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日志


8月31日

IL POPOLO D'AGOSTO

Spagnoli, portoghesi, kazaki, russi, egiziani, giordani, messicani, americani, polacchi, lituani, cechi... tra i volontari del Meeting di Rimini di quest’anno ci sono giovani che vengono da molto lontano, a loro spese, per pulire i pavimenti della fiera, strappare i biglietti all’ingresso degli spettacoli, fare servizio d’ordine negli incontri, servire ai tavoli dei ristoranti o pelare patate.
Questo dice in modo efficace della svolta che sta caratterizzando il Meeting: è divenuto ormai un evento internazionale, non solo per quello che riguarda i relatori degli incontri, ma anche per ciò che concerne il pubblico e persino i volontari.
Cosa accomuna tutta questa gente? Un carisma cattolico, come quello di Luigi Giussani, che si immerge nella tradizione e nella storia del nostro Paese, rende gente di tutto il mondo capace di vedere ciò che molti non sono capaci di vedere, un nuovo mondo che sta nascendo: donne ugandesi malate di Aids piene di speranza; gli appartenenti ad una associazione di ex favelados che, abbracciando la fede cattolica, trovano nuova linfa alla loro azione educativa e sociale; carcerati spinti a un profondo cambiamento interiore per l’incontro con gente che scommette sul loro destino e insegna loro a lavorare; missionari, fratelli e compagni di coloro che hanno incontrato in terre lontane; giovani del rione Sanità di Napoli protagonisti di un impegno sociale che sembra un canto; intellettuali alla scoperta di un nuovo significato dopo anni di nichilismo; giovani imprenditori e operatori sociali che, invece di discutere di crisi, cercano innanzitutto di affrontarla con creatività e spirito di iniziativa.
Sono frammenti di popolo che torna ad unirsi durante una settimana di agosto, persone leali con il grido del loro cuore, che non si accontentano di osservare queste novità umane presenti nella realtà, ma vogliono scoprire che cosa e chi le origina.
Per questo hanno ascoltato in modo filiale gli interventi di pastori come Bagnasco e Pezzi. Per questo hanno affollato incontri, come quello in cui si è parlato di ecumenismo con Habukawa, di diritti umani con Glendon, Weiler e Hauerwas, di pace con Mamberti, Tauran e Moussa, di multiculturalismo con Prades e Milbank, della solitudine esistenziale con Borgna e Cesana, di percorsi alla ricerca della verità di se stessi con Pansa, Cominelli, Modiano, Waters e Allam. Per questo, negli incontri politici, sociali ed economici in questo Meeting, partendo da un desiderio di significato per la propria vita e da tentativi positivi in atto nella vita economica e sociale, hanno aiutato i relatori a star di fronte ai problemi che attanagliano la nostra società, secondo un’ottica sussidiaria, senza soffermarsi sul gossip politico. Così, si è discusso di molte proposte che stanno punteggiando l’inizio di questo governo e l’attuale clima politico: la volontà di rilanciare il sistema produttivo e bancario da parte di operatori pubblici e privati (come Conti, Passera, Profumo e Moretti), il dialogo per il bene comune dell’Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà, il riassetto dello Stato e il federalismo fiscale negli interventi di Tremonti e Calderoli, la necessità per la scuola di una riforma nella direzione di autonomia, parità, valutazione e valorizzazione della professionalità degli insegnanti nel dibattito Gelmini-Garavaglia, l’urgenza della liberalizzazione del mercato del lavoro nell’incontro con Sacconi e Bonanni, la riforma della giustizia e delle carceri annunciata da Alfano, la sussidiarietà nell’ente locale di Formigoni e Alemanno. Chi impara da Giussani a vivere senza patria non si estrania dal mondo, come hanno testimoniato Eugenia Roccella e Bernhard Scholz nell’incontro conclusivo: vi scopre quella Presenza Misteriosa che continuamente mostra i suoi tratti inconfondibili in fatti e persone che spalancano il nostro cuore e ci fanno appassionare a tutto, anche quando non tutto è come istintivamente vorremmo.
Pagina  12 

Giorgio Vittadini - Il Giornale

PADRE ALDO TRENTO

 


«Il mio unico progetto è fare quello che Dio mi mostra ogni giorno». In Paraguay la parrocchia di San Rafael guidata da padre Aldo Trento riprende la coscienza medievale e lo spirito delle Riduzioni dei Gesuiti. Si accompagna l’uomo dalla nascita al cimitero, mostrando come il cristianesimo crea una civiltà dell’amore. Padre Aldo (classe 1947, nativo della provincia di Belluno) è in Paraguay dal 1989 dopo una serie di esperienze anche traumatiche (il periodo della contestazione, una crisi affettiva e la depressione). La parrocchia di San Rafael ha circa 10mila abitanti e si trova nella capitale Asunción. Nel 2004 è nato il Centro di eccellenza dedicato a San Riccardo Pampuri che ha fin qui dato assistenza a 14mila malati («Piccole ostie bianche», come le chiama padre Aldo»). Un asilo, una scuola elementare, un’azienda agricola che prima era destinata al recupero dei carcerati e oggi è una succursale per i malati di aids non terminali. Due casette per i bambini orfani o malati di aids. La Casa Gioacchino e Anna per anziani, il Banco dei donatori del sangue, il Banco alimentare. Sono queste le altre attività sviluppate da padre Aldo che a partire dall’incontro con don Giussani ha ritrovato se stesso e ha accompagnato gli ammalati in particolare quelli terminali verso l’incontro con Cristo.

 

Padre Aldo, è difficile sintetizzare in poche righe la sua missione

 

Mi occupo anzitutto di malati terminali e depressi. Quello che è strano è che avevo terrore di finire in un manicomio. Ho alle spalle anni e anni di antidepressivi. La notte che porto con me è dolorosa, ma oggi la vivo con la gioia perché Dio per realizzare le sue opere ti vuole sulla sua croce con lui. Può fare anche diversamente, ma con me ha scelto questo metodo. Stare di fronte agli ammalati significa realmente immedesimarmi con loro fino al punto che quella sofferenza diventa mia, diventa preghiera e supplica.

 

Nei volti dei malati si può rivedere il volto di Cristo, eppure facciamo fatica ad accettare questa condizione

 

Basta pensare a me. Non avevo neanche per la testa di fare queste cose. Non avevo più voglia di vivere. I morti mi hanno sempre fatto paura così come i malati terminali. Ora tutti i giorni vedo la morte in faccia. Il nostro fine è che i malati terminali possano incontrare Cristo. La morte è come il momento del matrimonio nel quale si apre la porta della chiesa con il fidanzato che aspetta sull’altare la fidanzata. Una notte muore un malato di aids e un’infermiera mi ricorda che quando le donne andavano al sepolcro avevano con sé gli aromi e i profumi. Da allora anche da noi si fa così.

 

La bellezza di Cristo è capace di liberare il cuore dell’uomo?

 

Un ragazzo di 22 anni, piegato dall’aids, mi ha detto: «Padre, io non ho mai avuto nessuno come compagno nella vita, l’unico è stato l’aids. Oggi finalmente capisco cosa cercavo». Gli ammalati chiedono continuamente i sacramenti. Una mamma di 32 anni si è ritrovata con due bambine di 7 e 8 anni, affette da malattie congenite, morte in ospedale: è rimasta da sola con un bambino e ha scelto di adottarne altri 12 malati di aids. C’è anche chi, fra gli ammalati, ha scritto un canto per ricordare che la morte libera dalle catene del corpo e fa incontrare Cristo. Crispino, 34 figli sparsi ovunque, prima di morire ha organizzato una cena per festeggiare l’ultimo compleanno con tutti i malati. I racconti sarebbero molti.

 

Facciamo un passo indietro. Ripercorriamo le tappe della sua vocazione

 

All’età di 7 anni sento la prima chiamata, ma purtroppo ero troppo piccolo. A 11 anni durante una confessione il sacerdote mi chiese se mi sarebbe piaciuto diventare prete, dissi di sì un po’ anche per il timore della sua reazione. Poi mi accorsi che quel sì aveva cambiato la mia vita: desideravo essere totalmente di Cristo.

 

Quali sono state le difficoltà principali?

 

Durante gli anni della contestazione sono entrato in crisi. Ero irrequieto: la voglia di infinito e di totalità; il cristianesimo che avevo accolto non era in sintonia con il ‘68. A Padova da giovane prete incontro Potere Operaio e lì perdo la testa. Divento simpatizzante con tutto quello che ne seguì: i superiori mi mandarono - dopo il divieto da parte del vescovo di predicare in parrocchia - a Salerno a seguire i carcerati.

 

La prima svolta avvenne durante una manifestazione

 

Nel maggio del 1975 avevo aderito a uno sciopero contro l’imperialismo americano in Vietnam. Quattro ragazzi (di cui uno mi ha scritto questa settimana) del primo anno del liceo dove insegnavo mi videro con il giornale di «Lotta continua» e mi dissero: «Padre non è così che si cambia il mondo, lei dovrebbe insegnarcelo. Il mondo si cambia, il suo cuore cambia se incontra Cristo». Rimasi sconvolto. Incominciai a seguire l’esperienza di Cl. Da lì è iniziata la mia avventura fino al 1989 quando una crisi affettiva mi ha messo ko: da un lato capivo che questa persona era importante per la mia vita, dall’altra ero prete e la mia vocazione era fuori discussione.

