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日志


8月31日

Il cuore del Meeting? Sono stati i volontari. Ora la sfida del dialogo


INT. Giorgio Vittadini

lunedì 31 agosto 2009

«Il Meeting è un volontario che sta per ore sotto il sole a discu­tere con chi vorrebbe parcheg­giare dove non si può» . Ha abbracciato Tony Blair e ha stretto la mano a due pre­mi Nobel ma per Giorgio Vittadini l’in­contro più importante è ancora quello con chi ha sgobbato una settimana per rendere possibile l’evento culturale e po­litico più ricco dell’anno. Nessun sentimentalismo: il giudizio del presidente della Fondazione per la Sus­sidiarietà riflette l’idea ciellina del rap­porto tra la persona e Dio, una conce­zione teologica e morale basata sull’in­contro con Cristo, fondata su un incon­tro reale, fatto di testimonianza e di o­pere, di preghiera e di sudore.

Da Giovanni Paolo II a Von Balthasar, dai Trabalhadores Sem Terra a Milbank: quale, tra i tanti che sono passati in que­sti trent’anni dalla Fiera di Rimini, rap­presenta meglio il Meeting?

Senza nulla togliere ai giganti della fede, della cultura o della pace, il Meeting di Ri­mini è il suo popolo e in particolare lo sono i volontari che svolgono ogni sorta di servizio. Vengono qui per lavorare gra­tis, si pagano l’hotel, non possono se­guire la manifestazione se non quando non devono coprire il proprio turno e so­prattutto provano la delusione dei primi discepoli di Cristo.

Prego?

Ma sì, ogni giorno questi ragazzi tra­scorrono ore a discutere con chi vorreb­be parcheggiare dove non può. E poi, Blair si è lamentato per l’afa ma loro pas­sano ore sotto il sole; mi pare logico che possano essere delusi come lo erano i di­scepoli del Signore quand’erano reietti e attaccati da tutti. Poi tornano a casa e capiscono che l’ar­ricchimento personale, l’insegnamento del Meeting consiste in quel che hanno dato, nell’essersi messi in gioco, aver sof­ferto. Soprattutto quest’anno, loro sono il cuore del Meeting, perché loro arriva­no davvero alla conoscenza, che è sem­pre un avvenimento.

Siamo sicuri che la realtà non sia più semplice e cioè che molti tornino vera­mente delusi da questo incontro?

I numeri che crescono ogni anno, anche quelli di chi si offre di lavorare qui, dico­no il contrario. Ma sarebbe banale farne un discorso statistico. Il volontario stremato dalla fatica incar­na perfettamente l’uomo che arriva alla conoscenza perché, come ci hanno in­segnato Brague, Mather e Townes, non si conosce nulla se non si è implicati. Di Martino, che ha riletto la filosofia mo­derna sotto questa luce, ha smontato pezzo per pezzo la pretesa di estrarre il soggetto dal processo conoscitivo e Carrón ha messo in cima all’esperienza speculativa cristiana l’avvenimento del­la conversione, analizzando il caso di San Paolo. La Glendon, poi, ha esplicitato i legami tra la bellezza e il diritto naturale, dimo­strando che ogni uomo è in grado di co­gliere questo nesso. La conoscenza non può essere anaffettiva e solo quando l’uo­mo coglie l’avvenimento e si fa coinvol­gere dalla realtà abitata dal Mistero è in grado di “conoscere” realmente. In questo senso, una settimana di fatica può essere più efficace che assistere di­strattamente all’intervento di un premio Nobel.
Dal Meeting sono passate centinaia di migliaia di persone. Cosa pensa che sia rimasto a loro di quest’esperienza?

Pochi sanno che i gruppi di Comunione e Liberazione proseguono il cammino del Meeting durante l’anno, ma da tem­po a quest’evento non partecipano solo ciellini e anche agli “altri” resta molto.
Oltre ai contenuti che hanno acquisito, qui si stabiliscono dei legami, con i rela­tori e tra il pubblico, che non finiscono dopo il Meeting. Marco Bersanelli, par­tendo da Rimini, ha avviato un pro­gramma di collaborazione con la Tem­pleton Foundation. Molti imprenditori, professori di scuola, giovani di ogni sensibilità vengono qui a cogliere spunti che poi mettono a frutto nella loro esperienza di vita.
Il Meeting è solo un incontro tra cultu­re oppure modifica rapporti, situazioni, insomma lascia un segno nella storia dei popoli?

