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5月31日  Mentre
il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme
nello stesso luogo. Venne all'improvviso dal cielo un rombo, come di
vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si
trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si
posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito
Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava
loro il potere d'esprimersi. Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei
osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo. Venuto quel fragore,
la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva
parlare la propria lingua. Erano stupefatti e fuori di sé per lo
stupore dicevano: "Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? E
com'è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa? Siamo
Parti, Medi, Elamìti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della
Cappadòcia, del Ponto e dell'Asia, della Frigia e della Panfilia,
dell'Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, stranieri di
Roma, Ebrei e prosèliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare nelle
nostre lingue le grandi opere di Dio". 5月30日
 Santa
Giovanna d’Arco, un 30 maggio fosti bruciata perché volevi cacciare lo
straniero. Non intendeva imporre una nuova religione, ma tu volevi
cacciarlo lo stesso. E i tuoi metodi non erano gandhiani (digiuni,
non-violenza) né maroniani (respingimenti senza ammazzamenti), erano
cruentissimi: brandendo la spada vincesti battaglie durante le quali
venne ucciso mezzo esercito inglese. Questo non impedì alla Chiesa di
riconoscerti imitatrice di Cristo e a Dio di usarti per compiere
miracoli (almeno tre guarigioni da malattie mortali). Adesso ci sono
cardinali che allo straniero dicono prego, si accomodi, però il mio
modello continui a essere tu, anche perché costoro non hanno mai
guarito nemmeno un callo. di Camillo Langone - Il Foglio
5月28日

Cominciamo
dalla coerenza, professore: se uno sostiene come Berlusconi il Family
Day, dal punto di vista cristiano non dovrebbe vivere di conseguenza?
«Vede,
io credo molto nel peccato originale e me lo sento addosso. E questo
riguarda tutti: chi è senza peccato, scagli la prima pietra. Si figuri
se mi metto a giudicare come fossi un Torquemada il comportamento
morale degli altri». Giorgio Vittadini, fondatore della Compagnia delle
Opere ed oggi presidente della Fondazione per la sussidiarietà, non si
scompone: «Ci sono altri ordini di giudizio, e per fortuna un cristiano
lo sa».
Il
Pdl e il governo, però, si accreditano come difensori dei valori
cattolici. Una parte consistente del mondo cattolico li ha sostenuti.
Secondo lei, professore, le polemiche sul caso Noemi e i comportamenti
privati del premier cambiano qualcosa nel giudizio sul governo?
«Non
possiamo fare una questione politica di fatti specifici, dallo
svolgimento dubbio, costruiti attraverso inchieste giornalistiche,
quasi si volesse dare loro un valore giudiziario. I fatti da appurare
sarebbero infiniti e si ricreerebbe quel tipo di sospetto generalizzato
di cui abbiamo sofferto nel dopo Tangentopoli».
Ma la questione morale?
«La
questione morale è una tensione al vero, non soltanto una coerenza. In
questo senso ricordo che nell’87, ad Assago, Don Giussani spiegò che la
questione morale generale nasce dall’appiattimento del desiderio dei
giovani e nel cinismo degli adulti. Astenia e mancanza di desiderio:
questa è la questione che genera tutte le questioni morali. Hanno
ragione i vescovi a porla all’interno dell’emergenza educativa. Se
vogliamo parlare di moralità della politica partiamo da qui,
dall’emergenza educativa, sennò ci prendiamo in giro». Va bene, ma qui c’è un caso specifico...
«I
vescovi hanno detto che oggi come ieri, in Italia, di questioni morali
ce ne sono tante, ed è giusto tenerle vive tutte. Hanno aggiunto
"Ognuno ha la propria coscienza, la propria capacità di giudizio". Sono
d’accordo E aggiungo che la esprimerà nelle prossime elezioni, se
vuole».
In che senso?
«Nel
senso che la prossima volta farà quello che vuole. Ma adesso c’è un
governo in azione che deve rispondere dei suoi atti, abbiamo problemi
gravi da affrontare. E chi ha votato, cattolico o no, ha il diritto di
avere un governo che governi, senza altre interferenze».
Berlusconi rischia di essere danneggiato nell’elettorato cattolico? «Don
Giussani affrontò il tema dei cristiani e del governo in un’intervista
del ’96: spiegava che l’essenziale è la devozione sincera al bene
comune e la competenza reale adeguata. Su questo giudica un cristiano.
Io valuto un governo sul fatto che tuteli la dignità della persona,
favorisca la sussidiarietà come welfare partecipato dalla gente,
sviluppi la libertà di educazione e così via. Se è così, bene.
Dopodiché risponderà del suo comportamento davanti a Dio, se ci crede».
Il professor Paolo Prodi diceva: Berlusconi difensore dei valori cattolici? Ci vorrebbe un po’ di pudore... «Vede,
io sono per una visione laica della politica. Non mi pongo il problema
Berlusconi e valori cattolici. Mi chiedo: che cosa ha fatto di
positivo? E penso tra l’altro al libro bianco, alla politica estera,
alla gestione delle emergenze come in Abruzzo, alla tutela della vita.
Punto. In questa faccenda ho l’impressione che si voglia riesumare una
sorta di clericalismo dal punto di vista degli anticlericali».
(Gian Guido Vecchi) 5月26日
 Evoluzione: favola per adulti. L'Evoluzione non è una scienza ma una filosofia. Tutte le specie hanno dei genitori. Evoluzione: ipotesi accettabile? La genetica dice no. Senza evoluzione non c'è più Big Bang. La Teoria dell'Evoluzione è un fatto o una semplice credenza? Questo documentario cerca di rispondere alla domanda avvalendosi del contributo di 5 scienziati. Questo video , venduto in tutto il mondo, premiato come miglior documentario, è ora disponibile per tutti. 5月25日
Cos'è l'Europa? Un pensiero, un concetto? Un mercato? Un regolamento, una legge? Qualcuno dirà che è l'antico Impero Romano, che l'illuminismo ha forgiato nella modernità. L'Impero del tempo antico era forte nel Nord Africa, e aveva più di un piede in Asia. Ma quella non è Europa. Nel medioevo era chiaro dove finiva l'Europa, ben prima delle idee di qualsiasi illuminato. Finiva dove finiva la cristianità.
Oggi, dove finisce l'Europa? L'Europa del dopoguerra, quella che si è
data un nome? Nata come impeto ideale, come una casa, è diventata
presto un mercato. L'idealità si è disseccata in regolamenti, in leggi;
il cuore inscatolato, le radici negate. Invece di riconoscere
l'esistente, si è troppo spesso cercato di creare una nuova realtà
basata su una propria idea. Si è negata la tradizione, che era
esattamente quello che aveva creato e manteneva l'esistente stesso. La creatività, la libertà di quest'Europa arrivano dal fatto che al cuore dell'Europa c'è l'uomo, la persona,
una persona che può essere garantita nella sua unicità e concretezza
solo dal rapporto con Dio. Al centro dell'Europa, della sua grandezza,
del suo cuore, c'è il cristianesimo, o quantomeno la luce che nei
secoli ha generato. Non
si può regolare la vita. Non ci si può aspettare dalla politica, e
ancor di più dal mercato, la soluzione ai propri problemi. La storia
dell'Europa, di questa storia di storie è questa. Occorrono quindi non
burocrati, non chi pensa di poter imporre la sua misura, ma chi
permetta all'Europa dei popoli e delle persone di trovare la loro.
