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3月30日
Che
potenza di desiderio, in questo dialogo tratto dall'opera "Caligola" di
Camus è stato descritto l'anelito infinito del cuore dell'uomo. Elicone: Buon giorno Caligola. Caligola: Buon giorno Elicone. Elicone: Sembri affaticato. Caligola: Ho camminato molto. Elicone: Sì, la tua assenza è durata a lungo. Caligola: Era difficile da trovare. Elicone: Che cosa? Caligola: Ciò che volevo. Elicone: E che volevi? Caligola: La luna. Elicone: Che? Caligola: La luna. Sì, volevo la luna. Elicone: Ah, e per fare cosa? Caligola: E' una delle cose che non ho. Elicone: Sicuramente. E adesso È tutto a posto? Caligola: No, non ho potuto averla. Sì, ed è per questo che sono stanco. Tu pensi che io sia pazzo. Elicone: Sai bene che io non penso mai. Sono troppo intelligente per pensare.
Caligola: Sì, d'accordo. Ma non sono pazzo e posso dire perfino di non
essere mai stato così ragionevole come ora. Semplicemente mi sono
sentito all'improvviso un bisogno di impossibile. Le cose così come
sono non mi sembrano soddisfacenti. Elicone: E' un opinione abbastanza diffusa.
Caligola: E' vero, ma non lo sapevo prima. Adesso lo so. Questo mondo
così com'è fatto non è sopportabile. Ho bisogno della luna, o della
felicità o dell'immortalità , di qualcosa che sia demente forse, ma che
non sia di questo mondo. Elicone: E' un ragionamento che sta in piedi. Ma, in generale, non lo si può sostenere fino in fondo, non lo sai?
Caligola: E' perchè non lo si sostiene mai fino in fondo che non lo si
sostiene fino in fondo. E non si ottiene nulla. Ma basta forse restare
logici fino alla fine. Elicone: Io so ciò che pensi. Quante storie, per esempio per la morte di una donna.
Caligola: No, Elicone, non È questo. Mi sembra di ricordare, È vero,
che alcuni giorni fa È morta una donna che io amavo. Ma cos'è l'amore?
Poca cosa. Questa morte non è niente, te lo giuro. Essa è solo il segno
di una verità che mi rende la luna necessaria. E' una verità molto
semplice e perfettamente chiara, un pò stupida forse, ma difficile da
scoprire e pesante da portare. Elicone: Ma, in fin dei conti, qual è la verità , Gaio? Caligola: Gli uomini muoiono e non sono felici.
Elicone: Andiamo, Gaio, questa è una verità con la quale ci si può
benissimo arrangiare! Guardati attorno; non è questa una verità che
impedisca loro di mangiare, per esempio. Caligola: Allora è che
tutto attorno a me è menzogna. E uno che mangia carne così è un
mentitore. E io voglio che si viva nella verità . Da imperatore voglio
che si viva nella verità , e io ho proprio i mezzi per farli vivere
nella verità , poichè io so ciò che manca loro, Elicone. Sono privi di
conoscenza e manca loro un professore che sappia ciò di cui si parla. Elicone: Non offenderti, Gaio, di ciò che ti sto per dire, ma dovresti prima riposarti un po'.. Caligola: Non È possibile. Non sarà mai più possibile: dopo aver viste queste cose non è più possibile. Elicone: Perché dunque? Caligola: Ascolta, Elicone, sento dei passi e un rumore di voci. Non parlare e dimentica di avermi appena visto. Elicone: Ho capito. Caligola: E, ti prego, aiutami ormai. Elicone: Non ho ragioni per non farlo, Gaio, ma non so molte cose e poche mi interessano. In che cosa ti posso aiutare? Caligola: Nell' impossibile. Elicone: Farò del mio meglio. (Tratto dal Caligola di Camus: I atto, IV scena. I personaggi sono Caligola, imperatore romano, ed Elicone, servo e confidente dell'imperatore)
3月29日
Ho
sempre desiderato un amico secondo il mio cuore. Un'amicizia che fosse
qualcosa dell'altro mondo in "questo" mondo. Leggendo questo testo, di
cui riporto alcuni brani, mi è sorta nell'anima una dolce, buona, santa
invidia, come uno struggimento per una Presenza che sembra assente.
Perchè questo dolore per la Sua assenza, pur nella letizia di una
certezza che è presente? Perchè Egli è quì. Ne sono cosciente. Ne sono
certa. "...e
piango, piango come un bambino: il Signore Gesù ci ha messo al mondo
per la felicità, perchè tanta gente si fabbrica un'effimera illusione
che li porterà all'eterna infelicita? Io
vorrei essere presente per poterti vedere e vedere la tua gioia: perchè
non c'è gioia più grande di quella di vedere la gioia dell'amico caro Ci
credi vero? Io non sono fine come te: ma nell'amore per i miei fratelli
uomini (figuriamoci poi gli amici) non posso rimanerti indietro: noi
non siamo forse al mondo per amore di Lui e per la felicità degli
uomini? Com'è bello che Gesù ci abbia messi insieme per questa missione! Tu puoi sapere quanto desidererei di strapparti dal cuore l'angoscia che ti opprime, di rubartela e tenerla per me. Perchè
l'amicizia è una tal cosa che lascia irrequieti al pensiero di essere
diversi dall'amico: bisogna essere il più possibile uguali, identici:
uniti ed impastati insieme, aderenti l'uno all'altro così come la luce
aderisce ai contorni delle cose: e se Lui è in Croce tutto l'orgoglio
mio deve consistere nel sentirmi come Lui. Perchè
la gioia più grande della via dell'uomo è quella di sentire Gesù Cristo
vivo e palpitante nelle carni del proprio pensiero e del proprio cuore.
Il resto è veloce illusione o sterco. Vivi
quindi il più intensamente possibile, direi il più veementemente
possibile questi mesi preziosi, lascia libero, sfrenato corpo, alle
meditazioni, alle idee, che ti pulluleranno e scaturiranno dal
misterioso e sconosciuto fondo dell'anima, e solo tieni fermamente e
fiduciosamente una riserva: venerazione leale per i tuoi superiori e
per i loro principi: perchè il nuovo non può con prudenza giudicare
fuori combattimento, sui due piedi, ciò che fu prima di lui e che - se
non altro - ha almeno il merito di non averne impedito la nascita, se
non ne fu magari il genitore. Io
ho ancora la febbre ma mi pare che il Signore lo si possa amare
ugualmente. E non è l'unica cosa da fare? Ti prego di non rispondere
puntualmente alle mie lettere: non che non lo desideri, ma mi pare che
la puntualità nel rispondere, se diventa una preoccupazione, è cosa che
relaziona due estranei, non due amici. Tienti sempre libero: anche di
non scrivermi più: io sono così contento di voler bene, "io", e di
ricordare "io" gli amici. Non pretendo nulla. Se non che mi interesso di te. Per forza. E' Lui che fa incontrare e crea le circostanze della vita. Guardala in faccia la Realtà, Lui: Gesù Signore. Ti parlo come se ti tenessi la testa appoggiata sulla spalla. Bisognerebbe
che anche tu fossi qui: adesso piango. E' malinconico che dobbiamo
"rinunciare" a delle cose che non sono "nulla". Il desiderio è solo di
Lui." (Luigi Giussani - "Lettere di fede e di amicizia, ad Angelo Majo, ed. San Paolo) 3月26日
Di ritorno dall’Africa, appena atterrato a Roma in un pomeriggio soleggiato, il Papa avrebbe esclamato con i giornalisti: “Che bel tempo, oggi!”.
