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日志


7月30日

Elogio dei viziosi

Avere piccole valvole di sfogo ci rende normali. Lo sapeva san Escrivá de Balaguer

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«Se non fumi e non bevi, morirai sano». Pare a noi che dell’antica saggezza di codesto proverbio russo oggi si sia persa traccia. Lotta al tabacco (sulla copertina di Famiglia cristiana), lotta all’alcol (nelle vie milanesi), lotta all’amore (nel “lettone di Putin”), lotta alla flatulenza delle mucche australiane (come bucano l’ozono loro, non lo buca nessuno). Per i viziosi non c’è scampo. Eppure un mondo senza di loro sarebbe più inaffidabile. Perché il vizioso – se è tale, cioè consapevole di esserlo, ché altrimenti è solo un allocco – è la persona giusta da cui comprare un’auto usata. Il vizioso sa di avere una debolezza, non sa resistervi, ma ciò non gli impedisce di condurre positivamente la vita. Anzi, proprio perché la sua meschinità ha una piccola valvola di sfogo, si può star certi che non sarà capace di grandi frodi.
Chi ama invece presentarsi come irreprensibile – condizione umanamente impossibile – celerà le sue nere miserie nell’ombra per poter predicare la virtù in pubblico. Ma quelle, da piccole, si faranno grandi, fino alla frustrazione, fino alla tragedia (Hitler era un igienista vegetariano). Avere piccoli vizi allegri è auspicabile, come ben sapeva san Josemaría Escrivá de Balaguer che, avendo saputo che dei tre primi sacerdoti dell’Opus Dei nessuno fumava, ordinò che almeno uno cominciasse a farlo. «Perché – disse – su tre persone “normali” almeno una fuma». Solo uno dei tre obbedì: era Álvaro del Portillo, suo primo successore.

Da Tempi

7月29日

Cari africani; "arrangiatevi..."!

«Dovete rinunciare a tirannia e corruzione, i conflitti locali sono la pietra al collo dell’Africa».«Il futuro dell’Africa dipende dagli africani anche se è facile imputare i propri problemi agli altri, se è vero che l’Occidente ha avuto spesso un approccio da padrone non è responsabile della distruzione dell’economia dello Zimbabwe, delle guerre coi bambini-soldati, della corruzione o del tribalismo».

Evviva! Dobbiamo ringraziare con il cuore in mano il presidente Obama

per aver detto ciò che molti missionari cattolici dicevano da decenni, a volte nell'indifferenza generale, più spesso attirandosi feroci critiche. E già. Perché non a tutti è concesso di fare certe affermazioni "politicamente scorrette" .
Provate a immaginare cosa sarebbe successo se le stesse parole le avesse pronunciate il predecessore di Obama, o l'attuale Presidente del Consiglio italiano.  Apriti Cielo! da ogni parte sarebbero piovute accuse di "cinismo", "crudeltà", "razzismo", "violazione dei diritti umani", ecc. ecc.
Anche Benedetto XVI nel suo recente viaggio aveva espresso concetti molto simili, richiamando alle proprie responsabilità i regimi corrotti, ma in quel caso tutto era stato coperto dalle polemiche (create ad arte) su una frase relativa all'uso dei preservativi.
Se lo dice Obama invece non fa una piega.

Meglio così. Grazie Barack! ... volendo potevi anche ricordare che molti degli africani ridotti in schiavitù e trasportati in America erano stati catturati e venduti agli europei (oltre che ai nordafricani e agli arabi) da altri africani. Ad esempio: "Il regno Ashanti (1570-1900), localizzato in Africa in una regione del Ghana, prosperò grazie all'oro presente nella zona e successivamente tramite il commercio degli schiavi: catturavano persone negli stati circostanti per rivenderli come schiavi agli europei."
Ma va bene così. Forse adesso si potrà parlare serenamente di come calibrare gli aiuti ai paesi in via di sviluppo in modo che siano davvero efficaci, e non vadano in gran parte ad ingrassare qualche governo africano corrotto, gli apparati di agenzie Onu, o peggio ancora a sostenere qualche gruppo di guerriglieri assetati di sangue.

Forse si comincerà a capire che - per usare le parole dell’economista zambiana Dambisa Moyo - "il sostegno pubblico internazionale «distrugge ogni slancio alle riforme, allo sviluppo, alla capacità di creare ricchezza nazionale e di esportarla. Alimenta la corruzione e i conflitti interni e favorisce il mantenimento di regimi pluriennali». Dello stesso parere è un altro economista africano, il kenyano James Shikwati: gli aiuti finanziano enormi burocrazie, contribuiscono a rendere dilagante la corruzione, soffocano la libera iniziativa, permettono ai leader politici di ignorare i bisogni dei loro connazionali. Ovunque hanno creato una mentalità pigra e hanno abituato gli africani a essere dipendenti e mendicanti. Tra gli esempi più clamorosi Shikwati cita la Nigeria e la Repubblica Democratica del Congo che, malgrado le loro immense ricchezze, non hanno fatto nulla per ridurre la povertà e premono per essere classificate tra le nazioni più bisognose per poter ricevere ulteriori aiuti.
Proprio questo è il paradosso africano: più aumentano le risorse, più la povertà cresce. In Nigeria, per decenni primo produttore di petrolio dell’Africa subsahariana (nel 2008 scavalcato dall’Angola), il 70 per cento della popolazione tuttora vive con meno di un dollaro al giorno e il 92,8 per cento con meno di due." (Tempi, 21/07/2009).

Tutto ciò non solleva i paesi industrializzati dall'obbligo di guardare in faccia la realtà e assumersi la responsabilità di aiutare gli africani condividendo uno sviluppo a tutto campo: unica strada verso una reale autonomia.

Gino - socio  SamizdatOnLine

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il discorso di Obama in Ghana - Repubblica
Gli aiuti che non aiutano - Anna Bono Tempi
Dead Aid. Why aid is not working and how there is another way for Africa - Dambisa Moyo
Cosa si nasconde dietro l' "industria della solidarietà"? - Anna Bono Ragionpolitica
L' industria della solidarietà. Aiuti umanitari nelle zone di guerra - Linda Polman
Vangelo e sviluppo dei popoli - Piero Gheddo
L'elemosina aiuta noi però all'Africa fa maleMagdi Cristiano Allam
Caritas in veritate: p. 58 e p. 60

7月28日

Chi sa onorare il nome cristiano

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Vale la pena leggere come fossero scritte oggi queste parole di Sant’Agostino a commento della frase del Vangelo di Marco in cui Giovanni dice al Cristo: “Abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato”(Mc 9,38). Spesso parole antiche possono avere più forza di molte scritte nel presente.
“Era come uno di quei tanti che non se la sentono di ricevere i sacramenti di Cristo ma nello stesso tempo sono così favorevoli al nome cristiano da accogliere in casa i cristiani e tributar loro questi tratti di benevolenza senz’altro motivo all’infuori della loro adesione al cristianesimo. Di queste persone il Signore dice che non perderanno la loro ricompensa. Non che costoro per la benevolenza verso i cristiani debbano ritenersi sicuri e tranquilli finché non siano lavati dal battesimo di Cristo e non siano incorporati all’unità della Chiesa; tuttavia quel loro lasciarsi dirigere dalla misericordia di Dio è certo un buon auspicio che arriveranno alla meta, per partire poi con sicurezza da questo mondo. Quanti sono di questo numero, già prima di essere parte della comunità cristiana le sono più utili che non quegli altri che, pur portando il nome cristiano e partecipando ai sacramenti della Chiesa cristiana, diffondono dottrine tali che chi si lascia persuadere finisce con loro nella rovina eterna”. (Agostino, Il consenso degli evangelisti 4,6,7)