 

Poi l’incontro e il rapporto con don Giussani

 

Consegnai la mia situazione a don Giussani, che mi disse: «Finalmente è accaduto il miracolo, adesso diventerai un uomo». Diventare un uomo ha voluto dire fare i conti con la mia umanità che non pensavo così drammatica e così dura. Il 7 settembre 1989 don Giussani mi ha accompagnato all’aeroporto per il Paraguay. Mi sono buttato in un disegno del quale Giussani era il tessitore e Dio la mano. Grazie a Il Sussidiario

INTOLLERANZA ALLA ROVESCIA

 

 

 

Il consiglio di amministrazione del Museion di Bolzano ha deciso che, nonostante le proteste di molti cattolici e una richiesta del Papa in persona, la «rana crocefissa» dell’artista tedesco Martin Kippenberger resterà dov’è, cioè esposta alla mostra che si chiuderà il 21 settembre. Per singolare coincidenza, la decisione segue di poche ore il quasi-licenziamento (scampato solo all’ultimo momento) del custode di un altro museo, Ca’ Rezzonico di Venezia, colpevole di aver impedito l’ingresso a una donna musulmana resa irriconoscibile dal velo.
Quando il povero custode (povero perché è stato seppellito dalle critiche e s’è perfino preso dello stupido dal sindaco di Venezia, Cacciari) è finito in prima pagina su tutti i giornali per la sua irremovibilità nell’applicare il regolamento, qualcuno ha parlato di «spirito dei tempi». Lo spirito dei tempi sarebbe l’islamofobia, o più in generale la xenofobia e il razzismo imperanti in questa Italia di leghisti e di fascisti.
È possibilissimo che ci sia un diffuso sentimento di ostilità nei confronti degli stranieri e dei musulmani in particolare, ed è senz’altro vero che una società moderna e matura (ma più in generale ogni società di ogni tempo) deve sapere accogliere chi viene da oltre confine e capire che le diversità possono arricchire. E poi il mondo è proprietà di tutti (o di nessuno: è la stessa cosa).
Tuttavia, «spirito dei tempi» è anche - e forse soprattutto - quello che ben è stato rappresentato dalle due diverse reazioni dei musei di Venezia e di Bolzano. Nel primo caso ha prevalso la difesa della libertà di espressione e di culto: se la donna si vuol vestire così per una scelta religiosa è liberissima di farlo, si è detto. Nel secondo caso ha prevalso la difesa della laicità: la religione non deve mettere becco nell’arte.
Credo che la «rana crocefissa», sulla cui qualità artistica non mi esprimo anche se mi pare identica alle sorpresine dell’ovetto Kinder, debba restare dov’è: esposta al giudizio dei visitatori del museo. Lo credo soprattutto perché una sua rimozione non farebbe che il gioco dell’autore, un perfetto sconosciuto che ha ottenuto facile pubblicità seguendo una tattica stra-abusata, quella di creare il caso per passare poi da vittima dell’oscurantismo clericale. Non auspico alcuna censura, quindi, e anzi i cattolici farebbero meglio a non protestare per non prolungare lo spot.
Ma credo anche che nessuna persona di buon senso, e di retta coscienza, possa fare a meno di notare l’evidente differenza tra i casi di Bolzano e di Venezia. A Bolzano s’è esposta un’opera che i cattolici hanno ritenuto offensiva, ma dei loro sentimenti non è fregato niente a nessuno. A Venezia il custode ha semplicemente applicato non solo il regolamento del museo, ma anche due leggi dello Stato (la seconda delle quali confermata da referendum popolare) che impedisce a chiunque di circolare completamente travisati. Si badi bene: nella decisione del custode di Venezia non c’era nulla di religioso; solo un’esigenza di ordine pubblico. Per lo stesso motivo, nessuno sarebbe potuto entrare nel museo con un passamontagna o un casco integrale.
Pagina  12  Michele Brambilla - Il Giornale
8月30日

CACCIA AI CRISTIANI

 

 

INDIA, LA CACCIA AI CRISTIANI NON SMUOVE L'OCCIDENTEhttp://www.ilsussidiario.net/img/WEB/Orissa_IndiaR375_26ago08.jpg
 

Questa notizia è dedicata soprattutto a coloro che si informano soltanto attraverso il TG1 delle 20. Costoro infatti, ancora non sanno che in India, più precisamente nello stato dell'Orissa, si è scatenata la caccia al cristiano da parte dei fondamentalisti indù. Finora il bilancio parla di 14 morti, una cinquantina di chiese distrutte, centinaia di case bruciate o distrutte, villaggi messi a ferro e fuoco, decine di migliaia di sfollati. Le violenze anti-cristiane in Orissa  vanno avanti da molto tempo, ma l'ondata scatenatasi in questi giorni non ha precedenti. Ad innescarla la morte di un leader religioso indù, pretestuosamente attribuita ai cristiani proprio per scatenare la reazione. A fomentare le violenze sono i gruppi estremisti indù, che mescolano il fondamentalismo religioso al nazionalismo più estremo, ma le autorità locali appaiono compiacenti mentre il governo centrale non sembra avere né la forza né la volontà di fermare le violenze.

Per questo motivo la Chiesa indiana ha ieri chiuso per protesta le 25mila scuole cattoliche dell'India, un pilastro del sistema educativo indiano. “La protesta intende ricordare la carneficina dei cristiani nell’Orissa – sottolinea il card Osvaldo Gracias, presidente della Conferenza episcopale indiana, in un articolo pubblicato da Asia News – acuita dall’incapacità del governo centrale di fermare le violenze, mentre nel Paese monta un sentimento anti-cristiano e i fedeli sono torturati e uccisi”. Il prelato afferma di voler mandare “un segnale chiaro” non solo all’India, ma in tutto il mondo sull’importanza della presenza della comunità cristiana, da sempre in prima fila “nel sociale, nell’educazione e nell’opera di assistenza verso i bisognosi”. Un’opera ancora più significativa in India perché “non tiene conto della differenza di casta” e abbraccia “tutta la popolazione”.

Ed è proprio quest'ultimo uno dei motivi fondamentali dell'odio anti-cristiano, la minaccia che la presenza cattolica porta a quella forma di schiavitù che è il sistema delle caste, difeso con forza dai gruppi nazionalisti indù. Se ne parlerà più diffusamente nel numero del Timone di settembre-ottobre, ma intanto invitiamo tutti i nostri lettori a manifestare solidarietà con i cattolici indiani, sia con la preghiera sia con la diffusione delle informazioni, che sulla stampa occidentale passano con il contagocce. Del resto lo sappiamo già: le violenze contro i cristiani non smuovono le coscienze, non mobilitano i media e le star dello spettacolo e dello sport. Che diamine, non siamo mica il Tibet!

Tocca comunque a noi per primi mostrare solidarietà ai nostri fratelli nella fede. Nel modo più concreto che esista: con il digiuno e la preghiera. Segnaliamo per questo l'iniziativa dell'istituto missionario PIME a Milano, una veglia pubblica di preghiera e digiugno che si terrà il 5 settembre, giorno della festa liturgica della beata Madre Teresa di Calcutta. L'appuntamento è per le ore 18 nella chiesa di San Francesco Saverio in via Monterosa 81, a MIlano. 

Da Il Timone

8月29日

NON UNA DOTTRINA MA UN INCONTRO

Il Cristianesimo non è una dottrina ma un incontro: due giornalisti, Waters e Allam, si raccontano

“La prima condizione per cui il cristianesimo si realizza come avvenimento è l’affezione a sé, alla propria umanità. Non accade come una magia, ma come dice don Carròn, occorre la nostra umanità”. Apre così Alberto Savorana, portavoce di Comunione e Liberazione, uno dei più attesi e affollati incontri della ventinovesima edizione del Meeting. Sono stati invitati a testimoniare l’incontro fatto con l’avvenimento di Cristo nella loro vita John Waters, editorialista dell’Irish Times e Magdi Cristiano Allam, vicedirettore del Corriere della Sera.

“Di recente ho vissuto un fenomeno per me strano: sentirmi nella posizione di Giovanni e Andrea quando incontrarono Gesù per la prima volta”. Waters, già presente al Meeting due anni fa, inizia il suo intervento raccontando ciò che considera novità nella sua vita. “Sono seduto a un bar, prendo un caffè con un amico e c’è una sedia vuota come per un altro ospite. Allora comincio a pensare a come sarebbe se arrivasse Lui: come potrei fare a riconoscerLo? Che aspetto avrebbe?”. È chiaro che per il giornalista irlandese deve accadere qualcosa di eccezionale per riconoscere la Presenza di Cristo su quella sedia, nella sua vita.
Prova così a spiegare il suo lungo e complicato percorso all’interno della cultura moderna, descritta da lui come “una giungla buia all’interno della quale cammino a tentoni e tocco senza riuscire a capire se sono buone o cattive”. In effetti la sua vita è stata una giungla in cui ha anche affrontato il tunnel dell’alcolismo durante la ricerca della sua libertà, necessariamente diversa da quella in Cristo trasmessagli dalla sua famiglia. Ma il suo cuore non ha mai smesso di desiderare di incontrare una verità che sia più corrispondente della sua idea di libertà. Accogliendo allora la provocazione di don Giussani di essere onesto con se stesso e stare a ciò che accade nella sua vita, è arrivato alla radura camminando nella giungla della sua vita. “Lì ho incontrato gente che guardava tutti i miei desideri e mi ha invitato a fare un viaggio. Questo è il Meeting, l’Incontro. L’unico incontro che io conosca” conclude Waters. “Oggi Lui è presente nella mia realtà”.

Interrotto più e più volte da applausi, Magdi Cristiano Allam inizia ricordando che ha ricevuto la grazia di incontrare autentici testimoni di fede. Ciò che poteva sembrare casuale nella sua vita, oggi lo riconosce come fondamentale per la conversione al cristianesimo: l’educazione dall’età di quattro anni nelle scuole cattoliche. “Ho conosciuto così la realtà del cristianesimo, vissuto attraverso le opere buone dalle suore e dai frati che insegnavano lì. Da allora - continua – è cresciuta sempre di più la mia spiritualità e la convinta adesione ai valori non negoziabili: la sacralità della vita, la dignità della persona che comporta la libertà personale, in particolare quella religiosa oggi messa sempre più spesso a repentaglio”.

Ancora una volta Allam vuole spiegare perché nel suo ultimo libro Grazie Gesù ha definito l’islam “la religione del Dio che si fa testo e si incarta nel Corano”. Gli attacchi a Benedetto XVI dopo il discorso all’Università di Ratisbona da parte del mondo musulmano e l’isolamento in cui l’occidente lo ha lasciato, gli atti terroristici e la violenza giustificata in nome dell’islam e delle gesta di Maometto, hanno portato il vicedirettore del Corriere della Sera a ripensare alla sua fede. “Come musulmano laico, moderato e impegnato a cercare la compatibilità dell’islam con i diritti umani fondamentali, ho dovuto prendere atto che questa non è possibile. Non è infatti possibile approcciarsi con gli strumenti della ragione e della critica ad un testo, il Corano, considerato intangibile e ingiudicabile come Dio. Ho compiuto approfonditi studi sui testi della religione islamica e posso dire che molti versetti legittimano l’ideologia dell’odio e della violenza. La stessa biografia ufficiale di Maometto, riconosciuta dal mondo islamico, descrive la vita del Profeta come un guerriero che si è macchiato di efferati crimini come l’uccisione di settecento ebrei a Medina nel 627 d.C.”.

Minacciato per le sue battaglie su diritti e valori incompatibili con lo stesso testo fondamentale della religione islamica, Allam ha deciso di lasciarla convintamente e definivamente. “Ma questa mia condanna alla religione – vuole puntualizzare – non inficia l’amore autenticamente cristiano verso i musulmani che accettano e vivono secondo i valori universali. Vanno dunque rispettati ed è inoltre necessario incoraggiare un lavoro per costruire insieme il mondo”. Questo dev’essere però fatto “con la certezza della nostra verità, senza accostarci al relativismo per cui si devono mettere su un piano di parità tutte le religioni. Questo permette di agire da protagonisti per edificare il bene comune”. Inizia quindi un nuova vita per Magdi Cristiano Allam, in quel Dio che si è fatto uomo.

