rita 的个人资料Windows Live Spaces di ...照片日志列表更多 工具 帮助

日志


7月31日

GESU' DI NAZARETH

Carròn legge il Gesù di Nazareth di Joseph Ratzinger                                            [dieci2.jpg]

A lato, Monreale, Gesù guarisce i dieci lebbrosi. By courtesy of I Limoni.

Dal sito di Comunione e Liberazione e per gentile segnalazione di Giorgio Razeto vi proponiamo questo intervento di Julián Carròn che introduce alla lettura del Gesù di Nazaret di Benedetto XVI. L'incontro ha avuto luogo nella Cattedrale di Palermo lo scorso 22 maggio 2008

Il mio intervento vuol essere un invito alla lettura del libro, un tentativo di facilitare a coglierne la portata e la singolarità. Non una sostituzione alla lettura personale del libro.

Lo scopo del volume lo troviamo descritto nell'introduzione, quando con un ricordo della sua giovinezza Benedetto XVI ci pone davanti alla sfida che si propone di affrontare. Egli ricorda come nella sua giovinezza avesse letto libri bellissimi sulla figura di Gesù, opere che definisce entusiasmanti. "In tutte queste opere l'immagine di Gesù Cristo veniva delineata a partire dai Vangeli: come Egli visse sulla terra e come, pur essendo interamente uomo, portò nello stesso tempo agli uomini Dio, con il quale, in quanto figlio, era una cosa sola. Così, attraverso l'uomo Gesù, divenne visibile Dio e a partire da Dio si poté vedere l'immagine dell'autentico uomo" (p. 7). Ma subito il Papa afferma: a cominciare dagli anni cinquanta la situazione cambiò. Lo strappo tra il 'Gesù storico' e il 'Cristo della fede' divenne sempre più ampio e cominciò un periodo di diffidenza lungo duecento anni. La Chiesa – come vedremo meglio dopo – si era avvicinata ai documenti che parlavano di Gesù con tutta la fiducia di un figlio nella madre che gli consegna i libri contenenti la testimonianza completa che ha ricevuto. Proprio questa fiducia nei documenti cristiani si è incrinata in un certo momento della storia, con l'introdursi di un sospetto nei confronti della storicità di essi.

Con l'inizio dell'indagine moderna delle Scritture, fa capolino il dubbio sul valore storico degli scritti del Nuovo Testamento in generale e del Vangelo in particolare. Il fatto che questi scritti fossero opera dei cristiani dava adito ai sospetti. Secondo questa mentalità, nata dall'illuminismo, questi documenti ci trasmettono quello che i cristiani pensano di Cristo, non quello che realmente è successo vale a dire ciò che ha fatto e ha detto Gesù di Nazaret. Per poter arrivare – sostiene questa mentalità – al vero Gesù, al Gesù reale non travisato dalla fede cristiana, bisogna eliminare dai documenti quello che i cristiani Gli hanno attribuito, specialmente la Sua divinità.

Per questo – dice il Papa nell'introduzione – i progressi di questa ricerca portarono a ricostruzioni contrastanti di questa figura, con esiti che rispecchiano assai più la personalità degli autori che non reali indagini storiche. Il risultato comune di tutti questi tentativi è l'impressione che si sappia ben poco di certo su Gesù, e che dunque solo in seguito la fede nella Sua divinità abbia plasmato la Sua immagine. Come esempio basta sfogliare uno dei tanti recenti libri pubblicati sul tema in Italia (Gesù Ebreo di Galilea di Giuseppe Barbaglio), per vedere come nella stessa prefazione venga fatto l'elenco di una serie impressionante di ipotesi e ricostruzioni di questa figura di Gesù di Nazaret: per alcuni è un carismatico, per altri un profeta, per altri un filosofo cinico, per altri un rivoluzionario sociale. Per tutta risposta, lo stesso autore, dopo aver relazionato queste teorie, va ad affermare: "Solo per ingenuità e colpevole leggerezza, a cui non sono sfuggiti alcuni studiosi segnalati sopra, si può pensare di dire 'ecco il vero Gesù'".

Esattamente questa è l'ingannevole impressione che grava culturalmente su tutti noi: che di Gesù possiamo sapere poco, e che siamo addirittura ingenui nel credere ancora nella verità di questa figura! Continua il Papa: "questa impressione, nel frattempo è penetrata profondamente nella coscienza comune della cristianità" (p. 8). Tanti cristiani non hanno mai letto questi libri, ma è come se il virus di questo sospetto fosse entrato dentro di loro. Continua...
Grazie al Centro Culturale di Lugano
7月30日

IL NEMICO

http://www.amicigg.it/lettere/imm/demonio2.gif

 

I Cristiani descrivono il Nemico come uno "senza il quale Nulla è forte". E il Nulla è assai forte: è tanto da rubare all'uomo gli anni migliori non in dolci peccati, ma in una terribile volubilità della mente che si aggira in non sa che cosa senza saperne il perchè, nell'appagamento di curiosità così deboli che ne è consapevole soltanto a metà, nel fare il tamburiello con le dita e battersi i tacchi, nello zufolare ariette che non gli piacciono, o nel lungo, oscuro labirinto di sogni privi perfino di quel piacere o di quell'ambizione che diano loro un certo gusto, ma che, una volta che un incontro fortuito abbia dato il via, la creatura è troppo debole e troppo intossicata per scrollarli da sè. Dirai che questi sono peccati veniali. Senza dubbio, come tutti i tentatori giovani, tu hai una gran voglia di poter fare un rapporto con qualche delitto spettacolare. Ma ricordati che la sola cosa che ha importanza è la distanza con la quale riuscirai a separare il giovanotto dal nemico. La piccolezza dei peccati non ha importanza, purchè il loro effetto cumulativo scacci l'uomo nel Nulla, lontano dalla Luce. Un assassinio non è migliore delle carte da gioco, se le carte riescono a fare il gioco. La strada più sicura per l'Inferno, ricordalo, è quella graduale - è il dolce pendio, il soffice suolo, senza brusche voltate, senza pietre miliari, senza indicazioni. Tuo affezionatissimo Zio. Berlicche.

 

Clive Staples Lewis 1898-1963, Le Lettere di berlicche, 1942

7月29日

FERITI DALLA BELLEZZA

Volti e Stupore – Eraclea Mare -  23 Luglio 2008

 

Volti e Stupore

Presentazione organizzata dall’Associazione "Fra terra e cielo"

Guarda le foto della serata (qui)

Articolo che verrà pubblicato a cura dell’Associazione su: "Gente Veneta"

 

Fabio Cavallari"La bellezza come introduzione al vero": questo il leit motiv della serata che si è svolta mercoledì 23 luglio nella splendida cornice della chiesetta all’aperto in via dei Lecci ad Eraclea mare. Occasione del dibattito, a cura dell’Associazione culturale "Fra terra e cielo", è stata la presentazione del libro "Volti e stupore: uomini feriti dalla bellezza" (Ed. San Paolo) alla presenza di uno degli autori Fabio Cavallari, giornalista e scrittore. Il libro rappresenta un emozionante percorso attraverso storie di esseri umani vere, a tratti dure, altre volte tenere ed emozionanti alle quali la coautrice Suor Maria Gloria Riva, religiosa ed artista, affianca in chiave di lettura un’opera d’arte moderna. Outsider della serata non poteva che essere l’amato don Giampaolo, artista e parroco di Torre di Fine, al cui territorio appartiene la chiesetta di Eraclea mare. "La vera bellezza" ha esordito Cavallari" non è quella appariscente, quella che salta agli occhi ma quella che si nasconde nelle pieghe del quotidiano, nell’impegno di ogni giorno, nelle fatiche e nella dedizione di un padre e di una madre", non certamente nei volti di plastica della pubblicità. Per questi uomini, per i quali ad una lettura distaccata proveresti, al massimo, un sentimento di pietà per quello che hanno dovuto sopportare nella vita, scorgi, attraverso la lettura di un’opera d’arte, che la realtà oltre le apparenze è buona ed è bella perché richiama ed invita a guardare oltre l’immediatezza.  Ha colpito molto il pubblico, fatto di amici attenti e turisti incuriositi, il racconto della casa di Fabio, costruita da suo padre con la cura di chi vuole viverci con la propria famiglia perché sia sacramento cioè segno di un dono d’amore che perduri nel tempo a cui Suor Maria Gloria affianca sapientemente un quadro di Chagall, "Io e il mio villaggio", in cui leggiamo, attraverso i simbolismi propri della cultura ebraico-russa, i segni della vita come dono che si rinnova. Oppure il racconto de "La ronda dei carcerati" di Van Gogh che con l’aiuto di don Giampaolo abbiamo "letto" nei finissimi dettagli di un uomo, colto e raffinato, che ha saputo fare delle proprie sofferenze un inno alla libertà ed alla Grazia. Saremmo stati lì ancora molto a sentir parlare di come l’arte educhi ad uno sguardo umano sulla realtà e su come l’artista sappia assumere su di sé i conflitti ed i tremori della sua epoca, trasformandoli in energia creativa che attraversa il tempo e che richiama l’uomo al suo destino ultimo il cui compito non è attendere ma riconoscere.

Grazie a questi amici che ci hanno proposto questo magnifico libro; la cui lettura fa riflettere e commuovere, dove si gusta il mistero dell'amicizia e la bellezza dell'arte ammirata con cuore libero e nuovo, una passione per l'uomo e per la vita. Grazie a Fabio Cavallari di averlo riproposto.

IL '68 E L'ETERNA GIOVINEZZA

http://www.liberidieducare.it/public/istituti/immagini/69691e7cd4b4f2686d07034597e21d53.jpg
A proposito di don Giussani, di un suo libro appena uscito e del prossimo Meeting…Qualcosa che ha a che fare col nostro desiderio inappagato di felicità prendendo spunto dai 40 anni del ‘68
Il fatto è clamoroso, ma nessuno lo nota. Eppure non si fa che parlare del quarantennale del ‘68. C’è un solo movimento, nato nel ’68, che sia tuttora vivo (e tuttora un movimento di giovani). E’ Comunione e liberazione, cioè quello che era considerato “strano”: quello “disarmato”, odiato e aggredito (120 attentati nel volgere di alcuni mesi, pestaggi e fiumi di calunnie).

Nessuno degli altri movimenti giovanili che infiammarono una generazione e avevano dalla loro parte i media e il pensiero dominante è sopravvissuto. Estinti come i dinosauri, che sparirono perché erano troppo forti di potenza mondana, terrena.