Cristian Carrara

7月25日

Gesù protegge i peccatori alla Silvio

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Ci sono giornali e intellettuali che strattonano la Chiesa esigendo la condanna del peccatore. Si rassegnino: Berlusconi è corazzato da quel Gigante che attraversa le pagine dei Vangeli e che è la Misericordia fatta carne. Non è "protetto dai preti" (per qualche losco interesse), ma da Gesù stesso (come ciascuno di noi peccatori).
E i preti devono essere loro stessi il volto di Gesù che attende e perdona il peccatore. Chi è stato, nella nostra generazione, l'immagine più perfetta di questo Salvatore che spalanca le braccia a fiumi di peccatori in cerca di perdono? Padre Pio. Icona di Cristo perfino nella carne (perché quei segni dei chiodi indicano che Gesù inchiodò alla croce la giustizia di Dio e fece vincere la "follia" della sua sconfinata misericordia). Per questo l'idea di andare a San Giovanni Rotondo da padre Pio è la migliore: non so se Berlusconi ci ha pensato davvero, ma è, in assoluto, il posto del mondo dove più è atteso. È casa sua e casa mia. La Chiesa è, ad immagine di Maria, "refugium peccatorum".
È il paradosso che si riflette poeticamente nei più grandi scrittori cristiani. Non a caso «la creazione più alta in cui si incarna, nei romanzi di Dostoevskij, la santità è paradossalmente una prostituta», nota don Barsotti. Cioè Sonja di "Delitto e castigo". Non il santo monaco Zosima, ma Sonja.
Il fariseo pretende sempre di accusare di incoerenza i peccatori che si affidano a Dio. Ma non si crede in Gesù Salvatore perché noi siamo perfetti, si crede perché lui è perfetto. Tanto più si ha il diritto di gettarsi fra le braccia del Salvatore quanto più noi siamo dei disgraziati. Un personaggio della "Sposa bella" di Bruce Marshall, uno che mostra di apprezzare la bellezza femminile e si dice cattolico, risponde al moralista che lo contesta: «È proprio qui che ti sbagli… Quasi tutti pensano che i loro peccati li abbiano privati del diritto di credere. Ma questo equivarrebbe a dire che la rivelazione cristiana è vera in maniera inversamente proporzionale ai propri vizi.
Nel Medioevo, la gente era cristiana anche nel peccato: il timore di essere accusata di incoerenza non la faceva cadere nell'errore di credere nella propria virtù».
Credere nella propria virtù, pronti a lapidare il peccatore, è quanto c'è di più anticristiano, mentre le ferite del peccato facilmente diventano le feritoie attraverso cui Dio, che non si rassegna a perdere nessuno dei suoi figli, ci raggiunge con il suo abbraccio.
Così Charles Péguy, un grande convertito del Novecento, memore delle pagine evangeliche sul pubblicano e il fariseo (e delle polemiche di Paolo e Agostino sulla Legge), scrive queste pagine provocatorie: «Le persone morali non si lasciano bagnare dalla grazia. Ciò che si chiama la morale è una crosta che rende l'uomo impermeabile alla grazia. Si spiega così il fatto che la grazia operi sui più grandi criminali e risollevi i più miserabili peccatori».
Infatti sul Calvario si convertì il "ladrone" (un brigante), mentre scribi e farisei, osservanti di tutti i 600 precetti della Legge, additavano Gesù come un maledetto da Dio. «È per questo» prosegue Péguy «che niente è più contrario a ciò che si chiama… la religione, come ciò che si chiama la morale. E niente è così idiota che confondere così insieme la morale e la religione».
Attenzione, Péguy – col suo linguaggio poetico - non sta facendo l'elogio dell'immoralità. Ma condanna l'ideologia della morale, cioè il giacobinismo, il moralismo farisaico e la pretesa di salvarsi da sé. Non è che Gesù fosse indifferente al peccato che anzi gli faceva una tristezza infinita. Ne aveva orrore, ma si struggeva di compassione per i peccatori. Era venuto per loro. Letteralmente. Nel Vangelo Gesù mostra una pietà infinita per i più miserabili peccatori, li perdona sempre, li risolleva sempre (li considera i più poveri), mentre sfodera parole di fuoco solo contro i "giusti", i rigoristi, i moralisti e gli "onesti" del suo tempo. I peccatori umiliati (resi umili dalla propria scandalosa debolezza) si salvano, dice una sua parabola, mentre i "giusti", insuperbiti dalla loro presunta rettitudine, no.
Scrive don Divo Barsotti: «È il tuo peccato che lo chiama; nulla più efficacemente della tua miseria lo attrae, purché tu gliela doni… In un istante i tuoi peccati sono distrutti, non sono più. Egli solo è». Per Gesù l'unico peccato che non si può perdonare è quello contro lo Spirito Santo, cioè quello dell'ideologia o dell'opposizione lucida e teorizzata contro Dio. Il peccato del pensiero oggi dominante che si erge deliberatamente contro Dio. Com'è stato, nel recente passato, il comunismo.
Perciò Pio XI nella Divini Redemptoris (citata dal Concilio) proclamava: «Il comunismo è intrinsecamente perverso e non si può ammettere in nessun campo la collaborazione con esso».
Gilbert K. Chesterton in una pagina memorabile fa dire a un suo personaggio (evidente simbolo della Chiesa): «Noi sosteniamo che i delinquenti più pericolosi sono proprio quelli dotati di cultura, che il furfante più temibile è il filosofo moderno assolutamente privo di principi. Al suo confronto, bigami e tagliaborse sono esseri essenzialmente morali e il mio cuore palpita per loro. Essi non rinnegano il vero ideale dell'uomo, lo cercano in modo sbagliato, ecco tutto».
Invece i "filosofi", gli ideologi pretendono di teorizzare e trasformare il Male in Bene e viceversa.
Da duemila anni, la Chiesa è – per volontà del suo Maestro e Signore - la casa del peccatori, l'abbraccio del loro Padre misericordioso. Tutto nella Chiesa è fatto per i peccatori. Le grandi Cattedrali e il sublime gregoriano, le immense tele di Caravaggio e l'Agnus Dei di Mozart, la grandiosa teologia di Tommaso d'Aquino e il Giudizio universale di Michelangelo. Quello che c'è di più sacro sulla terra, cioè i sacramenti, sono fatti per i peccatori. Sono per loro. Infatti sono i gesti fisici (legati sempre a segni fisici) della presenza di Gesù che abbraccia, risolleva, cura, medica, consola, rafforza, chiama. Il Concilio ripete che la Chiesa è il primo, grande sacramento della salvezza. La Chiesa è la casa dei peccatori perché gli esseri umani sono i figli del Re. Anche quando sono in catene (nel peccato) sono i figli del Re, possono invocarlo e vengono da lui soccorsi. E gli angeli sono a loro servizio.
Chi invece contesta la regalità di Dio, quello non è figlio. Non può essere perdonato, perché non vuole l'abbraccio del Padre, ma lo odia e ne combatte lucidamente la presenza, le opere, la volontà, la bontà.
Invece – come spiega Agostino nelle "Confessioni" - nella debolezza del peccare talvolta si manifesta proprio la sete che ogni creatura ha di Dio. Spesso il peccato nasce dalla solitudine, dalla paura della morte, dall'incertezza di esistere che induce ad aggrapparsi alle creature, alla loro effimera bellezza creata. E così inconsapevolmente l'uomo mostra quanto ha sete e fame di Dio, la fonte della Bellezza, la vera Felicità, la vera Vita.
Un altro grande convertito del nostro tempo, Olivier Clément, osservando la generazione della "rivoluzione sessuale", negli anni Settanta, scriveva: «Nel peccato, e soprattutto nel peccato in quanto ricerca dell'innocenza mediante l'inferno, si delinea tutto il paradosso dell'uomo… Dovremmo essere in grado di discernervi la sete dell'infinito, la nostalgia della libertà e della comunione, la sofferenza di colui che cerca l'assoluto nelle realtà della terra, quelle realtà che non possono salvare, ma che attendono di essere salvate».
Clément parla di uomini in cerca di «un'eterna adolescenza» e conclude: «Nella grande e spesso folle prova della libertà dobbiamo distinguere la persona nel suo trasalimento ancora cieco e nel suo destino insaziabile, con la certezza che nella parte più profonda dell'inferno Cristo – per sempre vincitore di esso – attende colui che l'Apocalisse chiama "l'uomo di desiderio"». Perché Cristo è il solo medico della nostra malattia mortale.

