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8月31日 IL POPOLO D'AGOSTO
Spagnoli,
portoghesi, kazaki, russi, egiziani, giordani, messicani, americani,
polacchi, lituani, cechi... tra i volontari del Meeting di Rimini di
quest’anno ci sono giovani che vengono da molto lontano, a loro spese,
per pulire i pavimenti della fiera, strappare i biglietti all’ingresso
degli spettacoli, fare servizio d’ordine negli incontri, servire ai
tavoli dei ristoranti o pelare patate. Giorgio Vittadini - Il Giornale PADRE ALDO TRENTO
«Il mio unico progetto è fare quello che Dio mi mostra ogni giorno». In Paraguay la parrocchia di San Rafael guidata da padre Aldo Trento riprende la coscienza medievale e lo spirito delle Riduzioni dei Gesuiti. Si accompagna l’uomo dalla nascita al cimitero, mostrando come il cristianesimo crea una civiltà dell’amore. Padre Aldo (classe 1947, nativo della provincia di Belluno) è in Paraguay dal 1989 dopo una serie di esperienze anche traumatiche (il periodo della contestazione, una crisi affettiva e la depressione). La parrocchia di San Rafael ha circa 10mila abitanti e si trova nella capitale Asunción. Nel 2004 è nato il Centro di eccellenza dedicato a San Riccardo Pampuri che ha fin qui dato assistenza a 14mila malati («Piccole ostie bianche», come le chiama padre Aldo»). Un asilo, una scuola elementare, un’azienda agricola che prima era destinata al recupero dei carcerati e oggi è una succursale per i malati di aids non terminali. Due casette per i bambini orfani o malati di aids. La Casa Gioacchino e Anna per anziani, il Banco dei donatori del sangue, il Banco alimentare. Sono queste le altre attività sviluppate da padre Aldo che a partire dall’incontro con don Giussani ha ritrovato se stesso e ha accompagnato gli ammalati in particolare quelli terminali verso l’incontro con Cristo.
Padre Aldo, è difficile sintetizzare in poche righe la sua missione
Mi occupo anzitutto di malati terminali e depressi. Quello che è strano è che avevo terrore di finire in un manicomio. Ho alle spalle anni e anni di antidepressivi. La notte che porto con me è dolorosa, ma oggi la vivo con la gioia perché Dio per realizzare le sue opere ti vuole sulla sua croce con lui. Può fare anche diversamente, ma con me ha scelto questo metodo. Stare di fronte agli ammalati significa realmente immedesimarmi con loro fino al punto che quella sofferenza diventa mia, diventa preghiera e supplica.
Nei volti dei malati si può rivedere il volto di Cristo, eppure facciamo fatica ad accettare questa condizione
Basta pensare a me. Non avevo neanche per la testa di fare queste cose. Non avevo più voglia di vivere. I morti mi hanno sempre fatto paura così come i malati terminali. Ora tutti i giorni vedo la morte in faccia. Il nostro fine è che i malati terminali possano incontrare Cristo. La morte è come il momento del matrimonio nel quale si apre la porta della chiesa con il fidanzato che aspetta sull’altare la fidanzata. Una notte muore un malato di aids e un’infermiera mi ricorda che quando le donne andavano al sepolcro avevano con sé gli aromi e i profumi. Da allora anche da noi si fa così. La bellezza di Cristo è capace di liberare il cuore dell’uomo?
Un ragazzo di 22 anni, piegato dall’aids, mi ha detto: «Padre, io non ho mai avuto nessuno come compagno nella vita, l’unico è stato l’aids. Oggi finalmente capisco cosa cercavo». Gli ammalati chiedono continuamente i sacramenti. Una mamma di 32 anni si è ritrovata con due bambine di 7 e 8 anni, affette da malattie congenite, morte in ospedale: è rimasta da sola con un bambino e ha scelto di adottarne altri 12 malati di aids. C’è anche chi, fra gli ammalati, ha scritto un canto per ricordare che la morte libera dalle catene del corpo e fa incontrare Cristo. Crispino, 34 figli sparsi ovunque, prima di morire ha organizzato una cena per festeggiare l’ultimo compleanno con tutti i malati. I racconti sarebbero molti. Facciamo un passo indietro. Ripercorriamo le tappe della sua vocazione
All’età di 7 anni sento la prima chiamata, ma purtroppo ero troppo piccolo. A 11 anni durante una confessione il sacerdote mi chiese se mi sarebbe piaciuto diventare prete, dissi di sì un po’ anche per il timore della sua reazione. Poi mi accorsi che quel sì aveva cambiato la mia vita: desideravo essere totalmente di Cristo. Quali sono state le difficoltà principali?
Durante gli anni della contestazione sono entrato in crisi. Ero irrequieto: la voglia di infinito e di totalità; il cristianesimo che avevo accolto non era in sintonia con il ‘68. A Padova da giovane prete incontro Potere Operaio e lì perdo la testa. Divento simpatizzante con tutto quello che ne seguì: i superiori mi mandarono - dopo il divieto da parte del vescovo di predicare in parrocchia - a Salerno a seguire i carcerati. La prima svolta avvenne durante una manifestazione
Nel maggio del 1975 avevo aderito a uno sciopero contro l’imperialismo americano in Vietnam. Quattro ragazzi (di cui uno mi ha scritto questa settimana) del primo anno del liceo dove insegnavo mi videro con il giornale di «Lotta continua» e mi dissero: «Padre non è così che si cambia il mondo, lei dovrebbe insegnarcelo. Il mondo si cambia, il suo cuore cambia se incontra Cristo». Rimasi sconvolto. Incominciai a seguire l’esperienza di Cl. Da lì è iniziata la mia avventura fino al 1989 quando una crisi affettiva mi ha messo ko: da un lato capivo che questa persona era importante per la mia vita, dall’altra ero prete e la mia vocazione era fuori discussione. Poi l’incontro e il rapporto con don Giussani
Consegnai la mia situazione a don Giussani, che mi disse: «Finalmente è accaduto il miracolo, adesso diventerai un uomo». Diventare un uomo ha voluto dire fare i conti con la mia umanità che non pensavo così drammatica e così dura. Il 7 settembre 1989 don Giussani mi ha accompagnato all’aeroporto per il Paraguay. Mi sono buttato in un disegno del quale Giussani era il tessitore e Dio la mano. Grazie a Il Sussidiario INTOLLERANZA ALLA ROVESCIA
Il
consiglio di amministrazione del Museion di Bolzano ha deciso che,
nonostante le proteste di molti cattolici e una richiesta del Papa in
persona, la «rana crocefissa» dell’artista tedesco Martin Kippenberger
resterà dov’è, cioè esposta alla mostra che si chiuderà il 21
settembre. Per singolare coincidenza, la decisione segue di poche ore
il quasi-licenziamento (scampato solo all’ultimo momento) del custode
di un altro museo, Ca’ Rezzonico di Venezia, colpevole di aver impedito
l’ingresso a una donna musulmana resa irriconoscibile dal velo.
