Non può un partito essere partito di popolo se non ha un ideale che raggrumi quel popolo. Un popolo è formato attraverso un avvenimento particolare accaduto nel tempo, è unito da un ideale che esso persegue (conosciuto più, conosciuto meno, intuito più, intuito meno). Altrimenti si ha non un popolo, ma un gregge. È la tentazione più grande di chi ha il potere: rendere il popolo gregge; salvando tutte le forme, ma renderlo gregge! Pasolini usava la parola «omologazione» (cfr. P.P.Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, Milano 1993, pp. 23, 41, 45ss, 50 e 54). «O popolo d’Italia, vecchio titano ignavo,/ Vile io ti dissi in faccia, tu mi gridasti: Bravo» (G.Carducci, Avanti! Avanti!, vv. 70-71, da Giambi ed epòdi, in Poesie, Garzanti, Milano 1993, p. 167), diceva nei Giambi ed epòdi, da giovane, Giosuè Carducci, sit venia verbis. Una politica che sia preoccupata non di una posizione ideale, ma di «riuscire» attraverso il potere conquistato, è una politica malvagia; e bisogna dirlo ai propri figli, ma prima di tutto a se stessi; bisogna gridarlo ai propri amici, bisogna gridarlo per le piazze e per le strade, scriverlo sul muri.

 

Una politica, dunque, che sia preoccupata di una posizione ideale. Questo stabilisce un’onda educativa, e questo realizza un respiro maggiore di libertà, un respiro più libero, perciò una creatività, una fantasia.

 

Perché non ci sono grandi creatori oggi? Perché è difficile, è più difficile che ci siano? Perché manca lo spazio per il respiro creatore. Bisogna che la politica realmente sia fatta da gente (e questo è un dovere nella scelta di chi ci rappresenta!) che abbia veramente interesse per l’uomo. È una premessa: dopo parleranno di economia, di ferrovie, di esercito, di servizi segreti; ma prima di tutto devono dimostrare un interesse per l’uomo, avere un interesse per l’uomo. Interesse per l’uomo: questo rende la politica seguace di Dio, perché Dio è il Signore, il politico per eccellenza, chi ha il potere - grazie a Dio - ultimamente irresistibile.

 

La religiosità, che è il punto suggeritore di tutta la nostra posizione, non è una cosa astratta: viene da molto lontano, da quando siamo stati creati, fatti, da prima dell’istante in cui padre e madre ci concepivano, ma dentro quelle viscere. Dentro quelle viscere c’era un’altra Presenza, che, come dice il Salmo 138 (andate a leggerlo se avete la Bibbia), era presente prima ancora che le viscere di mia madre mi plasmassero (Sal 139/138, 13 ss): viene da lontano, dunque, ma entra fino nei terminali ultimi dei nostri interessi (inter-esse: che gioca nel nostro essere, che c’entra col nostro essere, con me). Certo, la premessa che mi pare più importante è che uno senta se stesso, abbia pietà di sé, abbia ammirazione di sé. E almeno il fatto che io viva, che io esista, mi fa pieno di ammirazione e di stupore. Ammirazione verso chi mi fa, di cui partecipa la mia devozione a padre e madre: a mio papà e a mia mamma (io non ho mai parlato senza ricordarli, mai, in quarant’anni). Don Luigi Giussani

2月21日

LETTERA APERTA AI POLITICI

http://tokalon.altervista.org/UserFiles/ferrara.jpg   Caro Cavaliere, caro Fini, caro Bossi

Caro Cavaliere, caro Fini, caro Bossi – Avevate pieno diritto di rifiutare la collaborazione con la lista per la vita e contro l’aborto. E lo avete fatto. Noi cercheremo di andare da soli in tutte le circoscrizioni della Camera e in tutte le regioni per il Senato, esclusa la Lombardia dove c’è Formigoni candidato, e di lui ci fidiamo anche per il suo gesto di limpida generosità verso la nostra battaglia.

Spero che la pianterete lì di dire che delle questioni etiche e della vita, le più importanti di questo secolo, non bisogna parlare sotto elezioni. Sono convinto che le Roccella e gli altri candidati pro life, che avete lodevolmente messo in lista, faranno una campagna elettorale apparentata alla nostra e sorella della nostra, visto che la pensiamo allo stesso modo.