Questa frase imprudente ha sollevato nel mondo emozione e perplessità e
sta alimentando una polemica crescente. Riportiamo alcune delle
reazioni più significative. L’arcivescovo di Salisburgo: “Ribadiamo
la piena fedeltà della Chiesa austriaca al Pontefice e ci stringiamo a
lui. Ma è spontaneo chiedersi se per caso egli non voglia far regredire
la Chiesa ad una setta animista di adoratori del sole. Dopo tale frase,
il numero di persone che chiedono la cancellazione dai registri fiscali
per il sostegno alla Chiesa cattolica è considerevolmente aumentato” Alain Juppé, ex primo ministro francese e ora sindaco di Bordeaux: “Nell’istante
in cui il papa pronunziava queste parole, a Bordeaux pioveva a
catinelle. Questa contro-verità, prossima al negazionismo, mostra che
il papa vive in uno stato di totale autismo. Questo distrugge, se ve
n’era ancora bisogno, il dogma dell’infallibilità pontificale". Il Rabbino-Capo di Roma: “Come
si può ancora pretendere che faccia bello dopo la Shoah? Solo il giorno
in cui si deciderà a farmi visita alla Sinagoga di Roma allora, forse,
potremo insieme verificare come sarà il tempo” Margherita Hack, astronoma e astrofisica: “Affermando senza mezzi termini e senza prove obbiettive indiscutibili “che bel tempo oggi”,
il papa dimostra il disprezzo ben noto della Chiesa per la Scienza, che
combatte il dogmatismo da sempre. Che cosa c’è di più soggettivo e di
più relativo di questa nozione di “bello”? Su quali prove sperimentali
indiscutibili si appoggia? I meteorologi e gli specialisti della
materia non sono giunti a mettersi d’accordo sul punto nell’ultimo
Colloquio Internazionale a Caracas. E ora Benedetto XVI, ex cathedra,
pretende decidere lui con tale arroganza. Si vedranno presto accendere
roghi per tutti quelli che non concordano interamente con la nozione
papalina di bello e cattivo tempo?” L’Associazione delle Vittime del Riscaldamento Globale: “Come
non vedere in questa dichiarazione provocatoria un insulto per tutte le
vittime passate, presenti e future dei capricci del clima, delle
inondazioni, degli tsunami, della siccità? Questa acquiescenza al
“tempo che fa” mostra chiaramente la complicità della Chiesa con questi
fenomeni distruttori, nei quali pretende vedere disegni
“provvidenziali” di un Dio vendicatore e punitivo. E, quel che è
peggio, simile attitudine non fa che incoraggiare coloro che causano il
riscaldamento del pianeta, poiché potranno ora far valere l’avallo del
Vaticano.” Il Consiglio Mondialista: “Il papa finge
di dimenticare che mentre splende il sole a Roma, una parte del pianeta
è sprofondata nell’oscurità notturna. Ecco un segno intollerabile di
disprezzo per vastissime porzioni del mondo e un chiaro segno, se ve
n’era ancora bisogno, dell’eurocentrismo neocoloniale di questo papa
tedesco”. Il Direttivo americano delle Associazioni femministe: “Perché il papa ha voluto dire “che bel tempo”
usando termini che, nell’originale in italiano della frase, sono al
maschile? Avrebbe potuto benissimo utilizzare parole femminili come “che bella giornata”, o meglio ancora “che tempo attraente”,
usando così un aggettivo “inclusivo” perché non declinabile
differentemente al maschile al femminile. E’ evidente che questo papa,
che già ha fatto condannare la formula del battesimo e delle
benedizioni non maschilista (“In the name of the Creator, the Redeemer and the Sanctifier”),
mostra ad ogni occasione il suo attaccamento ai principi più
retrogradi. E’ sconsolante che nel 2009 si sia ancora a tali punti di
arretratezza” La Lega dei Diritti dell’Uomo: “Questo
tipo di dichiarazioni non può che ferire profondamente tutte le persone
che hanno della realtà uno sguardo diverso da quello del papa. Pensiamo
in particolare alle persone immobilizzate in ospedale, o imprigionate,
il cui orizzonte di limita a quattro mura; e così pure alle vittime di
malattie rare i cui sensi non permettono di percepire lo stato della
situazione atmosferica. C’è qui, è evidente, una volontà di
discriminazione tra il “bello”, secondo il canone ellenizzante che si
vorrebbe imporre a tutti (a scapito delle minoranze, degli
afroamericani e di ogni concetto di 'inculturazione'), e coloro che,
per scelta o per impossibilità, percepiscono le cose in modo
differente. Noi proporremo a titolo dimostrativo querele giudiziarie
per discriminazione contro questo papa”. Alberto Melloni, della Scuola di Bologna: “Si
vede bene la profonda differenza tra questo papa introverso e chiuso in
sé e nel suo mondo sorpassato, che si limita ad un’osservazione
climatica senza trarne le dovute conseguenze, ed invece la paterna
apertura al mondo di Papa Giovanni XXIII che, dopo aver osservato la
luna in cielo, invitava tutti a portare ai loro bambini la carezza del
Papa. A quando un Giovanni XXIV che riprenda in mano la spinta dello
Spirito conciliare, che gli ultimi papi hanno tentato di soffocare?” Beppe Severgnini, giornalista: “Il
Papa è il Papa. Punto. Ma non si può non pensare con un po’ di
nostalgia che Giovanni Paolo II le stesse parole le avrebbe dette
magari in romanesco (“ggiornata bbona!”) e agitando lo zucchetto bianco ai fedeli che lo riaccoglievano a casa”. L’Osservatore Romano ha pubblicato una versione leggermente differente delle parole esatte del Papa (egli avrebbe detto, secondo l’Osservatore: “qualcuno potrebbe dire che faccia bel tempo”).
Ma le registrazioni audio e video dei giornalisti hanno smentito la
versione edulcorata. Molti hanno anche attaccato l’ingenuità di P.
Lombardi che, pur essendo al fianco del Papa, non è intervenuto per
impedire quell’affermazione o subito chiarirne meglio il senso.
Membri influenti della Curia
hanno tentato di attenuare la gravità della frase del Papa, facendo
rilevare la sua stanchezza dopo il viaggio africano, vista la
avanzatissima età del Pontefice, nonché dichiarando che la frase
incriminata è stata mal compresa e voleva avere un significato
teologico-metafisico e non climatico, come grossolanamente è stata
interpretata. Ma la polemica non accenna a placarsi.
Il testo che precede è ispirato ad una mail che circola su internet, che abbiamo tradotto e adattato per il lettore
italiano, mettendovi del nostro. Siamo certi che i nostri arguti
commentatori sapranno aggiungere altre potenziali reazioni indignate di
molte altre personalità mediatiche. Trovato su Messainlatino
Pretendo il mea culpa da chi diceva che Benedetto XVI non è amico degli ebrei La
straodinaria lettera del Papa sul caso dei lefebvriani dà ragione a
chi, per esempio Jacob Neusner, ha sempre sostenuto che è proprio
grazie a uomini come Ratzinger che il dialogo fra ebrei e cristiani
vive e prospera di Giorgio Israel
È
un documento davvero straordinario e destinato a passare alla storia la
lettera di Benedetto XVI ai vescovi della Chiesa cattolica circa la
remissione della scomunica ai quattro presuli consacrati
dall’arcivescovo Lefebvre. Lo è in primo luogo per la chiarezza
assoluta con cui viene esaminato il caso in tutti i suoi risvolti,
anche a costo di affrontare la polemica e pronunziare giudizi crudi.
Non un dettaglio è trascurato (persino il ruolo di internet), non un
aspetto è lasciato in ombra, in particolare per quel riguarda le
implicazioni scandalose del caso Williamson derivanti dalle sciagurate
dichiarazioni negazioniste sulle camere a gas. Ma lo è soprattutto per
il tono appassionato con cui il Papa ha messo a nudo il suo animo e le
intenzioni che lo hanno guidato nell’affrontare questa vicenda[...] E
la stragrande maggioranza dell’ebraismo mondiale ha aderito a tesi
simili riprendendo in pieno il cammino del dialogo.È anche la tesi
sostenuta ripetutamente da chi scrive, insieme ad altri ebrei italiani
come Guido Guastalla, e che ci è costata una serie di nutriti lanci di
pietre. Sarebbe preferibile non parlare di casi personali in una
rubrica, ma ci sono circostanze in cui si ha diritto a togliersi dalle
scarpe qualcuna di quelle pietre. Quando sostenemmo che la nuova
preghiera del Venerdì santo non doveva essere intesa come un
arretramento verso una logica di conversione forzata qualcuno ci trattò
come “ebrei di corte”. Quando venne avanzata la proposta di
interrompere il dialogo ebraico-cristiano manifestammo in modo pacato
il nostro dissenso. Apriti cielo. Alcuni esponenti dell’ebraismo
italiano, presumendo di avere un’autorità dogmatica, ci attaccarono in
modo violento, nello stile “taci tu, ché soltanto io ho il diritto di
parlare”[...] Allora è
venuta una scarica di legnate da parte di alcuni cattolici convinti che
per dimostrare di essere tali bisogna eccedere in zelo e mostrarsi
fanatici: presuntuosi e arroganti ebrei che “attaccano” il Papa, è
stato detto, proprio a chi lo aveva difeso da attacchi infondati. Ora,
dopo che proprio dal Papa è venuta la conferma più autorevole che era
giusto quanto venivamo dicendo e che i fatti hanno dimostrato quanto
fossero ingiuste e detestabili quelle scariche di pietre provenienti da
entrambi i lati, sarebbe naturale ricevere delle sentite scuse[...] Quantomeno
ci si attenderebbe un decoroso silenzio. Ma, si sa, un bel tacer non fu
mai scritto. Difatti, alcuni dei protagonisti di quelle incivili
aggressioni si stanno attivando per proporsi come protagonisti del
rinnovato dialogo ebraico-cristiano… No comment. (Continua a leggere...)