Aiutando, incoraggiando, coordinando quello che può esserci di
disordinato; ma mai imponendo una gabbia che nasce da una ragione
troppo stretta. Questa l'Europa che vogliamo: un patto di libertà. Tra persone libere, certe di chi sono, per il bene di tutti. SamizdatOnLine
Argomenti correlati: Video incontro pubblico della Cdo sulle elezioni europee - Il Sussidiario.net Difendere la libertà, sostenere la responsabilità - Giorgio Vittadini
5月24日  Oggi
celebriamo la Solennità dell'Ascensione. E' la "nostra" Festa, la
nostra meta, il nostro Destino. Auguri a tutti i miei carissimi amici! Nel giorno della tua Ascensione, o Cristo Re, gli angeli e gli uomini ti acclamano: «Sei santo, Signore, perché sei disceso e hai salvato Adamo, l'uomo fatto con la polvere (Gen 2,7), dall'abisso della morte e del peccato, e con la tua Ascensione santa, o Figlio di Dio, i cieli e la terra entrano nella pace. Gloria a colui che ti ha mandato!» La Chiesa ha visto il suo Sposo nella gloria, e ha dimenticato le sofferenze del Gòlgota. Invece del fardello della croce che portava, egli viene portato da una nube di luce. Ecco che viene elevato in alto, vestito di spendore e di gloria. Un grande prodigio viene compiuto oggi sul monte degli Ulivi: Chi è capace di esprimerlo?... Il nostro Maestro era disceso alla ricerca di Adamo, e, dopo aver ritrovato colui che era perduto, se l'é messo in spalla, e con gloria l'ha introdotto in cielo con lui (cfr Lc 15,4s). È venuto e ci ha mostrato che era Dio; ha rivestito un corpo e ha mostrato che era uomo; è disceso negli inferi e ha mostrato che era morto; è salito ed è stato esaltato e ha mostrato che era grande. Benedetta sia la sua esaltazione! Nel giorno della sua nascita, Maria si rallegra, nel giorno della sua morte, la terra trema, nel giorno della sua risurrezione, l'inferno si affligge, nel giorno della sua ascensione, il cielo esulta. Benedetto sia la sua Ascensione!
(Dalla Liturgia Siriaca) 5月22日
 In
"rete" ho trovato questa favoletta; non so chi l'ha scritta, ma mi è
piaciuta. La dedico ai naturalisti, nudisti, ecologisti, new-agisti,
figli dei fiori e figli del ca...so!
Una Strega New Age che
aveva appreso tutto dell'Arte Magica dai Sacri Testi (i libri di Harry
Potter, i fumetti delle Witch e le riviste per ragazzine) si ritrovò un
giorno su una collina solitaria, all'ombra di un maestoso albero.
Gli uccellini cinguettavano nel cielo, gli insetti ronzavano al sole di
primavera e una pallida falce di luna si scoloriva vicino all'orizzonte.
La Strega tracciò i simboli mistici, posò i sacri amuleti, inspirò
profondamente, levò le braccia cariche di braccialetti multicolori
verso il cielo e gridò: "Per il Potere della Luna...Madre Natura, Vieni a me!" * Pof!!!* Sul prato era comparsa d'un tratto una figura maestosa, alta quasi tre metri. Era un donnone di età avanzata, i capelli grigi lunghi e sporchi lasciati liberi sulle spalle. Vestiva una specie di tunica macchiata di colore indefinibile, e si rovistava tra i denti con uno stecco. La Streghetta si sedette a terra di schianto, fissando a bocca aperta l'apparizione. Questa si frugò con le dita in bocca, estrasse qualcosa, lo esaminò, lo lanciò via e quindi abbassò gli occhi sulla donna. "Sei la terza, oggi. 'Zzo vuoi?" La voce della gigantesca figura assomigliava ad un tuono dai toni di contralto. La Strega deglutì, e, cercando di darsi un contegno, domandò con un filo di voce: "Madre Natura?" "Ti sembro forse Babbo Natale?" Il viso della Streghetta si illuminò: "Lo sapevo! Lo sapevo che le formule magiche erano giuste! Questi amuleti funzionano veramente!" Madre Natura fece una smorfia: "Formule? Amuleti?" Si chinò e raccolse da terra una manciata di quelle che sembravano piramidi di quarzo e sfere di ossidiana.
"Mmmh...ossido di silicio, cioè vetro, colorato con le
microonde...questo invece è fatto con polvere pressata e un po' di
colorante chimico...questa pseudo-ambra è in realtà plastica... bei
sassi. Valore industriale forse cinquanta centesimi." Li sbriciolò tra le dita. Sembrava annoiata. "La luna? Conosco. Palla di roccia. Morta. E' in cielo. Frega niente. Ma vai pure avanti." La Strega aveva sbarrato gli occhi. Si riscosse: "Volevo ringraziarti...per tutto quello che ci dai..." Madre Natura si grattò l'ascella. "Tipo?" La Strega mosse le mani, indicando quanto la circondava: "L'ombra di questo maestoso albero... i dolci uccelli del cielo... gli animali..." La gigantesca apparizione rise, con voce tonante. "Questo albero fa una bella ombra fitta per ammazzare le altre piantine. Noti che qui sotto non cresce niente?
I dolci uccellini stanno portando un verme al loro nido, dove lo
daranno da mangiare ancora vivo a un piccolo cuculo che ha appena
mandato la loro legittima prole a spiaccicarsi per terra. Che credi, le cose vanno come devono andare. Mica le faccio io.
Nel mio regno, ognuno mangia l'altro o viene mangiato, e se non può
mangiarlo cerca di distruggerlo. Ogni specie ha chi la mangia, e ti
assicuro che essere carino raramente è un criterio di sopravvivenza. Ah, una formica ti ha appena morso sul culo." La Strega si rialzò di scatto, sfregandosi la parte offesa. Madre Natura aveva ripreso a frugarsi tra i denti. "Altro?" La donna pensò per un attimo.
"Ascolta, o Grande Dea. L'uomo oggi ti ha umiliato ed offesa, ti
inquina e ti distrugge; non rispetta il protocollo di Kyoto, e quindi
Tu mandi i maremoti e i cicloni, e..." "Ma sei scema?" "Come hai detto?" fece la Strega
"Ho detto: ma sei scema?" riprese la gigantessa chinandosi su di lei
"Pensi veramente che i maremoti ed i cicloni arrivino perche fate un
po' più di puzza? Io ho visto la terra sobbalzare così tanto da far
schizzare in aria le montagne, e cicloni sollevare intere isole quando
ancora i tuoi progenitori mangiavano le pulci della loro pelliccia. E
se pensi che questo sia inquinamento, dovevi vedere quando
scorreggiavano i dinosauri. Non ti preoccupare. Appena vi sarete
estinti, tempo una decina di secoli, la puzza passerà, e per trovare
tracce che siate mai esistiti dovranno scavare in profondità. Hai finito adesso?" La faccia della Streghetta era più lunga che lunga non si può. "Allora... se è veramente così... perchè sei arrivata quando io ti ho chiamata?" Madre Natura sorrise. Il suo sorriso aveva molti denti, ed erano tutti aguzzi. "Avevo ancora fame."
