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7月30日 Elogio dei viziosiAvere piccole valvole di sfogo ci rende normali. Lo sapeva san Escrivá de Balaguer ![]() «Se
non fumi e non bevi, morirai sano». Pare a noi che dell’antica saggezza
di codesto proverbio russo oggi si sia persa traccia. Lotta al tabacco (sulla copertina di Famiglia cristiana), lotta all’alcol (nelle vie milanesi), lotta all’amore (nel “lettone di Putin”), lotta alla flatulenza delle mucche australiane
(come bucano l’ozono loro, non lo buca nessuno). Per i viziosi non c’è
scampo. Eppure un mondo senza di loro sarebbe più inaffidabile. Perché
il vizioso – se è tale, cioè consapevole di esserlo, ché altrimenti è
solo un allocco – è la persona giusta da cui comprare un’auto usata. Il
vizioso sa di avere una debolezza, non sa resistervi, ma ciò non gli
impedisce di condurre positivamente la vita. Anzi, proprio perché la
sua meschinità ha una piccola valvola di sfogo, si può star certi che
non sarà capace di grandi frodi. Da Tempi 7月29日 Cari africani; "arrangiatevi..."!
Evviva! Dobbiamo ringraziare con il cuore in mano il presidente Obama per
aver detto ciò che molti missionari cattolici dicevano da decenni, a
volte nell'indifferenza generale, più spesso attirandosi feroci
critiche. E già. Perché non a tutti è concesso di fare certe
affermazioni "politicamente scorrette" . Meglio
così. Grazie Barack! ... volendo potevi anche ricordare che molti degli
africani ridotti in schiavitù e trasportati in America erano stati
catturati e venduti agli europei (oltre che ai nordafricani e agli
arabi) da altri africani. Ad esempio: "Il regno Ashanti (1570-1900),
localizzato in Africa in una regione del Ghana, prosperò grazie all'oro
presente nella zona e successivamente tramite il commercio degli
schiavi: catturavano persone negli stati circostanti per rivenderli
come schiavi agli europei." Forse si comincerà a capire che - per usare le parole dell’economista zambiana Dambisa Moyo - "il
sostegno pubblico internazionale «distrugge ogni slancio alle riforme,
allo sviluppo, alla capacità di creare ricchezza nazionale e di
esportarla. Alimenta la corruzione e i conflitti interni e favorisce il
mantenimento di regimi pluriennali». Dello stesso parere è un altro economista africano, il kenyano James Shikwati:
gli aiuti finanziano enormi burocrazie, contribuiscono a rendere
dilagante la corruzione, soffocano la libera iniziativa, permettono ai
leader politici di ignorare i bisogni dei loro connazionali. Ovunque
hanno creato una mentalità pigra e hanno abituato gli africani a essere
dipendenti e mendicanti. Tra gli esempi più clamorosi Shikwati cita la Nigeria e la Repubblica Democratica del Congo
che, malgrado le loro immense ricchezze, non hanno fatto nulla per
ridurre la povertà e premono per essere classificate tra le nazioni più
bisognose per poter ricevere ulteriori aiuti. Tutto ciò non solleva i paesi industrializzati dall'obbligo di guardare in faccia la realtà e assumersi la responsabilità di aiutare gli africani condividendo uno sviluppo a tutto campo: unica strada verso una reale autonomia. Gino - socio SamizdatOnLine Argomenti correlati: 7月28日 Chi sa onorare il nome cristiano
Vale
la pena leggere come fossero scritte oggi queste parole di
Sant’Agostino a commento della frase del Vangelo di Marco in cui
Giovanni dice al Cristo: “Abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel
tuo nome e glielo abbiamo vietato”(Mc 9,38). Spesso parole antiche
possono avere più forza di molte scritte nel presente. “Era
come uno di quei tanti che non se la sentono di ricevere i sacramenti
di Cristo ma nello stesso tempo sono così favorevoli al nome cristiano
da accogliere in casa i cristiani e tributar loro questi tratti di
benevolenza senz’altro motivo all’infuori della loro adesione al
cristianesimo. Di queste persone il Signore dice che non perderanno la
loro ricompensa. Non che costoro per la benevolenza verso i cristiani
debbano ritenersi sicuri e tranquilli finché non siano lavati dal
battesimo di Cristo e non siano incorporati all’unità della Chiesa;