3月24日
In
quel tempo, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della
Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, sposa di un uomo della casa
di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da
lei, disse: "Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te". A
queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un
tale saluto. L'angelo le disse: "Non temere, Maria, perché hai trovato
grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo
chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il
Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre
sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine". Allora Maria
disse all'angelo: "Come è possibile? Non conosco uomo". Le rispose
l'angelo: "Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua
ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e
chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua
vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che
tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio". Allora Maria disse:
"Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai
detto". E l'angelo partì da lei.
E
a leggere le dichiarazioni indignate alle parole del Papa (sconsiglia i
preservativi! Ma che novità sconvolgente! Che notizia bomba
inaspettata!) da parte dei politici di tutto il mondo, intellettuali,
dotti medici e sapienti, insomma, pare proprio che sia fondamentale.
Utilissimo per un sacco di cose. Sicuro e infallibile. Impossibile non
usarlo, non averlo sempre con sé. Una
mano santa per l’AIDS, innanzitutto: efficacissimo per combattere la
pandemia. Una barriera invalicabile che arresta di colpo il contagio,
annichilisce il virus. (dovrebbe far pensare il fatto che in occidente,
soprattutto nei paesi dove il consumo dei preservativi è più alto, il
virus non si è affatto fermato). E d’altra parte l’Africa è inondata
dai preservativi, eppure l’AIDS non è certo sparito: tutti sciolti al
sole africano? Infallibile pure per tutte le malattie sessualmente trasmesse, gravidanza compresa. Se
lo usi per coprire le orecchie, previene l’otite. Se invece ci infili
le dita, proteggi le unghie. Se lo tieni in tasca ti senti protetto, e
non ti viene l’influenza. Se lo porti con te per la spesa, puoi usarlo
come sacchetto per le monoporzioni. Puoi metterci i pesci rossi che
vinci al luna park, acqua compresa. Oppure le conchiglie che raccogli
in riva al mare. O anche i trucioli delle matite dopo che le hai
temperate, così non sporchi a terra. In tutto il mondo lo usano per
farci i gavettoni e, se sono colorati, si possono gonfiare come piccoli
palloncini, e ci si possono fare scritte con i pennarelli. E
se i più volgari critici del Papa se lo infilassero in testa, oltre a
ripararsi dalla pioggia, sarebbe pure più semplice, come dicono a
Parigi, riconoscere i testa ….. (il resto QUI se vuoi ridere, e anche QUI, se ti vuoi scompisciare! 3月23日
Raramente
sono state scritte parole tanto infamanti contro la dignità dell’essere
umano come quelle apparse sull’ultimo numero de “L’Espresso” a firma
Giorgio Bocca. Parole con cui l’impietosa penna laicista si scaglia
contro il «culto della vita a ogni costo che lascia perplessi i
visitatori della Piccola casa della divina Provvidenza, la pia
istituzione del Cottolengo, dove tengono in vita esseri mostruosi e
deformi». Parole degne delle farneticazioni eugenetiche di Karl
Binding, di Alfred Hoche, di Heinrich Wilhelm Kranz (quello per cui gli
“esseri mostruosi e deformi” di Bocca erano «veri e propri parassiti,
scorie dell'umanità»), o dei coniugi Myrdal (quelli che nella Svezia
socialdemocratica propugnavano l’eliminazione delle persone
«difettose», cioè degli esseri umani «di tipo B») o dei deliri di Marie
Stopes. (Continua a leggere...) 3月22日
Distorcere
le affermazioni di quelli che non si conformano al "pensiero unico
politicamente corretto" è diventata un'abitudine per i giornalisti
occidentali. Basta un titolo
e il "nemico ideologico" è segnato per il resto della sua vita. E quale
bersaglio migliore di un Papa che non ha paura di dire le cose
chiaramente, senza tanti giri di parole diplomatici? I politici europei poi sono abilissimi nello sfruttare queste polemiche costruite ad arte, per tenere buoni i propri elettori.
E poi, che cosa importa di qual è veramente la realtà? Anzi,
chissenefrega veramente dell'Africa e degli africani? Sono così lontani
e difficili da "maneggiare"... Solo i missionari (religiosi o laici)
cristiani mettono in gioco la propria vita ... SamizdatOnLine L'EDUCAZIONE SCONFIGGE L'AIDS PIU' E MEGLIO DEL CONDOM
Com'era prevedibile che fosse, di tutto ciò che il Papa ha detto
durante la sua prima giornata in Africa i media hanno orientato la loro
grancassa per sottolineare l'unica affermazione (ovviamente estrapolata
dal contesto generale in cui la frase è stata pronuciata!) che
ritengono utile a vendere qualche copia in più.
3月21日
Dall'omelia di Benedetto XVI in Angola
[...Oggi spetta a voi, fratelli e sorelle, sulla scia di quegli eroici
e santi messaggeri di Dio, offrire Cristo risorto ai vostri
concittadini. Tanti di loro vivono nella paura
degli spiriti, dei poteri nefasti da cui si credono minacciati;
disorientati, arrivano al punto di condannare bambini della strada e
anche i più anziani, perché – dicono – sono stregoni. Chi può recarsi
da loro ad annunziare che Cristo ha vinto la morte e tutti quegli
oscuri poteri (cfr Ef 1, 19-23; 6, 10-12)? Qualcuno obietta: «Perché
non li lasciamo in pace? Essi hanno la loro verità; e noi, la nostra.
Cerchiamo di convivere pacificamente, lasciando ognuno com’è, perché
realizzi nel modo migliore la propria autenticità». Ma,
se noi siamo convinti e abbiamo fatto l’esperienza che, senza Cristo,
la vita è incompleta, le manca una realtà – anzi la realtà fondamentale
–, dobbiamo essere convinti anche del fatto che non facciamo
ingiustizia a nessuno se gli presentiamo Cristo e gli diamo la
possibilità di trovare, in questo modo, anche la sua vera autenticità,
la gioia di avere trovato la vita. Anzi, dobbiamo farlo, è un obbligo
nostro offrire a tutti questa possibilità di raggiungere la vita eterna...] ( continua...)
3月19日
State seguendo il viaggio in Africa del Papa? No? Allora non sapete cosa vi perdete! La
gioia degli Africani di “vedere” e ascoltare il Papa è come
un’esplosione di fiori a primavera. Ha contagiato anche Benedetto XVI.
Le Liturgie, che da noi suscitano sbadigli annoiati, per questi nostri
fratelli “negri” sono la Bellezza Manifestata, a cui partecipano con
tutto l’essere: mente, cuore e corpo. Cantano e danzano, e battono le
mani. Tutti vestiti con gli abiti della festa. E con il copricapo che
sembra una corona regale. La più bella è la Prima Signora del Camerun,
la Moglie del Presidente. Emozionata come Maria e premurosa come Marta
nell’accogliere l’Ospite Illustre e amato. Pelle chiara, statura
notevole, massa di capelli colore del grano. Leggiadra negli abiti
morbidi color pastello. Commovente il suo battere le mani al ritmo dei
canti, come il suo popolo. Non è schiava dell’etichetta. Un Popolo, che
l’Occidente ancora considera e tratta come schiavo, mostra la sua
grande libertà e vitalità. E’ un Popolo libero. E’ giovane. I bambini
hanno ancora l’infanzia negli occhi. Se la Speranza ha un volto,
ebbene, deve avere l’immagine di queste facce e di questi sguardi pieni
di stupore. Ecco; il volto dell’Africa è lo stupore. E la gioia. E la
speranza. L’Europa
è vecchia, decrepita, smemorata. Gli abiti, un tempo eleganti si sono
strappati. Stracci. Non più musica né canti. Di fronte ad uno
“spettacolo” bellissimo, come il viaggio Papale – anche esteticamente
bello; una Perla bianca tra tante magnifiche Perle nere – non sa fare
altro che parlare di preservativi. Che se lo mettessero in testa, il
condom, queste teste di c….zo! Ma è stato predetto: Uno sbadiglio ci seppellirà!
3月18日
di Paolo Sottopietra 18/03/2009 Accostare
la figura di san Giuseppe alla parola “martirio” può suonare inusuale.
La sua figura, avvolta nel silenzio, è così diversa da quella che esce
dal fiume di parole che ci portano la passione di san Paolo, una vita
fatta di azione, di riflessione gridata ad alta voce, scossa dagli
affetti e conclusa da una morte cruenta. Che cosa ha a che fare tutto
questo con la riservatezza di san Giuseppe? Il martirio di Giuseppe fu anzitutto il martirio della decisione.
Tutto è condensato nel primo capitolo del vangelo di Matteo. Ma bisogna
leggere anche Luca, per avere un quadro completo di ciò che accadde.