5月20日
Sopravvissuta
agli esperimenti medici nazisti, amica personale di Wojtyla, Wanda
Póltawska riconosce nei sogni scientisti di oggi il delirio
superomistico che sessant’anni fa eliminava i più deboli di Lorenzo Fazzini  «Non
basta parlare della bellezza della vita: bisogna parlare della santità
della vita, perché la vita umana deve essere santa». Niente più che una
bella frase, se non fosse che a pronunciarla è stata una
“Versuchskaninche”, una cavia medica del lager nazista di Ravensbrück.
«Se qualcuno mi svegliasse improvvisamente di notte e mi chiedesse chi
sono, potrebbe succedere che risponda: “Shutzhaftling siebenundsiebzig
null neun”. Questo è il mio numero in lingua tedesca: 7709. E per
questo non c’è rimedio». La vita di Wanda Póltawska sarebbe il
sogno di qualsiasi regista cinematografico: nell’esistenza di donna
polacca oggi 87enne, psichiatra, si concentrano alcune delle più
drammatiche vicende del Novecento. Membro della Resistenza antinazista
a Lublino, sua città natale, nel 1941, giovanissima scout cattolica,
viene arrestata, imprigionata e torturata dalla Gestapo. Wanda viene
quindi spedita nel lager nei pressi di Berlino e qui, insieme ad un
manipolo di altre compagne polacche, diventa cavia umana per efferati
esperimenti medici delle Ss: subisce continue operazioni chirurgiche
sugli arti che le lasciano non solo ferite nelle gambe ma, ancor di
più, una cicatrice nell’anima. Dopo la guerra diventa amica personale
di Karol Wojtyla, conosciuto durante i suoi studi di medicina a
Cracovia. È lui ad affidarla a padre Pio – e il miracolo avviene –
quando una paralisi la colpisce negli anni Sessanta. In seguito sarà
una stretta collaboratrice dell’allora arcivescovo di Cracovia: dal
1957, per 40 anni, direttrice dell’Istituto di teologia della famiglia
alla Pontificia accademia teologica della città di Wojtyla, che la
nomina membro del Pontificio consiglio per la famiglia e della
Pontificia accademia per la vita. Non rilascia mai interviste,
Wanda Póltawska. «Mi dispiace» ci dice da casa sua, a Cracovia. Quello
che aveva da dire l’ha raccontato in un libro drammatico, E ho paura
dei miei sogni (Edizioni dell’Orso), scritto come terapia
psicoanalitica, apposta per allontanare gli incubi che, tornata a casa,
la tormentavano ogni notte (il libro è uscito in polacco nel 1961, già
tradotto in inglese e solo recentemente in italiano). A Tempi confida
che è «sciocco e piuttosto insincero» ogni tentativo negazionista alla
Mahmoud Ahmadinejad. E invita «gli italiani a vedere Katyn», il
film-capolavoro di Andrzej Wajda sull’eccidio sovietico di ufficiali
polacchi, «perché questo crimine è una cosa che deve essere ricordata».
Come il dramma che la Póltawska porta come stimmate sulla sua pelle,
cicatrici quali segni della pazzia superomistica di Hitler che pensava
di rimodellare l’«umanità nuova». «È dall’uomo che dipende cosa farà di
se stesso ed è per questo che alla domanda su dove sia Dio io posso
contrapporre un’altra domanda: “Dov’è l’uomo?”. Non si può accusare Dio
delle conseguenze dell’operare umano: quest’accusa la possono fare
degli uomini ad altri uomini». Così afferma la Póltawska quando le si
chiede conto della sua fede cristiana dentro l’orrore del lager.
Ricco di spunti è il suo intervento “Quando la morte non vince”,
pubblicato in L’eclissi della bellezza. Genocidi e diritti umani,
volume che raccoglie gli atti di un omonimo convegno organizzato tempo
fa a Brescia e ora edito da Fede & Cultura (pp. 185, euro20).
«Finché viviamo, la linea di demarcazione tra il bene ed il male non
passa tra un uomo e l’altro, passa dentro ogni uomo. Puoi anche
accorgerti che, lentamente, impercettibilmente, si stia spostando verso
la bestialità, ma tu, uomo libero, puoi tendere consapevolmente
all’eroismo, alla santità». P roprio
in forza della disumana esperienza di Ravensbrück la Póltawska ha da
sempre portato avanti una causa pro-life politicamente scorretta, la
lotta contro l’aborto. «Hess e i medici ginecologi: anche loro uccidono
migliaia di persone, di bambini indifesi, ed essendo medici sanno bene
che si tratta di esseri umani. Ma nessuno li giudica, nessuno li
condanna. La legge degli uomini non difendeva e non difende i bambini».
Non ha timore di sembrare irriverente, questa anziana reduce dai
nazisti, a lottare per la difesa della vita innocente in nome di quella
dignità umana che ha visto calpestata dagli anfibi delle Ss. Alla
domanda di Tempi sul perché sia una così strenua nemica dell’aborto
risponde: «Sono cattolica e ho visto dei bambini buttati nelle fiamme
dai tedeschi». Wanda ricorda un episodio per lei illuminante:
«Durante un congresso in Austria un medico disse di avere una domanda
da fare ai teologi. Aveva un problema di coscienza, poiché aveva in
frigorifero tre embrioni congelati e non riusciva a trovare una
candidata ad essere madre. Non potei resistere: “Lei, collega, ha già
dimenticato Norimberga, perché ha questi bambini congelati?”. Al
processo di Norimberga Karl Gerardt, che aveva commissionato operazioni
sperimentali sulle ragazze di Ravensbrück – e io sono tra queste – fu
condannato a morte e la sentenza fu eseguita, mentre, dopo solo 50
anni, centinaia di medici effettuano impunemente esperimenti
pseudo-medici su bambini indifesi. Che uomini sono? Sono diversi dalle
Ss tedesche, e se sì, in che cosa? Uomini disumani, una medicina
disumana, una mascolinità disumana, una femminilità disumana,
semplicemente una umanità disumana: ma perché?». «Buttavano i neonati nel fuoco»
Proprio di fronte all’orrore nazista è nata la vocazione pro-life di
questa indomita testimone della bellezza della vita: «Io ho iniziato il
mio lavoro per difendere la vita nel campo di concentramento. Nel
campo, specialmente dopo l’insurrezione di Varsavia, erano state
internate molte donne incinte. I tedeschi non le facevano abortire,
lasciavano che partorissero, poi buttavano i bambini nel fuoco. Io più
volte ho dovuto assistere a questa scena. Allora tutte insieme ci siamo
organizzate per salvare questi neonati e siamo riuscite a salvarne
trenta. Devo dire che in seguito a questi fatti ho deciso di diventare
medico». Nel suo racconto autobiografico, intessuto di una drammaticità
asciutta, con l’autrice quasi incapace di raccontare l’orrore che ha
davanti agli occhi, la Póltawska non smentisce quella fede cattolica
che tanto la contrassegna: «No, non odiavo nel modo più assoluto. Si
trattava di qualcosa di completamente diverso: una enorme delusione,
piuttosto, per il fatto che degli esseri umani potessero fare tutto
quello a cui assistevo, che ci fossero degli esseri umani così. Non
sentivo odio per nessuno, ma sentivo che il perdono poteva darlo solo
Dio». Da Tempi 5月17日
31° Pellegrinaggio a piedi da Macerata a Loreto Sabato 13 giugno 2009 ore 20.30, Stadio Helvia Recina di Macerata PROGRAMMA - ingresso allo Stadio a partire dalle ore 18,00;
- accoglienza: festa e canti;
- testimonianze dall’Italia e dal mondo;
- arrivo della Fiaccola della Pace;
- Santa Messa prefestiva presieduta dal card. Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli;
- inizio ordinato del cammino;
- domenica 14 giugno 2009
- ore 6,30 arrivo al Santuario della Santa Casa di Loreto.