Qui si compiono avvenimenti che han­no riflessi storici. Il convegno dei leader africani con Frattini, ad esempio, ha per­messo una serie di incontri bilaterali. La dimensione sempre più internazio­nale di questa manifestazione non si­gnifica solo un cartellone più ricco, ma anche altrettanti spezzoni di sviluppo che cerchiamo, pazientemente, di co­struire. Anche in termini ecclesiali, il Meeting ci cambia tutti: il clima di apertura che si realizza a Rimini non riguarda solo i ciel­lini.
I politici fanno la fila per venire qui. An­che loro stanno cambiando?

La “nostra” politica è quella che accetta di affrontare i problemi dell’uomo, a muoversi sui fatti, utilizzando lo stru­mento del dialogo. Non ci interessa in­vece chi si appiattisce sul gossip politico e personale: abbiamo cose più impor­tanti di cui parlare. Ciò detto, credo che affrontare il tema dell’immigrazione con i leader africani significhi lasciare un segno, porre le ba­si per risolvere quel problema. Così co­me parlare della crisi con il governatore Draghi o con il ministro Tremonti vuole dire comprendere meglio lo scenario in cui ci muoveremo tra qualche settimana. Questa è la politica che piace al Meeting, la politica che dibatte – come hanno fat­to Lupi e Bersani – senza prendersi a cal­ci negli stinchi o delegittimare le perso­ne. Del resto l’esempio più autorevole e chia­ro, in questo senso, lo ha dato l’intervento del presidente del Senato Renato Schifa­ni che ha mostrato la strada per una ri­presa umana, culturale, politica per l’I­talia, in un clima di concordia e operosa costruttività.
Ma poi cambia qualcosa?

L’intergruppo della Sussidiarietà è nato qui, è figlio del Meeting.
Questo è stato anche il Meeting delle conversioni…

Oltre alla testimonianza di Blair, que­st’anno si è parlato molto della conver­sione di Jannacci e lui ha chiarito che non si è convertito perché era già credente. Dico però che ancora una volta abbiamo incontrato un uomo vero in azione, sul palco e fuori. L’incontro con lui resterà nella storia del Meeting.


Il Meeting è anche un format vincente: dopo trent’anni pensate di cambiarlo?

Non se ne parla, anche perché lo cam­biamo tutti gli anni: i focus, un certo mo­do di organizzare le mostre e la stessa ri­storazione sono nati o sono stati trasfor­mati in relazione agli input che proven­gono dai protagonisti. Spesso sono gli stessi relatori a proporci delle soluzioni innovative per l’anno suc­cessivo. È successo con Cleuza e Marcos Zerbini e con padre Aldo, giganti dell’e­vento. Infine, o in primis a seconda dei casi, è importante il dialogo con le altre realtà della Chiesa e con le altre Chiese. Poiché la cifra del Meeting è anche religiosa, in­fatti, una parte del programma nasce in sintonia con le autorità ecclesiastiche.

(Paolo Viana)

(Avvenire, 30 agosto 2009)

Da Il Sussidiario
8月29日

Ciò che unisce Blair, Cleuza e Draghi




sabato 29 agosto 2009

Forse mai, come in questa edizione, abbiamo avuto la percezione che il Meeting di Rimini è, come recita il titolo, un Avvenimento. Un Avvenimento di conoscenza. L'incontro con i grandi personaggi che hanno segnato in maniera indelebile questa trentesima edizione, è stato anzitutto l'incontro con testimoni. Uomini che ci hanno aiutato a conoscere meglio, ad andare più al fondo della realtà che abbiamo intorno. È l'ulteriore conferma che l'incontro fatto, che la fede vissuta, è metodo per affrontare ogni aspetto della vita.