Maria è tornata a Nazaret, dopo aver accompagnato negli ultimi tre mesi
di gravidanza la cugina Elisabetta. Lei stessa è ormai al terzo mese.
Matteo inquadra Giuseppe mentre “sta riflettendo a queste cose” e il
primo verbo che usa per descriverne l’azione è: “decise”. “Decise di
ripudiarla in segreto”. Da che cosa fu mossa quella decisione? Non
dall’umiliazione. Quel sentimento era in lui bloccato dall’intuizione
del cuore di Maria. La amava e la conosceva. L’evidenza della sua
persona era ai suoi occhi come una sorta di barriera luminosa, che
impediva alla sensazione cocente della delusione di affacciarsi.
Giuseppe non conobbe amarezza. Nello stesso tempo quella gravidanza era
un fatto innegabile. Quale fu dunque la riflessione di Giuseppe?
Non poteva negare il fatto, non volle dubitare dell’innocenza. Questa
fu la sua decisione. Le due cose non stavano insieme ed egli rinunciò a
ricondurre a ragione ciò che il pensiero umano non poteva abbracciare.
Si ritirò dunque di fronte all’incomprensibile. La decisione di
Giuseppe fu reverenza di fronte a ciò che non poteva capire. Fu senso
del mistero. Fu timore di Dio. Anche Abramo aveva rinunciato a
sciogliere l’enigma. Promessa di una discendenza sterminata, sacrificio
dell’unico suo figlio. Abramo si limitò a riconoscere che quel ragazzo
non era suo. Ma la mano che alzava la lama su di lui fu fermata
dall’angelo inviato da Dio. Giuseppe temette di prendere Maria in casa
sua. Temette che non fosse la volontà di Dio e decise tra sé il suo
sacrificio. Anch’egli rinunciò a sciogliere l’enigma, si rimise a Dio.
Fu la resa della disponibilità, totale. E anche a lui venne inviato un
angelo, a spiegare l’inspiegabile. “Non temere, Giuseppe”. Egli allora
decise di nuovo. Lasciò scombinare i suoi buoni piani, i piani di un
uomo “giusto”. «Destatosi dal sonno», fece come l’angelo gli aveva
indicato. Decise di accettare il martirio silenzioso della verginità. Il suo martirio fu poi il martirio dell’incertezza.
I ripetuti interventi dell’angelo, dopo la nascita di Gesù, lo
costringono ad una mobilità continua. Dopo l’umiliazione della stalla
di Betlemme, ci fu quella dei continui spostamenti, della precarietà,
della mendicanza, del paese straniero. Non è facile per un uomo non
poter provvedere a sua moglie e a suo figlio. E a un profugo è negata
proprio la possibilità di farlo. Fu per Giuseppe una nuova scuola di
disponibilità, di abbandono. Dovette imparare a pensare la sua vita a
partire dall’incarico di custodire quel bambino e sua madre. E basta.
Dovette imparare a cercare in questo e solo in questo la sua dignità. Questo fu per Giuseppe il martirio della povertà. Infine fu il martirio della responsabilità.
Giuseppe è l’uomo delle decisioni. Egli obbedisce all’angelo e decide,
obbedisce a Dio e fa le sue scelte. La prontezza con cui risponde è la
nota di questo padre terreno, durante tutta la primissima infanzia di
Gesù. Nella responsabilità del decidere Giuseppe esprime se stesso. Ma
decidere significa morire. E a Giuseppe non fu risparmiato questo peso. Questo fu il martirio dell’obbedienza al suo incarico.
È strano, ma di un uomo di cui i vangeli non riferiscono neppure una
parola, descrivono però con precisione alcuni sentimenti. Sono sempre
frangenti di travaglio. Egli aveva il compito di difendere. Per questo
“ebbe paura” di far ritorno nella Giudea di Archelao. Decise per
Nazaret, accettando il disagio delle chiacchiere malevole che li
avrebbero accolti. Giuseppe aveva il compito di custodire. Ma ci fu un
momento in cui temette di aver mancato all’incarico. “Tuo padre ed io,
angosciati, ti cercavamo”, esplode la Madonna, ritrovando Gesù,
dodicenne, dopo tre giorni di disperata ricerca. Angoscia di un padre
che ha perso suo figlio, panico di un uomo che si è distratto davanti a
Dio. Questo fu per Giuseppe il martirio quotidiano della vigilanza. [Nella foto: Jacobis monaci Sermones, vat. graec. 1162, fol. 147r (particolare)].
Per affermare dei valori si
possono sguainare e brandire argomenti giustissimi, buttandosi nella
mischia armati di una dottrina corretta da contrapporre alla follia di
chi, ormai, nega anche le evidenze più immediate. Si può, e lo vediamo
accadere spesso in questi giorni. È una tentazione sempre viva, per
tutti noi. Ma questo non è il cristianesimo. Non è quell’Avvenimento
che accade, e che irrompe nella nostra vita attraverso testimoni che ci
fanno capire di più cos’è la vita. Non è quel Fatto che ha una portata
conoscitiva senza paragoni, perché ci accompagna fino al fondo del
reale e lo fa nel modo più semplice: facendoci incontrare persone che
vivono in maniera diversa, che accolgono la sofferenza in maniera
diversa, che mettono su famiglia in maniera diversa. E che in quel
“diverso” così carico di ragioni e di attrattiva, perché corrisponde al
nostro cuore, offrono al mondo una speranza senza fine: la Sua
Presenza. Senza di Lui, quella diversità non si spiegherebbe. Quella
capacità di vivere il reale sarebbe impossibile. E invece, c’è.
«Per difendere la vita, don Giussani ci ha fatto pulsare il sangue di
una febbre di vita», ricordava tempo fa don Julián Carrón a un gruppo
di responsabili di Cl. Testimone, appunto. È una sfida da brividi. Ma è
l’unica che valga la pena di accettare davvero. 3月16日
In
onore di San Giuseppe, padre legale di Gesù Cristo e custode di Maria
S.S. e della Santa Chiesa Cattolica, con un Augurio specialissimo al
Santo Padre Benedetto XVI che ne porta il nome:Joseph, Giuseppe.
"Lei procedeva come sempre dietro al gregge immersa nei pensieri. Lui disse: _ Miriam… Benché
Giuseppe avesse pronunciato il suo nome a bassa voce, lei lo udì
immediatamente. La ragazza si volse. Vide il viso di lei, identico a
quello che era sempre vissuto nella sua memoria, dal primo momento che
l’aveva vista, soltanto leggermente offuscato dal velo della
stanchezza. Essa si fermò e lo guardò. Gli parve di scorgere nei suoi
occhi un lampo di ansia. Ma se quella era ansia, c’era anche in quello
sguardo una purezza incomparabile. Qualsivoglia debolezza potesse
sorprenderlo in qualsiasi momento, lo sentì: in una cosa non avrebbe
mai creduto _ nella colpevolezza di lei. _Sono lieto che tu sia tornata…_ disse. _Non ero più necessaria alla zia. _Ero preoccupato per te… Avevo nostalgia… _Lo so. Anch’io ho pensato molto a te, Giuseppe. Per un momento regnò il silenzio. Poi Giuseppe riprese subito: _
Ho parlato con Cleofa, e gli ho chiesto che mi permetta di portarti
nella mia casa. Nella nostra casa…_ si corresse._ Visto che hai
accettato… Voglio poterti circondare delle mie cure… E credo che sia
necessario _ vinse la timidezza _ che colui che deve nascere, nasca in
casa sua… Ebbe
l’impressione che sul viso di lei fosse sceso all’improvviso lo
splendore del sole. Gli occhi si illuminarono e la bocca si dischiuse
in un sorriso. Quella che a lui era sembrata un’ombra di ansia
scomparve subito. La gioia invase la figura di lei come un fuoco che
avesse inghiottito la stanchezza. Era di nuovo come l’aveva vista al
pozzo: fanciullesca, gioiosa, radiosa. _
Ho fiducia _ sussurrò_ ed Egli ha esaudito la mia preghiera… Come è
buono, come è benevolo. Ti ha detto tutto e tu hai compreso… _ Ho compreso _ disse _ perché ti amo Lei piegò il capo e lo guardò sorridendo come se scherzasse. _ Anch’io ti amo, Giuseppe _ affermò. _ Ma tu hai compreso, perché Egli ci ama… E adesso ormai tutto va bene… Respirò
profondamente, come se un qualche grosso peso le fosse caduto dalle
braccia. Si coperse il viso con le mani. Egli non sapeva se dietro lo
schermo delle dita ridesse o piangesse di felicità. Ma lei spostò
subito le mani. Con gli occhi pieni di lacrime guardava con tenerezza
il viso dell’uomo. Gli parlava soltanto con lo sguardo, ma quello
sguardo fece sì che scomparisse tutto quello che aveva frenato la gioia
di Giuseppe. Il mondo di lei continuava a non essere quello di lui.