INTENZIONI DI PREGHIERA - per la pace, la giustizia e la libertà religiosa nel mondo
- per la conclusione di quest’anno scolastico, accademico e pastorale e per chi si prepara a sostenere gli esami
- per la difficile situazione economica
- perchè la Cina riscopra la bellezza della fede cristiana, testimoniata dal missionario maceratese Padre Matteo Ricci
INDICAZIONI - il
Pellegrinaggio è aperto a tutti e la partecipazione è libera. Si
suggerisce di dare la propria adesione presso i centri di raccolta,
possibilmente offrendo un contributo di 10,00 Euro per le ingenti spese
- chiunque
può farsi promotore di centri di raccolta delle adesioni. I moduli
possono essere richiesti presso la sede dell’Associazione o scaricati qui
- per il cammino si suggerisce di calzare scarpe comode, di portare ombrello o impermeabile e bevande calde
CENTRI PER LE ISCRIZIONI IN ITALIA COME ARRIVARE A MACERATA E DOVE ALLOGGIARE INDICAZIONI PER I PULLMAN
5月15日 Impossibile ma vivo Diciotto
anni fa lo schianto, il coma, poi la sentenza: «È un tronco morto».
Finché un giorno Massimiliano si è svegliato. E ha abbracciato quella
mamma ostinata  Agosto
1991. Massimiliano Tresoldi ha diciannove anni. Con alcuni amici decide
di trascorrere le ferie in Puglia, nella terra d’origine della
famiglia. Carugate-Vieste. È il suo primo viaggio in automobile di una
certa importanza. L’andata non presenta particolari problemi, la
vacanza procede serenamente. Finché la combriccola, dopo qualche
giorno, decide di cambiare destinazione. Obiettivo: le discoteche della
riviera. A Massimiliano quella variazione non piace, perciò accompagna
gli amici fino a Rimini, poi si rimette in auto per tornare a casa. È
la notte del 14 agosto, e a Carugate nessuno sa ancora di questo
rientro anticipato. Fino al giorno dopo, il 15 agosto, quando Lucrezia
ed Ernesto, i genitori, ricevono quella telefonata. Li informano che
Massimiliano è in ospedale: ha avuto un incidente nei pressi di
Melegnano, alle porte di Milano, verso le 7 di mattina. È gravissimo,
non c’è tempo da perdere. Da quel momento la vita dei Tresoldi di
Carugate cambierà radicalmente. Il figlio è in coma, la sua vita è
appesa a un filo. I medici non lasciano spazio a speranze. Massimiliano
viene trasferito al Fatebenefratelli di Milano, terapia intensiva.
Referto senza appello: il “cervelletto” è tranciato, non ci sono
possibilità di recupero. Dopo 72 ore la soluzione sembra una sola:
staccare il respiratore artificiale. Solo i due medici che prendono
servizio alla sera suggeriscono di aspettare ancora per verificare se
il ragazzo riesce a vivere senza l’ausilio delle macchine. Esiste un
paradosso: gli esami sono ottimi, Massimiliano è sano, ma è in coma.
Potrebbe non svegliarsi più e alla famiglia viene spiegato chiaramente.
Qualcuno dice: «È un tronco morto». Ma lui resiste, e dopo qualche
giorno respira autonomamente. In terapia intensiva Massimiliano
resta più di un mese, senza mai dare segni di risveglio. I medici
escludono sviluppi positivi. È necessario il ricovero in un reparto di
lunga degenza, spiegano, ma un “comatoso” richiede un’assistenza
particolare, è un onere importante anche per un ospedale. Infatti Ezia
ed Ernesto passano lunghe peripezie prima di trovare un ospedale che
accolga Massimiliano in lunga degenza. Ma il calvario è appena
cominciato. Per i medici il ragazzo “comatoso” è un ingombro, perciò
sarà la famiglia ad accudirlo. Fino a quando mamma Ezia comprende che
in quel luogo Massimiliano non migliorerà mai. È un malato ingestibile,
sottolineano tutti, ma lei non demorde: «Dopo quei mesi d’inferno,
senza alcun segno che ci lasciasse sperare – racconta la donna a Tempi
– ho deciso che dovevamo fare di più. Ho chiamato a raccolta mio marito
e gli altri miei due figli e ho comunicato la mia decisione: dovevamo
portare a casa Massimiliano. È stata dura convincerli». Medici,
amici, parenti, persino il parroco: tutti tentarono di dissuaderla. Le
dicevano che era una pura follia, un gesto irrazionale dettato dal
dolore. «Ma Lucrezia ha lottato con tenacia e forza. È stata
determinante. È lei che ci ha trainati», dice il marito. Così casa
Tresoldi si è trasformata nel ricovero perfetto per un “comatoso”, con
tutto il necessario per l’assistenza, ma soprattutto l’affetto. Per
dieci lunghi anni, quel figlio definito «un tronco morto» ha ricevuto
le visite quotidiane di amici e volontari. Tutto il paese si è riunito
attorno alla famiglia. Mamma Ezia ha trovato fisioterapisti e medici
che seguono il decorso della malattia, ha studiato le leggi e ha
imparato a esigere dalle istituzioni tutto ciò che sulla carta è
garantito a un cittadino. A casa Massimiliano è accudito tutti i giorni
come un neonato, bisognoso di cure e di interpretazione, imboccato e
coccolato. In questi dieci anni lo hanno portato al mare, in montagna,
a Lourdes, ovunque. «Quando arrivavano i suoi amici, a me sembrava
che talvolta facesse una smorfia come per sorridere», confessa Ezia.
«Quando però l’ho detto ai medici, mi hanno azzittita immediatamente,
per loro quelle erano solo mie fantasie. Io continuavo a non
arrendermi, anche se Massimiliano non dava alcun segno palese di
risveglio». Dieci anni così. Una dedizione totale. Ogni giorno Ezia
prendeva la mano di suo figlio per fargli fare il segno della croce.