tuttavia quel loro lasciarsi dirigere dalla misericordia di Dio è certo
un buon auspicio che arriveranno alla meta, per partire poi con
sicurezza da questo mondo. Quanti sono di questo numero, già prima di
essere parte della comunità cristiana le sono più utili che non quegli
altri che, pur portando il nome cristiano e partecipando ai sacramenti
della Chiesa cristiana, diffondono dottrine tali che chi si lascia
persuadere finisce con loro nella rovina eterna”. (Agostino, Il
consenso degli evangelisti 4,6,7) 7月25日 Gesù protegge i peccatori alla Silvio
Ci sono giornali e intellettuali che strattonano la Chiesa esigendo la condanna del peccatore. Si rassegnino: Berlusconi è corazzato da quel Gigante che attraversa le pagine dei Vangeli e che è la Misericordia fatta carne. Non è "protetto dai preti" (per qualche losco interesse), ma da Gesù stesso (come ciascuno di noi peccatori). E i preti devono essere loro stessi il volto di Gesù che attende e perdona il peccatore. Chi è stato, nella nostra generazione, l'immagine più perfetta di questo Salvatore che spalanca le braccia a fiumi di peccatori in cerca di perdono? Padre Pio. Icona di Cristo perfino nella carne (perché quei segni dei chiodi indicano che Gesù inchiodò alla croce la giustizia di Dio e fece vincere la "follia" della sua sconfinata misericordia). Per questo l'idea di andare a San Giovanni Rotondo da padre Pio è la migliore: non so se Berlusconi ci ha pensato davvero, ma è, in assoluto, il posto del mondo dove più è atteso. È casa sua e casa mia. La Chiesa è, ad immagine di Maria, "refugium peccatorum". È il paradosso che si riflette poeticamente nei più grandi scrittori cristiani. Non a caso «la creazione più alta in cui si incarna, nei romanzi di Dostoevskij, la santità è paradossalmente una prostituta», nota don Barsotti. Cioè Sonja di "Delitto e castigo". Non il santo monaco Zosima, ma Sonja. Il fariseo pretende sempre di accusare di incoerenza i peccatori che si affidano a Dio. Ma non si crede in Gesù Salvatore perché noi siamo perfetti, si crede perché lui è perfetto. Tanto più si ha il diritto di gettarsi fra le braccia del Salvatore quanto più noi siamo dei disgraziati. Un personaggio della "Sposa bella" di Bruce Marshall, uno che mostra di apprezzare la bellezza femminile e si dice cattolico, risponde al moralista che lo contesta: «È proprio qui che ti sbagli… Quasi tutti pensano che i loro peccati li abbiano privati del diritto di credere. Ma questo equivarrebbe a dire che la rivelazione cristiana è vera in maniera inversamente proporzionale ai propri vizi. Nel Medioevo, la gente era cristiana anche nel peccato: il timore di essere accusata di incoerenza non la faceva cadere nell'errore di credere nella propria virtù». Credere nella propria virtù, pronti a lapidare il peccatore, è quanto c'è di più anticristiano, mentre le ferite del peccato facilmente diventano le feritoie attraverso cui Dio, che non si rassegna a perdere nessuno dei suoi figli, ci raggiunge con il suo abbraccio. Così Charles Péguy, un grande convertito del Novecento, memore delle pagine evangeliche sul pubblicano e il fariseo (e delle polemiche di Paolo e Agostino sulla Legge), scrive queste pagine provocatorie: «Le persone morali non si lasciano bagnare dalla grazia. Ciò che si chiama la morale è una crosta che rende l'uomo impermeabile alla grazia. Si spiega così il fatto che la grazia operi sui più grandi criminali e risollevi i più miserabili peccatori». Infatti sul Calvario si convertì il "ladrone" (un brigante), mentre scribi e farisei, osservanti di tutti i 600 precetti della Legge, additavano Gesù come un maledetto da Dio. «È per questo» prosegue Péguy «che niente è più contrario a ciò che si chiama… la religione, come ciò che si chiama la morale. E niente è così idiota che confondere così insieme la morale e la religione». Attenzione, Péguy – col suo linguaggio poetico - non sta facendo l'elogio dell'immoralità. Ma condanna l'ideologia della morale, cioè il giacobinismo, il moralismo farisaico e la pretesa di salvarsi da sé. Non è