Oggi che si rievoca quel sommovimento, con i miti e i riti di allora, bisogna interrogarsi sul “segreto” di don Giussani che attraversa i decenni, sulla sua vera forza, su quell’ “eterna giovinezza” che infiamma il cuore dei figli, nel 2008, come infiammò i cuori dei loro padri nei lontani anni Settanta. Ma giornali e cattedre sono perlopiù in mano a ex sessantottini che – pur brillanti e trasgressivi – hanno paura di spingere la riflessione su se stessi così a fondo. Anche perché riflettere (oltre le solite riduzioni alla politica e alle banalità dei giornali) su un fenomeno come quello nato da Giussani costringerebbe a mettersi in gioco, a dire “io”, a guardare dentro di sé, il proprio inappagato desiderio di felicità, la propria povertà individuale e generazionale. Perciò non si è mai capito dove stava davvero la forza e la “giovinezza” di Giussani e di quello che è nato da lui. Nessuno lo capì anche allora. I cronisti andavano nei porticati della “Cattolica” di Milano in quei concitati mesi del ’68 e raccontavano la “forza” del movimento studentesco. Quei capetti e le masse urlanti parevano destinati a cambiare il mondo.

Nessuno degnò di attenzione quella cosa diversa che stava nascendo, che era come un filo di stupore destato nel cuore di alcuni giovani da un prete brianzolo che parlava loro di Gesù e ne parlava in un modo così travolgente che quelli si sentivano trafiggere e sentivano un’eco profonda dentro e una specie di commozione per le proprie persone e il proprio destino e un desiderio di seguirlo e si sentivano più se stessi, più autentici, desiderosi di abbracciare il mondo.

Del resto anche gli storici dell’epoca di Augusto scrivevano dell’imperatore e pensavano che fosse lui il padrone del mondo. Non si interessavano certo di una giovane e “irrilevante” ragazzina, alla periferia dell’impero, nella sperduta Nazaret. Eppure sarebbe stata lei, col suo sì, a cambiare il mondo e a diventarne la regina per sempre. Spazzando via anche l’impero. E il cronista che fosse stato a Gerusalemme quel 7 aprile dell’anno 30, avrebbe parlato del potere di Pilato, emanazione di Roma, e della casta sadducea capeggiata da Caifa e di Erode: questi erano quelli che contavano, che facevano la storia, non certo quel Gesù di Nazaret, condannato a morte, che stava agonizzando su un patibolo. Eppure quei poteri mondani sono passati, spazzati via come i più potenti faraoni d’Egitto. E quell’uomo inchiodato a una croce ha travolto e capovolto la storia. E’ lui che ha vinto e continua a vincere fino alla fine dei tempi.

Anche oggi si fa lo stesso errore. Si ritiene che contino davvero, e facciano la storia, i politici o la grande finanza o gli americani o i cinesi. Invece sono i “mendicanti”. Disse precisamente così Giussani, in piazza San Pietro, il 30 maggio ’98, davanti a Giovanni Paolo II e a migliaia di giovani: “Il protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante il cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante Cristo”. Non era una provocazione. Citando san Paolo all’Areopago di Atene, spiegava: “Cristo è il motivo per cui tutti i popoli si muovono, per cui tutto il mondo si muove”. Senza saperlo.

Sui giornali si parlerà del prossimo Meeting per i politici che ci sono o che non ci sono. O per la forza organizzativa di CL. Come si parla della Chiesa per la forza della sua istituzione, per la sua diffusione planetaria, la sua imponente tradizione, la cultura e i valori che promuove. Anche un ammiratore laico come Giuliano Ferrara ne parla così. E nessuno capisce che la sua vera forza – per usare un’immagine di Péguy – non è l’imponenza del tronco della quercia millenaria, ma è la piccola gemma che sboccia ad aprile, apparentemente la cosa più fragile e trascurabile. Quando vedi la forza di quel tronco, spiegava Péguy, ti sembra che quella piccola gemma non sia nulla, “eppure è da lei che tutto viene/ ogni vita nasce dalla tenerezza”. E senza quella gemma, quel grande tronco non sarebbe che legna secca da ardere.

Quella gemma è lo stupore dell’incontro personale con Gesù che avviene oggi come 2000 anni fa. La sorpresa di accorgersi di quel volto presente, di lui che è il senso della vita e dell’universo, di sentirsi da lui chiamati per nome. Una volta, davanti ad alcune migliaia di studenti, don Giussani lesse la lettera di un giovane malato terminale di Aids. Dopo una vita distrutta aveva conosciuto un nuovo amico, un ragazzo che partecipava alla vita di CL e in lui aveva scoperto un mondo totalmente nuovo, soprattutto, per la prima volta, uno sguardo totalmente diverso su di sé. E quindi Gesù. Quel giovane, che sarebbe morto di lì a pochi giorni, scriveva a Giussani la gratitudine e la commozione di aver finalmente trovato la gioia, il senso della sua esistenza e si diceva pronto a quel “passaggio” che prima considerava la fine e che ora gli appariva come il grande incontro.

Migliaia di giovani lo ascoltavano col groppo in gola e Giussani – commosso – finì dicendo che era come se 2000 anni non esistessero, Gesù era lì, vivo e continuava a salvare e a vincere: “la lotta contro il nichilismo” concluse “è questa commozione vissuta”.

Avrei voluto che ci fosse stato il mio amico Ferrara, di cui ammiro le battaglie, ma che sembra pensare che la cultura nichilista si vinca con una cultura umanista o cattolica. Non è così. Non è un’opera umana, culturale, politica o organizzativa che salva davvero. E’ solo la gemma di quella commozione per Cristo (che col tempo germina una civiltà nuova, ma innanzitutto salva te). Giussani talora ha dovuto ripeterlo anche ai suoi. Lo testimonia il bel libro appena uscito, “Uomini senza patria”. Diceva nel 1982: “è come se CL dal ’70 in poi avesse lavorato, costruito e lottato sui valori che Cristo ha portato senza riconoscere veramente Cristo (…). Fino a quando il cristianesimo è sostenere valori cristiani, esso trova spazio e accoglienza dovunque”, invece “non ha patria da nessuna parte nella società, colui che riconosce la presenza di Cristo - una presenza diversa da tutte le altre – nella propria vita”.

Ma l’amicizia di Cristo: come posso parlarne? “Intender non la può chi non la prova”, perché è la felicità. S. Agostino la descriveva così: “occorre dire che si è attirati dal piacere. Ma che cosa significa essere attirati dal piacere? ‘Godi nel Signore, ed Egli soddisferà i desideri del tuo cuore’… Del resto se Virgilio ha potuto dire: ‘Ciascuno è attratto dal proprio piacere’ (…) quanto più noi dobbiamo dire che è attratto a Cristo l’uomo che gode della verità, gode della felicità, gode della giustizia, della vita eterna, dal momento che Cristo è proprio tutto questo…. Che senso hanno queste parole: ‘I figli degli uomini porranno la loro speranza all’ombra delle tue ali/ si inebrieranno dell’abbondanza della tua casa/ e tu li disseterai col torrente del tuo piacere;/ poiché è presso di te la fonte della vita, e alla tua luce vedremo la luce’ ? Un uomo innamorato comprende quello che dico. Un uomo che abbia desideri, che abbia fame, uno che cammini in questo deserto e sia assetato, che aneli alla sorgente della patria eterna, un uomo così sa di cosa sto parlando. Se mi rivolgo invece a un uomo freddo, costui non capisce neppure di che cosa parlo”.

Antonio Socci

Da “Libero”, 27 luglio 2008
7月28日

TESTIMONI DIRETTI


mani_2.jpg

 

continua la mobilitazione per impedire che ad Eluana Englaro vengano sospese l'alimentazione e l'idratazione artificiale, come invece permesso dalla sentenza della Corte di Appello di Milano.

Trentaquattro associazioni che si occupano di persone con gravi lesioni al cervello, e venticinque neurologi hanno chiesto alla Procura generale di Milano, in due diversi documenti, di opporsi alla sentenza della Corte di appello, per impedire che Eluana muoia di fame e di sete.

Le associazioni hanno presentato il proprio documento in una conferenza stampa mercoledì scorso.
Qua il testo formulato dalle associazioni, questo l'articolo in cui si parla della conferenza stampa e si fa il punto della situazione, e questo invece è il testo dei venticinque neurologi.

E' importante ascoltare la voce dei malati e delle loro famiglie. Di tutti i malati: qua di seguito, per esempio, il video con cui conosciamo Mario Melazzini, e la sua storia, un medico malato di SLA, Sclerosi Laterale Amiotrofica. Da vedere.

Biopolitica nel mondo: in Gran Bretagna hanno rimandato di tre mesi la discussione sulla nuova legge sull'embriologia e la fecondazione assistita, quella che permette di tutto e di più (embrioni misti uomo/animale, bambini senza padre, e via discorrendo). Ci sono alcune elezioni in vista, e il governo vuole tenere fuori certi argomenti dal dibattito. Quando si dice coda di paglia.

Sempre in Gran Bretagna, comincia a circolare l'idea che negli embrioni misti uomo/animale - che adesso oltre che con le mucche si potranno fare anche con i maiali - forse il Dna animale può dare problemi, anche se è poco. Ma va? Ma chi l'avrebbe mai detto? Fino ad ora ci volevano convincere che il Dna di origine animale in queste nuove entità era così poco da essere praticamente irrilevante. Ma i geni non si possono valutare con la quantità: ne basta uno alterato per provocare danni irreparabili all'organismo, e quindi dire che negli embrioni ibridi "solo una piccola percentuale di Dna" è di origine animale fa ridere - appunto - i polli. Il fatto è che devono spiegare perché continuano a fare una ricerca inutile, dove gli embrioni ibridi sopravvivono solo pochi giorni, e non riescono a tirar fuori le cellule staminali.

In Australia, invece, un bioeticista ha sostenuto in una conferenza pubblica che sarebbe bene mettere al mondo solo donne, in un'umanità post-sessuale. Non siamo riusciti a capire se scherza oppure no.


Assuntina Morresi
Da SAFE - Salute Femminile

7月27日

SYDNEY, NON KERMESSE MA ESPERIENZA


Alcuni “saggi” hanno già cominciato la loro serie di commenti e obiezioni all’incontro dei giovani con il Papa a Sidney, compreso un teologo, noto per il successo delle sue scommesse sul futuro, che già annuncia che la presenza di Benedetto XVI a Madrid nel 2011 non servirà a rinnovare la Chiesa. Il dibattito è di quelli che stanca. Guardiamo ai fatti.

Certamente l’immagine di Sidney non serve a dare una diagnosi completa della situazione della Chiesa. Vanno inseriti molti altri fattori nell’equazione, perché la Chiesa è grande e varia, affronta circostanze diverse nella geografia del mondo, e vi convivono germogli primaverili con rami già nodosi. Detto questo, la scena di Sidney rivela alcune cose che molti analisti professionisti non vogliono vedere, o perlomeno nascondono con interesse sospetto: la connessione con la gioventù non ha motivo di perdersi nella Chiesa (dipende dalla proposta che viene fatta); ci sono percorsi educativi capaci di suscitare e accompagnare la fede nel mondo di oggi; la diversità di carismi non divide ma costruisce; e, soprattutto, la parola e la testimonianza di Pietro continuano a essere il più potente richiamo di cui dispone la Chiesa per proporre al mondo la propria esperienza.