Nonostante ciò intese che lei lo amava, lo amava veramente, come
soltanto si può amare. Non aveva il diritto di chiedere di più.
Qualsiasi prezzo dovesse pagare per questo, sentiva che aveva ottenuto
più di chiunque altro." Da “L’ombra del Padre” di Jan Dobraczynski
Girando per i blog che mi piacciono - trovo sempre notizie fresche e stimolanti - ho letto questa curiosa chicca di Rino Cammilleri
. Mi sono chiesta; ma chi sbandiera Darwin a destra e a manca? Non sono
forse quelli che, a destra e a manca, negano che ci sia un Creatore? Ed
emettono proclami di Libertà, Uguaglianza, Fratellanza... Fanno anche
passare per cretini chi si rifiuta di credere di avere delle scimmie
come genitori. Alla faccia dell'evoluzione e dell'antirazzismo!
Leggete, leggete... Ne scoprirete delle belle! "Il giornalista Antonio Gaspari (ragionpolitica.it, 2.3.09), visto che è il centenario della nascita di Darwin e il 150° del suo Origine delle specie, è andato a rileggersi l’altra grande opera darwiniana, Origine dell’uomo
(Editori Riuniti 1983) e vi ha trovato un capitolo intitolato
«Selezione naturale operante nelle nazioni civili», dove sta scritto: «
Fra i selvaggi i deboli di corpo e di mente vengono presto eliminati;
(…) D’altra parte, noi uomini civili cerchiamo con ogni mezzo di
ostacolare il processo di eliminazione; costruiamo ricoveri per gli
incapaci, per gli storpi e per i malati; facciamo leggi per i poveri; e
i nostri medici usano la loro massima abilità per salvare la vita di
chiunque fino all’ultimo momento. (…) Così i membri deboli della
società civile si riproducono. Chiunque sia interessato
dell’allevamento di animali domestici non dubiterà che questo fatto sia
molto dannoso alla razza umana (…) ma, eccettuato il caso dell’uomo
stesso, difficilmente qualcuno è tanto ignorante da far riprodurre i
propri animali peggiori» (pag. 176). Più avanti: «Eppure l’uomo
potrebbe mediante la selezione fare qualcosa non solo per la
costituzione somatica dei suoi figli, ma anche per le loro qualità
intellettuali e morali. I due sessi dovrebbero star lontani dal
matrimonio, quando sono deboli di mente e di corpo» (pag. 255). E,
nella pagina seguente: «quelli che non possono evitare una grande
povertà per i loro figli dovrebbero astenersi dal matrimonio»; tuttavia
è anche vero che «se i prudenti si astengono dal matrimonio, mentre gli
avventati si sposano, i membri inferiori della società tenderanno a
soppiantare i migliori». " 3月15日
“Potete
concepire un morto che fa delle conquiste con un esercito fedele e del
tutto devoto alla sua memoria? Potete concepire un fantasma che ha
soldati senza paga, senza speranza per questo mondo e che ispira loro
la perseveranza e la sopportazione di ogni genere di privazione?...
Quanto a me, i miei eserciti mi dimenticano mentre sono ancora vivo,
come l’esercito cartaginese fece con Annibale. Ecco tutto il nostro
potere di uomini!.... Che abisso tra la mia profonda miseria e il regno
eterno di Cristo, pregato, incensato, amato, adorato, vivo ancora in
tutto l’universo”. (Napoleone Bonaparte) Da "Indagine su Gesù" di Antonio Socci - ed. Rizzoli 3月13日
Cominciamo oggi la pubblicazione (in due parti) di un intervento di S.E. Luigi Negri, vescovo di S.Marino, sull'emergenza educativa.
E' bellissimo. Bello per la profondità e la chiarezza che fa sulla
situazione odierna. Bello perchè si sente profondamente adeguato alle
esigenze del cuore mie, tue, di tutti. E bello perchè è chiaramente
verità. Ecco la prima parte: "Ditemi perchè vivo". SamizdatOnLine
9 febbraio 2009 Collegio Rotondi MONS. LUIGI NEGRI “EMERGENZA EDUCATIVA” Cercherò
di contribuire al cammino che avete iniziato cercando di identificare
all’interno dell’itinerario che avevo pensato e che è in questo volume
di far reagire l’evento di queste ore, di questi giorni di vergogna
intellettuale e morale. Le cose che accadono devono essere lette in
funzione di una presa di coscienza più grande della nostra identità,
per un aiuto a vivere la nostra responsabilità. Perfetta gioia
diceva san Giacomo Fratelli ritenete di essere posti in prove di ogni
tipo, perché le prove maturano la fede e la fede fa nascere la carità.” Vorrei
tentare di leggere l’emergenza educativa in questa stretta di eventi
che non lasceranno più la società come prima: avviene qualcosa che
segna uno sparti acque terribile fra quello che c’è stato fino ad oggi
e quello che ci sarà da oggi in poi. Una premessa perché Dio vince
nella vita e nella morte. La vita e la morte sono di fronte al mistero
dell’essere di Dio e nel mistero di Cristo sono condizioni nelle quali
il Signore assume la responsabilità di salvarci, di realizzare in noi
il suo piano di salvezza. Mi
hanno chiesto le mie reazioni: da un lato profondo c’è lo sgomento
perchè ha vinto il male, la violenza diabolica della tecnoscienza che
terribilmente celebra il suo nefasto, ha vinto questa battaglia.. Ho un
sentimento più profondo che non elimina il primo, come la certezza
della resurrezione non elimina il dolore, non dobbiamo mai dire le
parole della certezza pensando così di eliminare il dolore, dobbiamo
dire le parole della certezza cristiana passando attraverso il dolore,
altrimenti la gente non ci crede, non si può parlare della resurrezione
se non dopo la morte. Ho un sentimento più profondo: che la Madonna se
la sia venuta a prendere prima che si compisse il protocollo che era
stato così rigorosamente fissato e il Signore l’abbia presa con sé per
dire che era Lui padrone della vita di Eluana e non suo padre né i
medici che avevano così rigorosamente programmato la sua morte. Sono
convinto che ci sia del vero in questi miei sentimenti ai quali io mi
affido. Ciò non toglie la vergogna che provo come italiano per quello
che è successo, ma la convivenza di questi due sentimenti mi sembra
possano consegnarci ad un’ultima pace perché Dio sa quello che fa. Vorrei formulare il mio intervento in tre momenti. Un primo momento: dove sta l’emergenza, dove si vede l’emergenza?
L’emergenza, cioè una situazione di crisi che sembra irrisolvibile,
l’assoluta sproporzione tra la responsabilità che gli adulti
dovrebbero avere nei confronti dei giovani e una loro incapacità che
diventa un abbandono dei giovani al vuoto della vita riempita da
un’assenza totale di valori che fa diventare cultura gli impulsi più
bestiali. È una dialettica tra un bisogno di cultura e un’impossibilità
a trovarlo. Un bisogno di cultura: che cosa significa cultura?
La cultura è che vengano date le ragioni per vivere (George Bernanos)
non è un problema di sapere ma di essere, è che uno sia aiutato ad
essere se stesso, perché non è già se stesso quando viene al mondo,
quando viene al mondo è una potenzialità aperta, è una tensione, è un
desiderio, è una nostalgia dello stato paradisiaco, è una tensione
verso qualcosa che non si possiede. Non possiedo me perché non possiedo
una coscienza chiara della mia identità: chi sono io, da dove vengo,
dove vado. Qual è il senso di questa tensione fra un passato che sembra
sprofondare nel nulla e un futuro che sembra sprofondare nel nulla.
Come ha detto il Papa nella “Spe Salvi” citando un’iscrizione su una
tomba pagana, che lui confronta con i sarcofagi cristiani:, “Così come
nasciamo velocemente dal nulla più velocemente finiamo nel nulla” Io
non mi possiedo vuol dire non che ho il dominio delle mie passioni la
chiarezza intellettuale su tutti i problemi. Il possedere non è un
sapere, è un manipolare. Non possiedo il mistero della mia vita, anzi,
il mistero della mia vita quando emerge la mia coscienza vuol dire che
emerge a me stesso il problema della mia vita, vuol dire che devo
mettermi in movimento. Diceva Pascal: “l’uomo supera infinitamente
l’uomo”. Il sentimento fondamentale dell’esistenza non è il possesso, è
l’affetto come diceva san Tommaso d’Aquino “Amare il mistero di me e
delle cose. Mettersi in moto verso il senso delle cose che non si
possiedono ancora vuol dire aprirsi ad una dimensione misteriosa della
vita, vuol dire che la vita non è solo quello che vedo, che sento, che
tocco, che capisco, che razionalizzo. Una domanda di senso, verità,
bellezza, di bene, di giustizia: questa è la cultura. Un uomo, se è
vigile e perciò sta camminando verso la verità della sua vita, è uomo
soggetto della cultura, non è la scienza, non è la storia, non è
l’arte, non sono le istituzioni soggetti di cultura, le istituzioni
esprimono una cultura, proteggono e possono incrementarla. Pensate a
tutta la cultura delle scuole (la scuola nasce come incremento critico
della cultura di un popolo) ma incremento critico: La cultura non la fa
nascere la struttura universitaria o delle scuole superiori o
elementari. La cultura non nasce dalla scuola ma dalla coscienza di un
uomo e la coscienza di un uomo è la coscienza di rapporti, di rapporti
fondamentali. Il primo rapporto fondamentale è il rapporto familiare.