che Gesù fosse indifferente al peccato che anzi gli faceva una tristezza infinita. Ne aveva orrore, ma si struggeva di compassione per i peccatori. Era venuto per loro. Letteralmente. Nel Vangelo Gesù mostra una pietà infinita per i più miserabili peccatori, li perdona sempre, li risolleva sempre (li considera i più poveri), mentre sfodera parole di fuoco solo contro i "giusti", i rigoristi, i moralisti e gli "onesti" del suo tempo. I peccatori umiliati (resi umili dalla propria scandalosa debolezza) si salvano, dice una sua parabola, mentre i "giusti", insuperbiti dalla loro presunta rettitudine, no. Scrive don Divo Barsotti: «È il tuo peccato che lo chiama; nulla più efficacemente della tua miseria lo attrae, purché tu gliela doni… In un istante i tuoi peccati sono distrutti, non sono più. Egli solo è». Per Gesù l'unico peccato che non si può perdonare è quello contro lo Spirito Santo, cioè quello dell'ideologia o dell'opposizione lucida e teorizzata contro Dio. Il peccato del pensiero oggi dominante che si erge deliberatamente contro Dio. Com'è stato, nel recente passato, il comunismo. Perciò Pio XI nella Divini Redemptoris (citata dal Concilio) proclamava: «Il comunismo è intrinsecamente perverso e non si può ammettere in nessun campo la collaborazione con esso». Gilbert K. Chesterton in una pagina memorabile fa dire a un suo personaggio (evidente simbolo della Chiesa): «Noi sosteniamo che i delinquenti più pericolosi sono proprio quelli dotati di cultura, che il furfante più temibile è il filosofo moderno assolutamente privo di principi. Al suo confronto, bigami e tagliaborse sono esseri essenzialmente morali e il mio cuore palpita per loro. Essi non rinnegano il vero ideale dell'uomo, lo cercano in modo sbagliato, ecco tutto». Invece i "filosofi", gli ideologi pretendono di teorizzare e trasformare il Male in Bene e viceversa. Da duemila anni, la Chiesa è – per volontà del suo Maestro e Signore - la casa del peccatori, l'abbraccio del loro Padre misericordioso. Tutto nella Chiesa è fatto per i peccatori. Le grandi Cattedrali e il sublime gregoriano, le immense tele di Caravaggio e l'Agnus Dei di Mozart, la grandiosa teologia di Tommaso d'Aquino e il Giudizio universale di Michelangelo. Quello che c'è di più sacro sulla terra, cioè i sacramenti, sono fatti per i peccatori. Sono per loro. Infatti sono i gesti fisici (legati sempre a segni fisici) della presenza di Gesù che abbraccia, risolleva, cura, medica, consola, rafforza, chiama. Il Concilio ripete che la Chiesa è il primo, grande sacramento della salvezza. La Chiesa è la casa dei peccatori perché gli esseri umani sono i figli del Re. Anche quando sono in catene (nel peccato) sono i figli del Re, possono invocarlo e vengono da lui soccorsi. E gli angeli sono a loro servizio. Chi invece contesta la regalità di Dio, quello non è figlio. Non può essere perdonato, perché non vuole l'abbraccio del Padre, ma lo odia e ne combatte lucidamente la presenza, le opere, la volontà, la bontà. Invece – come spiega Agostino nelle "Confessioni" - nella debolezza del peccare talvolta si manifesta proprio la sete che ogni creatura ha di Dio. Spesso il peccato nasce dalla solitudine, dalla paura della morte, dall'incertezza di esistere che induce ad aggrapparsi alle creature, alla loro effimera bellezza creata. E così inconsapevolmente l'uomo mostra quanto ha sete e fame di Dio, la fonte della Bellezza, la vera Felicità, la vera Vita. Un altro grande convertito del nostro tempo, Olivier Clément, osservando la generazione della "rivoluzione sessuale", negli anni Settanta, scriveva: «Nel peccato, e soprattutto nel peccato in quanto ricerca dell'innocenza mediante l'inferno, si delinea tutto il paradosso dell'uomo… Dovremmo essere in grado di discernervi la sete dell'infinito, la nostalgia della libertà e della comunione, la sofferenza di colui che cerca l'assoluto nelle realtà della terra, quelle realtà che non possono salvare, ma che attendono di essere salvate». Clément parla di uomini in cerca di «un'eterna adolescenza» e conclude: «Nella grande e spesso folle prova della libertà dobbiamo distinguere la persona nel suo trasalimento ancora cieco e nel suo destino insaziabile, con la certezza che nella parte più profonda dell'inferno Cristo – per sempre vincitore di esso – attende colui che l'Apocalisse chiama "l'uomo di desiderio"». Perché Cristo è il solo medico della nostra malattia mortale. di Antonio Socci 7月24日 Il male che non voglio