Certamente rifiuto ogni trionfalismo su questo, ma diamo a ogni cosa il suo valore, e credo che bisogna essere miopi per non vedere l’immenso valore educativo e di testimonianza che ha avuto l’incontro di mezzo milione di giovani con Benedetto XVI, così come il suo enorme potenziale per il futuro. Il fatto che alcuni si sentano obbligati a discutere su questo è già significativo. Prima di cominciare la Giornata, al Papa è stato chiesto se la formula di queste manifestazioni resta valida; lui ha risposto che bisogna guardare a questi eventi nel loro percorso completo: una preparazione, una celebrazione e un cammino che prosegue. Tutti sappiamo che Benedetto XVI non si lascia soggiogare da immagini sentimentali o da mobilitazioni di massa, ma il Papa ha verificato in prima persona che l’incontro faccia a faccia con i giovani è una parte essenziale della sua missione.

Arrivati a questo punto, mi domando se gli opinionisti hanno guardato e ascoltato realmente quello che è successo a Sidney, o se seguono solamente una traccia precedentemente scritta. Quello che è successo lì è lo spettacolo della corrispondenza imponente dell’annuncio cristiano con l’attesa del cuore dell’uomo, con il suo desiderio enorme di felicità, con la sua nostaglia di unità e la sua esigenza di giustizia. «Chi soddisfa questo desiderio umano essenziale ad essere uno, ad essere immerso nella comunione, ad essere edificato, ad essere guidato alla verità?»: questa è la sfida radicale che Benedetto XVI è tornato a proporre in nome di tutta la Chiesa: chi può soddisfare la vostra sete di Infinito? E per rispondere a questo non servono le buone intenzioni: qui si rompono le false promesse e gli idoli di ieri e di oggi. Soddisfare questo desiderio è possibile a Colui che lo ha messo nel cuore di ogni uomo, e che ha voluto accompagnarlo nella sua turbolenta avventura. È l’opera di Cristo, che lo Spirito Santo compie nella storia.

Il Papa si è rivolto anche a coloro che camminano sul filo del rasoio, a coloro che sono tentati di abbandonare, a coloro che hanno seguito il labirinto dei piaceri che lascia solamente rabbia e odio... Anche i primi erano tentati di andarsene, di cercare la soddisfazione lontano dall’uomo che avevano incontrato... E allora fu Pietro a prendere la parola per dire: «Signore da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna». È la stessa scena che si è svolta a Sidney 2008 anni dopo. Allontarsi da Lui è solamente un vano tentativo di fuggire da noi stessi!, ha detto Benedetto XVI ai giovani. «Affrontare la realtà, non di sfuggirla: è questo ciò che noi cerchiamo!». Dio è con noi nella realtà, non nella fantasia. Qui stava il vertice della sfida cordiale che il Papa ha lanciato in quei giorni: tutto quel che ha detto si deve verificare nella realtà, non nel vaporoso mondo dei nostri sogni, perché la fede è la ragione aperta, l’energia invincibile che ci permette di stare precisamente nella realtà e non di scappare da essa attraverso innumerevoli sotterfugi. Per questo nulla è finito, ma incominciato esattamente ora.

Ai giovani che già si preparavano a tornare alle loro lontane case, il Papa ha tracciato questa appassionante rotta: «Che l’amore unificatore sia la vostra meta, l’amore duraturo la vostra sfida e l’amore che attira la vostra missione». Ma come potranno farlo nelle ore amare, nelle aspre controversie della vita o all’interno della propria comunità cristiana, molte volte appesantita da inerzia e sfiducia? Il Papa dà la risposta: «Quello che costituisce la nostra fede non è principalmente quello che facciamo, ma ciò che riceviamo». Questo è il segreto del rinnovamento della Chiesa e questa è anche la ragione di tanti esperimenti pastorali falliti di coloro che ora intonano i loro distinguo al posto di restare ancorati alla gratituità.

Ascoltando “i commenti e le obiezioni” di alcuni di questi maestri frustrati mi è venuta in mente quest’altra frase del Papa: «L’amore di Dio può diffondere la sua forza solamente quando gli permettiamo di cambiarci da dentro, dobbiamo permettergli di penetrare la dura crosta della nostra indifferenza, della nostra stanchezza spirituale, del nostro cieco conformismo allo spirito del nostro tempo». Non sono un profeta per poter dire come sarà la GMG del 2011 a Madrid, ma varrà la pena farla solamente perché si ripeta questo dialogo tra la proposta di Pietro e il desiderio dei cuori dei giovani.

In ogni caso è chiaro che la Chiesa si rinnova quando tira fuori ed espone al mondo la Verità, che è il suo nervo e il suo cuore più profondo, e questo accadrà tra tre anni a Madrid, nonostante le discussioni pesanti dei “saggi”.
Rallegrarsi non è segno di conformismo, ma l’inizio di una vera responsabilità.
José Luis Restan -IlSussidiario

NON UCCIDERE, SENZA SE E SENZA MA

http://www.eccomimandame.it/cellule/IMAGES/Gesu_che_predica.jpg

di Renato Farina
Tratto da Il Sussidiario.net il 25 luglio 2008

Quanta tristezza c’è a scrivere ancora oggi di Eluana. Mi rendo conto: chi ne scrive può farlo senza sprofondare solo se è disponibile a dare la sua vita per lei. Io non so. Però lo desidero. Non per altruismo, ma perché questo è ciò che mi è stato insegnato dall’unico in cui c’è speranza, e non spreco altre parole.

Ora sta prevalendo questo discorso: l’invocazione del silenzio. Eluana ha diritto al silenzio. Lo si rivendica quasi con rabbia, come se chiedere di non lasciarla uccidere sia una violenza sul corpo inerme di lei.

Bisogna stare attenti a questi discorsi suggestivi. È necessario avere il coraggio con semplicità di reclamare il diritto di dar voce a lei che non ha voce. Amplificando le parole delle persone che dedicano a questa ragazza, da anni, il loro tempo, la loro tenerezza, accarezzandola, nutrendola. Sono le suore di Lecco. Bisogna rendersi conto che quando si chiede di staccare la spina, di eliminare la macchina in realtà non si vuole strappare un filo elettrico, togliere elettricità ad un marchingegno elettronico, ma solo tagliare via le mani che si accostano a Eluana, le frizionano la schiena, la portano a prendere un po’ di sole.

L’umanità, il rapporto d’amore non proclamato sentimentalmente, ma vissuto nelle ore e nei giorni, è quello che nel caso di Eluana viene denominato falsamente accanimento terapeutico.

Dinanzi a questo anche Berlusconi chiede che si faccia una legge. Non lo ritengo necessario, anzi temo si risolva in una corrida dove alla fine il toro sarà infilzato, ed il toro sono i malati senza coscienza apparente, ridotti - come si dice - allo stato vegetativo, per cui sarà consentita l’eliminazione.

Che cosa serve una legge? Basta oggi quella che dice: non uccidere.

Colpisce che personalità di destra e di sinistra la pensino in maniera simile: vuoi per difendere Eluana da chi vuol strapparle il cibo e l’acqua, vuoi per sostenere la necessità che la si faccia finita con un corpo che non c’entrerebbe più nulla con la ragazza. Tra coloro che la vorrebbero già in agonia, prevale una strana concezione spiritualista o dualista. Per cui esisterebbe una Eluana che non c’entra con il suo corpo, una Eluana spirituale che è già morta, e che è la proprietaria di un corpo indipendente da lei, e siccome lei se n’è andata lo si può seppellire o cremare, tanto lì non c’è Eluana.

In realtà noi siamo il nostro corpo. Siamo più grandi di esso, abbiamo desideri infiniti, ma noi su questa terra siamo questa faccia, questa voce: non esiste l’io se non situato dentro la carne, se non fatto carne. Così come Dio non aveva un corpo a prestito, ma era quel grumo di sangue nel seno di Maria. Non c’è bisogno di essere cattolici per riconoscere questo dato di realtà.

O se proprio non riesci ad accettare questo, e cioè che Eluana sia ancora questo corpo, e che la sua dignità non sia legata alla coscienza (apparente) ma al fatto che è una persona! Comunque sia capace di intendere e di volere! Ella è in stato vegetativo apparente, ma non è un vegetale!

Se non accetti questo, come ha scritto sul Tempo Giorgio Stracquadanio, e se hai il dubbio, e non capisci, e non sai che cosa sia davvero quello che è sotto i tuoi occhi; nel dubbio che dietro il cespuglio ci sia un uomo o un coniglio, magari un dubbio piccolissimo, non sparare è la cosa più razionale, non uccidere resta un imperativo senza se e senza ma.

7月26日

FERMATE I MATRIMONI MISTI

http://buonpernoi.it/Image.aspx?BBox=0&URL=DATA%2Fimages%2Fmatrimoni+misti.jpg&SType=0Gli episodi come quelli della bambina portata via dal padre marocchino di cui si occupa oggi la cronaca, sono molto più numerosi di quanto non si creda a causa dell'intensificarsi di presenze straniere nel nostro Paese, presenze che portano spesso le italiane a sposarsi con uomini appartenenti a culture incompatibili con la nostra. Nei matrimoni con africani e orientali, in grande maggioranza di religione islamica, le donne italiane si trovano in condizione di assoluta inferiorità, una inferiorità di cui nella fase dell’innamoramento di solito non sono in grado di rendersi conto, spinte anche dall'atmosfera di tolleranza e di negazione delle differenze che si respira ovunque in abbondanza. È necessario guardare in faccia la realtà. È necessario mettersi «dal punto di vista dell'indigeno», come ha ripetuto Franz Boas, uno dei più grandi padri dell’antropologia, se si vuole capire e rispettare l'altro, cosa che non significa né tradire i propri valori né rinunciare a giudicare e a tentare di farci capire dall'altro. L'atteggiamento assunto oggi di facile negazione dell’abisso che separa il cristianesimo dall'islamismo non è utile a nessuno e soprattutto porta a dei conflitti sia interpersonali sia collettivi.
La figura e il ruolo delle donne è al centro di questo abisso. Non per nulla il cristianesimo si è dovuto spostare in occidente, nel mondo del diritto romano, per potersi espandere e fiorire. È stato Gesù a concentrare il suo sguardo sulla condizione delle donne, a parlare con loro. Per quante incomprensioni, errori, eresie, si siano accumulati col tempo sul suo messaggio, la parità delle donne è rimasta sempre limpidamente la novità che nessuno ha osato negare. E il battesimo così come il rito matrimoniale ne ha fatto fede fin dall'inizio. In nessuna società, in nessuna religione, il rito d'iniziazione è identico sia per il maschio sia per la femmina come nel cristianesimo. In nessuna società, in nessuna religione il rito matrimoniale è identico sia per il maschio che per la femmina come nel cristianesimo. La parità di diritti nella famiglia, sui figli, ne è logicamente la prima conseguenza. Maometto ha centrato il Corano sui primi cinque libri dell'Antico Testamento ed è sufficiente questo fatto a far comprendere che le donne musulmane si trovano oggi nelle stesse condizioni di inferiorità, di tabuizzazione, di dipendenza dal potere del maschio, dalle quali le ha tolte Gesù.
I significati e i valori che discendono dalle religioni permeano la personalità dei popoli in modo talmente profondo che nessuna normativa di legge può riuscire a cambiarla se non forse con un lungo passare del tempo. Per ora, perciò, sarebbe bene che i matrimoni non avvenissero affatto, neanche di fronte all'accettazione delle leggi vigenti in Italia. Non dimentichiamoci che in molti Paesi africani, come quelli della costa mediterranea, vige la lapidazione per la donna adultera, la clitoridectomia e l'infibulazione e comunque l'unico a possedere il potere è ovunque il maschio capo di casa.
Ida Magli - Il Giornale