Poi una sera, stanca, affranta, quella madre forte e determinata ha
avuto un momento di sconforto: «Mi sono sfogata. Gli ho proprio detto:
adesso basta, questa sera non ce la faccio. Se vuoi farti il segno
della croce, te lo fai da solo. Era una frase buttata lì, rivolta più a
me stessa che a lui. Ma improvvisamente Massimiliano ha alzato la mano,
si è fatto il segno della croce e mi ha abbracciato. Stentavo a
crederci, si era “risvegliato”». Da quel momento, giorno per giorno,
Massimiliano con piccoli segni ha iniziato a dare conferma della sua
presenza. La famiglia ha aspettato un po’ prima di avvisare i medici,
temevano la solita faccia incredula e l’obiezione di sempre: «È
impossibile». E invece il risveglio, lento, faticoso, c’è stato. E
quante sorprese. A un certo punto Massimiliano cominciò a fare strani
segni con la mano. Ma nessuno in famiglia riusciva a decifrare cosa
chiedesse. «Fu un colpo quando capimmo che stava usando l’alfabeto
muto». Il linguaggio “segreto” fatto di gesti che si impara alle
elementari per “parlare” coi compagni senza farsi beccare dalla
maestra. Massimiliano lo aveva ripescato dal fondo della memoria. Così,
un po’ a gesti e un po’ usando quell’alfabeto, la sua capacità di
comunicare col mondo è cresciuta esponenzialmente, mese dopo mese. Sono
trascorsi quasi 18 anni dal 15 agosto del 1991, quando i medici
sentenziarono la fine di Massimiliano. Poi la forza delle relazioni,
delle parole, dell’amore ha vinto su tutto. «Mi dispiace per Eluana»
«Un giorno abbiamo intuito che Massimiliano ricordava molte delle cose
vissute nel periodo di coma», racconta Ezia. «Quando ad esempio abbiamo
cercato di spiegargli il passaggio dalla lira all’euro, ci ha fatto
capire che sapeva già tutto. Anche alcuni fatti avvenuti a casa nostra
li conosceva già. Seppure “dormiente”, aveva ascoltato, si era
infastidito». Oggi Massimiliano è seguito da fisioterapisti e da una
logopedista che lo sta rieducando a parlare e a scrivere. E pensare che
doveva essere «un tronco morto». Come tutti in Italia, anche Ezia
ed Ernesto hanno seguito la triste storia di Eluana Englaro con
trepidazione e sgomento. Avrebbero voluto confrontarsi con Beppino,
raccontargli la loro esperienza. Massimiliano, seduto sul divano, ha
capito tutto. Ascoltando la tv, ha imparato a riconoscere la voce di
quel padre e a manifestare, a modo suo, tutta la sua disapprovazione
per quella scelta. Su un foglio di carta ha scritto: «Io sono contento
così. Mi dispiace per Eluana». La strada è ancora lunga e il
progresso è lento e faticoso, ma l’importante è che Massimiliano è
rinato. I Tresoldi raccontano la loro esperienza con gioia, fiduciosi
che sarà di aiuto a molti. Anche Massimiliano è contento di far
conoscere la sua vicenda. Prima di salutarlo, gli chiediamo se è
d’accordo che scriveremo di lui. Ci fa capire che possiamo farlo. Tra
pochi giorni, partirà nuovamente per Lourdes come ogni anno. Ha scritto
un messaggio da lasciare alla Madonna: «Dai la forza a mia mamma per
vivere ancora a lungo». Da Tempi 5月12日
 Sono
felicissima di annunciare a tutti i miei amici che Padre Aldo Trento
verrà a Salerno! Che grazia sarà poterlo incontrare di persona!
"Cercate ogni giorno il volto dei Santi, per trovare ristoro e sostegno
nei loro discorsi". Ecco l'invito:
Ti invitiamo all’incontro con Padre Aldo Trento mercoledì 20 maggio alle ore 19,00 al Teatro Augusteo di Salerno Padre
Aldo Trento è Missionario in Paraguay dal 1989 dove ha dato vita ad
iniziative di carattere educativo, formativo, sanitario, sociale,
assistenziale, imprenditoriale. Tali opere, a favore degli abitanti
di Asunciòn, sono di alto valore sociale a vantaggio della nazione
intera come hanno riconosciuto anche le autorità istituzionali e di
governo del Paraguay. Padre Aldo ha un legame particolare con la
nostra terra poiché è stato, a metà degli anni settanta, in missione
tra i figli dei carcerati in un Istituto di Salerno e, nell’anno
scolastico ‘74/75, insegnante di Religione presso il Liceo Scientifico
“Enrico Medi” di Battipaglia. Quell’esperienza, come ancora oggi
ricorda in numerosi scritti e negli interventi pubblici e privati, è
stata la svolta della sua vita. Recentemente ci ha scritto: “Sarò
con voi per quanto mi è accaduto con quei ragazzi del Liceo Scientifico
di Battipaglia. A loro debbo tutto, perché mi hanno aiutato a ritrovare
il «senso quasi smarrito di una vocazione»” . Grazie a questi studenti, viene introdotto in un rapporto filiale con don Luigi Giussani che lo «accolse come solo lui sapeva fare» conducendolo, poi, ad Asunciòn, dove sta vivendo la più grande avventura della sua vita. Comunione e Liberazione
5月10日
 Nel
buddismo l’uomo che si appoggia alle cose è paragonato a un uomo che
precipita giù per un precipizio che sprofonda nel mare, trova un ciuffo
d’erba e ci si attacca: sotto c’è l’abisso, sopra non può più salire.
Ma attaccato a questo ciuffo d’erba c’è un topo che rosicchia le radici
dell’erba: vi immaginate il terrore dell’uomo che sta per precipitare
giù in questo abisso? Ecco” proseguiva don Barsotti “l’uomo vive
questo. Noi cerchiamo di dimenticarlo ma viviamo questo, perché c’è la
morte e, nella morte, questo abisso che è come il nulla. Invece, ecco
Dio: Lui ti porta sulle sue ali. C’è l’abisso – sì, anche quando c’è
Dio c’è l’abisso – ma tu sei portato sulle ali dell’aquila… Ecco la
vita dell’anima: si vola sopra gli abissi e si va verso Dio, come
l’aquila va verso il sole. Fonte
5月9日
Il Papa con la kefiah donatagli nella visita al Centro ''Regina Pacis''. di Marinella Bandini
La sfida rilanciata “fermamente” da Benedetto XVI è quella di
«coltivare il vasto potenziale della ragione umana». Come lo spiega lui
stesso: «Quando la ragione umana umilmente consente ad essere
purificata dalla fede non è per nulla indebolita; anzi, è rafforzata
nel resistere alla presunzione di andare oltre ai propri limiti» e
«viene rinvigorita nell’impegno di perseguire il suo nobile scopo di
servire l’umanità. L’adesione genuina alla religione - lungi dal
restringere le nostre menti - amplia gli orizzonti della comprensione
umana». La fede - ha detto il Papa - «non sopprime la ricerca della
verità; al contrario l’incoraggia». Una facile applicazione è il campo
educativo. In Terra Santa la Chiesa cattolica gestisce molte
istituzioni scolastiche. In paesi come la Giordania le scuole
cattoliche sono quelle in cui più che altrove avviene una convivenza
tra cristiani e musulmani. Anche in Israele, dove il Papa sarà tra un
paio di giorni. Chi lavora in queste opere ripete che la via per la
pace è la conoscenza, non quella astratta, non lo studio delle
religioni, ma la condivisione della vita, gomito a gomito sui banchi di
scuola, fianco a fianco nelle attività ricreative, studiando insieme le
partiture musicali a Gerusalemme Est. Su questo humus nascerà
la prima università del Patriarcato latino in Giordania, a Madaba. «Non
soltanto una tribuna per consolidare l’adesione alla verità e ai valori
di una specifica cultura, ma anche un luogo di comprensione e di
dialogo» per «disperdere l’ignoranza e il pregiudizio», e «spezzare gli
incantesimi creati da ideologie vecchie e nuove». (continua...) Grazie a Tracce
 Don
Gianni, prego perché tu possa riposare in quella pace che non era nella
tua natura. Eri militante, malizioso, ambiguo, farfugliante nell’orale
e poco comprensibile anche nello scritto. Diventavi più preciso solo
quando parlavi di malvagità dell’uomo. Indicavi il suo esatto
domicilio: l’anima. Peccato che i tuoi libri fossero sconosciuti al
grande pubblico, che ignora quanto i veri pericoli provengano dallo
spirituale, non dal carnale. Apro “Profezia” e leggo: “La prima traccia
certa dell’infinità della sostanza dell’anima sul corpo è che essa può
odiare senza limiti.” In pratica dicevi che l’anima è insaziabile e
quindi potenzialmente molto più cattiva e pericolosa del corpo, che non
è poi così difficile appagare. Com’eri cattolico, don Gianni, e com’era
bello il mare di Genova dalla tua finestra di Carignano. di Camillo Langone Il Foglio
5月8日
.jpg) Siamo
anche noi parte di quel corpo della Chiesa che è vicino e sostiene,
magari a volte solo con la preghiera, i cristiani dell Terra Santa
- che, ricordiamo, non é solo costituita da Israele ma da tanti stati
arabi -, e che auspica che tutti i figli di Dio si riuniscano. Il Papa ci invita a pregare SamizdatOnLine
[…]
C’è un’altra intenzione per la quale oggi vi invito a pregare: il
viaggio in Terra Santa che compirò, a Dio piacendo, dal prossimo
venerdì 8 maggio al venerdì 15. Sulle orme dei miei venerati
predecessori Paolo VI e Giovanni Paolo II, mi farò pellegrino ai
principali luoghi santi della nostra fede. Con la mia visita mi
propongo di confermare e di incoraggiare i cristiani di Terra Santa, che devono affrontare quotidianamente non poche difficoltà. Quale Successore dell’apostolo Pietro, farò loro sentire la vicinanza e il sostegno di tutto il corpo della Chiesa.