Spero che metterete nel programma la piena e severa applicazione della legge 194 e il rifiuto del prezzemolo moderno, la scandalosa pillola Ru486 che riduce di nuovo le donne alla solitudine e alla clandestinità abortiva. Vi invito tutti alla manifestazione per le donne e per la vita che terremo a Roma l’8 marzo, sotto il simbolo della nostra lista.

Punto su una competizione di idee, di sensibilità e di ragione. Rifiuterò qualunque invito alla rissa. Avete anche diritto di fare appello al voto utile, per Veltroni o per Berlusconi. Vincerete la vostra battaglia per il premio di maggioranza a mani basse e con i larghi mezzi di cui disponete e che sapete utilizzare con maestria nel marketing della politica moderna. Sarà bello se riconoscerete una qualche utilità anche al voto per la lista pro life. Lealmente, cavallerescamente, potete creare un clima di convergenza.

Vi farà onore il successo di un voto per la vita, per la moratoria sull’aborto, per mandare in Parlamento le donne e gli uomini che hanno dedicato se stessi alla tutela dell’amore e del buonumore dichiarati eretici nel nostro tempo. Un abbraccio e, al Cav., un piccolo bacino

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

ROMPEREMO LE ECOBALLE A TUTTI!!!

http://www.vedo-sento-parlo.it/postimg/spazzatura.jpg   CIDISPIACE DI PESARE SULPAESEINTERO
  Accasciati, noi campani non daremo deleghe in bianco

 MAURIZIO PATRICIELLO

 S
entire ancora parlare della Campania e dei rifiuti che non riesce a smaltire, diciamoci la verità, diventa noioso per chi abita altrove. Ma viviamo, noi napoletani, momenti che potremmo definire tragici, se non fossimo preoccupati di impaurire qualcuno. Il mondo intero guarda a noi come un tempo guardava all’Africa nera. Per taluni connazionali di altre regioni abbiamo ormai assunto le sembianze del parente scemo da tenere alla larga. È un fatto che da noi si muore di cancro più che altrove. Se ci sia un nesso tra queste morti e i rifiuti per le strade, e soprattutto di quelli tossici dei quali sono piene le nostre campagne, non ci è dato di sapere con certezza. Non ci è dato di sapere perché gli studi a riguardo sono stati pochi, e tutti sottovalutati. Di certo, se i campani muoiono di cancro più dei piemontesi e dei lombardi un motivo ci deve pur essere. Proprio mentre scrivo, dall’Istituto per i tumori – il «Pascale» – Enzina, 30 anni, architetto, ricoverata il giorno dopo il suo matrimonio, telefona per chiedermi di pregare per un’amica morta qualche ora fa. Nelle nostre città già si avverte quel lezzo cui siamo abituati da anni, e siamo ancora a febbraio! Alcune nostre giovani famiglie stanno pensando seriamente di andare via da Napoli, per amore dei bambini. Un’ipotesi sempre triste.
  In questi ultimi giorni alcune strade appaiono più pulite. Almeno in alcuni paesi – non tutti – vanno scomparendo quelle montagne di sacchetti variopinti simili a mostriciattoli che erano diventati un vero incubo per gli abitanti e i passanti. Ma temo sia molto probabile che appena si tornerà a una qualche forma di normalità, con la primavera che avanza e la voglia di vivere che ci ritroviamo addosso, il problema venga volutamente accantonato. Ed è ciò che non deve accadere, perché l’immondizia nelle strade ha ricordato a tutti che in Campania la questione non era stata mai affrontata con serietà, e quindi mai risolta. La domanda, intanto, resta: «Ma adesso dove la porteranno tutta questa immondizia?». Una parte di essa viene imballata e conservata come un mobile antico, un bene prezioso da lasciare agli eredi: una vera assurdità. L’imbroglio linguistico che tanto ci fa arrabbiare continua il suo inarrestabile corso, e queste enormi casse da morto, zeppe di rifiuti, vengono chiamate «ecoballe», cioè balle ecologiche: il motivo ci è ignoto.
  Un’altra parte, con costi enormi, ha ripreso la via della Germania. Qualcosa dovrebbe finire nelle antiche discariche dove, però, la popolazione locale, scoraggiata e impaurita, scende in piazza per gridare il proprio sconcerto, anche rischiando di essere strattonata e maltrattata. I paesi dove sono stati ricavati questi enormi cimiteri a cielo aperto chiamati «cdr» («combustibile da rifiuti»), tra i quali il mio, vivono nell’incubo. Ne risente la qualità della vita. Non ci è dato di fare una festa con gli amici, con la puzza che ci arriva in casa. Ne risente il commercio: le città del Nord hanno difficoltà ad accogliere i nostri prodotti agricoli, e l’economia di tanti nostri centri è prevalentemente agricola. Ne risente il turismo: chi volete che venga a passare l’estate a Napoli, quest’anno, se l’aria continua a essere irrespirabile? Ne risente la psicologia, perché il senso di impotenza e di rabbia che prende soprattutto i giovani si riflette sulla loro personalità. Ne guadagna, come sempre, il senso di sconforto e chi, all’ombra delle tragedie, riesce a lucrare affari d’oro. La nostra regione è destinata a pesare sulla campagna elettorale appena iniziata. I campani hanno imparato la lezione: non è più il tempo di dare deleghe in bianco a nessuno. Sono diventati attenti e diffidenti.
  Aspettano risposte chiare a problemi di vitale importanza. A nessuno, per nessun motivo, è consentito di fare promesse che non saranno mantenute. La Chiesa locale con i suoi pastori veglia sulla sua gente. È pronta, come sempre, a dare una mano.
  Perché in Campania si ritorni a vivere, e a sperare.
 