Una testimonianza dunque dello “stupore per qualcosa che accade” quella resa oggi da Waters e Allam. “All’inizio - conclude Savorana - quando riconosci l’origine della stranezza delle persone che incontri al Meeting lo dici a denti stretti: Cristo. Ma questo provoca nel cuore lo scoppio ancora più grande del desiderio”.

(A.P.)
Rimini, 28 agosto 2008
8月28日

PAURA DELLA MORTE

http://www.mobbing-sisu.com/poesie/autunno.gif

La morte del nostro corpo, evento finale della nostra vita
su questa terra, di fatto NON E' la sola morte della nostra vita.
Ovvero non è il solo evento nella nostra vita che meriti questo nome: "morte".

E questo non solo perché già adesso quell'istante futuro proietta
all'indietro su tutta la vita precedente, quella che sto vivendo e quella che
non ho ancora vissuto, un'ombra di paura e di angoscia.
Ma anche perché ci sono tanti momenti nella vita che portano con sé
le stesse paure ed angosce della morte del corpo, a volte anche
peggiori.

Perché quello che il pensiero della morte del corpo scatena
è angoscia, rabbia, sconforto, recriminazione per il limite inesorabile posto
al mio desiderio, al mio illimitato desiderio di aria, di luce, di cieli azzurri e
boschi profumati, di sguardi di amicizia e abbracci d'amore.
Il cuore, quando ci penso, è oppresso, niente sembra che abbia più valore,
mi sento come un animale braccato, chiuso in una stretta gola senza uscite.
Vorrei stringermi a tutte le persone più care, chiamarle a confortarmi,
rassicurarci a vicenda...ma poi mi accorgo che la "mia" morte, proprio
perché "mia" non può essere davvero di nessun altro, viverla tocca
a me e non c'è solidarietà che tenga...

Questo è il vissuto che associo alla morte fisica. Ma
se penso alla mia vita ed alla vita delle persone a me
care, mi accorgo che tante volte il mio ed il loro cuore si è trovato
a risuonare di quelle stesse note che la morte fisica, o meglio la paura
di essa, produce. Le stesse risonanze, le medesime angosce che la fine
della vita proietta sulla nostra vita le abbiamo vissute prima e per
motivi diversi. Tante volte mi sono sentito chiuso in un vicolo cieco
senza possibilità di uscirne indenne! Tante volte la vita stessa mi
ha posto in situazioni in cui lo stesso vivere era come morire, tanto che
la fine della vita poteva sembrare non morte, ma liberazione: vere
e proprie situazioni "di morte". Mi accorgo, guardando indietro, anche di quante delle
mie azioni passate e presenti sono state e sono condizionate dalla paura di finire in
una di queste situazioni di morte: quanto male ho fatto ad altri per sfuggire
alla "mia" morte!...in fondo "mors tua, vita mea"! Quante volte la
paura della morte è stata signora della mia vita!

Sì, ci sono tante "morti" nella vita mia e delle persone a me care.
L'elenco sarebbe lunghissimo. Dal dover chiedere perdono a qualcuno
all'essere costretto a letto in seguito ad un incidente stradale,
dal subire una reprimenda dal capo al dover abbandonare il lavoro,
dalla perdita di un figlio all'essere abbandonata dal marito,
dal fallire un obiettivo importante per la vita all'accettare
e perdonare un tradimento, dall'essere incompreso dai propri
stessi genitori all'essere rifiutato dai propri figli...

No, la morte è presente in tante forme nella vita ed ancor
più presente è la paura della morte, che rischia di diventare
la vera signora della nostra vita se non impariamo a disubbidirle...
ma è davvero possibile disubbidire alla paura della morte?

 
Grazie a Poemen Qui il link
8月27日

GLORIAE CHRISTI PASSIO

 


Partire per rimanere: comunione e missione in Russia Incontro con l’arcivescovo di Mosca monsignor Paolo Pezzi

Un auditorium stracolmo di persone ha accolto con un grande applauso l’ingresso in sala di monsignor Paolo Pezzi. L’occasione è stata l’incontro svoltosi alle 17 in sala D7 dal titolo “Partire per rimanere: comunione e missione in Russia” che ha visto come protagonista il sacerdote di origini romagnole nominato da poco meno di un anno arcivescovo di Mosca.
“Sono quasi imbarazzato nel darle del ‘lei’ – ha detto nell’introduzione Alberto Savorana, portavoce di Comunione e Liberazione – per quell’amicizia che con don Paolo ho condiviso fino adesso. Ci tengo a chiedergli che cosa ha generato il ‘sì’ di un giovane in servizio di leva all’invito di un commilitone. Chi avrebbe mai immaginato questo filo della storia?”. Ricordando l’esperienza da seminarista di don Luigi Giussani, Savorana ha poi aggiunto che “oggi don Gius si compiace perché un suo figlio è stato chiamato a collaborare affinché quel suo sogno giovanile di unità della Chiesa di Dio diventi realtà”.
“Quando mi hanno chiesto di parlare a questo Meeting – ha esordito monsignor Pezzi – ho subito pensato a quando venticinque anni fa io montavo questo palco come volontario. C’era il mio amico Aldo che teneva la supervisione, sapeva tutto di come si doveva lavorare. E io seguivo lui. Oggi sono a parlare da questo palco, ma nella sostanza è lo stesso”. Gli applausi dei presenti quasi coprono le parole dell’arcivescovo. “Nella mia vita ho sempre cercato la risposta al mistero di Dio – ha continuato -, magari anche ingenuamente e incoscientemente, ma ho scoperto con stupore un disegno buono sulla mia vita”. E così, continuando il paragone con la sua esperienza di volontario al Meeting, monsignor Pezzi ha tenuto a precisare che oggi per lui “dire sì a Cristo nell’accettare la nomina del Papa è come quando venticinque anni fa dicevo di sì ad Aldo che mi chiedeva di portargli una chiave numero cinque per montare il palco”.
“Come posso allora servire questo mistero?” si è chiesto. “Per rispondere devo rimanere in rapporto con Dio, perché il sì a Cristo è sempre un sì a persone e circostanze concrete. Per questo mi interessava di più il sì che continuare a sognare circostanze favorevoli al mio temperamento. Ciò che fa fiorire il deserto è l’offerta quotidiana. Perché anche la vita di tutti i giorni di un vescovo è piena di cose aride, ma questa è un’occasione di protagonismo solo se si offre ogni cosa a Cristo”.
Passando a spiegare il titolo scelto per l’incontro, il presule ha raccontato di un aneddoto avvenuto quindici anni fa, quando prima di ripartire per la Russia era stato a trovare un amico monaco della Cascinazza, nell’hinterland milanese. “Gli dissi che lui rimaneva in monastero perché io potessi partire. Non si rimane infatti se non per partire. E non si parte se non per rimanere. Solo rimanendo nello stupore ritrovo il gusto dell’avventura della mia vita e della missione che ho imparato a gustare all’interno della Fraternità San Carlo Borromeo e nel rapporto con don Massimo Camisasca”.
Il sì pronunciato da monsignor Pezzi è sempre stato un gesto concreto, di cui fare memoria e poter rendere testimonianza. “Nel 1984, in occasione del trentennale del movimento – ha raccontato – scrissi a don Giussani che ero così grato dell’esperienza vissuta da essere disposto ad andare ovunque nel mondo. Non avevo mai pensato alla Russia, se non per le affascinanti letture del Samizdat. Partire per rimanere per me è stata una condivisione di vita, che oggi si riflette nell’attirare uomini in un miracolo di comunione. La vita si trasforma solo nell’obbedienza – ha aggiunto – che è la condizione secondo la quale tutto quello che fai esprime la comunione che affermi, piegarsi alle circostanze invece che perseguire un proprio progetto”.
Nell’ultima parte del suo intervento monsignor Pezzi si è soffermato a parlare della situazione della Russia, sottolineando un problema fondamentale di metodo: “Oggi ci si arresta a livello di analisi della situazione, dimenticando qual è la priorità e il punto di partenza. Per chi vive in Cristo l’ecumenismo è infatti l’andare verso l’altro col desiderio di conoscere la verità in lui presente. Attraverso di me la presenza di Cristo tende a diventare trasparente e questo lo posso vedere nella mia amicizia con alcuni preti ortodossi con i quali ci troviamo in incontri informali che hanno a tema l’educazione di noi stessi e di chi incontriamo”.
“Tutta questa mia esperienza – ha concluso il vescovo – mi fa guardare con pietà alle persone che incontro senza voler ingrossare le fila. Per me significa guardare con attenzione alla realtà della Russia e della sua Chiesa ortodossa, ricordandomi che tutti gli uomini, compresi i russi, sono bisognosi di Cristo”.
“Carròn tempo fa ci diceva che c’è un inconveniente in tutto questo: – ha affermato Savorana nel chiudere l’incontro - noi non possiamo pretendere di partire da Dio. Si parte dalla realtà. Per dare ragione di questa realtà io devo iniziare un percorso, come don Paolo ci ha testimoniato, per poter poi arrivare a dare un nome a questa realtà. Il suo motto episcopale è ‘Gloriae Christi passio’, desiderio e passione per la gloria di Cristo. Noi facciamo il Meeting – ha aggiunto il portavoce di Cl – animati dentro la nostra incoerenza dallo struggimento che quel nome sia conosciuto, incontrando tutto e tutti”.