NON PIANGERE!

 http://www.rtsi.ch/prog/images/trasm/pianto_occhi_donna-b.jpg

Il suo pianto era come quello di un bimbo abbandonato, il dolore per la perdita di suo figlio «era opposto alla speranza». Eppure Lui le disse quelle parole. E da quel momento Nain è per tutti un luogo caro, per quella compassione che Dio ha avuto per tutti noi

La gente intorno guardava e taceva. Si consumava una storia vecchia e dolorosa, che altre volte avevano visto, e che ogni uomo conosceva bene da sempre. Ma ogni volta era come la prima e ogni dolore era altrettanto nuovo e altrettanto lacerante. Il dolore di una donna, una madre. Una donna sola, vedova, che vedeva morire suo figlio. E non poteva farci nulla, e in quel momento non poteva nemmeno piangere, tratteneva le lacrime per non rendere ancor più terribile l’ultimo terribile attimo di vita del suo ragazzo. Poi avrebbe pianto, lo sapevano, e avrebbe pianto come solo una donna che vede morire il figlio può piangere, e nessuno può dirle: «Donna, non piangere!». Non si ricordava nella storia del villaggio, nella storia del popolo, nella storia dell’umanità che qualcuno avesse avuto quel coraggio, quella forza, quella capacità di sconfinata tenerezza. Quella capacità di commuoversi e quella misteriosa saggezza che nasce da Chi solo conosce il Mistero e lo guarda in faccia e sa di poter chiedere al Mistero ciò che vuole. Ma non era mai esistito nessuno così. Nessuno di loro lo aveva mai incontrato. E così assistevano impotenti agli ultimi inevitabili attimi di quell’ultima inevitabile agonia.

Vento da Nord
«Mamma, comincia a fare un po’ freddino», le aveva detto il ragazzo, e si era stretto il cuore a quella povera donna. Il cielo in effetti era un po’ più scuro, carico di nuvole e il vento soffiava da Nord, da dove c’era il grande lago di Tiberiade e non era mai un buon segno, perché portava sempre pioggia e tempesta. Era la stagione del resto, la stagione in cui le ombre sono un po’ più lunghe e l’aria si rinfresca presto. E là, a Nain, il villaggio sulla strada che corre giù da Nazareth verso il Sud della Galilea, verso il monte Tabor, il tempo era stato davvero poco clemente, quell’anno, e il freddo aveva acuito la malattia di quel ragazzino che ormai era tutta la sua vita, dopo che un altro inverno si era portato via suo marito.

«Mamma, comincia a fare un po’ freddino» e il viso del ragazzo era come più scavato, più affilato. Erano giorni che mangiava poco, si diceva la mamma, ma non si illudeva, quei segni non erano belli e il cuore le si gonfiava e le si stringeva sempre più forte, ma non voleva darlo a vedere. Non voleva piangere, «Mamma…». Non voleva che la vedesse piangere. Era un ragazzo intelligente, e avrebbe capito, se non aveva già capito. Non era giusto, pensava, prima suo padre e adesso… Ma non voleva piangere. E pensava, la donna, a quel momento di festa e di gioia, quando suo marito l’aveva chiesta in sposa, e quel giorno del matrimonio, con tutta la luce e il colore e le danze e il paese che esultava intorno a loro e per loro. E poi era nato quel bimbo, e anche allora c’era luce e si era ballato e fatto festa per quel ragazzo che ora stringeva nella penombra che non era fredda, non era ancora gelida, ma cominciava a essere insopportabile per il suo cuore che diventava sempre più piccolo, un nocciolo duro di dolore.

Un battito di ciglia
Non doveva piangere e guardava a occhi asciutti il viso, il naso più fine del suo bambino, e la pelle della fronte più lucida e tesa, quasi trasparente. Le era sembrato di ritrovarselo tra le braccia come quando era piccolo, e aveva voglia di coccolarlo ancora un poco, almeno un poco, ed era così sola ora e faceva davvero freddo, sempre più freddo e le pareva di non sentire nessuna emozione. Le lacrime erano come chiuse da una diga dietro le palpebre e sarebbe bastato un battito di ciglia per far esplodere l’urlo e la disperazione. Ma in quel momento c’era solo l’Ombra che diventava più presente e quell’Ombra portava un gran freddo nella casa. E quel freddo era la sensazione più fisica del suo dolore. «Mamma…». Aveva ragione, faceva davvero freddo, “freddino” aveva detto il ragazzo con un filo di voce come a non spaventare la sua mamma, a proteggerla da quel dolore che non voleva darle e lei gli aveva accarezzato la fronte e quella diga che sentiva tra le palpebre e gli occhi aveva d’improvviso ceduto.

Lacrime amare
Il pianto era arrivato così, e dicevano che il pianto consolava, e le lacrime salate come il mare avrebbero spazzato via il suo dolore, lo avrebbero lavato a poco a poco, quelle lacrime salate che le ricordavano il sapore di tanti momenti, di gioia e di dolore. Ma non era vero. Nessun pianto era come questo. Era come il pianto del bimbo abbandonato, che non spera che qualcuno venga, che Qualcuno venga a consolarlo. E c’era un sapore diverso in quelle lacrime e un dolore diverso, molto più amaro e irrefrenabile e senza consolazione e nulla avrebbe lavato via nulla. Come il mare si dilatava il suo dolore e il cuore era sempre più piccolo, e non poteva trattenere il figlio a cui aveva dato la vita, tenerlo con sé, abbracciarlo, riscaldare quel freddo che, ora sì, era gelido, e c’era quell’Ombra, che ora ricopriva l’anima e il volto. E nessuno tra quelli che erano entrati nella stanza, osava parlare, osava dire qualcosa. Osava dire “quella cosa”. Chi poteva dire a quella donna: «Non piangere»? Chi? C’era qualcuno sulla faccia della terra che avrebbe potuto pronunciare quelle parole, o soltanto osare pensarle? Che piangesse invece, si sfogasse, si esaurisse nel suo dolore. Era questo il destino pronunciato per lei e tante come lei da secoli. Partorire con dolore e con dolore portare la vita. E il pianto era l’unico sfogo. Come si poteva dire: «Non piangere»? Poi l’avevano accompagnata fuori. L’avevano accompagnata lungo gli stretti sentieri dei campi che portavano al cimitero. Erano appena usciti dal villaggio, dove la strada lasciava le ultime case, la porta del villaggio; la chiamavano e qualcuno si ricordò il luogo e il momento, perché i luoghi sono importanti e si fissano nella memoria quando accade qualcosa di davvero straordinario. Piangeva forte la donna, «per lei il dolore era in quel momento opposto alla speranza», dice don Giussani raccontando quel momento (da Si può vivere così?, pp. 199-200). Quel momento in cui accade qualcosa: il corteo funebre incrocia una gran folla e tra la folla c’erano i discepoli e quell’uomo di cui tanti parlavano, quel Gesù di Nazareth così attento a tutto e a tutti da chinarsi sui fiori e descriverne la veste, da parlare con bontà e delicatezza persino del sole e della pioggia. E soprattutto dell’uomo: diceva che ogni capello del capo era contato, e l’attenzione che rivolgeva a tutti era colma di compassione sterminata, di cordialità senza riserva. Così dicevano di Lui. E Lui è lì, davanti alla donna che nessuno osa consolare. Dice quello che nessuno può immaginare: «Donna non piangere!».

Un estraneo
«Si sarà sorpresa - commentò un giorno don Giussani leggendo questo passo -: un estraneo che fa un passo, le tocca una spalla dicendole: “Donna, non piangere”», «cercando di infonderle così, come una scossa, almeno una sorpresa. (…) Incominciando, così, a ricondurla a prendere considerazione di sé. Lei, dopo quell’avvertimento si sarà sentita come stranita; avrà sospeso un istante le sue grida e in quell’istante Gesù le resuscita il figlio» (da Si può vivere così?, pp. 199-200).

Don Giussani racconta di aver contemplato tante volte questo episodio, e con lui vien da dire a Gesù: «Fa’ prima quello che hai fatto dopo qualche minuto. Restituiscile il figlio vivo, e dopo potrai dirle: “Donna, non piangere”. E invece no. Gesù abbandona gli apostoli, fa un passo avanti e dice: “Donna, non piangere!”. (…) È più miracolo questo: “Donna, non piangere!”, che neanche la risurrezione stessa del figlio. La fede ci fa partecipare a questo amore senza confine all’uomo, all’altro» (da L’io, il potere, le opere, pp. 142-144). Tanto che in quel momento, vicino alla porta di Nain, tra quella gente attonita si compiono due eventi inimmaginabili. Tre parole pronunciate da Chi solo poteva pronunciarle. Da Chi solo poteva dare speranza al dolore apparentemente senza speranza, il dolore che vince tutto, che non ha nessuna attesa di risposta. È un Dio che ama davvero: «Un Dio glaciale, di cristallo freddo, opererebbe tranquillamente la resurrezione come opera la creazione», don Giussani si commuove di fronte a questo Dio commosso: «Sarebbe stato più dignitoso, quasi, per Dio… anzi, senza quasi; sarebbe stato più dignitoso per Dio dire: “Alzati!” e restituirlo a sua madre. Dire “Donna, non piangere!” è come cedere qualche cosa. Cede, è come cedere: è un uomo, è un uomo… Dio è un uomo, è più uomo dell’uomo: si chiama compassione, la gratuità di Dio è piena di compassione» (da Si può (veramente?!) vivere così?, pp. 487-489).

Giovanotto, alzati
Poi quello che accadde è quello che in fondo ci si aspetta - in fondo, in modo inconfessato, ma inevitabile -. Qualcosa di gratuito, di imprevedibile ma a questo punto atteso. I portatori si fermano, Gesù si accosta alla bara, parla al ragazzo. «Dico a te, giovanotto, alzati», e il morto si leva e incomincia a parlare. E Gesù lo consegna alla madre. E tutti glorificano Cristo e annunciano che è sorto un grande profeta .

Ma è strano, davvero strano, che prima del miracolo si ricordano quelle parole, come si ricordano le lacrime di Gesù davanti al sepolcro di Lazzaro.