di Antonio Socci
(24/07/09)

7月24日

Il male che non voglio

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La tesi recentemente espressa da Umberto Veronesi in un articolo intitolato “Predestinati alla bontà, dai nostri geni” si può riassumere pressappoco così: «L’uomo è buono per natura». Non si tratta di una posizione inedita; l’ottimismo rinascimentale, per voce di François Rabelais, affermava già: «Fa ciò che vuoi, perché per natura l’uomo è spinto ad atti virtuosi». Ora ci si basa su ricerche genetiche e su indagini sofisticate, ma l’idea di fondo resta la medesima.

Già ieri su queste stesse pagine sono stati lucidamente evidenziati limiti e forzature di una simile impostazione e delle conclusioni cui giunge. A me interessa riportare la questione ad un livello ancora più elementare: il paragone di quella tesi con quello che mi succede

È vero che in me c’è la propensione a fare il bene e non c’è dubbio che io trovi in esso soddisfazione. Ma non posso non constatare che in me c’è anche una strana ombra che sceglie il male o per lo meno si disinteressa del bene che pure riconosce. Senza stare a scomodare delitti o tragedie, chi di noi non ha sperimentato il prevalere di un’invidia, l’aspro gusto di ferire un altro, la codardia davanti a una cosa buona che si reputa giusto fare, ma da cui si fugge?

Più realistica della presunta “predestinazione alla bontà” dovuta ai nostri geni è la constatazione che a fianco del desiderio del bene c’è - accovacciata alla porta dell’io come un cane rabbioso dice la Bibbia - l’oscura suggestione del male. La Chiesa cattolica la chiama “peccato originale”. Esso non distrugge completamente la nostra bontà originaria, ma la rende esistenzialmente impraticabile.

Si genera così quel dramma che, pur giocandosi nelle scelte più minute e quotidiane, non è però meno grandioso e avvincente. Il dramma che san Paolo ha raccontato nella lettera i Romani con queste parole: «Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio». Non c’è dubbio: una frase così spiega molto di più ciò che mi capita ogni giorno di quanto facciano le pretese giustificazioni genetiche della mia esclusiva propensione alla bontà.

San Paolo conclude: «Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?». Forse si evita di guardare in faccia al male che è in noi perché saremmo costretti a chiedere un liberatore? Forse le discussioni sui geni che ci predestinerebbero alla bontà non sono che l’ennesima forma di un’autosufficienza immotivata e insostenibile? Che ha gravi esiti anche in campo sociale, come ha ricordato Benedetto XVI nella Caritas in veritate: «Talvolta l’uomo moderno è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso, della sua vita e della società. È questa presunzione che discende dal peccato delle origini. La sapienza della Chiesa ha sempre proposto di tenere presente il peccato originale anche nell’interpretazione dei fatti sociali e nella costruzione della società».