(G.B.)
Rimini, 26 agosto 2008

CHIESA, UN POPOLO CHE FA STORIA

Fantastico incontro inaugurale del Meeting, a cura di S.E. Card. Bagnasco. Qui potete trovare il testo integrale dell'incontro.
Grande incontro davvero, degno prologo di un'edizione del Meeting che si prospetta come ancora più radicale - nel senso che tenta di andare alla radice del muoversi del cristiano - nel quale Bagnasco ha effettuato sottolineature precise alle condizioni pericolose di deriva laicista che si osservano in molti Paesi, in modo sempre più preoccupante, in particolare nella Vecchia Europa. Ma son tanti i passaggi degni di nota del discorso del Cardinale.
Si parte dal riconoscimeto della Chiesa come casa: "La Chiesa è la nostra “casa”, l’ ambiente familiare dove rigeneriamo le forze e la speranza si alimenta. Ma è anche il nostro “mondo” dove il cuore impara a pulsare oltre se stesso, e l’intelligenza è chiamata ad aprire gli orizzonti superando meandri e ottusità, particolarismi e divisioni". Insomma, tutt'altro rispetto a come i Grandi Intellettuali vorrebbero farla apparire. Bagnasco sottolinea un'esperienza originale, che cioè andando a fondo alla vita cristiana ci si spalancano le porte del mondo; altro che clausura mentale! Infatti - prosegue - "il mondo è presente nel cuore della Chiesa anche oltre la sua dilatazione geografica e temporale: se – per ipotesi – la presenza della Chiesa dovesse contrarsi e ridursi ad un punto ristretto della terra, ugualmente il suo respiro porterebbe l’eco dell’umanità intera, l’universalità del mondo".
A proposito del 'fare storia', che è il tema principe dell'intervento, dice "
Tradire l’anima di un popolo – magari con processi corrosivi e subdoli – vuol dire sgretolare, in nome di qualche ideologia o disegno politico- economico, ciò che consente ad ognuno di sentirsi parte di un tutto; significa derubarlo di ciò in cui crede, che gli appartiene, che gli è stato tramandato come patrimonio, che è la sua forza unificante. Un patrimonio ideale che, nella pluralità delle forme ma nell’unità fondamentale del pensare e del sentire, permette di percepirsi “famiglia”. Per questo motivo, intaccare direttamente i valori spirituali e morali di una comunità e di un Paese, è attaccare la sua integrità e fare cattiva storia". Un monito per ciascuno e dal quale nessuno Stato deve sentirsi escluso, ma mi è sembrato di intuire un preciso riferimento alla situazione spagnola, dove uno sfrenato laicismo sta privando un intero popolo della sua cultura, delle sue tradizioni, del suo 'sentirsi famiglia' in nome di una (presunta) necessità di 'sterilità di Stato''.
Una vera perla, a mio avviso, è contenuta in un passaggio successivo, a proposito di 'custodia e memoria': "
A partire da questa memoria custodita e amata, lo storia ruota attorno alla concezione dell’uomo, che nel Cristianesimo giunge alla sua pienezza e che sta alla base dell’umanesimo europeo. Si può giustamente rilevare che ciò non ha impedito errori e orrori in Europa; ma, a ben pensare, se ciò è accaduto non è stato perché sia stata troppo cristiana, ma perché lo è stata troppo poco". Sua Eccellenza sottolinea ciò che i laicisti guardano con disgusto e fanno finta di non capire, che cioè ciò che siamo ora lo dobbiamo al Cristianesimo (e infatti a tal proposito afferma che "solamente una cultura cristiana avrebbe potuto produrre un Voltaire e un Nietzsche"), e che gli orrori che son venuti ad opera di persone della Chiesa si son verificati non per una appartenenza ma proprio per una mancanza di fedeltà all'incontro cristiano stesso, alla missione che Cristo stesso ha affidato alla Sua Sposa.

Questi sono solo alcuni spunti dall'incontro. Vi consiglio vivamente di leggerlo per intero, ne vale davvero la pena!

ps: alcuni link interessanti sul Meeting
- Il saluto del Santo Padre al Meeting
- Lo Speciale Meeting 2008 de "Il Resto del Carlino"
- Il blog di Massimo Pandolfi, con alcuni interessanti post e curiosità dal Meeting
- La Rassegna Stampa del Meeting

Grazie all'amico GADDURA

8月26日

MARTIRI

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I nuovi martiri cristiani

Brutalizzati e arsi vivi, ancora oggi, in India e non solo. Urge campagna

Una religiosa del centro pastorale di Bubaneshwar, nell’India orientale, è stata assalita (forse anche stuprata) da una banda di fanatici indù, un’altra è stata arsa viva da delinquenti che hanno dato fuoco a un edifico religioso (due vittime almeno). Il pretesto di queste ennesime violenze contro la comunità cattolica è l’assassinio di un leader radicale indù, Swami Laxananda Saraswati, che la propaganda degli estremisti ha attribuito falsamente a elementi cristiani. Le notizie sulle aggressioni sono ancora confuse, ma quello che è certo è che esiste una persecuzione contro i cristiani in India, come ce n’è una in Turchia e in altre zone del mondo, compreso l’Iraq.
Si tratta di un tremendo fenomeno, assai diffuso ma poco noto. Le persecuzioni contro i cristiani non fanno notizia, forse perché contrastano con la vulgata degli occidentali oppressori e delle povere vittime inermi e innocenti del terzo mondo. Questa sottovalutazione dell’opinione pubblica, persino di una parte di quella cattolica che forse per un malinteso senso del pudore non lancia un allarme corale contro queste tragedie, aiuta l’immunità dei persecutori. Tutti sanno l’impegno profuso in India dai cattolici a sostegno degli ultimi, che ha avuto come simbolo madre Teresa di Calcutta. Pochi, invece, conoscono le condizioni terribili nelle quali operano le missioni e le comunità cristiane sottoposte a ogni genere di vessazione e esposte inermi alla violenza dei fanatici. Sarebbe ora che di questo si parlasse, per spirito di verità e di giustizia, e non solo in qualche trafiletto in nona pagina. 

Da Il Foglio

8月25日

LA STRANIERA


Ho riletto il testo che mi piace molto, per l`ennesima volta. Avevo appena terminato,quando, in Val Badia, dove ero in vacanza con la comunità di Cl del mio paese, Carate, si sparse la voce della visita del Papa, l`indomani, 5 agosto, a Ojes, città natale di San Giuseppe Freinandemetz, missionario in Cina e lì morto di tifo nel 1909, dopo essere scampato a persecuzione. Decidemmo immediatamente di andare tutti, partendo per tempo, come è conveniente in questi casi.

 

Abbiamo atteso il Papa per qualche ora, insieme a persone di ogni età, donne incinte, bambini e anche malati, cotti dal sole di montagna, che per fortuna ogni tanto se ne andava. La miscela di entusiasmo e di fatica mi faceva venire in mente la domanda dei Cori, che don Giussani ha eletto a motivo di fondo del suo magnifico testo, «La coscienza religiosa nell`uomo moderno» (ne «Il senso di Dio e l`uomo moderno», BUR): «È la Chiesa che ha abbandonato l`umanità o è l`umanità che ha abbandonato la Chiesa?». Il fervore dell`attesa di chi mi circondava contrastava evidentemente con la freddezza, l`ottusità, se non l`indifferenza, con cui troppe volte è accolto il messaggio del Papa.

 

D`altra parte, non infrequentemente, la domanda di verità del popolo o delle persone si scontra con un discorso degli uomini di chiesa, preti e laici, difficile, soggetto alla mentalità dominante, incapace di far percepire l`abbraccio del mistero. Giussani ci leggeva e commentava i "Cori della Rocca", proprio perché desiderava trasmetterci, oltre che la novità, la drammaticità unica del fatto cristiano che, dalla sua origine fino al presente, sfida credenti e non credenti a essere veri.

 

Si dice che il testo di Eliot è profetico della secolarizzazione che ha colpito le società occidentali, a volte definite anche post-cristiane. É certamente così, ma non solo, perché, se fosse solo così, la profezia sarebbe una diagnosi ideologica e il suo apprezzamento una compiacenza intellettuale. La profezia è percezione del dramma presente. "Il deserto non è così remoto nel tropico australe (...) è pressato nella metropolitana presso di voi (...) è nel cuore di vostro fratello (...). La nostra è un`età di virtù e di vizio moderato in cui gli uomini non deporranno la croce perché mai l`assumeranno". L’ età è quella di oggi, oggi del 1934 e oggi del 2008; del futuro conosciamo solo la promessa o la maledizione del presente. «Rendete perfetta la vostra volontà», cioè amate, è l`appello che pervade i Cori sin dalle prime pagine. È la mancanza di amore il vero deficit di conoscenza - «tutta la nostra conoscenza ci porta più vicini alla nostra ignoranza» - che fa percepire la Chiesa rocciosa, la "Rocca", e "Straniera", lontana, se non ostile all`uomo, perché apparentemente ostacolante la sua libertà.

 

É la mancanza di amore che rende il mondo quel «buio esterno e interiore» da cui evadere «sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno di essere buono». La Chiesa stessa deve edificare di continuo, perché il passato, la sua gloria e la sua storia, non trovano senso se non in una novità di vita presente. «Se il sangue dei martiri deve fluire sui gradini, dobbiamo prima costruire i gradini». Non si tratta solo dei gradini del tempio, ma delle pietre vive di cui è fatto il popolo cristiano. E amore non è semplice sentimento; è affermazione di ciò che fala vita e la morte, di ciò che gli uomini vorrebbero scordare, ma non possono, perché c`è. In «un momento predeterminato nel tempo e del tempo» è stato dato il senso di tutto. «Bestiali, carnali, egoisti, interessati e ottusi come sempre (...), sostando, perdendo tempo, sviandosi, attardandosi, tornando», gli uomini, in fondo, non potranno rinnegare la Straniera, perché essa non cessa di rendere presente la realtà, per cui «visibile e invisibile, due mondi si incontrano nell`Uomo», Cristo e la sua Chiesa.

 

In un libro uscito in questi giorni («Uomini senza patria», Rizzoli), a proposito di questa pagina di Eliot, don Giussani commenta: «Tutto cambia se questo fatto è il centro della mia vita (...) se è riconosciuto come presenza (...). Una Presenza che penetra tutto il tempo, come il significato penetra ogni istante e ogni brandello di cosa». Una "luce invisibile" ci ha colpiti, conclude Eliot; luce che non acceca, ma si propone discretamente, "frantumata", appellandosi alla nostra libertà e suggerendoci che saremo protagonisti seguendo la luce (la verità) e non pretendendo di possederla. «Eppure nulla è impossibile, nulla, agli uomini di fede e convinzione». «O protagonisti o nessuno», recita il titolo del Meeting di quest`anno.

 

(Giancarlo Cesana su Avvenire del 23-8-2008)

8月24日

ROSE

 Anche l'uomo più potente della terra-detto in termini politici- ha avuto un intenso momento di commozione, durante l'annuale conferenza alla Casa Bianca sulle iniziative caritatevoli di ispirazione religiosa dello scorso 26 giugno, si è inchinato ed ha detto "Grazie".
Così anche George W. Bush, Presidente degli Stati Uniti d'America è stato conquistato dal cuore semplice e tenace delle donne del Meeting Point International di Kampala, guidate da quella "miniera" umana fatta di fede, di carità e di grande speranza, che si chiama Rose Busingye, infermiera ugandese. Bush mostra la sua immensa gratitudine perchè la loro semplicità d'animo fece si che dopo il disastro dell'uragano Katrina "fecero di tutto per raccogliere mille dollari per le vittime. E una donna orgogliosamente disse: "ora siamo noi a donare". La platea americana altrettanto conquistata fece partire un lunghissimo applauso alle parole del Presidente.
Martedì 26 agosto Rose,insieme a Vicky sempre del Meeting Point, terrà l'incontro al Meeting di Rimini sul tema "Si può vivere così".
Di seguito propongo un articolo apparso su www.ilSussidiario.net lo scorso mese di maggio sull'esperienza di Rose e le donne del Meeting Point di Kampala.
     