Dalla politica all'economia, dalla fisica alla filosofia, non c'è differenza. Tutto viene rivitalizzato quando si incontra qualcosa che ci permette di conoscere più a fondo il senso della nostra esistenza. La cosa che mi ha più colpito, nonostante siano ormai anni che partecipo al Meeting, è la letizia sui volti delle persone che ho incontrato. La gioia di Tony Blair, di Cleuza Zerbini, ma anche quella dei ragazzi del Rione Sanità di Napoli o dei carcerati della cooperativa Giotto, via via fino alle migliaia di persone che, anche quest'anno, hanno visitato i padiglioni della Fiera. Non è una felicità incosciente, ma la letizia di chi sa, di chi conosce che tutto è fatto per un destino buono.

È la stessa certezza che ci permette di dire che usciremo dalla crisi economica che abbiamo attraversato. Non siamo degli illusi o delle persone che negano la realtà. Sappiamo che gli effetti del terremoto che ha investito il mondo si trascineranno anche nei prossimi mesi, ma sappiamo anche che, dopo i fasti del mercatismo sfrenato, il mondo ha riscoperto che non esiste sviluppo se al centro non c'è la persona. Ha capito che il profitto deve essere al servizio del lavoro e non viceversa. Che c'è un lavoro dentro il lavoro che rende più umano il lavoro. Che se uno conosce il senso di ciò che fa è in grado di plasmare la realtà che gli si mostra davanti. La mostra allestita dalla Compagnia delle Opere sulle formelle del campanile di Giotto semplifica in maniera perfetta questa tensione che purtroppo, nei secoli, si è persa. Per fortuna non ovunque. In luoghi come il Meeting c'è.

Ma è una sfida quotidiana. Che non è diversa per me che di “professione” faccio il politico o per chi in questi giorni ha pulito i padiglioni della Fiera o si è messo dietro i fornelli nonostante il caldo torrido o lunedì dovrà andare nella sua impresa. È l'unica possibilità per non cadere vittima del nichilismo che ormai domina le giornate di tanti uomini e donne che conosciamo.

Ma questo avvenimento di conoscenza è aiutato dall'incontro con uomini che vivono così. Con quelli che, come recitava il titolo del Meeting 2008, sanno essere “protagonisti” della loro vita. Serve un'educazione. Per questo sono certo che ciò che è successo in questa settimana non resterà una parentesi dell'estate ma produrrà frutti. Perché anche noi, oggi, siamo testimoni di un avvenimento.

Da Il Sussidiario

8月24日

Padre Aldo Trento: così don Giussani ci mandò nella terra delle Reducciones


PARAGUAY/ Padre Aldo Trento: così don Giussani ci mandò nella terra delle Reducciones


lunedì 24 agosto 2009

«Carissimi amici universitari, vi auguro di avere tanta fede e tanta intelligenza da rinnovare la più grande impresa sociale e politica del vostro passato, l’impresa delle Reducciones. La fede in Cristo è il mezzo per vivere più intensamente anche questo mondo. Coraggio e arrivederci» (Don Giussani, Asuncion 23/7/1988).

Don Giussani non era mai stato nelle Reducciones, aveva letto solo un libro di un autore francese, eppure quel giorno di luglio di 21 anni fa con questo semplice e profondo giudizio ci ha portato nel cuore di questa esperienza accaduta 400 anni fa a cominciare dal 1609 quando il provinciale dei gesuiti della grande Provincia di Paracuaria, Diego de Torres, decise di inviare i primi due gesuiti verso sud, sulle sponde del Rio Tebicuary, principale affluente del Rio Paraguay, a fondare la prima riduzione. Ad essa fu dato il nome del fondatore della Compagnia di Gesù, S. Ignazio Guazu (che significa “grande”). I due padri vi rimarranno pochi mesi, sostituiti da quello che sarà il primo martire paraguaiano, S. Roque Gonzales de Santa Cruz.