Io sento questo desiderio, mi muovo, dicendolo o non dicendolo chiedo
ai più grandi “ditemi perché vivo”, chiedo ai più grandi delle ragioni
per vivere. Sia che venga esplicitato verbalmente sia che si esprima in
un silenzio carico di attesa. La persona incomincia a vivere
coscientemente il suo cammino umano se gli è data una ragione per
vivere. E qui la dialettica sembra apparire in una sostanziale
impossibilità ad essere risolta perché il mondo adulto, nella
stragrande maggioranza dei casi non ha niente da comunicare e il
giovane che chiede questa comunicazione riceve la delusione più grave
della vita ed è il rifiuto. Bernanos nel 1914, (data emblematica,
inizio della crisi della società cristiana e la sostituzione violenta
ad essa di una società atea o ateistica, e si creò artificiosamente per
accelerare il processo quella che venne chiamata la prima guerra
mondiale, che soltanto Benedetto XV ebbe il coraggio di chiamare con il
suo vero nome “una inutile strage”) dice “Abbiamo chiesto ai nostri
adulti le ragioni per vivere, per tutta risposta ci hanno mandato a
morire sulla Marna.” La Marna è la battaglia che ha ingoiato nei primi
4/5 giorni di guerra nel giugno del 1914 300.000 giovani francesi e
tedeschi azzerando due generazioni di questi paesi. Nel 2009 cosa succede?
Succede che questa gente rifiutata alla quale non viene data una
ragione per vivere consuma alcool in maniera spropositata, usa la
droga, ha tutta la vita concentrata su divertimenti che per definizione
accettata sono fuori dalla regola, anche dalla mentalità adulta. Sono
diventati parte dell’immaginario comune, come il leggere sui giornali
le stragi del venerdì, sabato e domenica. Ma al di là di questa
situazione terribile, ma diventata la norma, questi atteggiamenti
aberranti trovano spesso la difesa da parte dei genitori, una serie di
attenuanti generiche o specifiche. Questa è la questione: una
domanda che rimane, che non è finita, che ritorna periodicamente,
ciclicamente e che si delude quanto più gli interlocutori privilegiati
di questa domanda non sono in grado di rispondere. Un secondo passaggio: perché gli adulti non sono in grado di rispondere?
Si potrebbe dire che non hanno una consapevolezza vera della propria
identità, una coscienza chiara della propria identità, vive una
sproporzione tra la verità e il bene nel senso che il bene è un
tentativo inesausto di applicare il vero alla vita come ci diceva il
grande Platone, ma l’adulto è quello che sa chi è e quindi sapendo chi
è lo dice a tutti facendo tutto quello che è chiamato a fare, (sia che
mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa fatela
per Cristo). Non c’è nella comunicazione delle ragioni per vivere, non
ci può essere bisogno di tanta verbalizzazione di tanta capacità di
parlare. Tra quelli che sono qui, quelli di una “certa età” hanno
imparato la cultura fondamentale della vita da una padre e da una madre
che non sarebbero stati capaci di spiegazioni di quello che vivevano,
ma ce lo hanno comunicato vivendo. Questa
realtà adulta perché non è in grado di comunicare la cultura, perché
non è se stessa. Non si è in grado di comunicare la cultura non perché
non si è andati a scuola. Il mio papà e la mia mamma avevano fatto la
quinta elementare, non “sapevano” ma io ho imparato la cultura da loro.
Tutto quello che ho incontrato e imparato dopo sono serviti a
consolidare, a rendere più critica, ad appassionarmi alla cultura. La
mia mamma non mi ha mai detto delle “parole ideali”. Era lei un ideale
vivo. Io credo che le ragioni siano due.
C’è la realtà adulta che ha rifiutato la tradizione della Chiesa
consapevolmente o inconsapevolmente, con maggiore o minore
responsabilità ma vive in un vuoto e non è ancora riuscita a formulare
una sostituzione passabile, dignitosa dei valori che ha rifiutato. Non
sono più cristiani ma non sanno ancora cosa sono. In questo vuoto, in
questa confusione, si consegnano all’ideologia dominante, ragionano
come la televisione dice di ragionare, assumono in modo totalmente
acritico quei valori ideali, (si fa per dire), che attraverso l’impero
massmediatico vengono imposti alla nostra società come un riferimento
ideologico inevitabile, anzi il vero riferimento ideologico perché se
una cosa è detta dalla televisione è vera. Quando ero ragazzo c’era una
realtà di non credenti in Dio ma che credevano nella ricerca, in certi
valori ideali laici, nella giustizia, nella libertà, nel sacrificio.
Quanto più diventavano adulti e intelligenti capivano che i loro ideali
avevano un ultimo fondamento cristiano. E per fortuna la nostra società
ha ospitato valori implicitamente cristiani ben oltre il rifiuto che la
società ha fatto del cristianesimo. Ma adesso non è più possibile
questo. Adesso il rifiuto è stato così radicale che non c’è più niente,
se non questa ideologia sostanzialmente nichilista. La saggezza della
televisione è che non c’è niente di chiaro, non ci può essere niente di
vero se non ciò che dice la scienza (la scienza è quella di Piero
Angela). Dentro questo vuoto è come se gli adulti dicessero
“arrangiatevi voi, (non lo dicono ma è così) ci sono delle realtà a cui
noi deleghiamo quello che dovremmo fare noi perché non siamo capaci.
Questa delega gli adulti che non sono cresciuti ce l’ hanno dentro. È
sempre sbagliato delegare, venti trent’anni fa la delega colpiva due
istituzioni significative: la Chiesa e la scuola. La famiglia non si
sentiva sicura, se si sentiva sicura era in mala fede, ma era come se
si dicesse incapace di dare una cultura ai miei figli però spero che
la scuola e la Chiesa gliela diano. .In questa situazione che si è
andata evidenziando nella sua negatività dobbiamo mettere in conto la
crisi della scuola e la crisi della Chiesa. Una crisi della scuola che è radicale perché non è destinata ad offrire la cultura come ragione di vivere.
La scuola ha un’altra funzione: prende la cultura, accetta, si
riconosce in una cultura, la accoglie e mette in atto un cammino per la
maturazione critica di questa coscienza. La
scuola non è il primo soggetto che dice che la cultura è questa. È una
serie di strumenti, è una convivenza, sono contenuti di sapere, sono
metodologie di affronto della realtà che maturano la coscienza critica
della posizione di partenza. La nostra scuola non è così. Nel
succedersi degli avvenimenti negli ultimi centocinquant’anni la nostra
scuola pretendendo di essere eminentemente istruttiva e quindi
lasciando fuori la preoccupazione educativa come una preoccupazione non
legittima che non ha il suo posto nella scuola, ha voluto essere
eminentemente istruttiva. Ma l’istruzione non è pura, non è neutra,
avviene sempre in un orizzonte ideologico. Nella nostra scuola è data
un’istruzione secondo un’ideologia che Benedetto XVI ha definito tecno
scientifica. L’ideologia delle nostre scuole statali frequentate dalla
stragrande maggioranza dei bambini e dei ragazzi è tecno scientifica,
investe tutte le materie e nella maggior parte dei casi ne altera la
natura profonda. Questa impostazione che è oggettivamente sbagliata non
ha fatto tutto il male che avrebbe potuto fare per l’enorme contributo
positivo dato da generazioni di insegnanti che a tutti i livelli, dalla
scuola primaria fino alla scuola media superiore (l’università è un
altro mondo) hanno ridotto questo vuoto umano, attivando certi rapporti
umani a cui i ragazzi hanno potuto aprirsi e da questi rapporti umani
più di una volta è passata una proposta culturale. Però nel suo
complesso delegare alla scuola il fattore culturale è sbagliato,
soprattutto perché i tempi ormai sono talmente chiari.. Oggi il tipo
di proposta ideologica che pervade le strutture scolastiche è
teconscientifica ed incapace di rispondere ai bisogni della vita ...(segue)
3月12日
LETTERA
DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI AI VESCOVI DELLA CHIESA CATTOLICA RIGUARDO
ALLA REMISSIONE DELLA SCOMUNICA DEI QUATTRO VESCOVI CONSACRATI
DALL’ARCIVESCOVO LEFEBVRE, 12.03.2009 Cari Confratelli nel ministero episcopale!