La
tesi recentemente espressa da Umberto Veronesi in un articolo
intitolato “Predestinati alla bontà, dai nostri geni” si può riassumere
pressappoco così: «L’uomo è buono per natura». Non si tratta di una
posizione inedita; l’ottimismo rinascimentale, per voce di François
Rabelais, affermava già: «Fa ciò che vuoi, perché per natura l’uomo è
spinto ad atti virtuosi». Ora ci si basa su ricerche genetiche e su
indagini sofisticate, ma l’idea di fondo resta la medesima. Già
ieri su queste stesse pagine sono stati lucidamente evidenziati limiti
e forzature di una simile impostazione e delle conclusioni cui giunge.
A me interessa riportare la questione ad un livello ancora più
elementare: il paragone di quella tesi con quello che mi succede È
vero che in me c’è la propensione a fare il bene e non c’è dubbio che
io trovi in esso soddisfazione. Ma non posso non constatare che in me
c’è anche una strana ombra che sceglie il male o per lo meno si
disinteressa del bene che pure riconosce. Senza stare a scomodare
delitti o tragedie, chi di noi non ha sperimentato il prevalere di
un’invidia, l’aspro gusto di ferire un altro, la codardia davanti a una
cosa buona che si reputa giusto fare, ma da cui si fugge? Più
realistica della presunta “predestinazione alla bontà” dovuta ai nostri
geni è la constatazione che a fianco del desiderio del bene c’è -
accovacciata alla porta dell’io come un cane rabbioso dice la Bibbia -
l’oscura suggestione del male. La Chiesa cattolica la chiama “peccato
originale”. Esso non distrugge completamente la nostra bontà
originaria, ma la rende esistenzialmente impraticabile. Si
genera così quel dramma che, pur giocandosi nelle scelte più minute e
quotidiane, non è però meno grandioso e avvincente. Il dramma che san
Paolo ha raccontato nella lettera i Romani con queste parole: «Io non
riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio
io faccio, ma quello che detesto. Io so infatti che in me, cioè nella
mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non
la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma
il male che non voglio». Non c’è dubbio: una frase così spiega molto di
più ciò che mi capita ogni giorno di quanto facciano le pretese
giustificazioni genetiche della mia esclusiva propensione alla bontà. San Paolo conclude: «Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?». Forse si evita di guardare in faccia al male che è in noi perché saremmo costretti a chiedere un liberatore? Forse le discussioni sui geni che ci predestinerebbero alla bontà non sono che l’ennesima forma di un’autosufficienza immotivata e insostenibile? Che ha gravi esiti anche in campo sociale, come ha ricordato Benedetto XVI nella Caritas in veritate: «Talvolta l’uomo moderno è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso, della sua vita e della società. È questa presunzione che discende dal peccato delle origini. La sapienza della Chiesa ha sempre proposto di tenere presente il peccato originale anche nell’interpretazione dei fatti sociali e nella costruzione della società». Pigi Colognesi - Il Sussidiario 7月18日 I Cattolici con la P38 puntata alla tempia
7月15日 Warduni: <Qui a Bagdad è l'inferno in terra, pregate per noi>di Luca Pezzi 14/07/2009 - Il vescovo ausiliare dei Caldei racconta l'ultimo tragico attacco in Iraq. «Chiedo a voi di Cl, che credete nella preghiera, di domandare al Signore la pace e la sicurezza per il nostro popolo». Monsignor Shlemon Warduni. Monsignor
Shlemon Warduni, l’ausiliare di Bagdad dei Caldei, ha la voce roca,
stanca, parla al telefono lentamente. Domenica pomeriggio si è trovato
nel mezzo di uno dei più violenti attacchi contro i cristiani iracheni.