Quando il povero custode (povero perché è stato seppellito dalle
critiche e s’è perfino preso dello stupido dal sindaco di Venezia,
Cacciari) è finito in prima pagina su tutti i giornali per la sua
irremovibilità nell’applicare il regolamento, qualcuno ha parlato di
«spirito dei tempi». Lo spirito dei tempi sarebbe l’islamofobia, o più
in generale la xenofobia e il razzismo imperanti in questa Italia di
leghisti e di fascisti.È possibilissimo che ci sia un diffuso sentimento di ostilità nei confronti degli stranieri e dei musulmani in particolare, ed è senz’altro vero che una società moderna e matura (ma più in generale ogni società di ogni tempo) deve sapere accogliere chi viene da oltre confine e capire che le diversità possono arricchire. E poi il mondo è proprietà di tutti (o di nessuno: è la stessa cosa). Tuttavia, «spirito dei tempi» è anche - e forse soprattutto - quello che ben è stato rappresentato dalle due diverse reazioni dei musei di Venezia e di Bolzano. Nel primo caso ha prevalso la difesa della libertà di espressione e di culto: se la donna si vuol vestire così per una scelta religiosa è liberissima di farlo, si è detto. Nel secondo caso ha prevalso la difesa della laicità: la religione non deve mettere becco nell’arte. Credo che la «rana crocefissa», sulla cui qualità artistica non mi esprimo anche se mi pare identica alle sorpresine dell’ovetto Kinder, debba restare dov’è: esposta al giudizio dei visitatori del museo. Lo credo soprattutto perché una sua rimozione non farebbe che il gioco dell’autore, un perfetto sconosciuto che ha ottenuto facile pubblicità seguendo una tattica stra-abusata, quella di creare il caso per passare poi da vittima dell’oscurantismo clericale. Non auspico alcuna censura, quindi, e anzi i cattolici farebbero meglio a non protestare per non prolungare lo spot. Ma credo anche che nessuna persona di buon senso, e di retta coscienza, possa fare a meno di notare l’evidente differenza tra i casi di Bolzano e di Venezia. A Bolzano s’è esposta un’opera che i cattolici hanno ritenuto offensiva, ma dei loro sentimenti non è fregato niente a nessuno. A Venezia il custode ha semplicemente applicato non solo il regolamento del museo, ma anche due leggi dello Stato (la seconda delle quali confermata da referendum popolare) che impedisce a chiunque di circolare completamente travisati. Si badi bene: nella decisione del custode di Venezia non c’era nulla di religioso; solo un’esigenza di ordine pubblico. Per lo stesso motivo, nessuno sarebbe potuto entrare nel museo con un passamontagna o un casco integrale. 8月30日 CACCIA AI CRISTIANI
8月29日 NON UNA DOTTRINA MA UN INCONTRO![]() Il Cristianesimo non è una dottrina ma un incontro: due giornalisti, Waters e Allam, si raccontano “La
prima condizione per cui il cristianesimo si realizza come avvenimento
è l’affezione a sé, alla propria umanità. Non accade come una magia, ma
come dice don Carròn, occorre la nostra umanità”. Apre così Alberto
Savorana, portavoce di Comunione e Liberazione, uno dei più attesi e
affollati incontri della ventinovesima edizione del Meeting. Sono stati
invitati a testimoniare l’incontro fatto con l’avvenimento di Cristo
nella loro vita John Waters, editorialista dell’Irish Times e Magdi
Cristiano Allam, vicedirettore del Corriere della Sera.
“Di recente ho vissuto un fenomeno per me strano: sentirmi nella posizione di Giovanni e Andrea quando incontrarono Gesù per la prima volta”. Waters, già presente al Meeting due anni fa, inizia il suo intervento raccontando ciò che considera novità nella sua vita. “Sono seduto a un bar, prendo un caffè con un amico e c’è una sedia vuota come per un altro ospite. Allora comincio a pensare a come sarebbe se arrivasse Lui: come potrei fare a riconoscerLo? Che aspetto avrebbe?”. È chiaro che per il giornalista irlandese deve accadere qualcosa di eccezionale per riconoscere la Presenza di Cristo su quella sedia, nella sua vita. Prova così a spiegare il suo lungo e complicato percorso all’interno della cultura moderna, descritta da lui come “una giungla buia all’interno della quale cammino a tentoni e tocco senza riuscire a capire se sono buone o cattive”. In effetti la sua vita è stata una giungla in cui ha anche affrontato il tunnel dell’alcolismo durante la ricerca della sua libertà, necessariamente diversa da quella in Cristo trasmessagli dalla sua famiglia. Ma il suo cuore non ha mai smesso di desiderare di incontrare una verità che sia più corrispondente della sua idea di libertà. Accogliendo allora la provocazione di don Giussani di essere onesto con se stesso e stare a ciò che accade nella sua vita, è arrivato alla radura camminando nella giungla della sua vita. “Lì ho incontrato gente che guardava tutti i miei desideri e mi ha invitato a fare un viaggio. Questo è il Meeting, l’Incontro. L’unico incontro che io conosca” conclude Waters. “Oggi Lui è presente nella mia realtà”. Interrotto più e più volte da applausi, Magdi Cristiano Allam inizia ricordando che ha ricevuto la grazia di incontrare autentici testimoni di fede. Ciò che poteva sembrare casuale nella sua vita, oggi lo riconosce come fondamentale per la conversione al cristianesimo: l’educazione dall’età di quattro anni nelle scuole cattoliche. “Ho conosciuto così la realtà del cristianesimo, vissuto attraverso le opere buone dalle suore e dai frati che insegnavano lì. Da allora - continua – è cresciuta sempre di più la mia spiritualità e la convinta adesione ai valori non negoziabili: la sacralità della vita, la dignità della persona che comporta la libertà personale, in particolare quella religiosa oggi messa sempre più spesso a repentaglio”. Ancora una volta Allam vuole spiegare perché nel suo ultimo libro Grazie Gesù ha definito l’islam “la religione del Dio che si fa testo e si incarta nel Corano”. Gli attacchi a Benedetto XVI dopo il discorso all’Università di Ratisbona da parte del mondo musulmano e l’isolamento in cui l’occidente lo ha lasciato, gli atti terroristici e la violenza giustificata in nome dell’islam e delle gesta di Maometto, hanno portato il vicedirettore del Corriere della Sera a ripensare alla sua fede. “Come musulmano laico, moderato e impegnato a cercare la compatibilità dell’islam con i diritti umani fondamentali, ho dovuto prendere atto che questa non è possibile. Non è infatti possibile approcciarsi con gli strumenti della ragione e della critica ad un testo, il Corano, considerato intangibile e ingiudicabile come Dio. Ho compiuto approfonditi studi sui testi della religione islamica e posso dire che molti versetti legittimano l’ideologia dell’odio e della violenza. La stessa biografia ufficiale di Maometto, riconosciuta dal mondo islamico, descrive la vita del Profeta come un guerriero che si è macchiato di efferati crimini come l’uccisione di settecento ebrei a Medina nel 627 d.C.”