Inoltre, mi farò pellegrino di pace, nel nome dell’unico Dio che è
Padre di tutti. Testimonierò l’impegno della Chiesa Cattolica in favore
di quanti si sforzano di praticare il dialogo e la riconciliazione, per
giungere ad una pace stabile e duratura nella giustizia e nel rispetto
reciproco. Infine, questo viaggio non potrà non avere una notevole
importanza ecumenica e inter-religiosa. Gerusalemme è, da questo punto di vista, la città-simbolo per eccellenza: là Cristo è morto per riunire tutti i figli di Dio dispersi (cfr Gv 11,52). Argomenti correlati: Amman attende il Papa - Tempi Le speranze della comunità cristiana - Radioformigoni Speciale Papa in Israele - Tempi
5月7日
«Una
Onlus per aiutare i bambini come faceva Nicola». Il ricordo diventa
opera per la famiglia di uno dei militari uccisi in Iraq tre anni fa  Era
il 27 aprile 2006 quando a Nassiriya persero la vita, per mano di un
vile attentato, i militari dell’esercito italiano Nicola Ciardelli,
Carlo Di Trizio, Franco Lattanzio, il maresciallo dei carabinieri
Enrico Frassinito ed il caporale della polizia militare romena, Bogdan
Hancu. A distanza di tre anni, dell’attenzione che i media riservarono
allora all’attentato è rimasto ben poco. Eppure la memoria di quelle
bare rientrate in patria avvolte nel tricolore è rimasta viva nel
paese. A sostenerla, senza piagnistei, ma con forza, tenacia e opere,
le famiglie degli uomini scomparsi in quella terra lontana. A Pisa,
lunedì 27 aprile, giorno del terzo anniversario dell’attentato, Tempi
ha incontrato Federica Ciardelli, sorella di Nicola, a capo di una
associazione onlus nata in suo nome per aiutare i bambini provenienti
da ogni parte del mondo e bisognosi di cure mediche. Con la
collaborazione delle istituzioni e delle forze militari, Federica ha
organizzato una giornata commemorativa, che ha segnato in maniera molto
incisiva la sensibilità della città. «Il significato di questa
giornata, che non a caso abbiamo voluto definire “giornata della
memoria”, è quello di ricordare Nicola e gli altri caduti in un modo
che non fosse sterile e fine a se stesso, ma concreto, mantenendo viva
la memoria di un evento che ha profondamente scosso la vita del nostro
paese attraverso la trasmissione di un messaggio di valore, speranza e
solidarietà. Abbiamo voluto estendere a tutti la partecipazione a
questa giornata, dalle più alte cariche dello Stato ad ogni singolo
cittadino, non perché volessimo enfatizzare la figura di Nicola, ma
perché ci è sembrato importante trasmettere in modo semplice, senza
retorica, questo messaggio di speranza e di pace». Ma chi era
Nicola Ciardelli? Le cronache parlano di un maggiore del 185°
reggimento Paracadutisti ricognizione e acquisizione obiettivi Folgore
impegnato sul fronte iracheno nella missione Antica Babilonia. Taluni
hanno contestato la definizione di “missione di pace” in riferimento a
questo tipo di operazioni, ma l’esperienza e l’attività di suo
fratello, non può altro che inserirsi in questo contesto. Ci può
raccontare che cosa rappresentava per lui l’impegno in quella terra
martoriata dalla guerra? Nicola ha partecipato a numerose missioni
di pace, sempre animato da una forte determinazione, un altissimo senso
del dovere, ma soprattutto una grande sensibilità verso i più deboli e
quindi verso i bambini. Le motivazioni che lo portavano ogni volta a
partire non erano dettate da uno spirito di avventura o dalla ricerca
di facili guadagni, ma dalla convinzione di portare un contributo utile
per migliorare le condizioni di chi ogni giorno vive in condizioni
estreme, a rischio quotidiano della propria vita. Dopo la morte di
Nicola, lei, altri familiari ed alcuni amici, avete deciso di fondare
l’associazione Nicola Ciardelli Onlus per onorare la sua memoria e
soprattutto per aiutare i bambini bisognosi di cure di quelle regioni e
non solo. Cosa vi ha spinto a farlo? Molti di coloro che potreste
aiutare potrebbero essere figli, parenti, amici, proprio dei carnefici
di quella strage. Qual è stata la leva che vi ha permesso di superare
il dolore e tradurlo in un’opera di solidarietà? Il desiderio di
tradurre il nostro dolore in atti di solidarietà è stato praticamente
immediato. L’ultima volta che avevo parlato con Nicola, mi aveva molto
impressionato il suo turbamento per le difficoltà riscontrate nel
trasportare un bambino iracheno ammalato nel nostro paese. Nei giorni
immediatamente successivi alla sua morte, ho potuto parlare con padre
Mariano Asonis, capellano della Brigata Sassari, che ha vissuto gli
ultimi mesi a contatto diretto con Nicola e da lì è nato tutto. Nella
realtà, né io e neppure la mia famiglia, abbiamo mai covato sentimenti
di odio. Dolore e sofferenza certamente, ma mai odio. È come se
ricordare Nicola volesse dire alimentare la speranza. Abbiamo voluto
collegare la commemorazione dell’attentato con le attività portate
avanti dall’associazione che presiedo, proprio perché pace, speranza e
solidarietà costituiscono il messaggio che con questo progetto e con
questa giornata si vuole trasmettere a ciascuno, perché se un evento
tragico e doloroso come la morte può strapparci una persona cara, non
può però cancellare i sentimenti che quella persona portava nel cuore e
dei quali è per noi oggi un dovere farci portavoce affinché si
rafforzino sempre di più. Oggi l’istituzione militare si avvicina
all’universo dei bambini con tante attività e tanti giochi, proprio
come Nicola, nel corso delle missioni, si è avvicinato a questo
meraviglioso universo. Io credo che se noi siamo capaci di guardare con
il cuore agli eventi di Nassiriya, al sacrificio delle vite di tanti
militari italiani, che costituiscono un grande patrimonio di pace per
il nostro paese, allora possiamo vedere come, con la sua vita, Nicola
ci ha indicato una particolare quanto straordinaria via per la pace,
che ha avuto la vita dei bambini al primo posto. Che cos’è la Casa dei bambini di Nicola?