Pigi Colognesi - Il Sussidiario

7月18日

I Cattolici con la P38 puntata alla tempia

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L’industria mediatica celebra ed esalta, da anni, la generazione sessantottina anche perché è quella che oggi ha in mano il potere e il contropotere (nei giornali, nel cinema, nella cultura, in politica). Quindi celebra se stessa. Una generazione imbottita di ideologia che ha preteso di essere (e d è) la lotta e il governo, la sovversione e l’establishment.
Alain Finkielkraut nell’ “Imparfait du présent” coglie questa contraddizione: “E' schiumando di rabbia contro il fascismo in piena ascesa che l'arte contemporanea fa man bassa delle istituzioni culturali.
Non c'è nessuna fessura nella corazza dei fortunati del mondo post-sessantottino. Hanno lo stereotipo sulfureo, il cliché ribelle, l'opinione sopra le righe e più buona coscienza ancora che i notabili del museo di Bouville descritti da Sartre ne ‘La Nausea’.
Perché essi occupano tutti i posti: quello, vantaggioso, del Maestro, e quello, prestigioso, del Maledetto. Vivono come una sfida eroica all'ordine delle cose la loro adesione piena di sollecitudine alla norma del giorno. Il dogma, sono loro; la bestemmia pure. E per darsi arie da emarginati insultano urlando i loro rari avversari. In breve, coniugano senza vergogna l'euforia del potere con l'ebbrezza della sovversione. Stronzi”.
Amano sentirsi “la meglio gioventù”. Ma per scoprire la vera “meglio gioventù” (a cui l’establishment cinematografico di certo non dedica film) bisogna semmai leggere un libro strano come quello di Saverio Allevato, “La P38 e la mela”, ovviamente pubblicato da un piccolo editore come Itaca, non dai grandi editori che invece da anni pubblicano le memorie dei brigatisti rossi.
Il titolo del libro di Allevato fa riferimento proprio a un assassinio delle Br, quello di Mariano Romiti, uno di quei poliziotti che Pasolini considerava come i veri figli del popolo (diversamente dai “rivoluzionari” con le molotov).
Romiti aveva conosciuto a Roma un gruppo di giovani amici che proprio in quegli anni, soprattutto all’Università, avevano iniziato una vivacissima comunità cristiana – Comunione e liberazione – e lui era entusiasta di quell’amicizia e di quella nuova vita.
Una dei quattro figli del maresciallo Romiti, Adriana, oggi oncologa al S. Andrea di Roma, ricorda il padre bravissimo che egli era, il suo totale impegno nel lavoro e nella fondazione del sindacato di polizia (lui era vicino alla Cisl), le preghiere che le insegnava la sera e la sua devozione alla Madonna: “quel giorno furono in due ad affrontarlo e a nulla valse il tentativo di sfuggire alla gragnuola dei colpi, cercando riparo dietro alcune auto parcheggiate… Durante il tragitto verso l’ospedale, ormai moribondo, invocava la Vergine Maria (come ci ha testimoniato un collega che lo soccorse).
Anche uno dei terroristi che partecipò all’attentato, in un incontro da lui richiesto, ci ha raccontato di essere rimasto colpito da quell’uomo che, colpito a morte, si affidava alla Beata Vergine ed invocava ripetutamente il suo nome.
Io credo che l’Immacolata Concezione lo abbia condotto con sé in cielo, quel 7 dicembre 1979, vigilia della Sua festa. Mariano poteva festeggiare da quel momento con Lei e baciarla, come i bimbi fanno con la propria mamma”.
Anna Laura Braghetti, in un suo libro, ricorda l’esecuzione crudele di quell’uomo buono e innocente. Il compagno che componeva il commando – scrive - “mi ha detto che si era preparato ad affrontare un nemico armato e risoluto, invece Romiti si lasciò ammazzare senza un gesto.
Dario prima di scappare prese la sua borsa, certo che contenesse un’arma che avrebbe fatto comodo all’organizzazione. C’era solo una mela”.
Una mela: la semplicità di una vita umana normale.
La P38: cioè la mostruosa astrazione assassina dell’ideologia.
Il libro prende il titolo da qui. Ma racconta la bellezza di un’amicizia fra giovani che inizia a Roma (e in tante altre città), negli anni di piombo, e che somiglia in modo commovente all’amicizia che si creò, duemila anni fa, attorno a Gesù fra alcuni giovani dei paesi affacciati sul lago di Tiberiade.
Veramente è sempre così che accade, da secoli. Lo stesso stupore per una umanità eccezionale, lo stesso entusiasmante riconoscersi fratelli, la stessa bella avventura sulle strade del mondo è riaccaduta mille volte, nel corso dei secoli, attorno a Francesco d’Assisi, a Bernardo di Chiaravalle, a Ignazio di Loyola e a tanti altri amici di Gesù.
Come don Giussani. E’ impressionante come quella generazione, la prima dopo il sessantotto, che non aveva più padri e maestri, ma solo padroni e ideologi, abbia imprevedibilmente re-incontrato Cristo imbattendosi nella persona e nella testimonianza di Giussani: in pochissimi mesi, negli anni più duri della storia dell’Italia repubblicana, mentre era in corso una sanguinosa guerra civile, proprio negli ambienti più infiammati e più pericolosi per dei cristiani (scuole, fabbriche e università) prese forma una straordinaria e travolgente presenza cattolica, che contagiò migliaia e migliaia di giovani e dette vita a eccezionali opere di solidarietà, educative, caritative, anche iniziative di lavoro, imprenditoriali e opere culturali, editoriali.
Un’effervescenza cristiana che fu apprezzata da Aldo Moro (ci sono alcuni fatti rivelatori raccontati nel libro) e detestata da una quantità di intellettuali, anche cattolici (episodi tutti da leggere).
La presenza di CL (involontariamente eroica) fu finalmente riconosciuta come preziosissima per la Chiesa dal neoeletto papa Giovanni Paolo II che con Comunione e liberazione ebbe una consonanza speciale (così come il cardinale Ratzinger – il papa attuale – che celebrò la messa funebre di don Giussani).
Tutto questo germinò, sorprendentemente, per esuberanza del cuore e dell’intelligenza diventati amici di Cristo, non certo per un “piano” e crebbe fra mille aggressioni fisiche e mille attacchi giornalistici.
Di fatto i ragazzi di CL, in quegli anni bui, sulla loro pelle garantirono spazi di libertà per tutti quando gran parte di coloro che avrebbero dovuto farlo si arrendevano al conformismo ideologico.
Il libro di Allevato – che contiene anche una leale e bella rilettura autocritica di un intellettuale cattolico dell’altro fronte, Pio Cerocchi – racconta nel dettaglio tanti fatti nei quali troviamo spesso anche personaggi diventati famosi.
Per comprendere più profondamente l’origine di questo straordinario fenomeno, che continua ad essere l’unico movimento nato negli anni del Sessantotto che vive, che si espande in decine di paesi del mondo e che resta tuttora un forte movimento di giovani (oltre ad essere diventato una vasta presenza adulta), bisogna leggere un altro libro appena uscito: s’intitola “Qui e ora” (Bur-libri dello spirito cristiano) e raccoglie alcune conversazioni che don Giussani proprio in quegli anni (per la precisione fra 1984 e 1985) tenne con alcuni di questi studenti, provenienti dagli atenei di tutta Italia.
Il primo impatto sorprenderà molti per la “laicità” del clima, per la totale mancanza di clericalismo.
Qualcuno avrà la sensazione forse di trovarsi in una raffinatissima – eppure appassionata, incandescente - accademia filosofica di tipo greco antico, tale è l’intensità e la profondità di questo serrato dialogo di tanti giovani con un vero padre: si tratta, in effetti, anche di una straordinaria scuola di razionalità, dove generazioni di giovani hanno imparato quell’uso attento, serio e leale dell’intelligenza che oggi nessuno insegna (tanto meno scuole e università). E hanno imparato che la fede cristiana è la più completa, gustosa e leale modalità di conoscenza della realtà.
In queste pagine intervengono giovani colpiti e commossi dall’incontro con Gesù vivo oggi e dalla bellezza dell’esperienza comunitaria, che attraverso quel maestro e padre imparavano a conoscere se stessi e si appassionavano alla realtà, alla bellezza, alla verità e ai bisogni di tutti.
Il libro di Allevato documenta con i fatti cosa accedeva a quei giovani incontrando un vero e grande amico di Gesù. “Qui e ora” fa sentire la voce viva di don Giussani. Si ricava da entrambi i libri la sensazione che quella cristiana sia davvero la più bella della avventure. Un’avventura liberante. E renda vera e semplice tutta la vita.

Fonte: © Libero - 12 luglio 2009
Lo Straniero - Antonio Socci
7月15日

Warduni: <Qui a Bagdad è l'inferno in terra, pregate per noi>

di Luca Pezzi

14/07/2009 - Il vescovo ausiliare dei Caldei racconta l'ultimo tragico attacco in Iraq. «Chiedo a voi di Cl, che credete nella preghiera, di domandare al Signore la pace e la sicurezza per il nostro popolo».
Monsignor Shlemon Warduni.
Monsignor Shlemon Warduni.