Con quel giudizio don Giussani ci ha aperto un orizzonte non solo sconosciuto a noi, un gruppetto di italiani recentemente giunti in Paraguay per impiantare il movimento di Comunione e Liberazione lavorando nella nascente Università Cattolica di Asuncion, ma anche per il mondo intero. Mai prima di Giussani si era registrato un giudizio di così grande portata storica. Ad essere onesti dovremmo ritornare a Voltaire, Montaigne, Chateaubriand, anche se la positività di giudizio di questi intellettuali aveva tutt’altro valore di quello del fondatore di CL. Solo Ludovico Antonio Muratori aveva preceduto Giussani in un simile giudizio con i libri “Il cristianesimo felice” e “Il paradiso del Paraguay”.

La mostra allestita a Rimini da parte di un gruppo di amici guidati da padre Ferdinando Dell’Amore riflette con precisione storica l’impegno che don Giussani ci aveva affidato in quel giorno e nello stesso tempo descrive l’origine di quello che molti hanno definito “Sagrado Experimento”: lo sviluppo, i protagonisti, la vita quotidiana. E anche come oggi quel fatto è diventato visibile nella parrocchia San Rafael.

L’origine è descritta in modo geniale dal “padre dei Guaranì” (il popolo indio della regione), Ruiz de Montoya nel suo diario “La conquista spirituale del Paraguay”: «Per due anni ci siamo guardati dal giudicare intorno al sesto e nono comandamento, assolutamente incomprensibili per i Guaranì, poligamici e cannibali. Ciò che ci siamo preoccupati di fare per non distruggere quelle tenere e giovani piante è annunciare l’avvenimento della bellezza di Cristo». Dopo due anni i Guaranì, diventati cristiani, hanno chiesto il matrimonio monogamico. Nasce la famiglia e con la famiglia il primo popolo cristiano della selva. Lo sviluppo, come affermano i protagonisti è stato il declinarsi chiaro, deciso, critico e sistematico dell’annuncio cristiano, valorizzando tutto ciò che di autenticamente umano c’era nella cultura Guaranì. I protagonisti sono stati i due o tre sacerdoti che vivevano in ogni riduzione, composta da un minimo di tremila a un massimo di cinquemila abitanti. Questi uomini, innamorati di Cristo “ad maiorem Dei gloriam”, sono stati protagonisti con gli indios di una nuova civiltà che potremmo definire come il Medio Evo latinoamericano. Il rapporto gesuiti-indios era definito dalla libertà. Come si potrebbe spiegare altrimenti l’amore, il rispetto, la creatività artistica, lo sviluppo economico e sociale, che hanno caratterizzato l’esperienza delle riduzioni?

Come documenta la mostra, la vita quotidiana era definita dall’avvenimento cristiano in tutti i dettagli, dall’uso perfetto del tempo all’igiene, dall’architettura alla musica. Essa, oltre che un tentativo di rendere giustizia a un’esperienza umana autentica, molte volte ignorata e censurata all’interno della stessa Chiesa, intende riproporre all’uomo di oggi il fatto che l’annuncio cristiano è il grande unico fattore capace di creare quella “civiltà della verità e dell’amore” citata proprio al Meeting da Giovanni Paolo II. La presenza a Rimini del vicepresidente della Repubblica del Paraguay, Federico Franco, e del ministro del turismo Liz Cramer, testimoniano l’importanza decisiva delle Riduzioni nella storia della nazione. È significativo il fatto che alla vigilia delle celebrazioni del bicentenario dell’indipendenza del Paese (tanto esaltata in questi tempi e strumentalizzate anche con fini laicisti e massonici), un decreto del Governo definisca le Riduzioni «fattore costitutivo e creativo della cultura e civiltà raggiunte dal Paraguay grazie all’annuncio cristiano».

Da Il Sussidiario

8月21日

La vera storia di Miguel Mañara

Il protagonista della serata teatrale d’apertura del trentesimo Meeting di Rimini sarà Miguel Mañara. Domenica prossima vedremo, infatti, una nuova messa in scena del dramma di Oscar Milosz, incentrato sulle vicende del giovane rubacuori sivigliano, prima stanco delle sue stesse avventure amorose, poi sorpreso dal candore di un amore vero e sposo, infine umile monaco che diventa santo e muore nel silenzio. È quel Mañara che ha dato origine alla lunga serie dei don Giovanni di cui è zeppa la letteratura, da Tirso de Molina a Molière a Puškin, e la musica (basti pensare a Mozart).