LOTTA CORPO A CORPO


MAGRIS E FERRARA A PROPOSITO DI ABORTO
  Incontro con scintille dei due grandi intellettuali

 DAVIDE RONDONI

 I
due grandi intellettuali, i due grandi giornalisti, i due grandi polemisti sono arrivati ad accordarsi su un punto. Dopo anni di polemiche, Claudio Magris e Giuliano
 Pur beccandosi, si trovano d’accordo E si affiancano a un sentimento popolare

  Ferrara, si trovano – pur beccandosi – d’accordo. Uno dei due, a dire il vero, su quel punto era fermo da tempo. Magris s’era espresso contro l’aborto già in passato. E ora Ferrara con la sua campagna si affianca, ma anche il suo impegno non è spuntato ieri. Naturalmente i due, essendoci ruggine da tempo, si affiancano facendo scintille. Li conosco entrambi: due teste lucide ma caratteri con introversioni formidabili. Il primo fatica a riconoscere al direttore del 'Foglio' una specie di statuto, di patente intellettuale di cui egli è uno dei rappresentanti principe. E l’altro non riesce ad ammettere che sull’aborto aveva ragione prima Magris. Ma insomma, i due ora si affiancano.
  Poco importa, in questo senso, se Magris, come anche il sottoscritto, non condivida l’iniziativa di una lista sull’aborto, che al di là di nobili intenti finisce per portare in modo sbagliato in mezzo alla competizione elettorale un tema morale.
  Come una lista di puri. Di paladini. Di specialisti. Con un grave rischio di estremizzazione, e di ghettizzazione di una parte del mondo cattolico su un tema così delicato. L’iniziativa coincide con la vocazione moraleggiante di Ferrara e con il suo modo di cortocircuitare tutto con l’azione politica, come se ciò che non fosse rappresentabile politicamente non esistesse.
  Il fatto importante però è che due importanti intellettuali si ritrovano d’accordo, finalmente, su un punto che per dirla fino in fondo, era già chiaro a mia nonna Peppa e a mia figlia di dieci anni Carlotta. Insomma, gli intellettuali tornano alla realtà? Da percorsi diversissimi, il cattolico di sinistra Magris, e il berluscones ex comunista Ferrara arrivano negli stessi giorni a dare le ragioni di quell’atteggiamento di rispetto per la vita, per i nati di ogni genere e per i nascituri, che nel nostro popolo era diffusissimo, ed elementare, e che fu intorbidato proprio dagli intellettuali e dai giornalisti. Pur non sopportandosi, pur continuando a non sopportarsi e a beccarsi mentre si danno ragione, entrambi arrivano là dove mia nonna Peppa e la piccola Carlotta stanno sedute da tempo con le mani da lavoratrice, il mormorìo di avemaria e il caos dei giochi e dei film da ragazzina. Ecco, sta accadendo forse qualcosa.
  Qua e là.
  Forse succede che alcuni degli intellettuali, quelli che hanno letto molti libri, quelli che hanno creduto nelle ideologie e nelle analisi che si presentavano più intelligenti, stanno iniziando, o nel caso di Magris, si trovano a esporsi nuovamente a fare i conti con la «rugosa realtà» come diceva Arthur Rimbaud. Che è più ricca e avventurosa delle loro ricostruzioni.
  Lasciando opposti clericalismi, opposti 'ismi'.
  Pur senza lasciare la loro inevitabile tendenza al primodonnismo. E non si tratta di un movimento conservatore. Di un arretramento.
  Perché il ritorno alla realtà è sempre un avanzare. Sempre un’avventura nuova. Perché è un rispondere, un assumersi responsabilità, una devozione e una lotta.
  Peppa e Carlotta sono più avanti. E io le immagino contente, ma senza tante smancerie, di veder seduti accanto a loro il magro triestino e il bulimico romano. Come due nipotastri un po’ bizzarri ma di buona pasta. Gente che, come loro, fa parte del popolo.
 