La remissione della scomunica ai quattro Vescovi,
consacrati nell’anno 1988 dall’Arcivescovo Lefebvre senza mandato della
Santa Sede, per molteplici ragioni ha suscitato all’interno e fuori
della Chiesa Cattolica una discussione di una tale veemenza quale da
molto tempo non si era più sperimentata. Molti Vescovi si sono
sentiti perplessi davanti a un avvenimento verificatosi
inaspettatamente e difficile da inquadrare positivamente nelle
questioni e nei compiti della Chiesa di oggi. Anche se molti Vescovi e
fedeli in linea di principio erano disposti a valutare in modo positivo
la disposizione del Papa alla riconciliazione, a ciò tuttavia si
contrapponeva la questione circa la convenienza di un simile gesto a
fronte delle vere urgenze di una vita di fede nel nostro tempo. Alcuni
gruppi, invece, accusavano apertamente il Papa di voler tornare
indietro, a prima del Concilio: si scatenava così una valanga di
proteste, la cui amarezza rivelava ferite risalenti al di là del
momento. Mi sento perciò spinto a rivolgere a
voi, cari Confratelli, una parola chiarificatrice, che deve aiutare a
comprendere le intenzioni che in questo passo hanno guidato me e gli
organi competenti della Santa Sede. Spero di contribuire in questo modo
alla pace nella Chiesa. Una disavventura per me
imprevedibile è stata il fatto che il caso Williamson si è sovrapposto
alla remissione della scomunica. Il gesto discreto di misericordia
verso quattro Vescovi, ordinati validamente ma non legittimamente, è apparso all’improvviso come una cosa totalmente diversa: come la smentita della riconciliazione tra cristiani ed ebrei, e quindi come la revoca di ciò che in questa materia il Concilio aveva chiarito per il cammino della Chiesa. Un
invito alla riconciliazione con un gruppo ecclesiale implicato in un
processo di separazione si trasformò così nel suo contrario: un
apparente ritorno indietro rispetto a tutti i passi di riconciliazione
tra cristiani ed ebrei fatti a partire dal Concilio – passi la cui
condivisione e promozione fin dall’inizio era stato un obiettivo del
mio personale lavoro teologico. Che questo
sovrapporsi di due processi contrapposti sia successo e per un momento
abbia disturbato la pace tra cristiani ed ebrei come pure la pace
all’interno della Chiesa, è cosa che posso soltanto deplorare
profondamente. Mi è stato detto che seguire con attenzione le
notizie raggiungibili mediante l’internet avrebbe dato la possibilità
di venir tempestivamente a conoscenza del problema. Ne traggo la
lezione che in futuro nella Santa Sede dovremo prestar più attenzione a
quella fonte di notizie. Sono rimasto rattristato
dal fatto che anche cattolici, che in fondo avrebbero potuto sapere
meglio come stanno le cose, abbiano pensato di dovermi colpire con
un’ostilità pronta all’attacco. Proprio per questo
ringrazio tanto più gli amici ebrei che hanno aiutato a togliere di
mezzo prontamente il malinteso e a ristabilire l’atmosfera di amicizia
e di fiducia, che – come nel tempo di Papa Giovanni Paolo II – anche
durante tutto il periodo del mio pontificato è esistita e, grazie a
Dio, continua ad esistere. Un altro sbaglio, per il quale mi rammarico sinceramente, consiste nel fatto che la portata e i limiti del provvedimento del 21 gennaio 2009
non sono stati illustrati in modo sufficientemente chiaro al momento
della sua pubblicazione. La scomunica colpisce persone, non istituzioni. Un’Ordinazione
episcopale senza il mandato pontificio significa il pericolo di uno
scisma, perché mette in questione l’unità del collegio episcopale con
il Papa. Perciò la Chiesa deve reagire con la punizione più dura, la
scomunica, al fine di richiamare le persone punite in questo modo al
pentimento e al ritorno all’unità. A vent’anni dalle
Ordinazioni, questo obiettivo purtroppo non è stato ancora raggiunto.
La remissione della scomunica mira allo stesso scopo a cui serve la
punizione: invitare i quattro Vescovi ancora una volta al ritorno.
Questo gesto era possibile dopo che gli interessati avevano espresso il
loro riconoscimento in linea di principio del Papa e della sua potestà
di Pastore, anche se con delle riserve in materia di obbedienza alla
sua autorità dottrinale e a quella del Concilio. Con ciò ritorno alla
distinzione tra persona ed istituzione. La remissione
della scomunica era un provvedimento nell’ambito della disciplina
ecclesiastica: le persone venivano liberate dal peso di coscienza
costituito dalla punizione ecclesiastica più grave. Occorre distinguere
questo livello disciplinare dall’ambito dottrinale.
Il fatto che la Fraternità San Pio X non possieda una posizione
canonica nella Chiesa, non si basa in fin dei conti su ragioni
disciplinari ma dottrinali. Finché la Fraternità non ha una posizione
canonica nella Chiesa, anche i suoi ministri non esercitano ministeri
legittimi nella Chiesa. Bisogna quindi distinguere tra il
livello disciplinare, che concerne le persone come tali, e il livello
dottrinale in cui sono in questione il ministero e l’istituzione. Per
precisarlo ancora una volta: finché le questioni concernenti la
dottrina non sono chiarite, la Fraternità non ha alcuno stato canonico
nella Chiesa, e i suoi ministri – anche se sono stati liberati dalla
punizione ecclesiastica – non esercitano in modo legittimo alcun
ministero nella Chiesa. Alla luce di questa situazione è mia
intenzione di collegare in futuro la Pontificia Commissione "Ecclesia
Dei" – istituzione dal 1988 competente per quelle comunità e persone
che, provenendo dalla Fraternità San Pio X o da simili raggruppamenti,
vogliono tornare nella piena comunione col Papa – con la Congregazione
per la Dottrina della Fede. Con ciò viene chiarito che
i problemi che devono ora essere trattati sono di natura essenzialmente
dottrinale e riguardano soprattutto l’accettazione del Concilio
Vaticano II e del magistero post-conciliare dei Papi.
Gli organismi collegiali con i quali la Congregazione studia le
questioni che si presentano (specialmente la consueta adunanza dei
Cardinali al mercoledì e la Plenaria annuale o biennale) garantiscono
il coinvolgimento dei Prefetti di varie Congregazioni romane e dei
rappresentanti dell’Episcopato mondiale nelle decisioni da prendere. Non
si può congelare l’autorità magisteriale della Chiesa all’anno 1962 –
ciò deve essere ben chiaro alla Fraternità. Ma ad alcuni di coloro che
si segnalano come grandi difensori del Concilio deve essere pure
richiamato alla memoria che il Vaticano II porta in sé l’intera storia
dottrinale della Chiesa. Chi vuole essere
obbediente al Concilio, deve accettare la fede professata nel corso dei
secoli e non può tagliare le radici di cui l’albero vive.
Spero, cari Confratelli, che con ciò sia chiarito il significato
positivo come anche il limite del provvedimento del 21 gennaio 2009.
Ora però rimane la questione: Era tale provvedimento necessario?
Costituiva veramente una priorità? Non ci sono forse cose molto più
importanti? Certamente ci sono delle cose più importanti e più urgenti.
Penso di aver evidenziato le priorità del mio Pontificato nei discorsi
da me pronunciati al suo inizio. Ciò che ho detto allora rimane in modo
inalterato la mia linea direttiva. La prima priorità per il Successore di Pietro è stata fissata dal Signore nel Cenacolo in modo inequivocabile: "Tu … conferma i tuoi fratelli" (Lc 22, 32). Pietro stesso ha formulato in modo nuovo questa priorità nella sua prima Lettera: "Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi" (1 Pt 3, 15). Nel
nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di
spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che
sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di
aprire agli uomini l’accesso a Dio. Non ad un qualsiasi dio, ma a quel
Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo
nell’amore spinto sino alla fine (cfr Gv 13, 1) – in Gesù Cristo
crocifisso e risorto. Il vero problema in questo nostro momento della
storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini e che con lo
spegnersi della luce proveniente da Dio l’umanità viene colta dalla
mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano
sempre di più. Condurre gli uomini verso Dio, verso il Dio che
parla nella Bibbia: questa è la priorità suprema e fondamentale della
Chiesa e del Successore di Pietro in questo tempo. Da
qui deriva come logica conseguenza che dobbiamo avere a cuore l’unità
dei credenti. La loro discordia, infatti, la loro contrapposizione
interna mette in dubbio la credibilità del loro parlare di Dio.