Ma nello scrivere la sua più famosa opera teatrale, che è del 1913, Milosz non aveva in mente un’ennesima edizione del mito già visitato da tanti altri prima di lui (e che lui stesso aveva trattato in un precedente dramma). Milosz infatti resta fedele al dato storico, così come lo aveva letto e studiato nella biografia su Mañara scritta dal de Latour nel 1857. Chi era, dunque, questo Mañara, che la Chiesa cattolica annovera tra i “venerabili”?

Don Miguel Mañara Vicentelo de Leca nasce a Siviglia il 3 marzo 1627. La sua giovinezza è quella tipica dei giovani rampolli della nobiltà del siglo de oro: baldoria, amorazzi, duelli per difendere l’onore. Intorno ai vent’anni la conversione. Il suo primo biografo, Cárdenas, racconta che, mentre si dirigeva di notte a un appuntamento galante, Mañara fu colpito al capo, cadde per terra e sentì una voce che chiedeva una bara per lui, considerato ormai morto. In preda al terrore, Mañara tornò a casa e venne poi a sapere che all’appuntamento galante sarebbe stato accolto da sicari decisi a ucciderlo.

È la svolta. Miguel ventunenne sposa una brava ragazza della città, Jerónima Carrillo da Mendoza (la Girolama di Milosz). Che però muore poco dopo. Miguel entra allora nella Confraternita della Carità, che si occupa dell’assistenza materiale e spirituale ai poveri di Siviglia. Nel 1662 ne diventa il presidente, dandole nuovo impulso e ingrandendone il raggio di azione. Tale è il fascino della sua vita, che gran parte della nobiltà di Siviglia entra a far parte della Confraternita, attorno alla cui sede viene costruito un ospizio per i poveri, un ospedale per i malati che nessun’altra struttura accoglie e fondato un sodalizio di persone impegnate nell’assistenza ai condannati a morte. Mañara si prodiga anche per la conversione dei musulmani che si trovavano in città.

Muore il 9 maggio 1679, circondato dall’ammirazione di tutti e da una solida fama di santità. Di sé, lui aveva ben altra idea, tanto da scrivere nel suo testamento: «Io, don Miguel Mañara, cenere e polvere, miserabile peccatore, per la maggior parte della mia vita ho offeso l’altissima maestà di Dio mio Padre, di cui confesso di essere creatura e schiavo. Ho servito Babilonia e il Diavolo suo principe con mille abomini, orgoglio, adulteri, bestemmie, scandali, brigantaggio. I miei peccati e le mie infamie sono senza numero e solo la grande saggezza di Dio li può nominare, la sua pazienza infinita sopportarli e la sua infinita misericordia perdonarli. Sul mio sepolcro si metta una pietra con questo epitaffio: Qui giacciono i resti del peggior uomo che ci fu al mondo. Pregate per lui».

Da Il Sussidiario

8月16日

Preghiera di Camillo

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Maria Assunta, “vinca tua guardia i movimenti umani!”. Mi è caduto l’occhio su un giornalino della provincia di Treviso, L’Azione, e ho scoperto che Mario Botta sta aggirandosi intorno al tuo santuario di Motta di Livenza. Il giornalista, chiaramente ipnotizzato, scrive che “il celebre progettista” sta incubando un altare: “Un’opera dotata dei sentori culturali del nostro tempo”. Sentori? Fetori! Ogni edificio di questo servitore di Mammona (molte banche nel suo curriculum) puzza di minimalismo ergo nichilismo lontano un miglio. Ho l’impressione che i fraticelli non sappiano che serpente si stanno portando in casa, eppure Botta è un famigerato nemico dell’Incarnazione e le sue chiese sono eleganti magie del nulla: gli basta un abracadabra per far scomparire inginocchiatoi, tabernacoli, immagini… Maria, mentre sali in cielo guarda in basso e fa’ un miracolo: fulmina il tomtom dell’architetto, fagli perdere la strada di Treviso.

di Camillo Langone

Il Foglio

8月14日

L'Assunta

''Oh Madonna, tu sei la sicurezza della nostra speranza!''