LA DIFFICILE MISSIONE DI ROSE TRA I POVERI DI KAMPALA

                         

Alfred Memo è un ragazzino ugandese che ha visto davanti a sé i propri genitori uccisi e i loro corpi tagliati come carne da macello. Che idea della vita può farsi un bambino come lui? Che cosa può aspettarsi dal futuro? «Le prime volte che gli abbiamo chiesto che cosa avrebbe voluto fare da grande, ci ha detto che voleva fare il soldato, per ammazzare, come era stato ammazzato suo padre». A raccontare la storia di Memo è Rose Busingye, direttrice del Meeting Point International di Kampala, un centro dove vengono accolti e curati oltre duemila orfani per guerra o malattia, e altrettanti adulti, per lo più donne, molte delle quali malate di Aids. 

 "Il nostro primo lavoro è far capire a ciascuno di questi ragazzi che la vita ha un valore, che c`è qualcuno che li ama, e, banalmente, che vivere è meglio che farsi ammazzare». Non vale infatti, di fronte a Memo, l`obiezione che andando a fare il soldato rischia di essere ucciso per primo; a questo risponde dicendo «e allora?». «Quello di Memo sembrava veramente un caso disperato, e io stessa ero convinta di averlo perso. Invece sono andata avanti, continuavo ad andare a trovarlo, a scuola, a casa, per fargli vedere che c`ero, che veramente mi stava a cuore. Non si può dire una volta sola che la vita ha un valore, se poi non si affronta la fatica e il lavoro di continuare a far vedere che questo è vero. E io insistevo, ripetevo a Memo che adesso aveva una nuova famiglia, in cui era voluto bene». Ora Memo non parla più di fare il soldato; poco tempo fa in un disegno ha espresso quello che vuole fare in futuro: ha disegnato una casa grande, per i bambini che hanno perso i genitori come lui. «Un giorno - racconta ancora Rose - ho organizzato una gita al Nilo per i bambini, e avevo portato delle pentole per cucinare. Quando siamo arrivati, i ragazzi si sono buttati tutti in acqua: continuavano a giocare e divertirsi, e non volevano mangiare. Alla fine ho chiesto loro: “e adesso cosa facciamo con tutto questo cibo?”. È stato Memo a rispondere: “non sprechiamolo. Adesso telefono a casa e ci organizziamo per portarlo ai bambini che non hanno da mangiare”. Questo è Memo, quello che diceva di volerne ammazzare almeno dieci, come era stato ammazzato suo padre».

Anche la vita di molte donne malate di Aids è cambiata al Meeting Point International. Tra di esse c`è Vicky, autrice di una lettera bellissima, che l`associazione Avsi, di cui il Meeting Point è partner per l`Uganda, ha scelto come testo per lanciare lo scorso anno la campagna “Tende di Natale”, una raccolta di fondi che l`Avsi organizza ogni anno per sostenere le proprie opere nel mondo. In questa lettera racconta la propria storia di malata di Aids, abbandonata dal marito, sola e con i figli che non potevano più andare a scuola: «Non avevamo amore da nessuna parte del mondo. Non sapevo più se Dio esisteva davvero» racconta Vicky. «Nel 2001 qualcuno mi ha indirizzato al Meeting Point, dove ho trovate donne che facevo fatica a credere potessero vivere in quel modo pur essendo malate di Aids, tale era la gioia che portavano sul viso». Ora Vicky sta meglio, è volontaria al Meeting Point, e i suoi figli hanno ripreso ad andare a scuola.

«Di storie come quella di Vicky cene sono molte altre», racconta ancora Rose. «Sono storie di donne rinate, e anche di donne coraggiose. Come ad esempio Jovine, una donna di quarantasei anni. Una volta c`era qui un gruppo di giornalisti, che dopo avere visto queste donne rimasero molto colpiti e commossi, e pensarono di fare un gesto per aiutarle: comprarono cinque scatole di preservativi. Jovine prese in mano quelle scatole e disse: “c`è a casa mio marito che sta morendo, cosa me ne faccio di queste? I miei figli non hanno da mangiare, a cosa mi servono queste scatole?”. Li affrontò con un coraggio che nemmeno io avrei avuto». E qui c`è il segreto del “metodo” di Rose: non c`è nessuna risposta preconfezionata al dramma di queste persone. L`unica strada è quella di voler bene, di educare al valore della vita, e di responsabilizzare. Senza questa educazione, non c`è nulla che valga. «Anche il discorso della prevenzione» spiega Rose «non ha senso, se non li aiuti a scoprire il valore della vita. Altrimenti i nostri ragazzi - che hanno storie simili a quella di Memo - quando parliamo loro di prevenzione ci dicono: “e perché? Come noi siamo stati infettati, così anche noi infettiamo gli altri”. Partono da una considerazione della vita che è assolutamente pari a zero, sia la loro che quella degli altri».

Il metodo di Rose è vincente, anche dal punto di vista medico. Se ne sono accorti anche negli ospedali di Kampala. «Un po` di tempo fa - racconta Rose - l`ospedale di Stato sperimentò gratuitamente alcuni farmaci contro l`Aids, e presero un po` di persone da vari centri. Da me presero solo cinque persone, tra cui anche Jovine. Ebbene, le mie cinque persone furono le uniche a guarire. Allora dall`ospedale mi chiesero altre persone, e anche queste miglioravano. Non capivano il perché, e pensavano che, essendo io amica degli italiani, mi arrivassero alcune cure speciali dall`Italia. Io ho provato a spiegare che il punto è dare un motivo per cui valga la pena lottare contro la malattia. Loro mi dicevano: “sì, è molto bello”, ma come se fosse qualcosa di marginale. Volevano numeri per fare uno schema da applicare: tanti medicinali, tanti preservativi etc. Ma da noi non c`è uno schema».

I malati al Meeting Point, dunque, trovano un motivo per cui valga la pena guarire. Perché questo accada vengono organizzati gruppi di dieci pazienti, che si ritrovano per affrontare insieme le cure. Se una volta ce n`è uno stanco, che non vorrebbe andare avanti col trattamento, gli altri lo sostengono e lo incoraggiano. Oppure c`è chi inizia la cura e ha effetti collaterali pesanti: altri lo aiutano, anche semplicemente dicendo «è successo anche a me, poi è passato». «E una catena di aiuto, in cui sono i malati stessi ad essere responsabilizzati - spiega Rose - non puoi dar loro solo le medicine, anche perché spesso non le prendono».
E la responsabilità che matura in queste persone può raggiungere punte veramente commoventi. Come per Memo, che vuol dar da mangiare agli altri bambini e costruire una casa per gli orfani.

O come accadde ai tempi dell`uragano Katrina. Allora Rose parlò di questo evento con i malati del Meeting Point, leggendo un testo e facendo con loro un minuto di silenzio. «Ma un malato, che pesava circa trenta chili, si alzò dal fondo e mi disse: "con me non avete fatto solo un minuto di silenzio, mi avete anche aiutato concretamente". Allora decisero di raccogliere un po` di soldi, e in quattro settimane misero da parte circa mille euro. C`era un giornalista scandalizzato che disse di non mandare negli Usa quei soldi, che servivano più a loro. Gli rispose una delle nostre donne, dicendo: “noi vogliamo amare come siamo stati amati, e il cuore è internazionale”. E da questa frase, tra l`altro, che è nata l`idea di chiamare il nostro centro Meeting Point International». Un punto d`incontro nel centro dell`Africa, dove si rinasce, e da dove si può addirittura decidere di mandare un po` di soldi negli Stati Uniti d`America.

 

Grazie all'amico POLITICUS

8月20日

PROTAGONISTA DELLA SUA VITA

Ieri sera, nel nostro Santuario dedicato alla Madonna di Pietrasanta, abbiamo celebrato la Santa Messa in suffragio di Claudio Chieffo. Sua moglie Marta, i figli Celeste, e Martino con la sua famiglia, sono stati da noi per un periodo di vacanza. Claudio veniva ogni anno a trovarci, la sua amicizia è stata, ed è preziosa per ognuno di noi che ci siamo dissetati alla fonte del suo canto. Vi offro un lieto ricordo di Martino Chieffo, che non smette di stupirsi per il grande "segno" che è stato suo padre!

“Ti diranno che tuo padre, era un personaggio strano, un poeta fallito, un illuso di un cristiano”. Basterebbe questo verso profetico di Martino e l’Imperatore per raccontare chi era Claudio Chieffo. Un poeta cristiano. Un personaggio strano. Un poeta, e ascoltando le sue canzoni non si può non riconoscerne la poesia. Cristiano, i testi e le melodie semplici puntano dritte senza fronzoli al cuore della vita. E sono capaci di parlare ad ognuno. Ovvero dicono quello che ogni uomo ha in cuore ma solo il poeta è capace di esprimere. Un personaggio strano che un anno fa tornava alla Casa del Padre.
Ricordo con grande commozione il momento del suo ultimo respiro. Un momento che mi auguro di non dimenticarmi mai come il primo respiro dei miei figli. Ricordo l’abbraccio dei numerosi amici presenti (tanti rinunciarono ad accompagnarci in quell’ultimo tratto per non disturbare gli altri ammalati di notte), e l’abbraccio delle migliaia di persone che anche da lontano sono venute alla camera mortuaria o al funerale. Un abbraccio che fortunatamente si protrae nel tempo. Ricordo che alla fine del funerale, mentre la polizia ci scortava al cimitero ho improvvisamente realizzato che avevo appena detto a mio figlio di 3 anni che il nonno andava in cielo e di li a pochi minuti l’avremmo seppellito in terra. Ho pensato: “adesso come glielo spiego, è difficile per me, come farò a spiegarlo a lui?” E in un secondo ho trovato la risposta. Avremmo seppellito la scatola dove era il nonno come un tesoro. Così Gesù sarebbe venuto a cercarlo. In questo anno diverse volte mio figlio mi ha chiesto di andare a trovare il nonno. E veramente come un tesoro lo conserviamo nel cuore.
Ora però mi rendo conto che più che un tesoro nascosto, e così non fruttuoso, con la morte, mio padre si è “trasformato” in quel seme che il Signore ha messo “nella terra del mio giardino” (Il Seme), quel seme che muore e da molto frutto. Ed è presente. Mi colpisce come mia figlia che ha solo un anno e mezzo riconosca il nonno nelle fotografie. Mi colpisce come mio figlio, che ora ha 4 anni, in macchina chieda di ascoltare le canzoni del nonno, e se io e mia moglie ci distraiamo e cominciamo a parlare, lui ci zittisce dicendoci di ascoltare. Io ho sempre sentito descritto quello che mi capitava nella quotidianità (gioie e dolori, la fatica del lavoro, la gioia di un incontro) dalle parole delle canzoni di mio padre. Ma mai come in quest’anno ne ho avvertito la potenza profetica. (continua)
Da Il Sussidiario
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8月18日