Da qualche minuto aveva terminato di celebrare la messa delle 16.30,
nella sua chiesa, Santa Maria del Sacro Cuore: «Avevamo pregato per la
pace e per la sicurezza. Ero uscito sul sagrato per salutare le
persone; due ragazzi mi hanno chiesto di andare in ufficio. Appena mi
sono seduto è venuto l’inferno sulla terra. C’erano urla di donne e
bambini. Fumo e fiamme fuori dalla chiesa dove la gente si stava
salutando. C’erano persone che si trascinavano fuori dalle fiamme. Ho
voluto spegnerne un po’ e mi sono bruciato. Mi hanno detto di ripararmi
perché c’era pericolo di una seconda autobomba… di solito fanno così.
Il bilancio è di due morti e 25 feriti. I feriti stanno bene, la chiesa
è distrutta, i vetri ridotti in polvere…non so come abbiamo fatto a
dormire questa notte». 7月10日 Chiamati a guardare Cristolettera di Martino De Carli 08/07/2009
Tuo, Martino nella foto: don Martino De Carli con alcuni giovani parrocchiani. Grazie alla Fraternità San Carlo 7月7日 La Chiesa dica sì alla Madonnina di Civitavecchia
Esorcismi e sequestri, misteriose telefonate ed inquietanti
coincidenze. Un “diario segreto”. Dopo anni di silenzio riesplode il
caso della Madonnina di Civitavecchia che pianse non solo nel giardino
della famiglia Gregori ma anche nella casa del vescovo, nelle mani di
monsignor Girolamo Grillo. E lontano dagli occhi dei media Papa Wojtyla
venero’ la statuina. “Un giorno rivelera’ al mondo questo mio gesto di
venerazione” dira’ al presule di Civitavecchia. “In pieno possesso delle mie facolta’ di intendere e volere, in tutta franchezza e verita’, dinnanzi a Dio Padre onnipotente e misericordioso, al suo Figlio Gesu’ Cristo al cui giudizio dovro’ comparire, allo Spirito di santita’ e di amore, dinanzi alla sempre vergine Maria Madre di Dio, dinanzi a vostra Santita’ Beatissimo Padre, e a tutta la Chiesa, dichiaro di aver visto il 15 marzo 1995 alle ore 8, 15 lacrimare nelle mie mani la statuina della Madonna proveniente dalla parrocchia di S. Agostino in Civitavecchia. Di questo fatto sono stato testimone oculare e pertanto non posso minimamente dubitare della sua realtà”. E’ il testo di un solenne giuramento- come ormai se ne leggono pochi- scritto da monsignor Girolamo Grillo, ora vescovo emerito di Civitavecchia/Tarquinia, fatto a Papa Giovanni Paolo II l’8 di ottobre del 2000. Il vescovo esprimeva al pontefice la viva gratitudine per l’Atto di Affidamento di tutta la Chiesa alla Madonna, “accogliendo cosi’ anche una mia proposta in seguito alla lacrimazione di sangue della Vergine”. Cio’ che impressiona e’ la firma di suo pugno che Papa Wojtyla appone ai margini del testo, quasi a voler dare un sigillo definitivo ad un evento che aveva dilagato sui giornali di mezzo mondo e che aveva sconvolto non solo una famiglia (quella dei Gregori proprietari della statuetta) ma anche quella di un vescovo e di una intera comunita’. Dunque, quello che non si sapeva e’ che un Papa ha “certificato” l’autenticita’ della lacrimazione, rompendo quella che e’ una rigorosa prassi osservata nei secoli dalla Chiesa quando si tratta di fenomeni che sconfinano nel soprannaturale. Che si debba riaprire clamorosamente il dossier sulla Madonnina di Civitavecchia ? I presupposti ci sono tutti. Dopo anni di silenzio monsignor Grillo ci ha reso, con permesso speciale della Santa Sede, una testimonianza che ci ha profondamente turbato. Essa parte da un “Diario del Vescovo”, tenuto finora segretissimo, che fa la cronistoria dei fatti di Civitavecchia. Si legge di un presule - lo stesso monsignor Grillo - passato dallo scetticismo alla sorpresa, alla conversione. Di un Papa che ha venerato la Madonnina, lontano da occhi indiscreti, nel suo appartamento al terzo piano del Palazzo Apostolico (9 giugno 1995); di telefonate notturne della Segreteria di Stato del Vaticano; di una visita dell’allora onorevole Irene Pivetti, presidente