Monsignor Shlemon Warduni, l’ausiliare di Bagdad dei Caldei, ha la voce roca, stanca, parla al telefono lentamente. Domenica pomeriggio si è trovato nel mezzo di uno dei più violenti attacchi contro i cristiani iracheni. Da qualche minuto aveva terminato di celebrare la messa delle 16.30, nella sua chiesa, Santa Maria del Sacro Cuore: «Avevamo pregato per la pace e per la sicurezza. Ero uscito sul sagrato per salutare le persone; due ragazzi mi hanno chiesto di andare in ufficio. Appena mi sono seduto è venuto l’inferno sulla terra. C’erano urla di donne e bambini. Fumo e fiamme fuori dalla chiesa dove la gente si stava salutando. C’erano persone che si trascinavano fuori dalle fiamme. Ho voluto spegnerne un po’ e mi sono bruciato. Mi hanno detto di ripararmi perché c’era pericolo di una seconda autobomba… di solito fanno così. Il bilancio è di due morti e 25 feriti. I feriti stanno bene, la chiesa è distrutta, i vetri ridotti in polvere…non so come abbiamo fatto a dormire questa notte».
Perché questi attacchi?
«È difficile spiegarlo. Ci sono le ragioni politiche e le recenti elezioni, ragioni etniche… gli arabi, i kurdi, il problema della sicurezza. È impossibile sapere perché, non possiamo dirlo. Questo attacco è contro tutto l’Iraq, può essere una spinta per dividere il Paese».
Sapeva degli altri attentati?
«Domenica mattina avevo intuito l’eventualità di ulteriori attentati, avevo avvertito i sacerdoti e le forze di sicurezza di stare attenti per la possibilità di un attacco organizzato contro la Chiesa. Sabato sera, alle nove, due ordigni erano esplosi nella chiesa di San Giuseppe Operaio, poco prima mi aveva chiamato il parroco di San Giorgio dicendo che alle 16:30 un ordigno era esploso nella sua chiesa».
Si sono verificate altre violenze?
«Si, un altro ordigno è esploso alla chiesa di Santa Maria di Fatima a Mosul di fronte alla moschea sciita».
Gli attacchi sono legati al passaggio di consegne effettuato dagli Stati Uniti all'inizio di luglio?
«Non saprei dire. Ho sempre detto che la loro uscita sarebbe stata buona se nel Paese ci fosse pace e sicurezza, se fossero usciti senza queste condizioni sarebbe stato dannoso. Pregate, so che Comunione e Liberazione crede nella preghiera, pregate il Signore per noi, per la pace e la sicurezza. Per il nostro popolo».

Grazie a Tracce
7月10日

Chiamati a guardare Cristo


lettera di Martino De Carli 08/07/2009

Caro don Massimo,
la Scuola di Comunità in questi ultimi tempi mi sta aiutando molto a cercare e a riconoscere la presenza di Cristo in ogni circostanza. Le circostanze sono opache se non sono capace di riaffermare sempre che mi manca il Tu di Cristo.
Prima di Pasqua sono entrato nella chiesa principale della nostra parrocchia, un sabato pomeriggio, per andare alla catechesi dei ragazzi. Ho intravisto in fondo alla chiesa, seduta in un angolo, una giovane donna, che mi è parso subito che stesse soffrendo. L'ho solo guardata. Anche lei ha incrociato il mio sguardo. Dopo qualche minuto, è uscita dal tempio, nel quale si stava celebrando un battesimo e mi ha chiesto di parlare con lei. Ho lasciato momentaneamente ai catechisti la responsabilità dei giovani che mi stavano aspettando e mi sono seduto a parlare con lei. Mi ha detto di essere la mamma di tre bambine che in quello stesso momento stavano ricevendo il battesimo. Ma, per il fatto di essere drogata e alcolizzata, le  bambine erano state affidate alla nonna. Ha saputo per caso del battesimo ed era lì, solo per vederle da lontano; ed esse, di tanto in tanto, si giravano e alzavano la manina per dire: "Mamma sono qui". Poi si è messa a piangere e mi ha chiesto di confessarla. L'ho fatto. E pensavo tra me: "Chi sta veramente conoscendo Cristo in questo istante, o meglio, chi lo sta conoscendo più a fondo?". Questa donna ferita, che se ne sta in fondo al tempio, come il pubblicano, o tutti coloro che in questo momento stanno superficialmente vivendo la cerimonia del battesimo?". Dopo la confessione ella era molto commossa e mi interrogava: "Perchè Cristo mi ha perdonato e gli uomini non mi perdonano?". Ed io non sapevo che cosa rispondere... Anch'io sono richiamato, come dicevo, in questo tempo a guardare Cristo, a cercarlo dentro le circostanze della vita, a riconoscerlo come Colui che in tutte le cose mi manca.

Tuo, Martino

nella foto: don Martino De Carli con alcuni giovani parrocchiani.

Grazie alla Fraternità San Carlo

7月7日

La Chiesa dica sì alla Madonnina di Civitavecchia

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Esorcismi e sequestri, misteriose telefonate ed inquietanti coincidenze. Un “diario segreto”. Dopo anni di silenzio riesplode il caso della Madonnina di Civitavecchia che pianse non solo nel giardino della famiglia Gregori ma anche nella casa del vescovo, nelle mani di monsignor Girolamo Grillo. E lontano dagli occhi dei media Papa Wojtyla venero’ la statuina. “Un giorno rivelera’ al mondo questo mio gesto di venerazione” dira’ al presule di Civitavecchia.
Tratto da Rai Vaticano il 7 luglio 2009

“In pieno possesso delle mie facolta’ di intendere e volere, in tutta franchezza e verita’, dinnanzi a Dio Padre onnipotente e misericordioso, al suo Figlio Gesu’ Cristo al cui giudizio dovro’ comparire, allo Spirito di santita’ e di amore, dinanzi alla sempre vergine Maria Madre di Dio, dinanzi a vostra Santita’ Beatissimo Padre, e a tutta la Chiesa, dichiaro di aver visto il 15 marzo 1995 alle ore 8, 15 lacrimare nelle mie mani la statuina della Madonna proveniente dalla parrocchia di S. Agostino in Civitavecchia. Di questo fatto sono stato testimone oculare e pertanto non posso minimamente dubitare della sua realtà”. E’ il testo di un solenne giuramento- come ormai se ne leggono pochi- scritto da monsignor Girolamo Grillo, ora vescovo emerito di Civitavecchia/Tarquinia, fatto a Papa Giovanni Paolo II l’8 di ottobre del 2000. Il vescovo esprimeva al pontefice la viva gratitudine per l’Atto di Affidamento di tutta la Chiesa alla Madonna, “accogliendo cosi’ anche una mia proposta in seguito alla lacrimazione di sangue della Vergine”.

Cio’ che impressiona e’ la firma di suo pugno che Papa Wojtyla appone ai margini del testo, quasi a voler dare un sigillo definitivo ad un evento che aveva dilagato sui giornali di mezzo mondo e che aveva sconvolto non solo una famiglia (quella dei Gregori proprietari della statuetta) ma anche quella di un vescovo e di una intera comunita’. Dunque, quello che non si sapeva e’ che un Papa ha “certificato” l’autenticita’ della lacrimazione, rompendo quella che e’ una rigorosa prassi osservata nei secoli dalla Chiesa quando si tratta di fenomeni che sconfinano nel soprannaturale.