C’è soltanto una chiesetta francescana oggi a Nain e il villaggio è interamente musulmano. Ci sono le tracce del cimitero dove veniva portato il ragazzo, e non sappiamo cosa sia accaduto poi di quella donna e di quel ragazzo, e cosa si siano detti dopo, ma certo l’Ombra non c’era più e splendeva il sole e non c’era più quel terribile freddo: e ricordiamo il posto e sappiamo che in ebraico Nain vuol dire “grazioso”, e doveva essere un luogo bello e pieno di grazia quel paesino davvero piccolo e ignorato dal mondo che è rimasto così nella storia. È il luogo dove Colui che ha fatto ogni cosa ha dato un senso e una speranza al dolore e al pianto. E mentre gli altri guardavano in silenzio lo strazio di quella donna o se ne allontanavano, nascondendo con il pudore l’intollerabile lacerazione che quelle lacrime facevano echeggiare nell’ animo, quell’Uomo ha detto ciò che ognuno vuol sentirsi dire, vuol veramente sentirsi dire, ogni attimo. «Non piangere». Perché il pianto non è il destino, non è il destino inevitabile. Ed era arrivato Qualcuno che poteva dire «Non piangere», che dice «Non piangere» e lo ripete ogni giorno. E Nain è per tutti da allora un luogo caro e prezioso per quella attenzione che Dio ha avuto per tutti noi, e per quella madre, per quella vedova.

di Giancarlo Giojelli
( Tracce n. 8- settembre 2002 )

DELLA VITA E DELLA MORTE

http://www.zio-zeb.it/disegnatori/veillee.jpg
Se non della vita e della morte di cos’altro può parlare la Chiesa?
di Davide Rondoni [Avvenire] 17.7.2008
A volte ci si ritrova come viandanti intorno a un bivacco. Perché la vita è un viaggio pieno di imprevisti. E ogni tanto ci si ritrova, venendo da strade diverse, a conversare. Sono i momenti come questo, quando tutti colpiti da una vicenda come quella di Eluana si sente la necessità di parlarne.E sempre stato così, intorno a bivacchi antichi, e anche nelle soste della più frenetica vita moderna. Che ha sì ritmi diversi, ma è pur sempre un viaggio. Durante il quale accade che gli uomini si trovino davanti a speciali eventi, che richiamano i grandi temi della vita e della morte. Allora in quei bivacchi, in quei ritrovi si parla anche di questo. Si cessa per un po’ di parlare di soldi, di amori, si smette di chiacchierare e si discorre del senso della vita, e della morte. Ognuno dei viandanti lo fa a modo suo, venendo dalla sua strada.
Portando i pensieri della vita che lo ha condotto fin lì. E vista la difficoltà, la serietà, la grandiosità del tema, sono ben accolti i suggerimenti, le proposte, le domande di tutti. Si parla piano, in genere davanti a certe cose immense. In genere chi alza la voce lo fa per nascondere un disagio, o una insicurezza travestita da intolleranza. Anche nel bivacco che si è costituito in questa circostanza della vita pubblica italiana, sotto le vaste stelle di un problema delicato che riguarda il confine tra la vita e la morte, ci sono state molte voci, quasi tutte discrete, attente. In molti hanno preso parola. Naturalmente i protagonisti principali. Che attorno al silenzio di Eluana hanno provato sinceramente a interpretare cosa sia meglio fare. Con discrezione e passione. Ma qua e là si è sentito, nel grande ritrovo di viandanti intorno a questo tema straziante e centrale, anche lo strano vociare di chi pretende che la Chiesa taccia, che non parli, che solo lei – mentre parlano giornalisti, scrittori, cantanti – non si azzardi a dire la sua. E proprio perché, dicono qua e là queste voci, quando si parla di vita e di morte, dei fatti più 'propri' della vita di un uomo e di ciascuno, la Chiesa secondo costoro dovrebbe tacere. E ascoltano o riportano infastiditi, ad esempio, le parole misurate e pensose del cardinale Bagnasco. È strana questa volontà di esclusione dal bivacco e dalla conversazione. Uno strano, serpeggiante segno di nervosismo.
Forse perché la Chiesa – che non è solo la voce di un ecclesiastico (per quanto significativo) ma anche la vita, la fede, la speranza di milioni di persone – ha proprio da dire qualcosa su vita e morte quando molti altri si fermano in vaniloqui o retoriche cascanti.
Vorrebbero che lei tacesse, che non 'si intromettesse' là dove molti si intromettono, proprio perché la Chiesa, che non è un sacro palazzo, ma la vita di una trafila interminabile di gente, la fede e la carità di una folla di ignoti e di illustri e soprattutto di gente normale, insomma, forse proprio perché la vita della Chiesa ha scoperto, guardando Gesù, delle cose che illuminano meglio di altro, più ragionevolmente di altro, il mistero della morte, e il mistero della esistenza. E chi la vorrebbe allontanare dal bivacco degli uomini, dai tavoli dove si conversa della vita e della morte, lo fa forse per nascondere una voce scomoda, una voce che non si accontenta del sentimentalismo né del razionalismo. Una voce così umana, che richiama gli uomini a essere se stessi.
A non trasformarsi nella propria maschera. Davvero se mancasse quella voce intorno al bivacco, al ritrovo sotto le stelle di fronte alle grandi questioni dell’esistenza, saremmo più liberi, più attenti e più tesi a camminare secondo la nostra eretta statura? Davvero, senza la voce che viene da quel vento di secoli e di fede e carità, di arte e di pensiero, saremmo più umili e attenti in questo difficile viaggio?
7月25日

INTANTO COMINCIAMO A VIVERE

Storia di Mario Melazzini affetto da SLA

E' un video da non perdere, perché testimonia la tenerezza di un limite fisico umano, abbracciato da un amore e una fede che ridanno gusto alla vita, al vivere.

Testimonianza di Mario Melazzini
La speranza è ciò che qualifica l'uomo di fronte anche ad eventi inattesi. No alla EUTANASIA. No alla PENA di ABORTO. NO alla MANIPOLAZIONE della VITA

Inguaribile è la voglia di vivere. Malato di Sla: grazie Dio - Il Sussidiario

Mario Melazzini e Ron da un ammalato di SLA

Mario Melazzini al Tg2
"Un medico, un ammalato, un uomo"

Un medico di successo, una bella famiglia, una forma fisica da far invidia. Nel febbraio del 2002 Mario Melazzini pensa di essere un uomo realizzato. Ma quando sale in bicicletta per il suo allenamento quotidiano capisce che qualcosa non va. Il piede sinistro non risponde, il corpo gli disubbidisce. Comincia così il calvario della malattia. Ci vuole un anno per avere la diagnosi: è SLA, sclerosi laterale amiotrofica, una patologia degenerativa con la quale, mediamente, non si vive più di tre anni.
Il medico diventa malato e incontra sul suo cammino la sofferenza, la depressione, la paura, il desiderio di farla finita prima di finire come un vegetale. Ma poi reagisce. Capisce che la vita può essere ricca e interessante, nonostante la malattia. Anzi, anche «grazie» a essa.
La sua stessa professione acquista una nuova profondità. Ora, infatti, Mario vede le cose «dall’altra parte». Entra in contatto con decine di persone fragili e in compagnia di un cantautore famoso e di una badante rumena incomincia la sua più grande battaglia: quella contro la solitudine e l’abbandono che spesso accompagnano le patologie più gravi, contro quel sentimento di esclusione e di insignificanza che prima o dopo coglie tutti coloro che soffrono di handicap invalidanti. Adesso non vuole più morire, ma «godere ogni minuto del miracolo di essere vivo»

SamizdatOnLine

7月24日

LA VITA NON E' RELATIVA

  No all'eutanasia e no al suicidio anche se richiesto: se relativizziamo il valore della vita sarà la fine per tutti
Nessuno ha il diritto di sentenziare fino a che punto la vita valga la pena di essere vissuta. Se si dovesse malauguratamente accreditare questo principio, diventerà impossibile impedire che si sprofondi nel baratro del nichilismo di chi metterà in discussione il diritto alla vita per una infinità di cause reali o presunte
Di Magdi Cristiano Allam
Cari amici,
Ancora una volta oggi le televisioni e i giornali vorrebbero accreditare il diritto all'eutanasia specie se legittimato da una manifesta volontà suicida del diritto interessato , proponendoci la drammatica dichiarazione rilasciata da Paolo Ravasin, costretto all'immobilità fisica perché da 10 anni colpito dalla Sla (sclerosi laterale amiotrofica), in cui sostiene che "se non fossi più in grado di mangiare o bere con la mia bocca oppongo il mio rifiuto ad ogni forma di alimentazione o di idratazione arificiali".
Ebbene io dico no sia all'eutanasia sia al suicidio perché la sacralità della vita non può essere messa a repentaglio né dall'arbitrio altrui né dalla propria volontà di farla finita, perché nessuno ha il diritto di sentenziare fino a che punto la vita valga la pena di essere vissuta. Se si dovesse malauguratamente accreditare questo principio, cioè la relativizzazione del valore della vita che sarebbe dipendente dalle condizioni esistenziali, diventerà impossibile impedire che si sprofondi nel baratro del nichilismo di chi metterà in discussione il diritto alla vita per una infinità di cause reali o presunte. continua...
Magdi Cristiano Allam

7月23日

SCHERZI DA...PRETE

http://data.kataweb.it/kpm2eolx/field/foto/foto/1675823

Uno stile, quasi un genere letterario: gli avvisi affissi alle bacheche delle chiese hanno un che di universale, di simile in tutte le chiese di tutti i paesi. E la devozione è spesso parente degli "scherzi da prete"!

CARTELLI LETTI ALLE PORTE DELLE CHIESE

Per tutti quanti tra voi hanno figli e non lo sanno, abbiamo un’area attrezzata per i bambini!

Giovedì alle 5 del pomeriggio ci sarà un raduno del Gruppo Mamme. Tutte coloro che vogliono entrare a far parte delle Mamme sono pregate di rivolgersi al parroco nel suo ufficio.

II gruppo dei volontari ha deposto tutti gli indumenti. Ora li potrete vedere nel salone parrocchiale.

Martedì sera, cena a base di fagioli nel salone parrocchiale. Seguirà concerto.

II gruppo di recupero della fiducia in se stessi si riunisce Giovedì sera alle 21. Per cortesia usate la porta sul retro.

Venerdì sera alle 19 i bambini dell’oratorio presenteranno l’”Amleto” di Shakespeare nel salone della chiesa. La comunità è invitata a prendere parte a questa tragedia.

Un nuovo impianto di altoparlanti è stato installato in chiesa. È stato donato da uno dei nostri fedeli, in memoria di sua moglie.

Care signore, non dimenticate la vendita di beneficenza! È un buon modo per liberarvi di quelle cose inutili che vi ingombrano la casa. Portate i vostri mariti.

Tema della catechesi di oggi: “Gesù cammina sulle acque”. Catechesi di domani: “In cerca di Gesù”.

Barbara C. è ancora in ospedale, e ha bisogno di donatori di sangue per trasfusioni. Ha anche problemi di insonnia, e richiede le registrazioni delle catechesi del parroco.

Il coro degli ultrasessantenni verrà sciolto per tutta l’estate, con i ringraziamenti di tutta la parrocchia.