della Camera dei Deputati, al luogo dove era custodita la Madonnina; di una, forse due visite “in incognito” che il pontefice polacco fece a Civitavecchia, durante una delle tante “fughe fuori porta”. E poi di esorcismi e inquietanti coincidenze. E pensare che il “Diario del Vescovo” si apre con una frase emblematica: “Che brutta storia quella delle Madonne che piangono. C’e’ sempre qualche burlone che si prende lo sfizio di imbrattare gli oggetti sacri. Poveri noi, dove siamo capitati ! Con il parroco don Pablo Marin che va dietro queste stupidaggini. Mater boni consilii, ora pro me” (5 febbraio 1995). Questo l’”incipit”, poi, come in tutte le faccende dove c’e’ qualcosa di misterioso e luminoso, i sentimenti sono cambiati e l’animo si arrende all’evidenza, oppure alla percezione del divino. L’intervista a monsignor Grillo, il primo vescovo nella storia della Chiesa cattolica che ha avuto la straordinaria avventura di esser protagonista di un evento inspiegabile, ne e’ una prova lampante. “Un giorno – dira’ il Papa al vescovo di Civitavecchia – rivelera’ al mondo anche il mio personale gesto di venerazione”. E il momento probabilmente e’ venuto. Eccellenza, dallo scetticismo alla sorpresa. Una strana telefonata. L’irrompere di Giovanni Paolo II in questa vicenda e’ misterioso.
Del Papa che ha versato il suo sangue nell’attentato in Piazza S.
Pietro il 13 maggio 1981. Ora cominciamo a capire perche’ non abbia
sottovalutato Civitavecchia. E lei? Intanto le analisi del sangue rivelano che si tratta di sangue maschile. Sara’ il sangue del Figlio di Maria? Mah. La Madonnina viene radiografata al Policlinico Gemelli. Le fanno persino una TAC. Ricoverata come una paziente. Di lei si interessa il cardinale Joseph Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Non ha mai pensato, eccellenza, che in tutto quello che avveniva ci potesse essere lo zampino del diavolo? Lei ha incontrato anche il padre Gabriele Amorth, che di demoni se ne intende. Che rimane profondamente turbata, leggo dal suo diario. La mattina del 15 marzo l’imprevedibile. Lei abitava nella villa San Francesco, la sua residenza. Cosa pregavate? Cosa stava accadendo? Mai avuto dubbi? Una allucinazione, una percezione deviata, qualcosa di patologico, una suggestione? Quindi, a distanza di 13 anni lei puo’ affermare con totale sicurezza che… Impressionante! Monsignor Grillo, la notizia della
quattordicesima lacrimazione a casa sua (come le stazioni della Via
Crucis) fa il giro del mondo. Il 22 maggio arriva da lei, in gran
segreto, il presidente della Camera dei Deputati, l’onorevole Irene
Pivetti. Il 25 maggio incontra il Papa al termine dell’incontro coi
vescovi italiani. Cosa le chiese il papa? La giornata indimenticabile per lei e’ pero’ il 9 giugno. E poi? Il sigillo di Pietro su quell’evento? Con quali parole? Questo segno di sangue lascia senza parole. Molti l’hanno
interpretato come preannuncio di sciagure per l’Italia e per
l’umanita’. Lei un uomo di fede, naturalmente. E’ un vescovo. Ha toccato quel
sangue… potrebbe essere il sangue di Cristo! Cio’ non la sconvolge? Ci si e’ fermati sulla soglia (e non capisco il perche’), ne’ un
giudizio positivo ne’ negativo. Quasi a voler archiviare il fatto, a
derubricarlo nel dimenticatoio della storia. Questo premere dell’eterno sul mondo travolge ogni umana,
positiva certezza. Monsignore, questo fatto le ha procurato piu’ gioie
o sofferenze? Il vescovo di prima, dopo quell’evento, non c’e’ piu’. So che tocco corde molto intime. La sua devozione mariana si e’ irrobustita… Forse c’e’ una lezione da trarre da tutto questo: bisogna avere il coraggio di non respingere il mistero di Dio. Civitavecchia con la sua Madonnina rischiano la “damnatio
memoriae”. Lei non vuole. Lei, autorizzato dal Segretario di Stato, il
cardinale Tarcisio Bertone, dopo tanti anni, ha finalmente parlato.