PAROLA DI PAPA

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ECCO LA GIOIA CHE NON SI PU TAROCCARE
  DAVIDE RONDONI

H
a parlato, ancora una volta, della gioia. Lui, il capo della fede che secondo tanti che non la conoscono renderebbe tristi. Ha parlato ancora di gioia. Ha avuto il coraggio che i più non hanno. Anche coloro che parlano di felicità attraverso mille spot, mille promesse, mille seduzioni, in realtà parlano di una gioia che non dura. Che non sopporta prove serie. Che se ne va come la schiuma delle onde. Loro parlano di una gioia momentanea, cioè illusoria. Lui invece continua a parlare della gioia che non se ne va, che aumenta fino a compiersi. Lo ha fatto da subito e ci torna su spesso. E ieri ha usato una frase strana.
  Ricordando la festa della Madonna Assunta, cioè di carne e sangue presi in cielo, ha detto che si può ­vivere e morire il quotidiano ­rivolti verso la gioia. Ha detto proprio così: vivere e morire il quotidiano. Perché lo sappiamo bene che ogni giorno si vive e si muore. E dunque il Papa, che non tira a ingannare la gente, cioè noi, non potrebbe dirci che la gioia riguarda una quotidianità in cui solamente si vive. Perché nella quotidianità anche si muore. Lo sappiamo bene. Lo vediamo intorno a noi, nelle mille notizie o immagini che ci arrivano. Nella morte altrui. E lo vediamo anche nella morte nostra.
  Lo diceva il gran poeta: la morte si sconta vivendo. E il Papa parla di gioia a noi che tutti i giorni viviamo e tutti i giorni moriamo. Perchè i giorni passano e perchè nella vita si fa esperienza della morte in molti modi. Insomma a noi, mortali, il Papa viene a parlare di gioia. Di quella vera. Che non teme la prova della morte. La gioia vera dei mortali. Non dei finti uomini. Perché la gioia finta quella che deve dimenticare che si vive e si muore. E si propone come gioia perchè 'ferma' o 'rallenta' l’attimo di godimento, o di piacere.­una gioia taroccata, o meglio che vale solo per vite taroccate. Per vite che fingono di non morire (alla fine e tutti i giorni, nel limite o anche nel dolore per la morte altrui). Nel suo discorso di Ferragosto e in quella frase 'strana' ci sta una sapienza, una esperienza di cosa­ la gioia che fa quasi venire i brividi e il magone. Perché ­come se dicesse: la gioia si può sperimentare anche se c’il dolore, anche se c’la sofferenza, e il limite. La gioia vera ­più dura, più profonda, più ricca di futuro di ogni limite e dolore. In questa nostra società sentimentale e manichea, invece, i più pensano che dove c’è dolore non ci può essere gioia. Pensano che dove c’è l’uno non ci può essere l’altra. E dunque sono costretti a pensare che la gioia riguarda solo i 'perfetti', i ricchi, i senza problemi, senza vene varicose, senza difetti, senza peccati, senza dolori. Senza vita insomma. Gioia finta per uomini finti. E spacciano per gioia la pura e semplice dimenticanza della vita. Una droghetta passeggera, insapore.
  Invece il Papa ha detto di guardare il cielo, che è come dire guardare il Mistero, per conoscere un gioia che non se ne va. E di considerare la vita come un viaggio verso una possibile gioia piena.­la gioia del viaggiatore avventuroso, quella che qui di suoi segni veri, i suoi anticipi. Ha detto di alzare gli occhi. Per gustare veramente le gioie che, nel quotidiano dove si vive e si muore, ci passano e splendono sotto gli occhi.

Da Avvenire

8月17日

L'EUROPA E LA DEMOCRAZIA

 

Buttando via il cristianesimo L'Europa rischia di buttare via pure la democrazia

Afferma Mario Mauro, Vice Presidente del Parlamento Europeo, nella Presentazione di questo volumetto tanto agile quanto stimolante: “Se – come scriveva Henri Bergson – la ragion d’essere della democrazia è la fraternità, occorre altresì ammettere con lui che  'la democrazia è per essenza evangelica'. Ne scaturisce che è nostro dovere offrire alla democrazia il contributo della nostra filosofia, della nostra morale, della nostra tradizione. Un contributo certamente molteplice e vario, contraddistinto però dal cristianesimo, elemento comune alla vita personale e sociale di tutti noi … Affermando che all’origine della civiltà europea si trova il cristianesimo, non si vuole introdurre alcun criterio confessionale esclusivo. Si vuole invece fare riferimento alle radici comuni dell’Europa, a quella morale unitaria che esalta la figura e la responsabilità della persona umana col suo fermento di fraternità evangelica”. Dunque, a dare ascolto a Bergson, o l’Europa difenderà le sue origini cristiane o perderà se stessa e la democrazia. Ma l’Europa è intenzionata a prestare orecchio all’insegnamento del celebre filosofo dell’evoluzione creatrice? Sembrerebbe proprio di no, e Brienza lo dimostra prendendo in attento esame vari documenti fondamentali della recente storia dell’Unione Europea e ripercorrendo con attenzione alcuni passaggi relativi all’ampio dibattito sulla questione della libertà religiosa sviluppatosi negli ultimi anni nel Vecchio Continente. 
In occasione di un convegno tenutosi un paio d’anni fa presso l’Università Lateranense, fu Rocco Buttiglione – ricorda Brienza – a porre il problema se quella che si andava affermando in Europa fosse una “laicità amichevole” di marca statunitense, oppure una “laicità ostile” di tipo francese; laddove – aggiunse l’onorevole Alfredo Mantovano nella medesima sede – si deve intendere amichevole la laicità che tende a difendere le religioni dal potere dello Stato, e ostile quella che viene usata per tenere lo Stato al riparo dalle religioni. E che l’Unione Europea si sia sempre indirizzata a far proprio questo secondo modello sembra incontestabile: il fondamentalismo laicista si sta da tempo affermando e il professor Roberto de Mattei poteva scrivere su “Il Foglio” del 2 ottobre 2003: “Nel momento in cui gli Stati Uniti rivendicano con orgoglio la dimensione collettiva della loro esperienza religiosa, l’assenza di un richiamo al cristianesimo assumerebbe il significato di un imperdonabile atto di rimozione storica”. E così – ricorda Brienza – siamo giunti al divieto di menzionare nella Carta europea le radici cristiane, al fine di ottenere quella privatizzazione del fatto religioso che è negli auspici di molti. Stante questa situazione, non tutto il male viene per nuocere, e anche il congelamento del Trattato Costituzionale seguito ai referendum francese e olandese potrebbe diventare un’opportunità: “All’Europa – conclude Brienza – serve infatti reinfondere nella politica la sua cultura, la sua tradizione, la sua saggezza. E anche la sua religione. Il cristianesimo è vivo nelle chiese e nell’agorà. Anch’esso potrebbe rientrare nella Carta, portato da uomini nuovi, orgogliosi di essere europei con una Costituzione comune”. (Giuseppe Brienza, "Libertà e identità religiosa nell'Unione europea", Solfanelli, 110 pp., €8,00) di Maurizio Schoepflin - Il Foglio

POVERA FAMIGLIA CRISTIANA!

Siccome ci tengo a custodire la Fede e la salute mentale non leggo Famiglia Cristiana, ho smesso da secoli, mi sono sembrati sempre degli ipocriti farisei, amanti del soldo. Vendono pubblicità condita con un pochino di veleno, insapore, e inodore, così muori senza dolore e senza che te ne accorga!

Propongo un interessante articolo di Stefano Lorenzetto tratto da Il Giornale di oggi. Meditate, gente, meditate...

 

Siccome dal 1965 al 1971 ho consegnato a domicilio ogni settimana, gratis et amore Dei, 120 copie di Famiglia Cristiana, per un totale di oltre 6.000 l’anno, penso d’essermi guadagnato d’ufficio il diritto di dire la mia sulla deriva girotondina dell’ebdomadario della Società San Paolo, in origine Pia, oggi non più. Fossi don Antonio Sciortino, ci andrei molto cauto nel parlare, come ha fatto l’altrieri su Repubblica, di «prese di posizione autoritarie» (versione edulcorata del fascismo «sotto altre forme» denunciato dal suo notista politico Beppe Del Colle) e soprattutto di «enorme distanza dai problemi che si aggravano», di «povertà in aumento», di «famiglie che non arrivano alla fine del mese», di «impiegati alle mense della Caritas», il tutto attribuito al governo in carica, si capisce. Avendo il settimanale paolino fondato la sua prosperità sullo sfruttamento - sia pure per interposta persona (i parroci) - della manodopera minorile, e dei figli dei poveri in particolare, il suo direttore dovrebbe disinfettare con la varechina il pavimento del pulpito dal quale pretende di fare la predica.
E visto che io ero costretto a lavorare come zelatore di Famiglia Cristiana quando lui non era neanche prete, né tantomeno giornalista, gli rinfresco la memoria. A quei tempi il settimanale non andava neppure in edicola, arrivava soltanto nelle parrocchie. Il motivo è semplice: in questo modo la casa editrice di Alba non pagava l’aggio agli edicolanti. Era tutto guadagno. Perciò accadeva questo. Legioni di ragazzini - non credo infatti d’essere stato l’unico reclutato, nelle 25.000 parrocchie italiane - ogni settimana dovevano prelevare in canonica il fastello di copie loro assegnato e andare a distribuirle casa per casa alle famiglie cristiane, quelle vere. Niente cassette della posta, niente ascensori. Su e giù per le scale. Porta a porta, ma non alla maniera di Bruno Vespa. Una fatica bestia. Ricompensata, capirai, solo da una gita annuale in pullman - al santuario di San Romedio, sul Pasubio, a Passo Rolle - con pranzo al sacco. A carico dei viaggiatori, ovvio.
Già questa attività mi rende degno del premio Pirla patinato. Ma v’era di peggio. A fine mese, armato di un cartoncino ciclostilato con tante caselle da riempire che nella mia memoria coincide con la cartella delle tasse, dovevo compiere un giro aggiuntivo per battere cassa dalle predette famiglie cristiane, nella maggioranza dei casi famiglie che non arrivavano alla fine del mese, per dirla con don Sciortino. Ricordo come se fosse ieri la sconsolata espressione della signora Biolo, moglie di un metronotte, che si presentava alla porta scarmigliata, le mani umide di bucato, con due o tre delle sue innumerevoli figliolette aggrappate al grembiule: ogni volta chiedeva il rinvio dell’esazione. Oppure le lacrime che trovavo da asciugare in casa Bellenzier: una vecchia di 90 anni prigioniera a letto, che m’implorava di darle da bere. Ma come poteva un bambino porgere l’acqua a una persona che giaceva supina in posizione orizzontale se la cannuccia affondata nel bicchiere era di vetro? Mica si piega, il vetro. Tragedie così.
Si sarà anche trattato di lettori che mai avrebbero dovuto permettersi il lusso di sfogliare Famiglia Cristiana. Ma la cruda verità è che non si mandano i figli del popolo a riscuotere la mesata nel nome del Signore o di don Renato, perché quando chi deve saldare il conto non ha neppure i soldi per il pane, quello diventa un pizzo bell’e buono, anche se serve a finanziare la cosiddetta (allora) «buona stampa».
Pagina  123

8月15日

L'ASSUNZIONE DI MARIA

L'Assunzione al cielo di Maria. Auguri a tutti!