. Minacciato per le sue battaglie su diritti e valori incompatibili con lo stesso testo fondamentale della religione islamica, Allam ha deciso di lasciarla convintamente e definivamente. “Ma questa mia condanna alla religione – vuole puntualizzare – non inficia l’amore autenticamente cristiano verso i musulmani che accettano e vivono secondo i valori universali. Vanno dunque rispettati ed è inoltre necessario incoraggiare un lavoro per costruire insieme il mondo”. Questo dev’essere però fatto “con la certezza della nostra verità, senza accostarci al relativismo per cui si devono mettere su un piano di parità tutte le religioni. Questo permette di agire da protagonisti per edificare il bene comune”. Inizia quindi un nuova vita per Magdi Cristiano Allam, in quel Dio che si è fatto uomo. Una testimonianza dunque dello “stupore per qualcosa che accade” quella resa oggi da Waters e Allam. “All’inizio - conclude Savorana - quando riconosci l’origine della stranezza delle persone che incontri al Meeting lo dici a denti stretti: Cristo. Ma questo provoca nel cuore lo scoppio ancora più grande del desiderio”. (A.P.) Rimini, 28 agosto 2008 8月28日 PAURA DELLA MORTE La morte del nostro corpo, evento finale della nostra vita Grazie a Poemen Qui il link
su questa terra, di fatto NON E' la sola morte della nostra vita. Ovvero non è il solo evento nella nostra vita che meriti questo nome: "morte". E questo non solo perché già adesso quell'istante futuro proietta all'indietro su tutta la vita precedente, quella che sto vivendo e quella che non ho ancora vissuto, un'ombra di paura e di angoscia. Ma anche perché ci sono tanti momenti nella vita che portano con sé le stesse paure ed angosce della morte del corpo, a volte anche peggiori. Perché quello che il pensiero della morte del corpo scatena è angoscia, rabbia, sconforto, recriminazione per il limite inesorabile posto al mio desiderio, al mio illimitato desiderio di aria, di luce, di cieli azzurri e boschi profumati, di sguardi di amicizia e abbracci d'amore. Il cuore, quando ci penso, è oppresso, niente sembra che abbia più valore, mi sento come un animale braccato, chiuso in una stretta gola senza uscite. Vorrei stringermi a tutte le persone più care, chiamarle a confortarmi, rassicurarci a vicenda...ma poi mi accorgo che la "mia" morte, proprio perché "mia" non può essere davvero di nessun altro, viverla tocca a me e non c'è solidarietà che tenga... Questo è il vissuto che associo alla morte fisica. Ma se penso alla mia vita ed alla vita delle persone a me care, mi accorgo che tante volte il mio ed il loro cuore si è trovato a risuonare di quelle stesse note che la morte fisica, o meglio la paura di essa, produce. Le stesse risonanze, le medesime angosce che la fine della vita proietta sulla nostra vita le abbiamo vissute prima e per motivi diversi. Tante volte mi sono sentito chiuso in un vicolo cieco senza possibilità di uscirne indenne! Tante volte la vita stessa mi ha posto in situazioni in cui lo stesso vivere era come morire, tanto che la fine della vita poteva sembrare non morte, ma liberazione: vere e proprie situazioni "di morte". Mi accorgo, guardando indietro, anche di quante delle mie azioni passate e presenti sono state e sono condizionate dalla paura di finire in una di queste situazioni di morte: quanto male ho fatto ad altri per sfuggire alla "mia" morte!...in fondo "mors tua, vita mea"! Quante volte la paura della morte è stata signora della mia vita! Sì, ci sono tante "morti" nella vita mia e delle persone a me care. L'elenco sarebbe lunghissimo. Dal dover chiedere perdono a qualcuno all'essere costretto a letto in seguito ad un incidente stradale, dal subire una reprimenda dal capo al dover abbandonare il lavoro, dalla perdita di un figlio all'essere abbandonata dal marito, dal fallire un obiettivo importante per la vita all'accettare e perdonare un tradimento, dall'essere incompreso dai propri stessi genitori all'essere rifiutato dai propri figli... No, la morte è presente in tante forme nella vita ed ancor più presente è la paura della morte, che rischia di diventare la vera signora della nostra vita se non impariamo a disubbidirle... ma è davvero possibile disubbidire alla paura della morte? 8月27日 GLORIAE CHRISTI PASSIOPartire per rimanere: comunione e missione in Russia Incontro con l’arcivescovo di Mosca monsignor Paolo Pezzi Un
auditorium stracolmo di persone ha accolto con un grande applauso
l’ingresso in sala di monsignor Paolo Pezzi. L’occasione è stata
l’incontro svoltosi alle 17 in sala D7 dal titolo “Partire per
rimanere: comunione e missione in Russia” che ha visto come
protagonista il sacerdote di origini romagnole nominato da poco meno di