2月20日

A RISCATTO DELLE PROSTITUTE

http://img392.imageshack.us/img392/5924/amicizia8yt.gif SUOR EUGENIA E LE CONSORELLE

 COME UNA MADRE A RISCATTO DELLE PROSTITUTE
 MARINA CORRADI

E9
ugenia Bonetti è una suora di 70 an­ni. Come missionaria della Consola­ta ha passato 23 anni in Kenya. Poi è tor­nata in Italia. Una sera del giorno dei Morti, diversi anni fa, stava andando a Messa, quando l’ha fermata per strada u­na ragazza nigeriana. «Madre, voglio par­larle », fa la ragazza. «Vieni in chiesa con me, dopo mi racconti», risponde la suo­ra – con quell’attitudine dei missionari a non stupirsi mai della faccia di chi li fer­ma per strada, e nemmeno dei vestiti che indossa. La sconosciuta era una prosti­tuta portata in Italia come altre migliaia, per forza o per disperazione. Però, an­nientata dal suo “lavoro” di comprata e venduta, voleva liberarsi, e smettere.
  È così che una piccola minuta suora lom­barda allora verso la sessantina – l’età in cui gli altri vanno in pensione – comin­cia a mettere su una rete di 110 case di ac­coglienza gestite da suore di vari ordini, sotto la direzione dell’Unione supe­riori maggiori italia­ne. In dieci anni, da quando un articolo della legge sull’im­migrazione consen­te a chi denuncia i propri sfruttatori un permesso di sog­giorno per il reinse­rimento, nelle case e nei conventi di suor Eugenia sono passa­te cinquemila ragaz­ze (come racconta il servizio nelle pagine interne) e in otto su dieci hanno trovato un lavoro, o hanno scelto di tornare in patria. Alcune, che erano incinte, il figlio se lo sono tenute – è bastato avere una faccia amica accanto. Migliaia di rume­ne, moldave, africane, venute qui a sedi­ci anni a battere un marciapiedi, educa­te a una ferrea obbedienza dall’omicidio di qualche compagna trovata ammazza­ta di botte in una roggia, hanno rico­minciato a vivere grazie a suor Eugenia e alle sue compagne. Ma, lo conoscevate il volto di quella suora, e il suo nome?
  La cosa singolare è che in un mondo in cui si diventa famosi anche per una pa­rolaccia detta in tv, donne così siano, al grande pubblico, quasi sconosciute. Una foresta che cresce non fa rumore, è pro­prio vero: migliaia di donne liberate dai loro “padroni” possono passare inosser­vate, come una notizia banale. Ma qual­cosa affascina nell’operare di queste donne vestite di nero o di grigio, come invisibili, oppure viste solo nell’immagi­ne stereotipata di chi le giudica delle mo­raliste, delle bacchettone, creature fuori dal tempo anacronisticamente soprav­vissute nella modernità. Ciò che meravi­glia è il loro fare pienamente concreto – concrete tanto da sapere accogliere e e­ducare delle ragazze che pochi vorreb­bero in casa; ma senza slogan, senza al­cun rumore, senza alcun proclama me­diatico. Un fare ostinato e invisibile, con­tro a un visibilissimo, assordante quoti­diano rumore.
  Sembra la cifra, questo lavorio silenzio­so, di un approccio alla realtà che chia­meremmo profondamente femminile, e pazienza se qualcuno se ne scandaliz­zerà. Un’attenzione concreta alla perso­na che si ha davanti: semplicemente a quella, che sia figlio, alunno, paziente, o una poveretta importata dall’Est come u­na cosa. Un’accoglienza all’altro che è poi declinazione in forme diverse di un’atti­tudine materna – altra espressione oggi­giorno politicamente scorretta. Il lavoro oscuro delle sorelle invisibili di suor Eu­genia come di migliaia di altre, negli asi­li, negli ospizi, con gli extracomunitari, è una maternità - più forte ancora di quel­la carnale, giacché è più difficile amare un vecchio o una ragazza della strada, che tuo figlio. Una maternità, e questo spie­ga perché il mondo non se ne accorge. Ma anche perché, nel silenzio dei titoli, lo stesso mondo ne viene trasformato profondamente, alla radice, in ogni fac­cia accolta e amata.