La Casa dei bambini di Nicola è un centro che sarà destinato
all’accoglienza dei bambini provenienti da ogni parte del mondo e
bisognosi di cure mediche in Italia, che verranno qui accolti
unitamente ai loro familiari. È un progetto nato in collaborazione con
la Croce rossa italiana, con l’ospedale Meyer di Firenze, che si
occuperà della cura di questi bimbi, della Regione Toscana e di altri
soggetti, che si sono interessati più recentemente e che potrebbero
portare alla possibilità di ampliare il progetto originario,
consentendoci di garantire ospitalità ad un maggior numero di bambini.
Nello statuto della vostra associazione avete scritto: «Il nostro
obiettivo è portare avanti il progetto di Nicola e far sì che anche da
un evento tragico come quello del 27 aprile 2006 possa nascere un
messaggio di speranza». In questi primi anni di attività, in che modo
siete riusciti ad alimentare e rendere vivo questo anelito? Io mi
sono accorta di una cosa: parlando con le persone si ottengono grandi
cose. Non servono discorsi pomposi o le prime pagine dei giornali. È
necessario incontrare le persone, guardarle negli occhi. Tutte le volte
che mi è stato possibile farlo, ho percepito sensibilità e genuinità
che poi si sono tradotte in aiuti concreti. Sì, io dico che la speranza
va alimentata continuamente con opere, coraggio e umanità. Fonte Tempi
5月6日 di Massimo Camisasca 06/05/2009
Salve Regina
La preghiera inizia con un indirizzo di saluto, come l’Ave Maria.
Mentre l’angelo non aveva bisogno di catturare la benevolenza di Maria,
noi sì. Perciò lui dice: “Ave Maria”, noi: “Ave Regina”. È una
comprensibilissima ricerca di benevolenza. E poi Maria è contenta di
sentirsi chiamare Regina, perché tutto ciò le ricorda la regalità di
suo Figlio.
Quando ascolto le litanie lauretane musicate da Mozart, mi par di
sentire in quel “Regina”, che è un’esplosione ferma e dolcissima
assieme, supplicante, le voci degli uomini e delle donne che ricorrono
a Lei, perché lei può tutto. La sua regalità le deriva dalla regalità
del Figlio, che ora siede alla destra di Dio.
La regalità di Maria è celebrata nel bellissimo mosaico di Santa Maria
in Trastevere. Gesù incorona e abbraccia Maria. Siedono l’uno accanto
all’altra sullo stesso trono. Maria partecipa della regalità di Gesù.
Nello stesso tempo è una madre, ha il cuore segnato dalla compassione
per i suoi figli, che è la stessa compassione che ha avuto per suo
Figlio. Vuole che i suoi figli partecipino della stessa gloria che
avvolge suo Figlio.
madre di misericordia
Poi la invochiamo come madre. È il nome più importante da collocare
accanto a Maria, più importante ancora di quello di Vergine, di
Immacolata, di Regina, di Assunta. Tutto ciò è in vista o in ragione
della sua divina maternità.
Madre di Dio, per questo è madre di misericordia. Dio è misericordia e
ha mandato suo Figlio per rivelarlo a tutto il mondo, a tutti gli
uomini. Ella dunque è la madre di Colui che è misericordia (“Il nome
della misericordia è Gesù”, ha scritto Giovanni Paolo II nella Dives in misericordia), è Lei che ci ottiene il perdono dei peccati e le grazie necessarie.
vita, dolcezza, speranza nostra
Dobbiamo pensare a Maria come madre di Gesù, come colei che ci ha donato e ci dona continuamente Gesù.
Ella è dunque la vita perché ha portato in grembo Colui che è la vita e
lo ha donato a tutti noi. È la dolcezza perché Gesù è la dolcezza:
“Iesu dulcis memoria… sed super mel et omnia… nihil cogitatur dulcius”.
E poi è la speranza perché porta a noi Colui che è la speranza.
Giussani ha commentato stupendamente: tu sei la certezza della nostra
speranza. “Il tuo amore per noi e per tuo Figlio ci rende certi che ci
donerai sempre tuo Figlio e sempre ci strapperai al male.”
A te ricorriamo, esuli, figli di Eva
A te sospiriamo, gementi e piangenti in questa valle di lacrime
La sguardo della preghiera da Maria si rivolge ora agli uomini, a noi.
E ci considera sotto due aspetti: figli di Eva ed esuli. Figli di Eva,
cioè segnati dal peccato originale e quindi dai peccati. Siamo segnati
da mille ferite, deboli, fiaccati, disorientati, come “pecore senza
pastore”, lontani dal vero e dal bene, lontani dalla patria e perciò
esuli. Il nostro male diventa grido, sospiro, invocazione. I nostri
sospiri si mescolano alle lacrime e ai gemiti. Quanto è realistico
questo passaggio della preghiera!
Valle di lacrime, così è chiamato questo mondo, questa vita, quasi un
nome geografico e assieme spirituale. Bisogne-rebbe tradurre: valle
delle lacrime, valle segnata dalle lacri-me. Le lacrime sono la
caratteristica più emergente di questa vita: lacrime di angoscia, di
paura, lacrime di chi è lasciato, maltrattato, deriso, colpito,
violentato, lacrime di chi non ha più nessuno, di chi ha fame, di chi
ha freddo, di chi ha subito ingiustizia. Le lacrime diventano
invocazione di liberazione, di riscatto.
Si entra così nella realtà delle beatitudini: “Beati voi che piangete”.
Su dunque, avvocata nostra, rivolgi a noi i tuoi occhi pieni di misericordia
La preghiera si rivolge poi a Maria chiamandola: avvocata.
Anche lo Spirito Santo è chiamato avvocato nel vangelo di Giovanni.
Avvocato di Gesù presso il Padre, nostro avvocato presso il Padre. Così
Maria. Ella interviene in nostro favore per stornare, per allontanare
da noi la giusta ira del Padre. Come in ogni buona famiglia, la mamma
supplica il padre di non essere troppo duro con i figli. Tira fuori dal
padre quel lato misericordioso che egli ha già dentro di sé, ma che
l’affetto della madre per i figli fa risaltare.