un anno arcivescovo di Mosca. “Sono quasi imbarazzato nel darle del ‘lei’ – ha detto nell’introduzione Alberto Savorana, portavoce di Comunione e Liberazione – per quell’amicizia che con don Paolo ho condiviso fino adesso. Ci tengo a chiedergli che cosa ha generato il ‘sì’ di un giovane in servizio di leva all’invito di un commilitone. Chi avrebbe mai immaginato questo filo della storia?”. Ricordando l’esperienza da seminarista di don Luigi Giussani, Savorana ha poi aggiunto che “oggi don Gius si compiace perché un suo figlio è stato chiamato a collaborare affinché quel suo sogno giovanile di unità della Chiesa di Dio diventi realtà”. “Quando mi hanno chiesto di parlare a questo Meeting – ha esordito monsignor Pezzi – ho subito pensato a quando venticinque anni fa io montavo questo palco come volontario. C’era il mio amico Aldo che teneva la supervisione, sapeva tutto di come si doveva lavorare. E io seguivo lui. Oggi sono a parlare da questo palco, ma nella sostanza è lo stesso”. Gli applausi dei presenti quasi coprono le parole dell’arcivescovo. “Nella mia vita ho sempre cercato la risposta al mistero di Dio – ha continuato -, magari anche ingenuamente e incoscientemente, ma ho scoperto con stupore un disegno buono sulla mia vita”. E così, continuando il paragone con la sua esperienza di volontario al Meeting, monsignor Pezzi ha tenuto a precisare che oggi per lui “dire sì a Cristo nell’accettare la nomina del Papa è come quando venticinque anni fa dicevo di sì ad Aldo che mi chiedeva di portargli una chiave numero cinque per montare il palco”. “Come posso allora servire questo mistero?” si è chiesto. “Per rispondere devo rimanere in rapporto con Dio, perché il sì a Cristo è sempre un sì a persone e circostanze concrete. Per questo mi interessava di più il sì che continuare a sognare circostanze favorevoli al mio temperamento. Ciò che fa fiorire il deserto è l’offerta quotidiana. Perché anche la vita di tutti i giorni di un vescovo è piena di cose aride, ma questa è un’occasione di protagonismo solo se si offre ogni cosa a Cristo”. Passando a spiegare il titolo scelto per l’incontro, il presule ha raccontato di un aneddoto avvenuto quindici anni fa, quando prima di ripartire per la Russia era stato a trovare un amico monaco della Cascinazza, nell’hinterland milanese. “Gli dissi che lui rimaneva in monastero perché io potessi partire. Non si rimane infatti se non per partire. E non si parte se non per rimanere. Solo rimanendo nello stupore ritrovo il gusto dell’avventura della mia vita e della missione che ho imparato a gustare all’interno della Fraternità San Carlo Borromeo e nel rapporto con don Massimo Camisasca”. Il sì pronunciato da monsignor Pezzi è sempre stato un gesto concreto, di cui fare memoria e poter rendere testimonianza. “Nel 1984, in occasione del trentennale del movimento – ha raccontato – scrissi a don Giussani che ero così grato dell’esperienza vissuta da essere disposto ad andare ovunque nel mondo. Non avevo mai pensato alla Russia, se non per le affascinanti letture del Samizdat. Partire per rimanere per me è stata una condivisione di vita, che oggi si riflette nell’attirare uomini in un miracolo di comunione. La vita si trasforma solo nell’obbedienza – ha aggiunto – che è la condizione secondo la quale tutto quello che fai esprime la comunione che affermi, piegarsi alle circostanze invece che perseguire un proprio progetto”. Nell’ultima parte del suo intervento monsignor Pezzi si è soffermato a parlare della situazione della Russia, sottolineando un problema fondamentale di metodo: “Oggi ci si arresta a livello di analisi della situazione, dimenticando qual è la priorità e il punto di partenza. Per chi vive in Cristo l’ecumenismo è infatti l’andare verso l’altro col desiderio di conoscere la verità in lui presente. Attraverso di me la presenza di Cristo tende a diventare trasparente e questo lo posso vedere nella mia amicizia con alcuni preti ortodossi con i quali ci troviamo in incontri informali che hanno a tema l’educazione di noi stessi e di chi incontriamo”. “Tutta questa mia esperienza – ha concluso il vescovo – mi fa guardare con pietà alle persone che incontro senza voler ingrossare le fila. Per me significa guardare con attenzione alla realtà della Russia e della sua Chiesa ortodossa, ricordandomi che tutti gli uomini, compresi i russi, sono bisognosi di Cristo”. “Carròn tempo fa ci diceva che c’è un inconveniente in tutto questo: – ha affermato Savorana nel chiudere l’incontro - noi non possiamo pretendere di partire da Dio. Si parte dalla realtà. Per dare ragione di questa realtà io devo iniziare un percorso, come don Paolo ci ha testimoniato, per poter poi arrivare a dare un nome a questa realtà. Il suo motto episcopale è ‘Gloriae Christi passio’, desiderio e passione per la gloria di Cristo. Noi facciamo il Meeting – ha aggiunto il portavoce di Cl – animati dentro la nostra incoerenza dallo struggimento che quel nome sia conosciuto, incontrando tutto e tutti”. (G.B.) Rimini, 26 agosto 2008 CHIESA, UN POPOLO CHE FA STORIAFantastico incontro inaugurale del Meeting, a cura di S.E. Card. Bagnasco. Qui potete trovare il testo integrale dell'incontro. Grazie all'amico GADDURA 8月26日 MARTIRI![]() Brutalizzati e arsi vivi, ancora oggi, in India e non solo. Urge campagnaUna
religiosa del centro pastorale di Bubaneshwar, nell’India orientale, è
stata assalita (forse anche stuprata) da una banda di fanatici indù,
un’altra è stata arsa viva da delinquenti che hanno dato fuoco a un
edifico religioso (due vittime almeno). Il pretesto di queste ennesime
violenze contro la comunità cattolica è l’assassinio di un leader
radicale indù, Swami Laxananda Saraswati, che la propaganda degli
estremisti ha attribuito falsamente a elementi cristiani. Le notizie
sulle aggressioni sono ancora confuse, ma quello che è certo è che
esiste una persecuzione contro i cristiani in India, come ce n’è una in
Turchia e in altre zone del mondo, compreso l’Iraq. Da Il Foglio 8月25日 LA STRANIERA Ho riletto il testo che mi piace molto, per l`ennesima volta. Avevo appena terminato,quando, in Val Badia, dove ero in vacanza con la comunità di Cl del mio paese, Carate, si sparse la voce della visita del Papa, l`indomani, 5 agosto, a Ojes, città natale di San Giuseppe Freinandemetz, missionario in Cina e lì morto di tifo nel 1909, dopo essere scampato a persecuzione. Decidemmo immediatamente di andare tutti, partendo per tempo, come è conveniente in questi casi.