Lei, forse, vorrebbe qualcosa di piu’ dalla Chiesa, un passo meno
esitante… Grazie a Il Mascellaro 7月4日 Libertas Ecclesiae e dintorni
“Gli illuministi non volevano abolire i valori cristiani [ ….] ma non volevano seguire la Chiesa, non volevano continuare a riconoscere Cristo come decisivo per la vita. Allora difendevano i frutti che Cristo aveva portato separandoli dall’origine; hanno voluto fare un cristianesimo senza Cristo, difendendo i valori cristiani a prescindere dalla fonte, dalla sorgente di questi valori”. E’ uno stralcio da Romano Guardini, citato da Don Carròn, per spiegare che non hanno senso le battaglie sui “valori” di per sé – la vita, la famiglia – se non se ne afferma l’origine e il significato. E’ profondamente vero, ed è il motivo per cui, per esempio, non abbiamo seguito l’amico Giuliano Ferrara quando alle scorse elezioni politiche ha presentato la lista contro l’aborto, pur condividendone - ovviamente – lo scopo: non sono i discorsi sulla sacralità della vita che fanno cambiare idea ad una donna decisa ad abortire. Noi chiediamo innanzitutto la libertas ecclesiae, la libertà della Chiesa di esistere, e usiamo questo come criterio per scegliere, ad esempio, quale partito votare o quali candidati scegliere alle elezioni. Ma dobbiamo capire bene cosa significa adesso, ai nostri giorni, chiedere la “libertas ecclesiae”, nel nostro paese, altrimenti rischiamo di equivocare quanto detto finora. Alcuni miei amici dicono che Libertas ecclesiae significa poter costruire le nostre opere – dalle scuole, al Banco Alimentare, al Meeting – per fare esperienza e testimoniare la bellezza dell’incontro fatto. Ma allora dovremmo anche ammettere che se domani, ad esempio, la Corte Costituzionale consentisse anche la diagnosi preimpianto degli embrioni, o la fecondazione eterologa, per le nostre opere non cambierebbe niente: ci sarebbe lo stesso il Meeting, faremmo ugualmente la Colletta Alimentare, le nostre scuole continuerebbero ad esistere. E d’altra parte nella Spagna di Zapatero l’introduzione del matrimonio omosessuale non ha impedito certo ai cattolici di andare in piazza – ci sono andati a milioni – ai vescovi di parlare, ai movimenti e alle famiglie cattoliche di esistere e di operare, di continuare ad esempio le loro opere di carità. Quindi leggi di questo tipo non impediscono la libertas ecclesiae, se con questa espressione si intende semplicemente la possibilità di costruire le nostre opere, e testimoniare pubblicamente. Allora, le possibilità sono due: (continua a leggere...) Avviso ai naviganti del Web!Novità dal web il nuovo sito di SamizdatOnLine ... ospita il tuo post
C'è bisogno di stampa clandestina quando il potere soffoca.