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Questa è la frase più importante per tutta la storia della Chiesa; in essa si esaurisce tutto il cristianesimo.


«Tu sei la sicurezza della nostra speranza» indica il fiorire delle cose.Senza la Madonna noi non potremmo essere sicuri del futuro, perché la sicurezza del futuro ci viene da Cristo: il Mistero di Dio che si fa uomo.Non sarebbe potuto accadere questo, non si sarebbe potuto neanche ridire, se non avessimo avuto la Madonna.

Attraverso di Lei il dono dello Spirito si è comunicato all’uomo; nel seno di Maria è cominciata l’ultima storia dell’umanità. E’ un miracolo, l’inizio della fine del mondo.

La morte di Cristo e la sua Resurrezione costituiscono l’annuncio di quel messaggio finale in cui il perché di ogni istante del tempo e dello spazio fluisce come memoria dell’Eterno.

Così, per noi, la preghiera a Cristo si identifica sempre più con la preghiera alla Madonna.

Vi invito a pregare ogni giorno il Santo Rosario che è la contemplazione del Mistero, è la contemplazione della SS. Trinità.La Madonna ci aiuti a vivere questo.

don Luigi Giussani

8月7日

Meeting; Giussani: Dio ha bisogno degli uomini

Fate bene a battere le mani, perché credo in quello che dico. «Il pericolo maggiore che possa temere l’umanità - dice Teilhard de Chardin - non è una catastrofe che venga dal di fuori, non è né la fame né la peste, è invece quella malattia spirituale, la più terribile perché il più direttamente umano dei flagelli, che è la perdita del gusto di vivere».

Quando ho detto questa frase mi è venuto immediatamente al cuore e alla memoria come deve essere nato storicamente l’interesse per Cristo. La gente poteva andarlo a sentirlo chiedendosi: "Cosa dice costui? Parla della Trinità, di Dio Padre, parla dell’inferno dell’anima, della responsabilità dell’uomo". Però poteva farsi anche un’altra domanda, che trovava la risposta dentro il cuore della gente, senza che essa ne fosse cosciente: "Costui, perché dice queste cose?" E immediatamente, chi avesse formulato questa domanda si sarebbe sentito rispondere: "Perché ama l’uomo". Prese un bambino se lo strinse al seno e disse: "Guai a colui che torce un capello al più piccolo dei bambini" e non parlava di torcere fisicamente un capello, perché in questo fatto tutti hanno un po’ di ritegno; parlava nel far del male al bambino in termini morali, là dove nessuno presta attenzione e precauzione; parlava di un rispetto assoluto di questo esserino indifeso. Oppure si scosta nel sentiero, passa un funerale, una donna singhiozza dietro il feretro e Lui domanda: "Cosa succede?" "È una donna vedova. Le è morto l’unico figlio". Fa un passo avanti e dice: "Donna, non piangere". O ancora: "Che importa se ti prendi tutto quello che vuoi e poi perdi te stesso?” Che cosa darà l'uomo in cambio di sé? Così è sorto nel mondo il senso del rispetto, della venerazione, dell'attaccamento, dell'amore, della fiducia, della responsabilità verso la persona.

La persona: l'amore all'uomo. Altrimenti non si può capire il Cristianesimo. Ma forse noi stessi non lo comprendiamo, pur tentando di viverlo, perché non partecipiamo di questa sua origine. Il cristianesimo non è nato per fondare una religione, è nato come passione per l'uomo. Allora si capisce che se Cristo parlava del Padre, se parlava del bambino, se tendeva con particolare cura lo sguardo all'ammalato, al povero, era perché povero, bambino o ammalato erano, fra tutti, i meno difesi, coloro che meno avrebbero potuto imporre se stessi; proprio per questo ne sottolineava la presenza, perché il loro valore era indipendente dalla loro capacità di potere o di servire al potere. L'uomo, il figlio di donna, l'uomo concreto, come sempre insiste Giovanni Paolo II, non l'uomo alla Feuerbach o alla Marx, io, tu, l'uomo figlio di sua madre e suo padre: e l'amore all'uomo, la venerazione per l'uomo, la tenerezza per l'uomo, la passione per l'uomo, la stima assoluta per l'uomo.