Abbiamo atteso il Papa per qualche ora, insieme a persone di ogni età, donne incinte, bambini e anche malati, cotti dal sole di montagna, che per fortuna ogni tanto se ne andava. La miscela di entusiasmo e di fatica mi faceva venire in mente la domanda dei Cori, che don Giussani ha eletto a motivo di fondo del suo magnifico testo, «La coscienza religiosa nell`uomo moderno» (ne «Il senso di Dio e l`uomo moderno», BUR): «È la Chiesa che ha abbandonato l`umanità o è l`umanità che ha abbandonato la Chiesa?». Il fervore dell`attesa di chi mi circondava contrastava evidentemente con la freddezza, l`ottusità, se non l`indifferenza, con cui troppe volte è accolto il messaggio del Papa.
D`altra parte, non infrequentemente, la domanda di verità del popolo o delle persone si scontra con un discorso degli uomini di chiesa, preti e laici, difficile, soggetto alla mentalità dominante, incapace di far percepire l`abbraccio del mistero. Giussani ci leggeva e commentava i "Cori della Rocca", proprio perché desiderava trasmetterci, oltre che la novità, la drammaticità unica del fatto cristiano che, dalla sua origine fino al presente, sfida credenti e non credenti a essere veri.
Si dice che il testo di Eliot è profetico della secolarizzazione che ha colpito le società occidentali, a volte definite anche post-cristiane. É certamente così, ma non solo, perché, se fosse solo così, la profezia sarebbe una diagnosi ideologica e il suo apprezzamento una compiacenza intellettuale. La profezia è percezione del dramma presente. "Il deserto non è così remoto nel tropico australe (...) è pressato nella metropolitana presso di voi (...) è nel cuore di vostro fratello (...). La nostra è un`età di virtù e di vizio moderato in cui gli uomini non deporranno la croce perché mai l`assumeranno". L’ età è quella di oggi, oggi del 1934 e oggi del 2008; del futuro conosciamo solo la promessa o la maledizione del presente. «Rendete perfetta la vostra volontà», cioè amate, è l`appello che pervade i Cori sin dalle prime pagine. È la mancanza di amore il vero deficit di conoscenza - «tutta la nostra conoscenza ci porta più vicini alla nostra ignoranza» - che fa percepire la Chiesa rocciosa, la "Rocca", e "Straniera", lontana, se non ostile all`uomo, perché apparentemente ostacolante la sua libertà.
É la mancanza di amore che rende il mondo quel «buio esterno e interiore» da cui evadere «sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno di essere buono». La Chiesa stessa deve edificare di continuo, perché il passato, la sua gloria e la sua storia, non trovano senso se non in una novità di vita presente. «Se il sangue dei martiri deve fluire sui gradini, dobbiamo prima costruire i gradini». Non si tratta solo dei gradini del tempio, ma delle pietre vive di cui è fatto il popolo cristiano. E amore non è semplice sentimento; è affermazione di ciò che fala vita e la morte, di ciò che gli uomini vorrebbero scordare, ma non possono, perché c`è. In «un momento predeterminato nel tempo e del tempo» è stato dato il senso di tutto. «Bestiali, carnali, egoisti, interessati e ottusi come sempre (...), sostando, perdendo tempo, sviandosi, attardandosi, tornando», gli uomini, in fondo, non potranno rinnegare la Straniera, perché essa non cessa di rendere presente la realtà, per cui «visibile e invisibile, due mondi si incontrano nell`Uomo», Cristo e la sua Chiesa.
In un libro uscito in questi giorni («Uomini senza patria», Rizzoli), a proposito di questa pagina di Eliot, don Giussani commenta: «Tutto cambia se questo fatto è il centro della mia vita (...) se è riconosciuto come presenza (...). Una Presenza che penetra tutto il tempo, come il significato penetra ogni istante e ogni brandello di cosa». Una "luce invisibile" ci ha colpiti, conclude Eliot; luce che non acceca, ma si propone discretamente, "frantumata", appellandosi alla nostra libertà e suggerendoci che saremo protagonisti seguendo la luce (la verità) e non pretendendo di possederla. «Eppure nulla è impossibile, nulla, agli uomini di fede e convinzione». «O protagonisti o nessuno», recita il titolo del Meeting di quest`anno.
(Giancarlo Cesana su Avvenire del 23-8-2008) Fonte: Il Sussidiario 8月24日 ROSE Anche
l'uomo più potente della terra-detto in termini politici- ha avuto un
intenso momento di commozione, durante l'annuale conferenza alla Casa
Bianca sulle iniziative caritatevoli di ispirazione religiosa dello
scorso 26 giugno, si è inchinato ed ha detto "Grazie". Così
anche George W. Bush, Presidente degli Stati Uniti d'America è stato
conquistato dal cuore semplice e tenace delle donne del Meeting Point
International di Kampala, guidate da quella "miniera" umana fatta di
fede, di carità e di grande speranza, che si chiama Rose Busingye,
infermiera ugandese. Bush mostra la sua immensa gratitudine perchè la
loro semplicità d'animo fece si che dopo il disastro dell'uragano
Katrina "fecero di tutto per raccogliere mille dollari per le vittime.