2月19日

L'attività umana della " politica "

Sull'attività umana detta "politica" (oggi, in Italia)

Caro cattolico o aspirante tale o cercatore della verità che tu sia, l'intento delle righe che seguono è quello di dare uno sguardo alla ingarbugliata situazione politica italiana, cercando di iniziare a sbrogliare un po' la matassa e a fissare qualche paletto, che possa essere utile poi per arrivare ad un giudizio il più possibile 'illuminato' sulla vicenda italiana.
Già 'illuminato', ma non da qualche ufo o da qualche lampadina sovrannaturale, no, ma dall'unica cosa che veramente ci stia a cuore:
l'infinita dignità dell'uomo, la quale è roba delicata, delicatissima e tutt'altro chescontata, come credo concorderai.
Ecco spiegato perché l'invocazione iniziale era necessaria: proprio perché la cosa più grande dell'uomo - cioè il suo misterioso "essere libero" e
mendicante della Libertà con la maiuscola - non è qualcosa che possa essere dato dalle "mani degli uomini" e allo stesso tempo è l'unica cosa su cui una buona politica possa fondarsi.

Non ci interessa, insomma, la politica se non per l'uomo e non ci interessa l'uomo se non tutto intero, nel suo valore incommensurabile all'uomo stesso. Se pensi che la politica sia meno di questo, quindi, puoi abbandonare qui la lettura.
Se invece ti riconosci in questa "pretesa", eccoti qualche sparpagliata riflessione sull'attuale panorama politico italiano, da completarsi nel futuro e nella coscienza di ognuno di noi.

 


1) Il valore più prezioso e più grande che la politica deve custodire e far fruttare è quello della "
libertà", come detto. Ma come riconoscere se tale valore è declinato positivamente o se è solo uno specchietto dietro cui si nasconde l'ennesima riduzione dell'uomo (come nel caso della libertà sessuale mal intesa, o della droga libera o della libertà di eliminare la vita nascente e morente)? Papa Benedetto ha indicato 3 principi irrinunciabili che sottoponiamo alla tua attenzione critica e che saranno i "paletti" decisivi per decidere in che senso la libertà sia un valore: la difesa della possibilità stessa della libertà, ovvero della vita di ogni uomo, dall'embrione iniziale alla qualsivoglia decrepita vecchiaia finale; la difesa dell'amore misterioso e unico fra uomo e donna, cioè della famiglia aperta alla generazione della vita; la libertà di educazione e di religione.

2) Poiché la realizzazione dell'obiettivo di cui sopra è la stella polare di riferimento, ne discende che le varie formazioni politiche devono essere giudicate sotto questa luce e non secondo altri criteri per lo più imposti dalla frenesia dei media, come la simpatia/antipatia dei leader, la più o meno sbandierata "novità", gli "effetti speciali" delle candidature, generiche "speranze" (categoria che non appartiene alla politica) e altre luccicanti distrazioni

3) Altra conseguenza è che è molto importante l'"efficacia" dell'azione politica: è sicuramente preferibile uno schieramento che ha maggiori probabilità di riuscire a realizzare quanto promette rispetto a uno schieramento che prometta quello che non sarà mai in grado di realizzare (ad esempio perché impossibilitato a vincere)

4) In ogni caso occorre estremo "realismo" nella valutazione, per evitare di abboccare a promesse fasulle: importantissimo sarà informarsi sulla storia recente delle formazioni in campo e sulla storia delle azioni politiche dei loro leader. Ad esempio, difficile che uno abbassi le tasse se non l'ha mai fatto in passato o che aiuti la scuola privata se in passato la sua azione è stata contraria.
Al voto manca un po' di tempo, ma non molto:
cominciamo fin da ora a pensarci, per non dovercene pentire in futuro