Per questo lo sforzo per la comune testimonianza di fede dei cristiani
– per l’ecumenismo – è incluso nella priorità suprema. A ciò si
aggiunge la necessità che tutti coloro che credono in Dio cerchino
insieme la pace, tentino di avvicinarsi gli uni agli altri, per andare
insieme, pur nella diversità delle loro immagini di Dio, verso la fonte
della Luce – è questo il dialogo interreligioso. Chi annuncia Dio come
Amore "sino alla fine" deve dare la testimonianza dell’amore: dedicarsi
con amore ai sofferenti, respingere l’odio e l’inimicizia – è la
dimensione sociale della fede cristiana, di cui ho parlato
nell’Enciclica Deus caritas est.
Se dunque l’impegno faticoso per la fede, per la speranza e per l’amore
nel mondo costituisce in questo momento (e, in forme diverse, sempre)
la vera priorità per la Chiesa, allora ne fanno parte anche le
riconciliazioni piccole e medie. Che il sommesso gesto
di una mano tesa abbia dato origine ad un grande chiasso,
trasformandosi proprio così nel contrario di una riconciliazione, è un
fatto di cui dobbiamo prendere atto. Ma ora domando: Era ed è veramente
sbagliato andare anche in questo caso incontro al fratello che "ha
qualche cosa contro di te" (cfr Mt 5, 23s) e cercare la riconciliazione?
Non deve forse anche la società civile tentare di prevenire le
radicalizzazioni e di reintegrare i loro eventuali aderenti – per
quanto possibile – nelle grandi forze che plasmano la vita sociale, per
evitarne la segregazione con tutte le sue conseguenze? Può
essere totalmente errato l’impegnarsi per lo scioglimento di
irrigidimenti e di restringimenti, così da far spazio a ciò che vi è di
positivo e di ricuperabile per l’insieme? Io stesso ho visto, negli
anni dopo il 1988, come mediante il ritorno di comunità prima separate
da Roma sia cambiato il loro clima interno; come il ritorno nella
grande ed ampia Chiesa comune abbia fatto superare posizioni
unilaterali e sciolto irrigidimenti così che poi ne sono emerse forze
positive per l’insieme. Può lasciarci totalmente indifferenti
una comunità nella quale si trovano 491 sacerdoti, 215 seminaristi, 6
seminari, 88 scuole, 2 Istituti universitari, 117 frati, 164 suore e
migliaia di fedeli? Dobbiamo davvero tranquillamente lasciarli andare
alla deriva lontani dalla Chiesa? Penso ad esempio ai 491 sacerdoti.
Non possiamo conoscere l’intreccio delle loro motivazioni. Penso
tuttavia che non si sarebbero decisi per il sacerdozio se, accanto a
diversi elementi distorti e malati, non ci fosse stato l’amore per
Cristo e la volontà di annunciare Lui e con Lui il Dio vivente. Possiamo
noi semplicemente escluderli, come rappresentanti di un gruppo
marginale radicale, dalla ricerca della riconciliazione e dell’unità?
Che ne sarà poi? Certamente, da molto tempo e poi di
nuovo in quest’occasione concreta abbiamo sentito da rappresentanti di
quella comunità molte cose stonate – superbia e saccenteria, fissazione
su unilateralismi ecc. Per amore della verità devo aggiungere che ho
ricevuto anche una serie di testimonianze commoventi di gratitudine,
nelle quali si rendeva percepibile un’apertura dei cuori. Ma non
dovrebbe la grande Chiesa permettersi di essere anche generosa nella
consapevolezza del lungo respiro che possiede; nella consapevolezza
della promessa che le è stata data? Non dovremmo come buoni educatori
essere capaci anche di non badare a diverse cose non buone e premurarci
di condurre fuori dalle strettezze? E non dobbiamo forse ammettere che
anche nell’ambiente ecclesiale è emersa qualche stonatura? A
volte si ha l’impressione che la nostra società abbia bisogno di un
gruppo almeno, al quale non riservare alcuna tolleranza; contro il
quale poter tranquillamente scagliarsi con odio. E se qualcuno osa
avvicinarglisi – in questo caso il Papa – perde anche lui il diritto
alla tolleranza e può pure lui essere trattato con odio senza timore e
riserbo. Cari Confratelli, nei giorni in cui mi è venuto in mente di scrivere questa lettera, è capitato per caso che nel Seminario Romano ho dovuto interpretare e commentare il brano di Gal 5, 13 – 15. Ho notato con sorpresa l’immediatezza con cui queste frasi ci parlano del momento attuale: "Che
la libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma
mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge
infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo
tuo come te stesso. Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate
almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!" Sono
stato sempre incline a considerare questa frase come una delle
esagerazioni retoriche che a volte si trovano in san Paolo. Sotto certi
aspetti può essere anche così. Ma purtroppo questo "mordere e
divorare" esiste anche oggi nella Chiesa come espressione di una
libertà mal interpretata. È forse motivo di sorpresa che anche noi non
siamo migliori dei Galati? Che almeno siamo minacciati dalle stesse
tentazioni? Che dobbiamo imparare sempre di nuovo l’uso giusto della
libertà? E che sempre di nuovo dobbiamo imparare la priorità suprema:
l’amore? Nel giorno in cui ho parlato di ciò nel Seminario maggiore, a
Roma si celebrava la festa della Madonna della Fiducia. Di fatto: Maria
ci insegna la fiducia. Ella ci conduce al Figlio, di cui noi tutti
possiamo fidarci. Egli ci guiderà – anche in tempi turbolenti. Vorrei
così ringraziare di cuore tutti quei numerosi Vescovi, che in questo
tempo mi hanno donato segni commoventi di fiducia e di affetto e
soprattutto mi hanno assicurato la loro preghiera. Questo
ringraziamento vale anche per tutti i fedeli che in questo tempo mi
hanno dato testimonianza della loro fedeltà immutata verso il
Successore di san Pietro. Il Signore protegga tutti noi e ci conduca
sulla via della pace. È un augurio che mi sgorga spontaneo dal cuore in
questo inizio di Quaresima, che è tempo liturgico particolarmente
favorevole alla purificazione interiore e che tutti ci invita a
guardare con speranza rinnovata al traguardo luminoso della Pasqua.
Con una speciale Benedizione Apostolica mi confermo
Vostro nel Signore
BENEDICTUS PP. XVI
Dal Vaticano, 10 Marzo 2009 © Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana 3月11日
Idiota e lurido Kant se Dio non c'è tutto è permesso. Basta con la morale. Solo la carità è rispettabile. Cristo e Dostoevskij. Tutto il resto sono balle. Cesare Pavese
(Il mestiere di vivere, Diario 1935-1950)
La Circostanza è Dio con gli occhiali da sole e i baffi finti.
3月10日
Ultimamente
si sente spesso parlare di morte. Se ne parla senza averne fatto
esperienza diretta, sulla propria pelle, altrimenti non se ne potrebbe
parlare, è logico. Se ne parla sui giornali specialmente, in tv, tra la
gente quasi mai; porta male. I più hanno paura dell’ignoto, non si sa
cosa c’è “dopo” e soprattutto “se c’è” un dopo. Sono svariate le
ipotesi. Mi viene in mente una storiella ebraica sull’argomento. C’erano
due gemelli sul punto di nascere, era quasi finito il tempo di
gestazione. Il primo diceva all’altro: “Non usciamo, restiamo qua, al
sicuro, questo è tutto il nostro mondo, fuori non sappiamo quello che
c’è, se ci sono nemici, bestie cattive, se avremo freddo…” Il secondo
gemello, tipo più intraprendente e avventuroso, diceva: “Ma no…vedrai
che troveremo un mondo affascinante, pieno di cose belle e buone,
vedremo cosa sono quei rumori e quelle piccolissime luci che ogni tanto
intravvediamo, vedremo finalmente il volto della mamma!” E il primo
insisteva: “Ti dico che è meglio restare qua, io ho una grande paura
dell’ignoto!” Il secondo: “Io rischio…esco…pista…arrivooo...!” e uscì,
con gli occhi chiusi e col cuore che batteva a mille ma pieno di
speranza e di curiosità. Dopo
un attimo il fratellino restato al sicuro, al caldo dentro la pancia
della madre udì un grido, un pianto, e si ritrasse, impaurito, nel
posto più lontano dall’”uscita” abbarbicandosi al cordone ombelicale e
dicendo tra se “L’avevo detto, io…!” Ma
il fratello aveva visto una bellissima luce che lo aveva inondato di
calore, tante facce allegre che lo guardavano con amore e gli dicevano:
“Benvenuto Shimon, ti abbiamo tanto atteso e finalmente sei arrivato,
ti vogliamo tanto bene!” E vide finalmente il volto della sua mamma!
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