Il torneo di basket delle parrocchie prosegue con la partita di mercoledì sera: venite a fare il tifo per noi mentre cercheremo di sconfiggere il Cristo Re!

II costo per la partecipazione al Convegno su “preghiera e digiuno” è comprensivo dei pasti.

Il concerto parrocchiale è stato un grande successo. Un ringraziamento speciale alla figlia del diacono, che si è data da fare per tutta la sera al pianoforte, che come al solito è caduto sulle sue spalle.

Per favore mettete le vostre offerte nella busta, assieme ai defunti che volete far ricordare.

Ringraziamo quanti hanno pulito il giardino della chiesa e il parroco.

Il parroco accenderà la sua candela da quella dell’altare. Il diacono accenderà la sua candela da quella del parroco, e voltandosi accenderà uno a uno i fedeli della prima fila.
Da www.Jesus.it

AVERE COSCIENZA DI ESSERE CREATURA

Il caso Englaro, che richiama quello per certi aspetti simile di Piergiorgio Welby, continua a far discutere. E non solo. La vicenda umana di Eluana sta anche dividendo l’opinione pubblica, la quale, c’è da scommetterci, si sente letteralmente travolta quando, artatamente, viene posta dinnanzi a casi di così forte impatto mediatico che, suscitando in essa sentimenti forti, la costringono a prendere posizione. Molto meglio sarebbe affrontare le questioni che attengono la vita e la morte con un approccio il più pacato possibile, costruttivo e lontano dalle ideologie.
Quello appena descritto è un processo che andrebbe promosso e favorito da chiunque e in ogni ambito ma che, al contrario, viene da tutti disatteso con estrema noncuranza. Soprattutto da coloro che dovrebbero promuovere una visione non ideologica e rispettosa della realtà e di tutti i fattori che la compongono: ci riferiamo ai mezzi di comunicazione sociale che, spesso per partito preso, contribuiscono a dare una visione poco veritiera della realtà.
Il TG5 del 22 luglio, tanto per fare un esempio, ha mandato in onda dando il massimo risalto, un video attraverso il quale Paolo Ravasin, ammalato di Sla e presidente onorario dell’associazione Luca Coscioni, ha reso pubblico uno pseudo testamento biologico nel quale esige di non essere più alimentato qualora non riuscisse più a farlo attraverso la bocca.

Le questioni che riguardano la vita e la morte
, a causa delle pesanti implicazioni che hanno sulle nostre esistenze e sull’intera società, appassionano tutti e proprio per questo riteniamo che siano tutt’altro che una questione privata o un affare che si possa sbrigare in un caldo angolo della propria coscienza. Ci fa piacere, quindi, se il TG5, così come qualunque altro mezzo di comunicazione, decide di affrontare il tema eutanasia, anche se temi di tale portata sarebbe preferibile trattarli trasmettendo immagini accompagnate da un giudizio rispettoso dei telespettatori. Come abbiamo fatto notare in una lettera inviata proprio al TG5, “se si vuol dare informazione di uno che desidera essere lasciato morire, è ancor più urgente e responsabile comunicare che molti malati in quelle condizioni desiderano vivere”: in tal senso l’instancabile testimonianza del dott. Mario Melazzini è un vivido esempio.
A questo punto non possiamo non chiederci: forse la testimonianza di chi grida alla vita vale meno di quella di chi invoca la morte? Quali sono, inoltre, i motivi che spingono una redazione giornalistica a dare il massimo risalto ad una notizia e a trattare le altre con superficialità, come la notizia del medesimo giorno che ha visto la Commissione Affari Costituzionali del Senato approvare la proposta di sollevare davanti alla consulta il conflitto di attribuzione contro la sentenza della Cassazione sul caso Englaro?
Si ha la sensazione che, nonostante tutti gli sforzi profusi dal cosiddetto “laicismo radical-chic”, la gente non si lasci abbindolare e sappia ancora ben distinguere e scegliere tra bene e il male. Di questo non possiamo che ringraziare la tempesta veritativa scatenata da Giovanni Paolo II prima, e da Benedetto XVI, ora. Una tempesta che, tra le altre cose, sta avendo il merito di risaltare i limiti “di una cultura cattolica tipicamente italiana che noi definiremmo "dal pensiero debole", se non "dell'assenza di pensiero", le cui parole chiave sono "tolleranza e dialogo". Parole alle quali preferiamo contrapporre “fede” e “carità”.
Il problema dell’uomo - come giustamente ha osservato l’ateo devoto Giuliano Ferrara, rispondendo al teologo laico Vito Mancuso - non è quello di poter “disporre della vita come di un prodotto della propria volontà”, ma riconoscere ed aver coscienza di essere creatura.
Sul terreno della difesa della vita, seriamente minacciata da pericolose derive nichiliste, non viviamo nessun complesso di inferiorità e, come sottolineano gli amici del Centro Culturale di Lugano, siamo disposti a “sfidare a singolar tenzone” chiunque voglia confrontarsi con le nostre posizioni.
Censurarossa socio di SamizdatOnLine

Mail inviata alla Redazione del TG5 il 22 luglio:
Nel vostro TG odierno delle 13 è comparso il video di un uomo ammalato di SLA che detta un suo testamento.
Considerata la forte pressione mediatica che offre la TV, oggi, vi pregherei di prestare maggiore attenzione nel diffondere certe notizie che, laddove si ritenesse utile mostrarle al pubblico, è bene siano ALMENO accompagnate da una versione alternativa.
Spero vi rendiate conto che siamo, purtroppo, dentro una cultura di morte che tenta di soppiantare una cultura della vita, quest’ultima molto più naturalmente connessa a ciò per cui l’uomo è fatto, e che più desidera.
Pertanto, se si vuol dare informazione di uno che desidera essere lasciato morire, è ancor più urgente e responsabile comunicare che molti malati in quelle condizioni desiderano vivere.
Mi pare che la testimonianza vivente del dr. Mario Melazzini, ed i libri da lui scritti, meritino molto più spazio nel vostro TG
grazie
Wilma Bargiggia

ll Procuratore generale prende tempo mentre al Senato il Pd si spaccaL’Occidentale

7月17日

BENEDETTO E L'AUSTRALIA

 [gmg320.jpg]

Dal discorso del Papa ai giovani - Australia


"Vi è anche qualcosa di sinistro che sgorga dal fatto che libertà e tolleranza sono così spesso separate dalla verità. Questo è alimentato dall’idea, oggi ampiamente diffusa, che non vi sia una verità assoluta a guidare le nostre vite. Il relativismo, dando valore in pratica indiscriminatamente a tutto, ha reso l’“esperienza” importante più di tutto. In realtà, le esperienze, staccate da ogni considerazione di ciò che è buono o vero, possono condurre non ad una genuina libertà, bensì ad una confusione morale o intellettuale, ad un indebolimento dei principi, alla perdita dell’autostima e persino alla disperazione.

Cari amici, la vita non è governata dalla sorte, non è casuale. La vostra personale esistenza è stata voluta da Dio, benedetta da lui e ad essa è stato dato uno scopo (cfr Gn 1,28)! La vita non è un semplice succedersi di fatti e di esperienze, per quanto utili molti di tali eventi possano essere. È una ricerca del vero, del bene e del bello. Proprio per tale fine compiamo le nostre scelte, esercitiamo la nostra libertà e in questo, cioè nella verità, nel bene e nel bello, troviamo felicità e gioia. Non lasciatevi ingannare da quanti vedono in voi semplicemente dei consumatori in un mercato di possibilità indifferenziate, dove la scelta in se stessa diviene il bene, la novità si contrabbanda come bellezza, l’esperienza soggettiva soppianta la verità.

Cristo offre di più! Anzi, offre tutto! Solo lui, che è la Verità, può essere la Via e pertanto anche la Vita. Così la “via” che gli Apostoli recarono sino ai confini della terra è la vita in Cristo. È la vita della Chiesa. E l’ingresso in questa vita, nella via cristiana, è il Battesimo". Continua a leggere

7月16日

COSA CI STA ACCADENDO?

 

primo piano

Il video dell'incontro di Lecco con Claudia Mazzuccato e Giancarlo Cesana

E’ stata una serata per capire. Ed è servita.

Felice Achilli, Presidente di Medicina e Persona, ha posto la questione: “Anche nel nostro mondo della medicina è necessario capire: renderci conto dei fatti e delle cose, implicarci. Se manca questa percezione, non abbiamo più la forza che serve a lavorare in un posto dove è fondamentale capire che la vita è positiva oltre ogni circostanza.” Chiaro, anche per noi che medici non siamo, ma sperimentiamo la malattia e la morte. E ne cerchiamo il senso.

“Eluana è in uno stato vegetativo persistente che non è coma”. Giancarlo Cesana introduce inquadrando il contesto clinico e chiarisce subito che “chi è in come è sempre assente, mentre Eluana ha il ritmo sonno veglia, apre e chiude gli occhi, fa smorfie, sorride”. Anche se la sua è una “veglia senza coscienza”: non interagisce.

E qui è giusto che la scienza ammetta almeno che “la definizione di coscienza è un grosso problema” e che non tutto è chiaro tra “risonanze magnetiche funzionali che mostrano, in alcuni pazienti, risposte cerebrali” e casi di “errori diagnostici”.

Che comunque, a chi sta come Eluana, “non c’è niente da staccare, perchè non c’è trattamento medico: li si fa morire di fame e di sete”.

Due temi nell’intervento della Giurista Claudia Mazzuccato.

Primo. “Ricevere assistenza per mangiare e bere è una cura medica?” È solo dimostrando questo che è possibile sospendere l’alimentazione a Eluana: così si tratterebbe di “rinuncia alle cure” e non di “assistenza al suicidio” o “omicidio di consenziente” (entrambi reato). Questa è stata la posizione – almeno discutibile - dei giudici.

Secondo. Le cure mediche dovrebbero essere rifiutate esplicitamente e Eluana non può farlo. I giudici si sono basati sulla “volontà presunta, ricavata dalla personalità e da episodi riferiti”. Questo è il punto più innovativo per la giurisprudenza, ma più critico; anche umanamente. “Mentre la morte è irreversibile e drastica, la presunzione è un criterio debole. Si può arrivare ad un epilogo irreversibile e drastico, a partire da una volontà che non si può che presumere?”

E poi: quale volontà e in che contesto di libertà? “Di non bere e mangiare, di non essere curata, di non vivere così? È strana volontà quella di morire a fronte della cura medica di essere alimentata. La volontà andrebbe provata dall’incidente probatorio, oltre ogni ragionevole dubbio sulla modalità”. Ma soprattutto, la volontà - proprio in virtù della libertà, che si dice tratto saliente di Eluana – non si sarebbe modificata al cambiare del contesto? “Una persona così libera, come avrebbe risposto a una sollecitazione come la sua malattia? Quale libertà avrebbe giocato?” Avrebbe rielaborato la volontà di morire? (quante volte ci attacchiamo alla vita in situazioni che in teoria non avremmo sopportato). “La morte forse uccide definitivamente la sua opportunità di libertà.”