Pepe socio di SamizdatOnLine

2月18日

NIENTE DIBATTITI TELEVISIVI

http://www.repubblica.it/2003/e/gallerie/politica/ferrara-imbavagliato/direzione79118090504210719_big.jpg IL NO DI FERRARA AL DIBATTITO TV CON PANNELLA

La vita umana non è un talk show

MARINA
CORRADI

Giuliano Ferrara si è sottratto a un dibattito televisivo sull’aborto con Marco Pannella. Ha detto che non discuterà della vita umana come fosse un’opinione con gli altri candidati in tv, perché la tv «è antiveritativa».
Un dibattito televisivo, dice il direttore del 'Foglio', è un bel mezzo, rispettabile, per discutere di Ici o legge elettorale, ma «sulla vita umana vale la solitaria e pubblica ricerca della verità». Una verità che «non è giusto esporre alla futilità delle opinioni a confronto in un dibattito in tv». Invece, ha proposto a Pannella, confrontiamoci in un teatro, quando vuoi.
Lo scontro a Saxa Rubra – col grande vecchio dei radicali che inseguiva il laico pro life urlandogli «vecchio comunista» – ha destato fra giornalisti e politici un certo sbalordimento. Come sarebbe, che la tv è antiveritativa? Intanto lo stesso Ferrara conduce ogni sera un dibattito in tv. E poi, da vent’anni la tv non è il luogo principe per le verità che vogliono emergere? Dai dibattiti politici ai talk show, la tv non è proprio il luogo migliore per dire e dirsi e mostrare tutto, per la dialettica e il contraddittorio, non è il gran nostro tribunale collettivo e domestico per l’accertamento del vero?
Sul dizionario della lingua italiana Devoto-Oli, 'veritativo' è «ciò che conduce alla verità». Diverso da 'veritiero', che vuol dire sincero. Ciò che Ferrara dice non è che la tv mente, ma che sulla questione della vita «non è veritativa», non conduce a verità. L’accusa è al mezzo. Ci sarebbe dunque sotto le telecamere, nei tempi imposti dalla regia, nella fretta di un media che costringe, e soprattutto nei dibattiti elettorali, a parole brevi e slogan a effetto, qualcosa che crea quasi necessariamente una futilità e superficialità obbligata. Come se le regole e la concitazione delle parole contate e dei minuti che corrono portassero a un appiattimento e equivalenza di ogni tesi. Il dibattito televisivo come il luogo consacrato di un relativismo in cui ogni opinione equivale all’altra, e non si tende tanto a cercare la verità, ma il consenso – ciò che riscuote maggior consenso, è vero.
Che c’è di diverso in un teatro, o in una piazza? C’è che si è fuori da questa scatola virtuale che allinea e equipara ogni ragione. C’è un pubblico in carne e ossa – la stanza non è chiusa – e le ragioni e la passione dei contendenti sono libere di dirsi pienamente e di mostrare la loro statura senza il conto avaro dei minuti, ciascuno prendendosi il tempo che la propria vis polemica comanda. Al contrario, si ha spesso, in certi affollati talk show, il dubbio che gli invitati siano lì in realtà per 'esserci' e mostrare dunque che la trasmissione è pluralista, ma senza poter dire niente – niente almeno di ciò che non pensa il conduttore. Un discutere così sembra più un rito mediatico politicamente corretto, che un confronto 'veritativo'.

Dentro alla sua iniziativa di una lista pro life, sulla cui opportunità politica si possono avere dubbi, Ferrara ha detto che la questione di cui vuole parlare è troppo grande per sottostare al rito catodico del contraddittorio in par condicio, della rissa più o meno educata, dei concetti strozzati in tre parole per dare «la linea al tg».

Ciò che ritiene di avere capito e vuole comunicare è cosa troppo rilevante per farne oggetto di cronometrata dialettica, di tre minuti a testa di parole affannate. Ci vuole una solitaria o pubblica ricerca fra uomini, davanti a altri uomini, in piena libertà reciproca di dirsi, senza restringersi in una scatola che disincarna, un frullatore che omogenizza ogni ragione. La questione della vita, di ciò che siamo, sta stretta nella forma dei meccanismi di formazione del consenso mediatico. Vuole, ed è una sfida nuova, una ricerca 'veritativa', cioè che conduca a verità, appassionata e senza cronometri, tra gli uomini.

© Copyright Avvenire, 17 febbraio 2008