Da queste parole si vede quanto Dante avesse meditato la Salve Regina.
Gli occhi di Maria, rivolti prima verso il Padre a supplicarlo, si
rivolgono ora verso di noi, per darci la certezza dell’assistenza, del
perdono, dell’affetto.
Come in Dante, è un triangolo di affetti al cui centro stanno gli occhi e il cuore di Maria.
Mostraci, dopo questo esilio, Gesù, frutto benedetto del tuo ventre,
O clemente, o pia, o dolce vergine Maria.
C’è un punto a cui tende tutta la preghiera, come una
freccia scoccata verso il suo obiettivo: mostrarci Gesù. La Salve
Regina è come una invocazione a Maria affinché ci mostri Gesù. Maria da
sempre è vista dal popolo come colei che porta a Gesù, che indica Gesù,
che rivela Gesù.
Come lo ha generato un tempo, frutto benedetto del suo ventre, così ora
lo genera in chi lo domanda, per farci uscire dal nostro esilio.
nell'immagine: Marko Rupnik, La Madre di Dio, Chiesa della Nostra Signora e Martiri Canadesi, Roma Fraternità San Carlo 5月4日
 Reuben Pantier Sì, Emily Sparks, le tue preghiere non furono dette al vento, il tuo amore non fu del tutto vano. Io devo quel che fui in vita alla tua speranza che non voleva disperare di me, al tuo amore che seguitò a vedermi buono. Cara Emily Sparks, voglio dirti la mia storia. Ti risparmio l'operato di mio padre e mia madre: la figlia della modista mi cacciò nei guai e me ne andai per il mondo, in mezzo a ogni sorta di pericoli, il vino, le donne, i piaceri. Una notte, in una stanza di Rue de Rivoli, bevevo vino insieme a una cocotte dagli occhi neri e i miei si riempirono di lacrime. Lei le credette lacrime d'amore e sorrise al pensiero di. avermi conquistato. Ma la mia anima era mille miglia lontano, quando eri la mia maestra a Spoon River. E proprio perché non potevi più amarmi, né pregare per me, né scrivermi, l'eterno silenzio parlò in tua vece. E la cocotte dagli occhi neri prese per sé le lacrime, e anche i baci bugiardi che le davo. Da quel momento ebbi non so che nuova visione- Cara Emily Sparks! Emily Sparks Dov'è il mio bambino, il mio bambino- in quale remota parte del mondo? Il bambino che a scuola amavo più di tutti?- Io, la maestra, la vecchia zitella, il vergine cuore, che li sentivo tutti miei figli. M'ingannai col mio bambino a giudicarlo uno spirito ardente, attivo, mai pago? Oh, bambino, bambino, per cui pregai e pregai in tante ore di veglia la notte, ricordi la lettera che ti scrissi sulla bellezza dell'amore di Cristo? E che tu l'abbia ricevuta o no, bambino mio, dovunque tu sia, opera per la salvezza dell'anima tua, che tutto il fango, tutta la feccia in te, ceda finalmente al fuoco che è in te, finché il fuoco sia solo luce!... Solo luce!
(Antologia di Spoon River) 5月3日
 Ho letto su Il Giornale
di stamattina, questo gustoso articolo di Stefano Lorenzetto, che
racconta di "comunicazioni paranormali" del mito dei giornalisti: Intro
Montanelli. Mah, che vi devo dì?... Finchè c'è fede c'è speranza!
"Alle
16.35 del 22 aprile, giorno in cui avrebbe compiuto 100 anni, Indro
Montanelli ha detto: «Sono molto felice di essere così amato e pensato.
Io so tutto quello che state facendo. Mi piacerebbe parlare martedì in
diretta per telefono perché devo dire quattro parole a Lorenzetto. Così
non avrà più dubbi». Lo ha detto a un suo ex redattore, Nicola Fudoli,
originario di Ciminà (Reggio Calabria), sposato, due figlie, che abita
a Milano e che di anni ne ha compiuti 76 lo scorso gennaio. Due giorni
prima, il 20 aprile, il caro estinto aveva detto allo stesso Fudoli:
«Sono felice che finalmente si siano decisi a fare il lavoro giusto.
Verrà un bell’articolo». Parlava di Mario Giordano, il direttore seduto
da 19 mesi al posto che fu suo qui al Giornale, e del
sottoscritto. Secondo me si sbagliava. Siamo tanto indecisi, non so se
sia il lavoro giusto e temo che alla fine non verrà fuori un
bell’articolo. Ma in qualche modo glielo dovevamo. Al Fondatore,
intendo. Dall’aldilà ci teneva a far sapere questo a voi, i suoi
inconsolabili lettori: «Io sto benissimo, sono alla luce e splendo di
luce perpetua. Qui tutto è una meraviglia». Potevamo tenercelo per noi?
Ci abbiamo meditato a lungo. Ma dài, ma no, ma ti pare. Alla fine ci
siamo buttati. I tipi italiani sono così da 450 settimane: prendere o
lasciare. Tutto comincia un mese fa, quando mi telefona Adele
Perego, che non sentivo da anni. Dalla fondazione del Giornale fino al
2002 è stata la segretaria di tutti gli amministratori delegati di
questo quotidiano. Mi parla di Fudoli, che io non ho mai conosciuto:
«Vorrebbe esporle una vicenda molto delicata, della quale anch’io sono
stata testimone. Ma teme d’essere frainteso, ha persino paura a
telefonarle». Tranquillizzi Fudoli, le rispondo, e gli dica di
chiamarmi quando vuole. L’anziano collega si fa vivo dopo qualche
giorno. Passiamo subito al tu, il pronome personale d’ordinanza fra
giornalisti. A fatica riesco a strappargli l’oggetto dell’ipotetica
conversazione che dovremmo avere: «C’è di mezzo Montanelli». In che
senso? «Mi parla dal paradiso». Questo qui è suonato, penso fra me.
Però penso anche che in Italia abbiamo dato la prima pagina a un
presidente del Consiglio persuaso d’aver individuato durante una seduta
spiritica il luogo dove le Brigate rosse tenevano prigioniero Aldo
Moro. Perché Romano Prodi sì e Nicola Fudoli no? «Non si tratta
assolutamente di sedute spiritiche», s’inalbera il mio interlocutore.
«Né medium, né piattini, né tavolini a tre gambe. Tutto avviene nella
grazia di Dio, dopo aver fatto il segno di croce e recitato un Pater,
un’Ave e un Gloria». Prendo informazioni su Fudoli da coloro che hanno lavorato al Giornale
prima che ci arrivassi io. Nessuno è a conoscenza di turbe psichiche
attuali o pregresse. Curriculum rispettabile: giornalista dal 1953,
esordio alla Gazzetta del Sud di Messina, parentesi alla Tribuna del Mezzogiorno, quindi all’Ora di Palermo; poi nel 1970, con i soldi dell’armatore repubblicano Amedeo Matacena, fondatore e direttore di Nuovo Sud, il quotidiano della rivolta popolare in difesa di Reggio Calabria capoluogo; trasloco all’Arena di Verona, da dove - su raccomandazione dello scrittore Cesare Marchi, grande amico di Montanelli - emigra a Milano, al Pagina 1 - 2 - 3 - 4 - 5 (continua a leggere...)
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