E una donna orgogliosamente disse: "ora siamo noi a donare". La platea
americana altrettanto conquistata fece partire un lunghissimo applauso
alle parole del Presidente. Martedì
26 agosto Rose,insieme a Vicky sempre del Meeting Point, terrà
l'incontro al Meeting di Rimini sul tema "Si può vivere così". Di seguito propongo un articolo apparso su www.ilSussidiario.net lo scorso mese di maggio sull'esperienza di Rose e le donne del Meeting Point di Kampala. LA DIFFICILE MISSIONE DI ROSE TRA I POVERI DI KAMPALA
Alfred Memo è un ragazzino ugandese che ha visto davanti a sé i propri genitori uccisi e i loro corpi tagliati come carne da macello. Che idea della vita può farsi un bambino come lui? Che cosa può aspettarsi dal futuro? «Le prime volte che gli abbiamo chiesto che cosa avrebbe voluto fare da grande, ci ha detto che voleva fare il soldato, per ammazzare, come era stato ammazzato suo padre». A raccontare la storia di Memo è Rose Busingye, direttrice del Meeting Point International di Kampala, un centro dove vengono accolti e curati oltre duemila orfani per guerra o malattia, e altrettanti adulti, per lo più donne, molte delle quali malate di Aids. "Il nostro primo lavoro è far capire a ciascuno di questi ragazzi che la vita ha un valore, che c`è qualcuno che li ama, e, banalmente, che vivere è meglio che farsi ammazzare». Non vale infatti, di fronte a Memo, l`obiezione che andando a fare il soldato rischia di essere ucciso per primo; a questo risponde dicendo «e allora?». «Quello di Memo sembrava veramente un caso disperato, e io stessa ero convinta di averlo perso. Invece sono andata avanti, continuavo ad andare a trovarlo, a scuola, a casa, per fargli vedere che c`ero, che veramente mi stava a cuore. Non si può dire una volta sola che la vita ha un valore, se poi non si affronta la fatica e il lavoro di continuare a far vedere che questo è vero. E io insistevo, ripetevo a Memo che adesso aveva una nuova famiglia, in cui era voluto bene». Ora Memo non parla più di fare il soldato; poco tempo fa in un disegno ha espresso quello che vuole fare in futuro: ha disegnato una casa grande, per i bambini che hanno perso i genitori come lui. «Un giorno - racconta ancora Rose - ho organizzato una gita al Nilo per i bambini, e avevo portato delle pentole per cucinare. Quando siamo arrivati, i ragazzi si sono buttati tutti in acqua: continuavano a giocare e divertirsi, e non volevano mangiare. Alla fine ho chiesto loro: “e adesso cosa facciamo con tutto questo cibo?”. È stato Memo a rispondere: “non sprechiamolo. Adesso telefono a casa e ci organizziamo per portarlo ai bambini che non hanno da mangiare”. Questo è Memo, quello che diceva di volerne ammazzare almeno dieci, come era stato ammazzato suo padre». Anche la vita di molte donne malate di Aids è cambiata al Meeting Point International. Tra di esse c`è Vicky, autrice di una lettera bellissima, che l`associazione Avsi, di cui il Meeting Point è partner per l`Uganda, ha scelto come testo per lanciare lo scorso anno la campagna “Tende di Natale”, una raccolta di fondi che l`Avsi organizza ogni anno per sostenere le proprie opere nel mondo. In questa lettera racconta la propria storia di malata di Aids, abbandonata dal marito, sola e con i figli che non potevano più andare a scuola: «Non avevamo amore da nessuna parte del mondo. Non sapevo più se Dio esisteva davvero» racconta Vicky. «Nel 2001 qualcuno mi ha indirizzato al Meeting Point, dove ho trovate donne che facevo fatica a credere potessero vivere in quel modo pur essendo malate di Aids, tale era la gioia che portavano sul viso». Ora Vicky sta meglio, è volontaria al Meeting Point, e i suoi figli hanno ripreso ad andare a scuola. «Di storie come quella di Vicky cene sono molte altre», racconta ancora Rose. «Sono storie di donne rinate, e anche di donne coraggiose. Come ad esempio Jovine, una donna di quarantasei anni. Una volta c`era qui un gruppo di giornalisti, che dopo avere visto queste donne rimasero molto colpiti e commossi, e pensarono di fare un gesto per aiutarle: comprarono cinque scatole di preservativi. Jovine prese in mano quelle scatole e disse: “c`è a casa mio marito che sta morendo, cosa me ne faccio di queste? I miei figli non hanno da mangiare, a cosa mi servono queste scatole?”. Li affrontò con un coraggio che nemmeno io avrei avuto». E qui c`è il segreto del “metodo” di Rose: non c`è nessuna risposta preconfezionata al dramma di queste persone. L`unica strada è quella di voler bene, di educare al valore della vita, e di responsabilizzare. Senza questa educazione, non c`è nulla che valga. «Anche il discorso della prevenzione» spiega Rose «non ha senso, se non li aiuti a scoprire il valore della vita. Altrimenti i nostri ragazzi - che hanno storie simili a quella di Memo - quando parliamo loro di prevenzione ci dicono: “e perché? Come noi siamo stati infettati, così anche noi infettiamo gli altri”. Partono da una considerazione della vita che è assolutamente pari a zero, sia la loro che quella degli altri». Il metodo di Rose è vincente, anche dal punto di vista medico. Se ne sono accorti anche negli ospedali di Kampala. «Un po` di tempo fa - racconta Rose - l`ospedale di Stato sperimentò gratuitamente alcuni farmaci contro l`Aids, e presero un po` di persone da vari centri. Da me presero solo cinque persone, tra cui anche Jovine. Ebbene, le mie cinque persone furono le uniche a guarire. Allora dall`ospedale mi chiesero altre persone, e anche queste miglioravano. Non capivano il perché, e pensavano che, essendo io amica degli italiani, mi arrivassero alcune cure speciali dall`Italia. Io ho provato a spiegare che il punto è dare un motivo per cui valga la pena lottare contro la malattia. Loro mi dicevano: “sì, è molto bello”, ma come se fosse qualcosa di marginale. Volevano numeri per fare uno schema da applicare: tanti medicinali, tanti preservativi etc. Ma da noi non c`è uno schema». I malati al
Meeting Point, dunque, trovano un motivo per cui valga la pena guarire. Perché
questo accada vengono organizzati gruppi di dieci pazienti, che si ritrovano
per affrontare insieme le cure. Se una volta ce n`è uno stanco, che non
vorrebbe andare avanti col trattamento, gli altri lo sostengono e lo
incoraggiano. Oppure c`è chi inizia la cura e ha effetti collaterali pesanti:
altri lo aiutano, anche semplicemente dicendo «è successo anche a me, poi è
passato». «E una catena di aiuto, in cui sono i malati stessi ad essere
responsabilizzati - spiega Rose - non puoi dar loro solo le medicine, anche
perché spesso non le prendono». O come accadde ai tempi dell`uragano Katrina. Allora Rose parlò di questo evento con i malati del Meeting Point, leggendo un testo e facendo con loro un minuto di silenzio. «Ma un malato, che pesava circa trenta chili, si alzò dal fondo e mi disse: "con me non avete fatto solo un minuto di silenzio, mi avete anche aiutato concretamente". Allora decisero di raccogliere un po` di soldi, e in quattro settimane misero da parte circa mille euro. C`era un giornalista scandalizzato che disse di non mandare negli Usa quei soldi, che servivano più a loro. Gli rispose una delle nostre donne, dicendo: “noi vogliamo amare come siamo stati amati, e il cuore è internazionale”. E da questa frase, tra l`altro, che è nata l`idea di chiamare il nostro centro Meeting Point International». Un punto d`incontro nel centro dell`Africa, dove si rinasce, e da dove si può addirittura decidere di mandare un po` di soldi negli Stati Uniti d`America.