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L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l'umiltà della sua serva. D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente e Santo è il suo nome: di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre

8月10日

MOLTA OSSEVAZIONE...

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Non sempre, nel valutare i fatti usiamo la ragione nel modo corretto; più che imparare dalla realtà cerchiamo di applicare una nostra opinione o sensazione. Questo fa sì che , persi nelle nostre elucubrazioni cerebrali, smarriamo l'evidenza che abbiamo sotto il naso! Propongo un gustoso dialogo tra il Re dei detectives e il suo aiutante.

SHERLOCK HOLMES e il DR.WATSON vanno in campeggio....
e dopo una buona cena ed una bottiglia di vino, entrano in tenda e si mettono a dormire.
Alcune ore dopo, HOLMES si sveglia e, col gomito, sveglia il suo fedele amico:
- Watson, guarda il cielo e dimmi cosa vedi!
- Vedo milioni di stelle...
- E ciò, cosa ti induce a pensare?
WATSON pensa per qualche minuto:
- Dal punto di vista astronomico, ciò mi dice che ci sono milioni di galassie e, potenzialmente, miliardi di pianeti.
   Dal punto di vista astronomico, osservo che Saturno è nella costellazione del Leone.
   Dal punto di vista temporale, deduco che sono circa le 3 e un quarto.
   Dal punto di vista teologico, posso vedere che Dio è potenza e noi siamo solo degli esseri piccoli ed insignificanti.
   Dal punto di vista metereologico, presumo domani sia una bella giornata.
   Dal punto di vista naturalistico, evidenzio un'aria sana e salutare per il nostro corpo.
Invece tu cosa ne deduci?
- WATSON, vaffanculo... qualcuno si è fregato la tenda!!!

"Poca osservazione e molto ragionamento conducono all'errore, molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità."- A.Carrell

8月8日

EGLI E' QUI!

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Mi sono commossa fino alle lacrime leggendo quest'articolo di Socci. Mi si è stretto il cuore perchè l'Amore non è amato! Ma Egli è qui, presente, nostro compagno, per il tempo e per l'eternità!

 

IL RE DEI CIELI E’ FRA NOI… E I MASS MEDIA PARLANO D’ALTRO (PERLOPIU’ DI STRONZATE) 07.08.2008
I mass media parlano solo di politica, pettegolezzi, porcate, idiozie. Come la gente di duemila anni fa. E noi non ci accorgiamo che intanto nel mondo c’è Lui, con i suoi amici…
E’ un milanese l’uomo che ha affascinato il cuore di uno dei paesi più poveri del Sud America, il Perù. Soprattutto nelle baraccopoli più misere di Lima, “Andrés” era considerato un angelo. Mercoledì scorso il suo cuore ancora giovane (55 anni) - che ardeva per questa gente – si è spezzato. E sabato, in una grande basilica di Lima affacciata sull’Oceano Pacifico, davanti a migliaia di persone in lacrime, si è celebrata la sua “nascita al cielo”. Nella stessa mattina di sabato, commosso, il cardinal Cipriani, arcivescovo di Lima, ha parlato di lui alla radio nazionale.

Ma in Italia uomini come Andrea Aziani restano sconosciuti. Instancabile e radioso, Andrés, in quella megalopoli sull’oceano che è la capitale peruviana, viveva da 20 anni, mandato da don Giussani. Lo conoscevano tutti: dal presidente della Repubblica fino al venditore ambulante di “emolliente” che è venuto a dargli l’ultimo saluto in chiesa e fra la folla ripeteva piangendo: “gli volevo tanto bene”.

Poteva discutere nella sua università con i ministri o con i maggiori intellettuali del Paese e subito dopo trascorrere ore nei pueblos più malfamati ad aiutare la povera gente delle baracche, a giocare con i bambini nella polvere delle strade, insegnando loro dei canti o delle preghiere. O portando loro di che vivere. Ce n’era una folla sabato in chiesa di questi suoi “figli”, di cui spesso era “padrino” di battesimo o della comunione o della cresima. Sebastiana é una di queste bambine. Giovedì sera, dopo la veglia, alcuni amici di Andrés, di Comunione e liberazione, sono andati ad accommpagnarla a “casa”. Hanno scoperto che vive in una poverissima capanna in cima a una collina di casupole. La fanciulla ha mostrato loro una cappellina mezza costruita fra le baracche: “il mio padrino ha aiutato tanto a farla...”. Ed è facile immaginare – per chi conosceva Andrés – che il suo è stato anche un aiuto materiale, da muratore improvvisato o manovale. Perché quella povera gente sentisse che Gesù è fra di loro.

Pochi, anche fra i suoi amici, sapevano della gran quantità di persone che aiutava. Il cardinal Cipriani, andando a benedire il corpo, giovedì, lo ha detto: “vi accorgerete con il tempo di tutto il bene che umilmente faceva quest’uomo. Lui mi cercava per ripetermi che lui e il movimento di CL volevano servire la Chiesa e mi chiedeva sempre di dargli una missione”.

Era uno dei figli di don Giussani. La sua è una storia da film: la storia di una compagnia di giovani che è la vera “meglio gioventù”, quella su cui nessuno farà un film. Andrea aveva partecipato alla nascita di Comunione e liberazione nelle università di Milano. Alla Statale, dove si iscrisse nel 1972 (facoltà di Filosofia), diventò presto il responsabile. Erano anni durissimi. Aggressioni, odio e calunnie dei giornali contro i ciellini che erano gli unici a esserci con una identità cristiana, come agnelli in mezzo ai lupi di ogni estremismo.

Anche Andrea si sentiva dare del “fascista” lui che era cresciuto con un nonno, Emanuele Samek Lodovici, che era stato discriminato dal fascismo perché militante del Partito popolare di Sturzo e poi perseguitato a causa delle leggi razziali perché ebreo. Lui era di quella tempra lì. Malmenati nelle università i ciellini erano cacciati anche dai seminari perché i vescovi progressisti del post concilio li ritenevano “integralisti”. Andrea entrò nei Memores Domini, il gruppo dei consacrati laici di CL. Nel 1976 fu mandato da Giussani a Siena. Lì con tre amici iniziò una presenza cattolica nell’ateneo di una delle città più rosse d’Italia. Fu un ciclone. Non si era visto niente di simile dai tempi di santa Caterina.

In Università quella ciellina diventò subito la presenza più forte (alle prime elezioni studentesche la lista cattolica prese più del 50 per cento mettendo in allarme tutto il locale apparato del Pci). Ma ad infiammare i cuori di tutti quei giovani non era la politica, era quell’amicizia con Gesù che Andrea proponeva con la sua stessa persona, così affascinante ed entusiasmante.

Andrea si faceva in quattro per tutti, senza mai riposare, spesso saltando i pasti. Quando si laureò gli amici della comunità gli regalarono un po’ di vestiti (ne aveva davvero bisogno) e il giorno dopo erano già finiti a dei profughi cambogiani che erano scappati dall’inferno dei Khmer rossi e che – attraverso la Caritas – lui era riuscito a ospitare a Siena.

Nel 1989, a 36 anni, ottenne finalmente – come desiderava da sempre - di essere mandato in una delle missioni di CL in Sud America, il Perù. Prima insegnò in alcuni atenei di Lima, poi, con alcuni amici e l’appoggio della Chiesa, fondò l’università “Sedes Sapientiae”. Una università che cerca di far accedere agli studi i più poveri e che è diventata già un modello contagioso per tutto il Sud America.

Che senso ha fondare una università in un paese del terzo mondo? Andrea rispondeva: “la peggiore povertà non è quella economica, ma quella umana. Da lì viene la miseria, il degrado e la fame. Educare uomini nuovi significa far crescere una generazione capace di costruire e quindi di dare un futuro a questo povero paese”. E’ esattamente quello che sostiene il decano dei missionari, padre Piero Gheddo. Ed è così che la Chiesa è diventata dovunque una straordinaria sorgente di sviluppo umano. A leggere su un blog le centinaia di messaggi di studenti di Lima, sconvolti dalla morte del professor Aziani, sembra davvero che questa grande avventura sia vincente. E’ impressionante il segno che ha lasciato quest’uomo. Cito qualche espressione dei ragazzi: “che persona straordinaria!”, “gran hombre sabio”, “la passione che irradiava in tutto non lasciava indifferente nessuno”, “donava se stesso attraverso ciò che insegnava”, “la sua sapienza ci affascinava, ma soprattutto la sua grande umanità e la sua purezza di cuore”, “il suo sorriso caldo e amabile”, “un uomo senza paragoni, differente da tutti quelli che incontriamo”, “un vero Maestro, un padre, un amico… que vive en todos nosotros”, “ci dava sempre speranza guardandoci come figli”, “ringrazio Dio: che fortuna averti conosciuto!”, “sei stato un Maestro eccezionale, grazie per l’esempio della tua vita!”, “era entusiasmante”, “trasmetteva una passione per la vita e per gli altri impressionante”, “amico fedele di Gesù, un cuore semplice e puro”, “ricorderò sempre la sua immensa bontà, il suo amore verso tutte le cose”, “che modo straordinario di amare la vita e tutti quelli che incrociavano la sua strada”, “era sempre disponibile, soprattutto per chi aveva bisogno”, “la sua felicità ci ha segnati per sempre: caro amico, grazie per aver avuto fiducia in me”, “un grande uomo che ci ha insegnato a essere uomini”.

Al funerale, sabato, il vescovo monsignor Panizza non é riuscito a terminare l’omelia per la commozione. C’erano 1500 persone in chiesa, altre mille all’universita dove gli studenti dalle finestre hanno lanciato una pioggia di petali di fiori. Avevano fatto cartelli con le sue frasi tipiche, come “Febbre di vita”. Il ragazzo che ha parlato ha riferito che Andrea ha terminato la sua ultima lezione dicendo: “ricordatevi sempre: l’amore é piú forte della morte”. Era sconvolgente vedere centinaia di giovani silenziosi in lacrime. Al cimitero altre mille persone. La sua tomba è già meta di pellegrinaggio. Ha un popolo che ora aiuta dal cielo.

In una lettera del 1993 a un amico, Andrea ricordava una frase di santa Caterina e scriveva: “Che qualcuno si innamori di ciò che ha innamorato noi. Ma perché sia così, noi dobbiamo bruciare, letteralmente, ardere di passione perché Cristo lo raggiunga. Perché attraverso questo bruciare sia Cristo a raggiungerlo”. Don Giussani un giorno lesse queste righe davanti a centinaia di persone e, commosso, commentò: “vi sfido a trovare una testimonianza simile. Dovunque!”.