Di nuovo Giancarlo Cesana, per “La” domanda.

Qual’è il senso della malattia?

Davvero è Eluana a non poter vivere così o siamo noi a non sostenere il “richiamo” di Eluana? Mentre cerchiamo di misurare la sua coscienza e il senso della sua vita, dobbiamo fissare dei criteri: ci costringiamo a chiederci quale è il nostro senso, la nostra possibilità ultima: “La ragione quando non accetta la categoria della possibilità diventa violenta. La morte fa veramente paura. E questa paura va allontanata. Va allontanata dagli occhi e va allontanata come esistenza fisica, come ricordo. Il problema che solleva la Englaro è questo, non è un altro.”

Valgono le uniche parole di Giulio Boscagli, fuori dal teatro “Non c’è proprio altro da dire”. Meglio rileggere e meditare l’intervento di Giancarlo:

Sia per quanto riguarda lo stato vegetativo persistente, sia per quanto riguarda tutta la procedura legale, sia per quanto riguarda la vita – il senso della vita - possiamo dire di essere empiricamente almeno incerti, cioè di essere in dubbio. Se vai a caccia e vedi muoversi qualcosa dentro un cespuglio e non sai se è un coniglio o un bambino, cosa fai? Spari? Don Giussani insegnava che la categoria più importante della ragione è la categoria della possibilità, cioè che la ragione non ostacoli ciò che è possibile. Se è impossibile a me, ma è possibile ad altri, non ostacoli la possibilità degli altri. La Englaro, c’è chi è disposto a prenderla... Perché se la ragione nega la possibilità, la categoria della ragione diventa una misura inevitabilmente violenta sull’altro.

Poi c’è una seconda questione che ha a che fare appunto con questa categoria della possibilità, che bisogna capire, per comprendere come si è sviluppata la medicina come oggi la conosciamo: Qual’è il senso della malattia? Di fronte a un caso come quello della Englaro – l’ha detto il Dott. Achilli quando ha cominciato – uno si domanda qual è il senso di questa cosa che è successa. Domandarsi il senso di quello che succede non vuol dire spiegare tutto, ma domandarsi che cosa c’entra con me, che cosa c’entro io con questa persona. Perché il senso delle cose è il rapporto che c’è tra di loro. Che le cose abbiano un senso non vuol dire che le cose sono messe a caso e quindi sono una indipendenti una dall’altra, ma che sono ordinate, che sono in rapporto. E domandarsi il senso di quello che succede, il senso di questo fatto, è domandarsi cosa centro io con questa qui? Con questa persona, con questo problema: cosa mi dice.
Che poi è la domanda che si è posto l’Achilli sin dall’inizio. Uno che fa il medico, uno che fa l’infermiere, deve dirsi che cosa c’entra lui con chi ha davanti. Perché deve fare questo sforzo per intervenire per curarlo?

Già Shakespeare diceva:la vita è una lunga agonia; l’uomo è una specie mortale; alla fine muoiono tutti. Si aggiusta ciò che inevitabilmente si guasta.
La medicina è nata non per la capacità di curare, ma esattamente per il contrario. Cioè è nata innanzitutto come assistenza. La medicina occidentale, come la conosciamo noi da Ippocrate in avanti, era un’arte che era incapace di curare la gente. Tant’è vero che nell’epoca classica, prima del cristianesimo, gli ammalati venivano allontanati, mandati via, perché tra l’altro, se infettivi, erano pericolosi. Chi ha un po’ di dimestichezza con il Vangelo e la Bibbia, sa che i lebbrosi erano fuori dalla città. Col Cristianesimo sono incominciati a nascere gli ospedali, cioè gli ammalati sono cominciati ad essere assistiti.
Questo perché si sapeva curarli? No! A Napoli c’è l’ospedale degli incurabili: veniva ospitata la gente che era incurabile. Erano incurabili nei primi secoli dopo Cristo esattamente come erano incurabili prima. Però si sono messi a curarli perché la malattia non è più stata vista come un ostacolo insormontabile alla vita. Perché il cristo era risorto. Perché l’ultima parola sulla vita non è la morte. E’ quello che ha fatto nascere gli ospedali, quello cha ha fatto nascere la medicina occidentale, che ha spinto gli infermieri a curare la gente che era pericolosa rischiando di morire (infatti gli infermieri erano i monaci, la gente religiosa, persone che dedicavano la vita all’assistenza agli ammalati).

Si è cominciato a comprendere la malattia non come qualcosa che nega, ma qualcosa che imprevedibilmente afferma. Che è il problema per cui si fa… Ma la pietà da dove viene? Aver pietà di uno chè è fragile, che cosa vuol dire? Vuol dire riconoscere dentro questa fragilità un positivo. Quando ci stupiamo del cinismo che troviamo sui giornali per la malasanità, a riguardo della vita e del trattamento degli ammalati, da dove viene questo cinismo? Dal fatto che se la vita comincia a declinare, di senso non ce n’è più. Che la vita non c’entra più niente con me. E quindi non solo la si lascia andare, ma si può pensare attivamente di eliminarla.
Perché la ragion,e quando non accetta la categoria della possibilità, diventa violenta. La morte fa veramente paura. E questa paura va allontanata. Va allontanata dagli occhi e va allontanata come esistenza fisica, come ricordo. Il problema che solleva la Englaro è questo, non è un altro. E lo solleva per i medici e anche per i non medici.

Prima la dottoressa sottolineava il diritto alla salute. Il diritto alla salute non esiste. Io sono zoppo e posso pretendere tutti i diritti alla salute, ma resto zoppo. Quando hai il cancro il diritto alla salute non ce l’hai. Quando sai che devi morire il diritto alla salute è andato. E curarti vuol dire guardarti in un modo tale che sia più forte anche della impossibilità che ho di guarirti. Se no cosa ce ne facciamo degli ospedali. Che medicina è? E’ un meccanismo non è più una medicina.
“Per me conti solo se la mia azione su di te può essere efficace”. Mentre c’è un livello – il più frequente nella medicina – in cui l’azione del medico non è efficace. Certo ti fa resistere ti sostiene eccetera. E anche questo ha un senso.
Questo è il problema: che cosa è questo senso? Che cosa ci dice? Il senso che ha la malattia è proprio in questo.

Perché la ragione si spaventa così tanto? Perché cede e non regge questa categoria della possibilità? Non regge la possibilità? Perché non comprende – non comprende più, allontanandosi dalla cultura positiva della vita, da un sentimento positivo della vita - che il mistero non è un’astrazione, un fantasma: è concretamente presente. La mia vita e un mistero perché non me la sono data io. Ultimamente non so di cosa è fatta. C’è una corrente di pensiero che si chiama neocalvinismo, che dice che qualunque valutazione possiamo dare della libertà in fondo è già tutto determinato dalle reazioni chimiche che avvengono nelle cellule. Esattamente come Calvino pensava che il destino dell’uomo fosse determinato indipendentemente da quello che lui facesse. E l’idea è quella: infatti la libertà non c’è più.

Perché la ragione si chiude? Perché quello che è la vita, non è più percepita come una presenza positiva.
Le suore che assistono la Englaro dimostrano una speranza contro ogni speranza. Di fronte alla disperazione con cui si può guardare questa donna, queste continuano a sperare: le vogliono bene. Affermano che lei per loro vale. Questa è la presenza positiva! Vale con i figli che abbiamo, vale coi poveri, gli ammalati; vale con tutto. Questo è il cristianesimo, senza del quale non c’è più comprensione di tutto.

Ricordate l’episodio del cieco nato? Una delle idee che c’erano della malattia nell’antichità è che fosse una maledizione. Che qualcuno fosse colpevole della malattia, tant’è vero che si andava dai preti a togliere il malocchio. Quando Gesu’ incontra il cieco nato gli chiedono chi abbia peccato – lui o i suoi genitori – per essere così. Gesù risponde con la prima affermazione chiara, che la malattia non deriva da un fatto di colpevolezza: non c’è peccato. Lui è cieco nato “perché si dimostrasse la gloria di Dio, perché si vedesse che io sono capace di guarirlo”.

Il senso della malattia è la vittoria sulla morte. La malattia ci fa vedere che siamo fragili, siamo destinati alla morte, dobbiamo passar attraverso la morte. Ma la morte non è tutto. Questo è il senso della malattia.
Ma appunto senza Cristo è molto difficile affermare questo senso, anzi non si può. E infatti il venir meno di questo fa decadere il rispetto e l’amore per la vita.
Non ci sono santi: La si giri come si vuol,e ma la questione è questa!

Per amare la vita, anche nel momento di maggiore fragilità, quando tutto sembra sia finito, bisogna avere quella “spe contra spem” di cui parlava san paolo, quella “speranza contro ogni speranza”. Se non si fosse fatto così, il progresso della medicina non ci sarebbe stato. Se non ci si fosse messi a curare gli ammalati a rischio della vita, con la speranza comunque che si potesse vincere – un senso di vittoria ultimo sulle cose, un senso positivo della storia e del mondo – se non ci fosse stato questo, la medicina non ci sarebbe. Perché la medicina è nata così: curando quelli che non si potevano curare e a poco a poco ha imparato.

Da questo punto di vista, quando si dice che gli ammalati partecipano alla sofferenza di Cristo si dice proprio questo: con la loro condizione gli ammalati ci richiamano a cercare di capire cosa siamo al mondo a fare.
Che la Englaro sia viva così dopo 16 anni, significa che sono 16 anni che sta richiamando questa cosa. E non c’è solo lei, ce ne sono molti altri.
Perché far finire questo richiamo?

7月15日

DAR DA BERE AGLI ASSETATI!

Cari amici e lettori,

Tempi vi aspetta tutti

giovedì 17 luglio 2008, ore 18.30

sul sagrato del Duomo di Milano

con una bottiglia d’acqua per Eluana Englaro.