Grazie all'amico POLITICUS 8月20日 PROTAGONISTA DELLA SUA VITAIeri sera, nel nostro Santuario dedicato alla Madonna di Pietrasanta,
abbiamo celebrato la Santa Messa in suffragio di Claudio Chieffo. Sua
moglie Marta, i figli Celeste, e Martino con la sua famiglia, sono
stati da noi per un periodo di vacanza. Claudio veniva ogni anno a
trovarci, la sua amicizia è stata, ed è preziosa per ognuno di noi che
ci siamo dissetati alla fonte del suo canto. Vi offro un lieto ricordo
di Martino Chieffo, che non smette di stupirsi per il grande "segno"
che è stato suo padre! “Ti diranno che tuo padre, era un personaggio strano, un poeta fallito, un illuso di un cristiano”. Basterebbe questo verso profetico di Martino e l’Imperatore per raccontare chi era Claudio Chieffo. Un poeta cristiano. Un personaggio strano. Un poeta, e ascoltando le sue canzoni non si può non riconoscerne la poesia. Cristiano, i testi e le melodie semplici puntano dritte senza fronzoli al cuore della vita. E sono capaci di parlare ad ognuno. Ovvero dicono quello che ogni uomo ha in cuore ma solo il poeta è capace di esprimere. Un personaggio strano che un anno fa tornava alla Casa del Padre. Ricordo con grande commozione il momento del suo ultimo respiro. Un momento che mi auguro di non dimenticarmi mai come il primo respiro dei miei figli. Ricordo l’abbraccio dei numerosi amici presenti (tanti rinunciarono ad accompagnarci in quell’ultimo tratto per non disturbare gli altri ammalati di notte), e l’abbraccio delle migliaia di persone che anche da lontano sono venute alla camera mortuaria o al funerale. Un abbraccio che fortunatamente si protrae nel tempo. Ricordo che alla fine del funerale, mentre la polizia ci scortava al cimitero ho improvvisamente realizzato che avevo appena detto a mio figlio di 3 anni che il nonno andava in cielo e di li a pochi minuti l’avremmo seppellito in terra. Ho pensato: “adesso come glielo spiego, è difficile per me, come farò a spiegarlo a lui?” E in un secondo ho trovato la risposta. Avremmo seppellito la scatola dove era il nonno come un tesoro. Così Gesù sarebbe venuto a cercarlo. In questo anno diverse volte mio figlio mi ha chiesto di andare a trovare il nonno. E veramente come un tesoro lo conserviamo nel cuore. Ora però mi rendo conto che più che un tesoro nascosto, e così non fruttuoso, con la morte, mio padre si è “trasformato” in quel seme che il Signore ha messo “nella terra del mio giardino” (Il Seme), quel seme che muore e da molto frutto. Ed è presente. Mi colpisce come mia figlia che ha solo un anno e mezzo riconosca il nonno nelle fotografie. Mi colpisce come mio figlio, che ora ha 4 anni, in macchina chieda di ascoltare le canzoni del nonno, e se io e mia moglie ci distraiamo e cominciamo a parlare, lui ci zittisce dicendoci di ascoltare. Io ho sempre sentito descritto quello che mi capitava nella quotidianità (gioie e dolori, la fatica del lavoro, la gioia di un incontro) dalle parole delle canzoni di mio padre. Ma mai come in quest’anno ne ho avvertito la potenza profetica. (continua) Da Il Sussidiario 8月18日 PAROLA DI PAPA
ECCO LA GIOIA CHE NON SI PU TAROCCARE Da Avvenire 8月17日 L'EUROPA E LA DEMOCRAZIA![]() Buttando via il cristianesimo L'Europa rischia di buttare via pure la democrazia Afferma
Mario Mauro, Vice Presidente del Parlamento Europeo, nella
Presentazione di questo volumetto tanto agile quanto stimolante: “Se –
come scriveva Henri Bergson – la ragion d’essere della democrazia è la
fraternità, occorre altresì ammettere con lui che 'la democrazia è per
essenza evangelica'. Ne scaturisce che è nostro dovere offrire alla
democrazia il contributo della nostra filosofia, della nostra morale,
della nostra tradizione. Un contributo certamente molteplice e vario,
contraddistinto però dal cristianesimo, elemento comune alla vita
personale e sociale di tutti noi … Affermando che all’origine della
civiltà europea si trova il cristianesimo, non si vuole introdurre
alcun criterio confessionale esclusivo. Si vuole invece fare
riferimento alle radici comuni dell’Europa, a quella morale unitaria
che esalta la figura e la responsabilità della persona umana col suo
fermento di fraternità evangelica”. Dunque, a dare ascolto a Bergson, o
l’Europa difenderà le sue origini cristiane o perderà se stessa e la
democrazia. Ma l’Europa è intenzionata a prestare orecchio
all’insegnamento del celebre filosofo dell’evoluzione creatrice?
Sembrerebbe proprio di no, e Brienza lo dimostra prendendo in attento
esame vari documenti fondamentali della recente storia dell’Unione
Europea e ripercorrendo con attenzione alcuni passaggi relativi
all’ampio dibattito sulla questione della libertà religiosa
sviluppatosi negli ultimi anni nel Vecchio Continente. POVERA FAMIGLIA CRISTIANA!Siccome ci tengo a custodire la Fede e la salute mentale non leggo Famiglia Cristiana, ho smesso da secoli, mi sono sembrati sempre degli ipocriti farisei, amanti del soldo. Vendono pubblicità condita con un pochino di veleno, insapore, e inodore, così muori senza dolore e senza che te ne accorga! Propongo un interessante articolo di Stefano Lorenzetto tratto da Il Giornale di oggi. Meditate, gente, meditate...