Che si debba riaprire clamorosamente il dossier sulla Madonnina di Civitavecchia ? I presupposti ci sono tutti. Dopo anni di silenzio monsignor Grillo ci ha reso, con permesso speciale della Santa Sede, una testimonianza che ci ha profondamente turbato. Essa parte da un “Diario del Vescovo”, tenuto finora segretissimo, che fa la cronistoria dei fatti di Civitavecchia. Si legge di un presule - lo stesso monsignor Grillo - passato dallo scetticismo alla sorpresa, alla conversione. Di un Papa che ha venerato la Madonnina, lontano da occhi indiscreti, nel suo appartamento al terzo piano del Palazzo Apostolico (9 giugno 1995); di telefonate notturne della Segreteria di Stato del Vaticano; di una visita dell’allora onorevole Irene Pivetti, presidente della Camera dei Deputati, al luogo dove era custodita la Madonnina; di una, forse due visite “in incognito” che il pontefice polacco fece a Civitavecchia, durante una delle tante “fughe fuori porta”. E poi di esorcismi e inquietanti coincidenze.

E pensare che il “Diario del Vescovo” si apre con una frase emblematica: “Che brutta storia quella delle Madonne che piangono. C’e’ sempre qualche burlone che si prende lo sfizio di imbrattare gli oggetti sacri. Poveri noi, dove siamo capitati ! Con il parroco don Pablo Marin che va dietro queste stupidaggini. Mater boni consilii, ora pro me” (5 febbraio 1995). Questo l’”incipit”, poi, come in tutte le faccende dove c’e’ qualcosa di misterioso e luminoso, i sentimenti sono cambiati e l’animo si arrende all’evidenza, oppure alla percezione del divino. L’intervista a monsignor Grillo, il primo vescovo nella storia della Chiesa cattolica che ha avuto la straordinaria avventura di esser protagonista di un evento inspiegabile, ne e’ una prova lampante. “Un giorno – dira’ il Papa al vescovo di Civitavecchia – rivelera’ al mondo anche il mio personale gesto di venerazione”. E il momento probabilmente e’ venuto.

Eccellenza, dallo scetticismo alla sorpresa.
Si’. L’11 febbraio del 1995 a nove giorni dalla prima apparizione, ricevo verso mezzanotte una telefonata del cardinale Angelo Sodano. Mi invita a non essere troppo sospettoso ad aprirmi anche ad altre ipotesi interpretative.

Una strana telefonata.
Che mi ha alquanto impensierito. Anche in Vaticano, rifletto, non hanno altro da pensare; vedono pure la TV! Il 23 febbraio, sempre il Segretario di Stato mi ringrazia, a nome del Papa, per essere stato piu’ possibilista in una intervista, commentata da Enzo Biagi, a proposito delle lacrime di sangue versate dalla Madonnina.

L’irrompere di Giovanni Paolo II in questa vicenda e’ misterioso. Del Papa che ha versato il suo sangue nell’attentato in Piazza S. Pietro il 13 maggio 1981. Ora cominciamo a capire perche’ non abbia sottovalutato Civitavecchia. E lei?
I miei convincimenti cominciavano a franare. Un Papa come Giovanni Paolo II che irrompe nella questione e che irrompe nella mia vita non l’avevo messo in conto. Sara’ a conoscenza di qualche segreto, penso. Oppure anche il Papa e’ impazzito?

Intanto le analisi del sangue rivelano che si tratta di sangue maschile. Sara’ il sangue del Figlio di Maria? Mah. La Madonnina viene radiografata al Policlinico Gemelli. Le fanno persino una TAC. Ricoverata come una paziente. Di lei si interessa il cardinale Joseph Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.

Non ha mai pensato, eccellenza, che in tutto quello che avveniva ci potesse essere lo zampino del diavolo?
Oh, si’. Abbiamo fatto tanti esorcismi. Ho contattato l’esorcista della diocesi. Ho ordinato addirittura ai preti di stare lontani da questa faccenda. Il vescovo Grillo - lo affermo per la prima volta- aveva persino ordinato che quella statuina fosse distrutta!

Lei ha incontrato anche il padre Gabriele Amorth, che di demoni se ne intende.
Amorth escluse un influsso satanico. Si poteva trattare di allucinazioni ad opera diabolica. Don Amorth aggiunse che un’anima di Firenze, da lui diretta spiritualmente, le aveva detto che la Madonna avrebbe pianto lacrime di sangue a Civitavecchia. Otto mesi prima! Lacrime con tristi presagi per il futuro dell’Italia. Elezione nel mese di giugno, vittoria di Prodi e attentato al premier, guerra civile nel nostro Paese. Un presagio funesto che si poteva bloccare con una grande preghiera. Il messaggio di Amorth lo comunico a mia sorella.

Che rimane profondamente turbata, leggo dal suo diario. La mattina del 15 marzo l’imprevedibile.
Ho appena celebrato l’Eucarestia. “Non ho dormito questa notte. Ho ripensato alle parole di padre Amorth. Prima di tornare a Roma mi fai pregare davanti alla Madonna?”, implora mia sorella.

Lei abitava nella villa San Francesco, la sua residenza.
E’ cosi’. Pregare non nuoce, ho pensato. Chiamo una della due suore, suor Tereza rumena, e le chiedo di estrarre dall’armadio, dove’era chiusa a chiave, la statuina. Con me c’erano, dunque, mia sorella, mio cognato, la religiosa.

Cosa pregavate?
Senza metterci d’accordo, recitavamo l’identica preghiera, la “Salve Regina”. Io in latino. Ero arrivato alle parole: “illos tuos misericordes oculos ad nos converte”, volgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi… Quando mio cognato mi da’ una gomitata: “Non vede che ripiange!!”.

Cosa stava accadendo?
Una lacrima scendeva dall’occhio destro della statuina come un filo di capello. La lacrima scendeva, quasi come una lacrima normale, ma fermandosi prima della gota formava come una piccola perla di rubino, la quale voleva superare la gota, per rifare lo stesso tracciato di quella precedente asportata al Policlinico Gemelli. Sono sbiancato tanto che mia sorella si mise a gridare: “aiuto, aiuto”, macchiandosi il dito con il sangue per l’agitazione. Al suo grido, accorsero suor Mariana e mio nipote Angelo che ancora riposava. Chiamarono subito il primario cardiologo dell’ospedale civile, il professor Di Gennaro, il quale si avvide sia dello stato grave di shock in cui mi trovavo, sia della nuova lacrima di sangue ancora fresca…

Mai avuto dubbi? Una allucinazione, una percezione deviata, qualcosa di patologico, una suggestione?
Ma eravamo in quattro! Diventati poi sei! Quale scherzo? Quale allucinazione o suggestione collettiva? Allucinazione o percezione sbagliata potevano essere quelle di Lourdes o Fatima…La’, dei ragazzi, hanno visto la Madonna. Io non ho visto niente. Ho visto il sangue scorrere e restare. Ha capito?! Il fatto e’ stato un fatto constatabile, non una visione. Quante volte sono stato preso da scrupolo. Torturato: “E’ possibile che una Madonnina abbia pianto?”. “Eccellenza - mi rimproverava suor Tereza che allora aveva 25 anni- e’ una brutta tentazione! Un cattivo pensiero. Se lo tolga dalla mente!