Antonio Socci

Da “Libero”, 7 agosto 2008

8月6日

EROS

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Ho letto su Il Foglio questo gustosissimo articolo di Camillo Langone, vale la pena di leggerlo, è come l'ora d'aria per i carcerati.

 

L’espressione “morale cattolica” è paccottiglia da anni Cinquanta

Parliamo della vecchia, cara concupiscenza carnale

E’ insultante pensare che Gesù s’è fatto mettere in croce per impedirci di rubare la marmellata e di toccarci il pisello

Concupiscenza, che bella parola. E che brutta gatta da pelare. Perché il tema mi mette in un angolo, mi impedisce ogni via d’uscita che non sia dire la verità. Potrei menare il torrone a lungo ma tanto vale dirlo subito: io mi sono assunto il compito di testimoniare in partibus infidelium la possibilità di essere nel contempo cattolici e concupiscenti. Di più: di essere cattolici e concupiscenti senza particolari problemi, senza soverchie macerazioni. Di più e di più ancora: senza particolari problemi e senza soverchie macerazioni proprio in quanto cattolici. Penso che sia una testimonianza necessaria in un mondo diviso tra perfettismo e nichilismo. Penso che ogni uomo (ogni uomo normale, non parlo dei santi) abbia una dose limitata di intransigenza: è pericoloso sprecarla per i dettagli, quando serve davvero si rischia di scoprire che è finita.
Stesso ragionamento per qualsiasi altra virtù. La storia e l’esperienza quotidiana insegnano che spesso i vegetariani cominciano e finiscono a tavola la loro dose di bontà. Io mangio carne cruda di cavallo sia perché mi piace sia per essere più mite con i non equini.
L’espressione “morale cattolica” mi fa venire in mente un vecchio libro di Alessandro Manzoni, che immagino non legga più nessuno e una volta tanto l’oblio di un testo è un bene, l’idea ricevuta del cristianesimo come morale è già troppo diffusa. E’ svilente, insultante pensare che Gesù si sia fatto inchiodare a una croce per impedirci di rubare la marmellata o di toccarci il pisello. E’ molto anni Cinquanta, anche. Il nostro popolo è così vecchio e così stanco che ama credere di vivere nel passato, al tempo in cui era pieno di speranze e di energia. In politica giriamo sempre intorno agli anni Settanta (con la differenza che oggi la violenza è solo di sinistra), al cinema vanno molto gli anni Ottanta e per quanto riguarda la religione l’immaginario nazionale è bloccato agli anni Cinquanta, questo grazie all’attività degli anticattolici e alla passività dei cattolici deboli, dei milioni di italiani che hanno ricevuto un’educazione cattolica ma che non sono più capaci di impartirla.


***
Antonio Socci è stato espulso come corpo estraneo dalla televisione non perché cattolico ma perché cattolico attivo e contemporaneo, non nostalgico, non archeologico: osò addirittura mostrare la fede del Terzo Millennio, e non glielo perdonarono. Che andasse a Radio Maria a parlare alle beghine.
Gli anni Cinquanta furono l’età della censura, ovunque, nell’Italia democristiana, nell’Europa comunista, nell’America maccartista, e a chi non vuol pensare fa molto comodo una chiesa vintage, bloccata per sempre dentro quello scenario mondialmente sessuofobico. Ignorando quanto avvenuto prima, ad esempio il Vangelo con quella frase che cambia il corso della storia: “Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra”. Tutte le volte che rileggo Giovanni 8, 4-11, tutte le volte che rivedo Gesù tracciare ghirigori sulla sabbia con sprezzatura stellare (un gesto senza il quale non si possono capire né Don Chisciotte né Pierre Drieu La Rochelle), sotto lo sguardo via via più perplesso dei farisei coi sassi pronti in mano, bene, mi vengono le lacrime agli occhi. Come il quadro di Courbet è l’origine del mondo, questa è l’origine del nostro mondo, di tutto quanto di gentile esso contiene. Sono dettagli che sfuggono perfino all’Osservatore Romano che, nel culmine di una crisi di violenza mimetica che per spiegarla ci vorrebbe René Girard, si è vilmente accodato alla lapidazione mediatica dell’adultero Vittorio Emanuele di Savoia. Sono loro che si dovrebbero vergognare, non il principe: la vittima è sempre innocente e chi lo nega è pronto a diventare complice dell’immenso campo di lavoro forzato chiamato Cina, dove chi si ribella viene ucciso assieme a decine di altri in uno stadio e il conto della pallottola mandato a casa ai famigliari.
Gli sciattoni e i maliziosi secondo i quali regna ancora Pio XII ignorano anche quanto è venuto dopo, a cominciare da Comunione e Liberazione, movimento realista quindi immoralista, fino alla “Deus caritas est”. Papa Ratzinger nella sua prima enciclica è stato chiaro al di là di ogni aspettativa: “Eros e àgape non si lasciano mai separare completamente l’uno dall’altro”. Significa che distinguere fra amore e sesso non è cattolico (ed etimologicamente non potrebbe proprio esserlo). Significa che nella concupiscenza non alberga soltanto il male. Sembra di ascoltare Fabrizio De Andrè: “Dal letame nascono i fior”. Benedetto XVI si spinge al punto da considerare potenzialmente fruttifero perfino il sesso senza amore aborrito dagli atei sentimentali: “Anche se l’eros inizialmente è soprattutto bramoso, nell’avvicinarsi poi all’altro cercherà sempre di più la felicità dell’altro”. Qui ci sento qualcosa di sant’Agostino, anche se non vorrei.


***
Farcendo questo articolo di brani delle “Confessioni” potrei finirlo in trenta secondi e andarmene a spasso in bicicletta ma stavolta non voglio usare la scorciatoia del solito “Ama e fa’ ciò che vuoi”. La usa sempre Adriana Zarri, una teologa che non ho ancora capito a quale religione appartenga. Se si equivoca sulla prima parte della frase, la seconda ci porta in bocca a Zapatero. L’amore a cui allude il santo africano è certamente lo stesso amore di cui parla Cristo: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Quindi la manifestazione della propria volontà va subordinata al bene dell’altro. Non che sia sempre così facile identificarlo. Ci sono rari casi di incontri fra concupiscenti: Dio li ha fatti e che si accompagnino pure. Ci sono molti casi di incontri tra falsi concupiscenti che in realtà non ci tengono per niente a essere gettati dopo l’uso. Ci sono altrettanti casi di incontri fra un lui concupiscente e una lei sedotta e abbandonata, e viceversa. Ma non vorrei infilarmi in una casistica degna di un gesuita spagnolo del Seicento, che pure sarebbe divertente. Che spasso l’Enriquez secondo il quale la sodomia praticata con una donna era se non altro esercitata col sesso giusto. Sollazzevole il Suarez che giustificava gli ecclesiastici che non avessero compiuto quell’atto fino in fondo (fondo?) o per non più di due o tre volte. Io purtroppo questi buontemponi li ho conosciuti tardi, attraverso Pascal che non li poteva soffrire. Così mi sono salvato dalla religione braghettona leggendo altri autori, ad esempio Pietro Aretino, principe dei pornografi cattolici, Michelangelo Buonarroti, omosessuale che per la Cristianità ha fatto più di trecento cardinali, Charles Baudelaire, che mi ha insegnato come la preghiera potesse ben abbinarsi alla frequentazione di mulatte e all’aspirazione di pipette.
Recentemente mi è stato prezioso “Peccato non farlo” di Roberto Beretta ed Elisabetta Broli (Piemme), agile catalogo di duemila anni di erotofilia cattolica. Pure il vocabolario mi ha dato una mano. Platonico, aggettivo che ripugna in bocca a una ragazza, deriva da Platone, uno che Cristo non poteva sapere chi fosse. Puritano, altra parola fastidiosa, prima che un moralista fanatico denotava un odiatore della chiesa di Roma. Docetisti, monofisiti, encratiti, pauliciani, bogomili, catari, albigesi, begardi, lollardi, zwingliani, calvinisti…
Ai margini della vera fede sono infinitamente più numerose le eresie e le degenerazioni spiritualiste che quelle carnaliste. Lo spiritualista, uno gnostico convinto di appartenere a una schiera di eletti, è di norma un teorizzatore, un moralizzatore invadente, mentre il carnalista tende a farsi gli affarucci propri, a non fondare né sette né ideologie. L’atteggiamento del peccatore è molto più consono al cristiano di quanto sia quello dell’immacolato.
L’Immacolata è una sola, la Madonna. Tutti gli altri sono macolati, prima ne prendono atto e meglio è. Anche la devozione mariana mi ha aiutato a fare i conti senza isterismi con la concupiscenza. Una mamma protegge sempre un figlio, qualunque sia il suo errore. Provvede a coprirlo sotto il suo manto, a intercedere per lui. Del resto i santuari mariani sono zone franche, a Montevergine si può incontrare Vladimir Luxuria, a Loreto, secondo Vittorio Messori e Magdi Allam, possono arrivare da un momento all’altro i maomettani, per venerare la madre di un profeta. Non che sia la stessa cosa ma in certi casi bisogna sapersi accontentare anche di una mezza verità. Lo dice san Tommaso d’Aquino: “E’ proprio di un legislatore sapiente permettere le trasgressioni più piccole per evitarne di più grandi”.


***
A questo punto, per chiudere l’articolo e andare a pedalare contenti, bisogna solo tracciare il confine fra trasgressioni piccole e trasgressioni grandi. Trasgressione piccola è la concupiscenza rassegnata, grande quella orgogliosa. Perché la prima mantiene il dolente ricordo della caduta primordiale, la seconda non percepisce su di sé la minima ammaccatura. Nella concupiscenza minore, chiamiamola così, Dio è sempre pensabile, mentre nella concupiscenza maggiore Dio è dimenticato o negato, con i rischi segnalati da Dostoevskij. Ma non è certo il dongiovannismo l’ultima stazione di questa nostra via crucis. La concupiscenza sensuale, esercitandosi sui corpi, mantiene sempre un qualche rapporto, per quanto storto, con la legge naturale. L’esplosione dell’artificio tecnoscientifico ha insuperbito le masse rendendole preda di una concupiscenza peggiore, la brama tutta mentale di essere come Dio. Il peccato finora riservato a pochi empi leggendari diventa alla portata di chiunque. La produzione di mele da mordere si è fatta industriale, il prezzo si è abbassato, i supermercati dove le si compra sono aperti anche la domenica. Maggioranze ubriache di potere vogliono approvare nuove leggi che in pratica non servono a niente (i matrimoni omosessuali a nulla praticamente servono), se non a soddisfare uno scopo astratto: proclamarsi fonte del diritto, sorgente della verità. Idem per la manipolazione genetica, per l’aborto non chiamato col suo nome, eccetera. Queste sono trasgressioni grandissime, per aggiornare san Tommaso. Meglio dunque la cara vecchia concupiscenza della carne.

Leggi l'articolo di Giuliano Ferrara