Ci sarà anche il direttore del Foglio Giuliano Ferrara

 

 

Sul nostro sito sono pubblicati i nuovi articoli dedicati al caso della donna in stato vegetativo condannata a morire per fame e per sete:

TITOLO.jpg

UOMINI SENZA PATRIA

http://www.liberidieducare.it/public/istituti/immagini/69691e7cd4b4f2686d07034597e21d53.jpg

Pubblichiamo uno stralcio della prefazione di Julián Carrón al libro di don Luigi Giussani Uomini senza patria, in libreria da domani (Bur, pagg. 400, euro 9,20). Il volume raccoglie una serie di discorsi del fondatore di Comunione e liberazione dei primi anni Ottanta

«Voi non avete patria, perché voi siete inassimilabili a questa società». Come ci piacerebbe essere degni di queste parole che Giovanni Paolo II rivolse a don Giussani, durante un’udienza privata nell’estate del 1982!
In realtà, queste parole esprimono la situazione in cui viene a trovarsi qualsiasi cristiano, se vive il cristianesimo secondo la sua vera natura. Così lesse don Giussani le parole del Papa: «Non ha patria da nessuna parte nella società di oggi colui che riconosce la presenza di Cristo – una presenza diversa da tutte le altre – nella propria vita, nella trama dei propri rapporti, nella società in cui vive . Fino a quando il cristianesimo è sostenere dialetticamente e anche praticamente valori cristiani, esso trova spazio e accoglienza dovunque. Ma là dove il cristiano è l’uomo che annuncia nella realtà umana, storica, la presenza permanente di Dio fatto Uno tra noi, oggetto di esperienza la presenza di Cristo centro del modo di vedere, di concepire e di affrontare la vita, senso di ogni azione, sorgente di tutta l’attività dell’uomo intero, vale a dire dell’attività culturale dell’uomo, questo uomo non ha patria» .
Dal 1982 sono successe tante cose, che ci consentono di capire quanto fosse profetica l’osservazione del Papa.
Come cristiani siamo sempre più senza patria. Questa è la bellezza della sfida che abbiamo davanti, se non fosse allo stesso tempo tragica: «L’epoca moderna, anzi, l’epoca contemporanea è la documentazione tragica di ciò cui l’uomo arriva nella pretesa di autonomia: la pretesa di farsi da sé, di realizzarsi da sé, di crearsi da sé, di decidere da sé, di avere sé come centro. Questa pretesa porta alla dissoluzione, alla perdita della libertà come originalità di giudizio sulla vita: si diventa alienati nell’opinione comune, nella cultura, nelle opinioni indotte dalla cultura dominante» .
Etica o sentimentalismo: ecco le due interpretazioni riduttive del cristianesimo, operate dall’uomo moderno, lungo una strada che ha reso sempre più astratto Cristo. E ha lasciato l’uomo da solo.
La conseguenza non si è fatta aspettare: concependosi come autonomo, sganciato dal rapporto con l’Infinito, l’io diventa preda del potere: «La persona individualista è il fascio dei suoi fatti. L’individualista non ha consistenza personale, è un fascio di reazioni. Invece un fatto veicola una funzione, un riferimento a un ordine più grande: è questo che dà il senso della sua consistenza. Un fatto, una reazione, appartiene a qualcosa di più grande . Per questo la lotta di oggi – culturale – è fra due concezioni dell’uomo, fra l’uomo che appartiene a qualcosa di più grande, oppure che appartiene a se stesso. Ma dov’è il veleno che sta in coda a tutta questa situazione? Che l’uomo che appartiene a se stesso è una manciata di polvere in cui ogni grano è staccato dall’altro e perciò può essere utilizzabile facilmente dal potere».

Pagina  12

Juliàn Carròn - Il Giornale

7月14日

NON SAPPIAMO PIU' DIRCI CRISTIANI

http://www.venezia.net/images/carnevale/baute-veneziane.jpg

Eminenza, non è che non sappiamo più dirci cristiani?

Lo stile di certi uomini di chiesa è ammirevole per tatto e ritegno, questo è sicuro, ma non so quanto efficace allo scopo di conservare la fede e di dare buone battaglie. Nell’anno paolino e nell’anno del sinodo sulla Parola si sente una debolezza di significante, di forma, che infiacchisce anche il significato della predicazione apostolica, il suo contenuto, la sua capacità persuasiva o di annuncio. Noi laici, modestamente e lateralmente convinti di una decisiva funzione pubblica della religione, spesso siamo sorpresi dalla poca fiducia di alcuni testimoni di Gesù nella forza sociale e civile della loro stessa parola cristiana. “Essere cristiani senza dirlo”, secondo l’Idealtypus scelto un paio di anni fa da Dionigi Tettamanzi per combattere imposture e strumentalizzazioni, per sradicare anche solo la tentazione di un uso politico della religione, può funzionare come un marchingegno sofisticato per abbandonarsi allo spirito e ascoltarlo soffiare dove vuole lui, ma può comportare il rischio di non sapere più dirsi cristiani. Perché non sappiamo più dirci cristiani: un Croce cattolico dovrebbe forse riflettere su questa afasia del pulpito, che tende a mettere in contestazione la chiesa quando dice cose significative, quando parla come un Giovanni Paolo II o un Benedetto XVI, ma anche come un Biffi o un Caffarra o un Ruini, e ad assolverla quando si limita alla metodologia pastorale, per quanto di altissima qualità, dando segni di irrilevanza.
Ho letto un lungo articolo su Avvenire firmato appunto dall’Arcivescovo di Milano. Esponeva la sua posizione di credente, di cittadino e di vescovo nel caso di Eluana Englaro, la donna a cui per sentenza giudiziaria saranno sospese alimentazione e idratazione, finché morte non sopravvenga, dopo sedici anni di vita senza coscienza relazionale, passati nell’amore e nell’assistenza delle suore Misericordine nella città di Lecco. Un testo impeccabile, quello del cardinale Dionigi Tettamanzi, che certo non attirerà accuse di interferenza nella vita civile italiana, che sicuramente non provocherà polemiche di alcun genere con i guru della cultura laicista e del suo centralissimo “diritto di morire”, un articolo che ovviamente non offenderà alcuna sensibilità e lascerà impregiudicato il tema di cui si occupa nella viva coscienza dei credenti e dei cittadini e forse anche del clero diocesano. Ma è questo che ci si deve aspettare da un vescovo, nella tempesta di idoli che furoreggia intorno al tema della vita umana?
Alle parole di Tettamanzi manca quasi nulla. C’è un riferimento al carattere misterioso della vita come dono trascendente al di là della ragione e come sfida alla nostra libertà, pressoché inevitabile in una prosa cristianamente ispirata, il tutto molto ben detto e argomentato. C’è il Vangelo di Marco e il risveglio della figlia di Giairo, che dorme e non è morta, e può “miracolosamente” rialzarsi per rivivere e poi morire fino alla resurrezione della carne. C’è l’idea che l’intelligenza della vita esige che la si renda sostanza di cose sperate, che la vita si radichi nella forma sacra dell’inviolabilità e della fede nel futuro vissuta nel presente. C’è ovviamente il comandamento di non uccidere. Ma l’articolo si propone e si autocomprende come un intervento in punta di piedi, che non fissa confini in nome della verità, non stabilisce le condizioni di una scelta secondo giustizia, non azzarda giudizi che implichino la decisione responsabile nella direzione auspicata. Gli argomenti più seri e forti si sminuzzano e si disfano alla fine nel metodo, e non si capisce se si debba lasciare Eluana alle suore Misericordine che l’hanno curata con amore o invece staccare quel sondino e provocare una morte lenta e dolorosa. Che cosa si debba fare, a parte coltivare la riflessione di coscienza, e come ci si debba comportare: questo non si capisce, su questo c’è pensiero tiepido, glossa alla vita reale senza sporcarsi la penna, le mani, il cuore.
Non so se ci avete fatto caso. La prudenza è una virtù anche nelle culture laiche. Ma quando si occupano di questi argomenti, media e maestri di pensiero e di vita secolaristi gettano la prudenza alle ortiche, e si battono con una speciale determinazione a prevalere. E diciamo la verità: prevalgono. Sono loro a battere il tamburo dello scandalo e a stabilire come dobbiamo non soltanto pensare, ma anche sentire la cosa. Nello stesso giorno in cui Avvenire entrava con l’Arcivescovo di Milano nel suo caso diocesano di Eluana Englaro, naturalmente in punta di piedi, Repubblica stampava in prima pagina una apologia del suicidio non già come malinconica eccezione ma come euforico metodo per sbarazzarsi del dolore e della sofferenza. Il prossimo passo di una comunità che forgia la propria intimità di vita nel racconto eutanasico delle Invasioni barbariche di Denys Arcand, e non in punta di piedi.

Clicca qui e leggi Sentenza di morte

Clicca qui e leggi Chi non può vivere senza assistenza muoia

Clicca qui e leggi Ho incontrato Eluana

Clicca qui e leggi Io, prima persona singolare liberale

Clicca qui e leggi Piccola posta di Adriano Sofri su Eluana Englaro

Clicca qui e leggi Io, nutrito con il sondino, intervista a Mario Melazzini

Giuliano Ferrarada Il Foglio

FACCIAMO TUTTI MEA CULPA!

Blogger: FabioCavallari

Amici di Magdi Cristiano Allam

Ancora una volta ci ritroviamo a discutere drammaticamente sulle sorti di una vita umana. E’ accaduto con Welby, poi con Nuvoli ed ora con Eluana Englaro.

di: Fabio Cavallari

Oggi sento il dovere di pronunciare un “mea culpa”. Non sta accadendo nulla di imprevisto, niente che già non sapevamo. Spesso, persi nel quotidiano, ci facciamo trascinare da piccoli dibattiti insulsi, da diatribe pseudo politiche che accendono animi e surriscaldano le voci. Anche noi (uso il plurale, ma rivolgo questo rimprovero prima di tutto a me stesso) cadiamo nella piccola ed insignificante marea del qualunquismo. E’ un’onda lunga quella che oggi è arrivata sin dentro le aule di un Tribunale per sentenziare cosa è vita e cosa non lo è. Chi è una persona e chi non lo è più. E’ tragico, drammatico, orrendo un mondo che si è ridotto a questo. Magdi Cristiano Allam lo ripete da tempo: serve una riforma etica della nostra società. Se non partiamo da lì, se da quel punto non intendiamo fondare le radici, ci ritroveremo sempre nella stessa situazione. Una sentenza di un giudice, una lettera al Presidente della Repubblica, un appello alla buona morte. La battaglia culturale richiede dedizione ed insistenza. La nostra buona volontà, la mia buona volontà, non può essere dettata dal calendario dal pensiero debole e dai palinsesti televisivi: oggi Eluana, dopodomani le intercettazioni telefoniche di qualche politico. No! Il tema della vita o è centrale o non è. Provo orrore nel pensare che tra qualche mese, ci staremo occupando di altro, che la battaglia, persa o vinta, farà parte di un appendice, di un paragrafo. No, la battaglia in difesa della vita è il libro. Relativismo e nichilismo, sono i nemici che dobbiamo affrontare. In questi giorni esprimono il loro volto più crudele nel nome di Eluana, ma domani saranno ancora più pericolosi perché abiteranno il vuoto tentando di occupare anche lo spazio della pietà. Oggi, mobilitiamoci per difendere la sacralità della vita, in ogni luogo, con sottoscrizioni o presidi, ma teniamo ben presente che se non riusciremo ad elevare questo tema a discussioni quotidiana, a principio etico fondamentale, ci ritroveremo sempre nella stessa condizione. Ci sarà sempre un giudice, un politico, un anchorman televisivo che sfrutterà l’effetto emotivo di un singolo caso, per modificare antropologicamente il nostro essere personale e collettivo. Non possiamo delegare la difesa della sacralità della vita ad alcuno, o diventerà la nostra prassi oppure saremo costretti a rincorrere, di volta in volta, le spinte scientiste del superumanesimo. “Mea culpa” per Eluana.
Grazie a Fabio Cavallari di questo contributo che sottoscrivo totalmene!