Quindi, a distanza di 13 anni lei puo’ affermare con totale sicurezza che…
Che la Madonnina ha pianto nelle mie mani! Era deposta in un cestino nelle mie mani. Ed era sangue! C’e’ poco da aggiungere. Era sangue! Questa e’ la verita’!

Impressionante! Monsignor Grillo, la notizia della quattordicesima lacrimazione a casa sua (come le stazioni della Via Crucis) fa il giro del mondo. Il 22 maggio arriva da lei, in gran segreto, il presidente della Camera dei Deputati, l’onorevole Irene Pivetti. Il 25 maggio incontra il Papa al termine dell’incontro coi vescovi italiani. Cosa le chiese il papa?
Notizie sulla Madonnina. Alla mia esitazione a rispondere, Giovanni Paolo II si lascio’ andare ad una battuta tagliente: “Ah! Voi altri vescovi italiani avete la testa dura e siete sempre dubbiosi”. Ora credo che egli abbia avuto ragione.

La giornata indimenticabile per lei e’ pero’ il 9 giugno.
Si’, sono stato invitato a cena dal Santo Padre il quale ha voluto – cosa che nessuno sa finora – che gli portassi la Madonnina. L’ho informato dei miei contatti coi cardinali Sodano, Ratzinger e Ruini. Il Papa ha citato piu’ volte, a proposito del pianto, il grande teologo Hans Urs Von Balthasar. Il pianto della Vergine e’ un invito alla conversione. Al termine della cena abbiamo pregato a lungo davanti alla Madonnina.

E poi?
L’ha venerata, l’ha baciata, l’ha benedetta, le ha imposto sul capo una corona d’oro che avevo portato con me; ad una mano le ha appeso la corona del rosario.

Il sigillo di Pietro su quell’evento?
E’ probabile. Al termine di quelle ore, che non dimentichero’ piu’, il Papa mi ha imposto il silenzio su quanto era avvenuto.

Con quali parole?
Tremo ancora nel ricordarle. “Un giorno – mi disse il papa – lei lo fara’ sapere al mondo; cioe’ fara’ conoscere a tutti questo mio atto di venerazione”. Poi ha aggiunto: “Mettiamo tutto nelle mani di Ratzinger…” Il giorno successivo il cardinale Sodano mi fa sapere della soddisfazione del Santo Padre. “Per la Madonnina – esclama - si puo’ procedere senza tentennamenti. Pietro e’ con lei!”.

Questo segno di sangue lascia senza parole. Molti l’hanno interpretato come preannuncio di sciagure per l’Italia e per l’umanita’.
Non posso sbilanciarmi. La Madonna non puo’ non seguire da vicino il cammino dei suoi figli nel tempo, i loro affanni e le loro preoccupazioni. Il credente non deve scartare alcuna ipotesi, per chi non crede… Non vorrei essere nei panni di un teologo che deve dare una qualche spiegazione ad una statua di Maria che lacrima sangue maschile. Un giorno l’allora cardinale Ratzinger mi disse: “I teologi, se questo e’ vero, avranno da discutere molto sulla natura del sangue di Maria”.

Lei un uomo di fede, naturalmente. E’ un vescovo. Ha toccato quel sangue… potrebbe essere il sangue di Cristo! Cio’ non la sconvolge?
A dir la verita’ non l’ho toccato. L’ha toccato mia sorella. Lei sa che la commissione incaricata dal Vaticano di affrontare la questione ha dato dieci pareri positivi su undici. Sette di questi propendevano per l’evento non spiegabile, per un evento soprannaturale.

Ci si e’ fermati sulla soglia (e non capisco il perche’), ne’ un giudizio positivo ne’ negativo. Quasi a voler archiviare il fatto, a derubricarlo nel dimenticatoio della storia.
Io non ho parlato di soprannaturalita’ le ho risposto che, si’, la Madonnina ha pianto, ma non so cosa che cosa sia !

Questo premere dell’eterno sul mondo travolge ogni umana, positiva certezza. Monsignore, questo fatto le ha procurato piu’ gioie o sofferenze?
(esita a lungo) Non dico nulla!

Il vescovo di prima, dopo quell’evento, non c’e’ piu’.
No. La lacrimazione ha sconvolto la mia vita e tutto e’ diventato effimero, caduco. E’ come se avessi una percezione nuova delle cose e della vita.

So che tocco corde molto intime. La sua devozione mariana si e’ irrobustita…
Questo si’. Io sono sempre stato devoto della Madonna. Molti mi chiedono: quando pensi alla Madonnina? La domanda andrebbe rovesciata: quando non penso alla Madonnina!

Forse c’e’ una lezione da trarre da tutto questo: bisogna avere il coraggio di non respingere il mistero di Dio.
Dio pero’ ama la liberta’. Ha creato l’uomo libero, libero anche di negarlo. Aprirsi al mistero di Dio significa lasciarsi toccare da Dio. Essere disponibili. Prego molto perche’ le donne e gli uomini del nostro tempo sentano, come un dono, quello di essere toccati da Dio.

Civitavecchia con la sua Madonnina rischiano la “damnatio memoriae”. Lei non vuole. Lei, autorizzato dal Segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone, dopo tanti anni, ha finalmente parlato. Lei, forse, vorrebbe qualcosa di piu’ dalla Chiesa, un passo meno esitante…
Puo’ darsi che sia arrivato il momento da parte della Chiesa di dire il suo si’ a Civitavecchia. Teniamo conto del miracolo delle conversioni, delle famiglie che si ricompongono, delle persone che si sentono attratte da questo mistero di luce. A Civitavecchia quella Madonnina, e’ incredibile, attira, chiama. “Monsignore, dopo avere sconvolto la Francia adesso non parla più”, mi ha detto un po’ bruscamente il rettore del santuario di Lourdes. Era accompagnato da monsignor Massimo Camisasca. “Che parli io - ho risposto – non importa, parla lei, la Madonna. Lo dimostra il fatto che senza essere invitato e’ venuto qui perche’ ha sentito una forza misteriosa. Io l’ho incontrata per caso. Quindi, meno si parla – ho aggiunto – e piu’ parla Lei”. Speriamo che dopo queste mie parole continui a parlare. Questa e’ la mia speranza.

Grazie a Il Mascellaro


7月4日

Libertas Ecclesiae e dintorni

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“Gli illuministi non volevano abolire i valori cristiani [ ….] ma non volevano seguire la Chiesa, non volevano continuare a riconoscere Cristo come decisivo per la vita. Allora difendevano i frutti che Cristo aveva portato separandoli dall’origine; hanno voluto fare un cristianesimo senza Cristo, difendendo i valori cristiani a prescindere dalla fonte, dalla sorgente di questi valori”. E’ uno stralcio da Romano Guardini, citato da Don Carròn, per spiegare che non hanno senso le battaglie sui “valori” di per sé – la vita, la famiglia – se non se ne afferma l’origine e il significato.