Siccome
dal 1965 al 1971 ho consegnato a domicilio ogni settimana, gratis et
amore Dei, 120 copie di Famiglia Cristiana, per un totale di oltre
6.000 l’anno, penso d’essermi guadagnato d’ufficio il diritto di dire
la mia sulla deriva girotondina dell’ebdomadario della Società San
Paolo, in origine Pia, oggi non più. Fossi don Antonio Sciortino, ci
andrei molto cauto nel parlare, come ha fatto l’altrieri su Repubblica,
di «prese di posizione autoritarie» (versione edulcorata del fascismo
«sotto altre forme» denunciato dal suo notista politico Beppe Del
Colle) e soprattutto di «enorme distanza dai problemi che si
aggravano», di «povertà in aumento», di «famiglie che non arrivano alla
fine del mese», di «impiegati alle mense della Caritas», il tutto
attribuito al governo in carica, si capisce. Avendo il settimanale
paolino fondato la sua prosperità sullo sfruttamento - sia pure per
interposta persona (i parroci) - della manodopera minorile, e dei figli
dei poveri in particolare, il suo direttore dovrebbe disinfettare con
la varechina il pavimento del pulpito dal quale pretende di fare la
predica. Pagina 1 - 2 - 3
E visto che io ero costretto a lavorare come zelatore di Famiglia Cristiana quando lui non era neanche prete, né tantomeno giornalista, gli rinfresco la memoria. A quei tempi il settimanale non andava neppure in edicola, arrivava soltanto nelle parrocchie. Il motivo è semplice: in questo modo la casa editrice di Alba non pagava l’aggio agli edicolanti. Era tutto guadagno. Perciò accadeva questo. Legioni di ragazzini - non credo infatti d’essere stato l’unico reclutato, nelle 25.000 parrocchie italiane - ogni settimana dovevano prelevare in canonica il fastello di copie loro assegnato e andare a distribuirle casa per casa alle famiglie cristiane, quelle vere. Niente cassette della posta, niente ascensori. Su e giù per le scale. Porta a porta, ma non alla maniera di Bruno Vespa. Una fatica bestia. Ricompensata, capirai, solo da una gita annuale in pullman - al santuario di San Romedio, sul Pasubio, a Passo Rolle - con pranzo al sacco. A carico dei viaggiatori, ovvio. Già questa attività mi rende degno del premio Pirla patinato. Ma v’era di peggio. A fine mese, armato di un cartoncino ciclostilato con tante caselle da riempire che nella mia memoria coincide con la cartella delle tasse, dovevo compiere un giro aggiuntivo per battere cassa dalle predette famiglie cristiane, nella maggioranza dei casi famiglie che non arrivavano alla fine del mese, per dirla con don Sciortino. Ricordo come se fosse ieri la sconsolata espressione della signora Biolo, moglie di un metronotte, che si presentava alla porta scarmigliata, le mani umide di bucato, con due o tre delle sue innumerevoli figliolette aggrappate al grembiule: ogni volta chiedeva il rinvio dell’esazione. Oppure le lacrime che trovavo da asciugare in casa Bellenzier: una vecchia di 90 anni prigioniera a letto, che m’implorava di darle da bere. Ma come poteva un bambino porgere l’acqua a una persona che giaceva supina in posizione orizzontale se la cannuccia affondata nel bicchiere era di vetro? Mica si piega, il vetro. Tragedie così. Si sarà anche trattato di lettori che mai avrebbero dovuto permettersi il lusso di sfogliare Famiglia Cristiana. Ma la cruda verità è che non si mandano i figli del popolo a riscuotere la mesata nel nome del Signore o di don Renato, perché quando chi deve saldare il conto non ha neppure i soldi per il pane, quello diventa un pizzo bell’e buono, anche se serve a finanziare la cosiddetta (allora) «buona stampa». 8月15日 L'ASSUNZIONE DI MARIAL'Assunzione al cielo di Maria. Auguri a tutti! ![]() L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l'umiltà della sua serva. D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente e Santo è il suo nome: di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre 8月10日 MOLTA OSSEVAZIONE...
Non sempre, nel valutare i fatti usiamo la ragione nel modo corretto; più che imparare dalla realtà cerchiamo di applicare una nostra opinione o sensazione. Questo fa sì che , persi nelle nostre elucubrazioni cerebrali, smarriamo l'evidenza che abbiamo sotto il naso! Propongo un gustoso dialogo tra il Re dei detectives e il suo aiutante. SHERLOCK HOLMES e il DR.WATSON vanno in campeggio.... "Poca osservazione e molto ragionamento conducono all'errore, molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità."- A.Carrell 8月8日 EGLI E' QUI!![]() Mi sono commossa fino alle lacrime leggendo quest'articolo di Socci. Mi si è stretto il cuore perchè l'Amore non è amato! Ma Egli è qui, presente, nostro compagno, per il tempo e per l'eternità!
8月6日 EROS![]() Ho letto su Il Foglio questo gustosissimo articolo di Camillo Langone, vale la pena di leggerlo, è come l'ora d'aria per i carcerati.
L’espressione “morale cattolica” è paccottiglia da anni CinquantaParliamo della vecchia, cara concupiscenza carnaleE’ insultante pensare che Gesù s’è fatto mettere in croce per impedirci di rubare la marmellata e di toccarci il piselloConcupiscenza,
che bella parola. E che brutta gatta da pelare. Perché il tema mi mette
in un angolo, mi impedisce ogni via d’uscita che non sia dire la
verità. Potrei menare il torrone a lungo ma tanto vale dirlo subito: io
mi sono assunto il compito di testimoniare in partibus infidelium la
possibilità di essere nel contempo cattolici e concupiscenti. Di più:
di essere cattolici e concupiscenti senza particolari problemi, senza
soverchie macerazioni. Di più e di più ancora: senza particolari
problemi e senza soverchie macerazioni proprio in quanto cattolici.
Penso che sia una testimonianza necessaria in un mondo diviso tra
perfettismo e nichilismo. Penso che ogni uomo (ogni uomo normale, non
parlo dei santi) abbia una dose limitata di intransigenza: è pericoloso
sprecarla per i dettagli, quando serve davvero si rischia di scoprire
che è finita. |
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