7月1日 Don Giussani contro il "gulag" della modernità
«Un
uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere, credere proprio,
alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?». Forse nessuno più di
Dostoevskij ne I fratelli Karamazov ha posto in modo sintetico e
perentorio la sfida davanti alla quale si trova il cristianesimo nella
modernità. Don Giussani ha avuto il coraggio di misurarsi con questa
sfida storica, radicalizzandola, se possibile. Infatti,
scommette tutto sulla capacità della sua proposta educativa di generare
un tipo di soggetto cristiano per cui «anche se andassero via tutti -
tutti! -, chi ha questa dimensione di coscienza personale (che la fede
genera) non può fare altro che ricominciare le cose da solo». E la
stessa, identica, scommessa che lo stesso Gesù non ebbe paura di
correre coi suoi. Che cosa avrebbe fatto Gesù nell`ipotetico caso che,
davanti alla sfida: «Anche voi volete andarvene?», tutti i discepoli
l`avessero abbandonato? Nessuno ha alcun dubbio: avrebbe ricominciato
da solo. Che
cosa può consentire una tale capacità di ripresa, nelle attuali
circostanze storiche? Possiamo incominciare a intravedere la risposta,
se cerchiamo di immedesimarci con Gesù: che cosa l`avrebbe potuto fare
ripartire da capo? È evidente che Lui non si sarebbe potuto appoggiare
su una logica di gruppo, dal momento che, nella nostra ipotesi, era
rimasto da solo. Per potere affrontare questa sfida occorre passare «da
una logica di gruppo a una dimensione di coscienza personale». Gesù
sarebbe stato costretto a poggiare tutto sul contenuto della sua
autocoscienza, della sua appartenenza al Padre. «Qual è il contenuto di
questa dimensione di coscienza personale? La definizione dell`io è
"appartenenza". L’appartenenza definisce ciò che sono; come l`essere
figli è definito dall’appartenenza al padre e alla madre; e non è
schiavitù, perché tale appartenenza non è estrinseca. Dire che l’io è
rapporto con l’Infinito vuole dire che l’essenza dell’io, nel senso
stretto della parola, è appartenenza a un Altro». Così
don Giussani indica che quello che potrebbe far ripartire da capo
ciascuno è la stessa cosa per cui Gesù ha cominciato: la coscienza
della sua appartenenza al Padre. Non è, dunque, una capacità nostra,
una energia propria, una nostra bravura, ma è l’esito di una
appartenenza. In
questo modo don Giussani non fa altro che identificare lo scopo ultimo
dell’opera salvifica di Cristo. Infatti Lui è diventato uomo, è morto e
risorto, perché mediante il dono dello Spirito potessimo vivere con la
coscienza di figli, come “figli nel Figlio”. Prendere consapevolezza
del nostro essere figli, cioè della nostra appartenenza al Padre, è il
compito di ogni educazione cristiana, che ha la verifica della sua
verità nella capacità dell’io - così educato - di ricominciare da capo,
se tutti se ne andassero. Questo chiarisce la strada che ognuno di noi
deve cercare di percorrere: che la vita diventi un cammino che ci renda
sempre più certi e consapevoli della nostra appartenenza. Ma
acquistare questa consapevolezza è possibile soltanto se essa è
verificata nelle circostanze della vita: «L’impatto con le circostanze,
il rapporto con la realtà, non è nient’altro che l’avvenimento della
vita come vocazione, in cui il “soggetto” è l’appartenenza a ciò che è
accaduto - Cristo dentro la fragilità effimera della comunità - mentre
il contenuto “oggettivo”, su cui questo soggetto è chiamato ad agire, è
l’incontro con quel complesso di circostanze finalizzate che si
chiamano appunto “vocazione” perché Dio non fa nulla per caso. Il
complesso di circostanze sollecita il soggetto e questo agisce secondo
l’origine totalizzante che ha dentro, secondo quel principio formale,
quel principio determinante, che è stato l’incontro». Raggiungere
questa coscienza è una lotta che chiede a ciascuno di noi la
disponibilità alla conversione, vale a dire a vivere secondo un`altra
mentalità. La ragione è evidente. Questa posizione entra in contrasto
con l`atteggiamento diffuso in questo preciso momento storico, in cui
siamo chiamati a vivere la fede, e ci penetra molto più di quanto
pensiamo: «L’uomo moderno ha creduto di evitare tutto dicendo: "L’uomo
appartiene a se stesso", che è la più grande menzogna, perché prima non
c`era, perciò va contro l`evidenza più chiara. “L’uomo appartiene a se
stesso” vuole dire: l’uomo diventa possesso del potere, appartiene al
potere, cioè appartiene agli uomini che lo determinano». |
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