E’ profondamente vero, ed è il motivo per cui, per esempio, non abbiamo seguito l’amico Giuliano Ferrara quando alle scorse elezioni politiche ha presentato la lista contro l’aborto, pur condividendone - ovviamente – lo scopo: non sono i discorsi sulla sacralità della vita che fanno cambiare idea ad una donna decisa ad abortire.

Noi chiediamo innanzitutto la libertas ecclesiae, la libertà della Chiesa di esistere, e usiamo questo come criterio per scegliere, ad esempio, quale partito votare o quali candidati scegliere alle elezioni.

Ma dobbiamo capire bene cosa significa adesso, ai nostri giorni, chiedere la “libertas ecclesiae”, nel nostro paese, altrimenti rischiamo di equivocare quanto detto finora.

Alcuni miei amici dicono che Libertas ecclesiae significa poter costruire le nostre opere – dalle scuole, al Banco Alimentare, al Meeting – per fare esperienza e testimoniare la bellezza dell’incontro fatto.

Ma allora dovremmo anche ammettere che se domani, ad esempio, la Corte Costituzionale consentisse anche la diagnosi preimpianto degli embrioni, o la fecondazione eterologa, per le nostre opere non cambierebbe niente: ci sarebbe lo stesso il Meeting, faremmo ugualmente la Colletta Alimentare, le nostre scuole continuerebbero ad esistere.

E d’altra parte nella Spagna di Zapatero l’introduzione del matrimonio omosessuale non ha impedito certo ai cattolici di andare in piazza – ci sono andati a milioni – ai vescovi di parlare, ai movimenti e alle famiglie cattoliche di esistere e di operare, di continuare ad esempio le loro opere di carità.

Quindi leggi di questo tipo non impediscono la libertas ecclesiae, se con questa espressione si intende semplicemente la possibilità di costruire le nostre opere, e testimoniare pubblicamente.

Allora, le possibilità sono due: (continua a leggere...)

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7月1日

Don Giussani contro il "gulag" della modernità


«Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere, credere proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?». Forse nessuno più di Dostoevskij ne I fratelli Karamazov ha posto in modo sintetico e perentorio la sfida davanti alla quale si trova il cristianesimo nella modernità. Don Giussani ha avuto il coraggio di misurarsi con questa sfida storica, radicalizzandola, se possibile.

Infatti, scommette tutto sulla capacità della sua proposta educativa di generare un tipo di soggetto cristiano per cui «anche se andassero via tutti - tutti! -, chi ha questa dimensione di coscienza personale (che la fede genera) non può fare altro che ricominciare le cose da solo». E la stessa, identica, scommessa che lo stesso Gesù non ebbe paura di correre coi suoi. Che cosa avrebbe fatto Gesù nell`ipotetico caso che, davanti alla sfida: «Anche voi volete andarvene?», tutti i discepoli l`avessero abbandonato? Nessuno ha alcun dubbio: avrebbe ricominciato da solo.

Che cosa può consentire una tale capacità di ripresa, nelle attuali circostanze storiche? Possiamo incominciare a intravedere la risposta, se cerchiamo di immedesimarci con Gesù: che cosa l`avrebbe potuto fare ripartire da capo? È evidente che Lui non si sarebbe potuto appoggiare su una logica di gruppo, dal momento che, nella nostra ipotesi, era rimasto da solo. Per potere affrontare questa sfida occorre passare «da una logica di gruppo a una dimensione di coscienza personale».

Gesù sarebbe stato costretto a poggiare tutto sul contenuto della sua autocoscienza, della sua appartenenza al Padre. «Qual è il contenuto di questa dimensione di coscienza personale? La definizione dell`io è "appartenenza". L’appartenenza definisce ciò che sono; come l`essere figli è definito dall’appartenenza al padre e alla madre; e non è schiavitù, perché tale appartenenza non è estrinseca. Dire che l’io è rapporto con l’Infinito vuole dire che l’essenza dell’io, nel senso stretto della parola, è appartenenza a un Altro».

Così don Giussani indica che quello che potrebbe far ripartire da capo ciascuno è la stessa cosa per cui Gesù ha cominciato: la coscienza della sua appartenenza al Padre. Non è, dunque, una capacità nostra, una energia propria, una nostra bravura, ma è l’esito di una appartenenza.

In questo modo don Giussani non fa altro che identificare lo scopo ultimo dell’opera salvifica di Cristo. Infatti Lui è diventato uomo, è morto e risorto, perché mediante il dono dello Spirito potessimo vivere con la coscienza di figli, come “figli nel Figlio”. Prendere consapevolezza del nostro essere figli, cioè della nostra appartenenza al Padre, è il compito di ogni educazione cristiana, che ha la verifica della sua verità nella capacità dell’io - così educato - di ricominciare da capo, se tutti se ne andassero. Questo chiarisce la strada che ognuno di noi deve cercare di percorrere: che la vita diventi un cammino che ci renda sempre più certi e consapevoli della nostra appartenenza.

Ma acquistare questa consapevolezza è possibile soltanto se essa è verificata nelle circostanze della vita: «L’impatto con le circostanze, il rapporto con la realtà, non è nient’altro che l’avvenimento della vita come vocazione, in cui il “soggetto” è l’appartenenza a ciò che è accaduto - Cristo dentro la fragilità effimera della comunità - mentre il contenuto “oggettivo”, su cui questo soggetto è chiamato ad agire, è l’incontro con quel complesso di circostanze finalizzate che si chiamano appunto “vocazione” perché Dio non fa nulla per caso. Il complesso di circostanze sollecita il soggetto e questo agisce secondo l’origine totalizzante che ha dentro, secondo quel principio formale, quel principio determinante, che è stato l’incontro».

Raggiungere questa coscienza è una lotta che chiede a ciascuno di noi la disponibilità alla conversione, vale a dire a vivere secondo un`altra mentalità. La ragione è evidente. Questa posizione entra in contrasto con l`atteggiamento diffuso in questo preciso momento storico, in cui siamo chiamati a vivere la fede, e ci penetra molto più di quanto pensiamo: «L’uomo moderno ha creduto di evitare tutto dicendo: "L’uomo appartiene a se stesso", che è la più grande menzogna, perché prima non c`era, perciò va contro l`evidenza più chiara. “L’uomo appartiene a se stesso” vuole dire: l’uomo diventa possesso del potere, appartiene al potere, cioè appartiene agli uomini che lo determinano».

Le conseguenze di questa scelta adesso sono più documentabili di quando furono dette queste parole, a metà degli anni Ottanta: «Amici miei, siamo in un`epoca di una pericolosità sterminata. Siamo in un`epoca in cui le catene non sono portate ai piedi, ma alla motilità delle prime origini del nostro io e della nostra vita. L’Occidente sta, non lentamente, ma violentemente spingendo tutta la realtà umana, anche nostra, verso il "gulag" di un asservimento mentale e psicologico inaudito: la perdita dell`umano, di cui Teilhard de Chardin segnalava già il sintomo più impressionante, che è la perdita del gusto del vivere». Juliàn Carròn - Il Sussidiario