La frase di Teilhard de Chardin mi ha richiamato una frase del Vangelo: "Vi ho detto tutte le cose che vi ho dette, affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena". Gioia: è l'unica voce, quella cristiana, che può usare la parola gioia senza essere obbligata a dimenticare o rinnegare qualche cosa. Gesù lo dice in termini biblici: "Il loro angelo (l'angelo dei bambini) vede la faccia del Padre mio". L'uomo è grande perché è in rapporto con l'Infinito, ma un rapporto siffatto che lo si è potuto anche definire con un paradosso: Dio ha bisogno degli uomini. Dio. Ma chi non ha paura, qualunque immagine ne abbia, ad usare questa parola? Io ne ho molta, e infatti raramente la uso. (continua)

8月5日

Persecuzioni dei cristiani nel mondo


In Pakistan le autorità si erano affrettate a dire che la carneficina contro i cristiani, conclusa con la morte di sette persone, tra cui un bambino, era opera di islamici fuorilegge. E' il termine 'fuorilegge' che preoccupa e che al fondo nasconde una realtà durissima per tutti cristiani che vivono nei paesi musulmani dove anche la legge, come del resto nello stesso Pakistan, impedisce poco o tanto la loro libertà, rischiando anche la vita se non addirittura l'estinzione. E intanto Onu e Unione Europea nicchiano.
SamizdatOnLine

La sopravvivenza delle comunità cristiane in paesi musulmani è spesso ostacolata da atti di violenza che si concludono talvolta nell'omicidio di innocenti. Le recenti persecuzioni in Pakistan riaccendono il dibattito sugli scontri religiosi e, in particolare, per i cristiani che costituiscono una minoranza negli stati esteri.

Il luglio del 2009 si chiude con una serie di eventi tragici per il Pakistan. Il 30 luglio centinaia di militanti islamici hanno assaltato il villaggio cristiano di Koriyan, vicino a Gojra. Il loro slogan preferito è stato che i cristiani hanno la stessa religione dei soldati americani e dunque sono nemici e meritano la morte. Prima hanno tirato pietre, poi hanno utilizzato benzina e infine mitra e bombe, bruciando, oltre alle abitazioni dei credenti, anche due chiese protestanti. Nell'assalto, almeno 8 persone - fra cui 4 donne e un bambino di 7 anni – sono state bruciate vive e 20 altre sono rimaste ferite.
Il pretesto che ha innescato l'onda di odio è stato, questa volta, la falsa accusa di blasfemia contro Talib Masih, che avrebbe bruciato alcune pagine del Corano durante una cerimonia di matrimonio lo scorso 29 luglio a Koriyan. La verità è che, come è usanza, alla fine della cerimonia in chiesa gli invitati hanno tirato verso la coppia fiori, riso, alcune monete per augurare prosperità e biglietti con frasi di saluto o salmi. I cristiani, che in Pakistan rappresentano una minoranza di poco più del 2%, in risposta alle accuse, hanno organizzato una processione nelle aree musulmane scatenando l'ira dei membri del «Sipah-e-Sahaba», un gruppo islamico ritenuto fuorilegge dal governo pakistano.

Il dramma delle persecuzioni dei cristiani nel mondo passa spesso in secondo piano nel nostro paese dove sembrano avere più importanza le vicende personali degli uomini politici. È doveroso invece sottolineare che  l'odio anticristiano non ha confini e che nei paesi meno occidentalizzati questo odio sfocia in atti di violenza. Occorre sensibilizzare l'opinione pubblica sul problema delle persecuzioni cristiane e sulle origini dell'odio del quale anche il nostro paese non è esente. Infatti se da un lato le notizie provenienti dal Pakistan evidenziano una situazione incontrollata della quale i cristiani sono le vittime, dall'altro non manca chi afferma che certi eventi non accadrebbero se non esistessero le religioni.

Il dibattito sulle persecuzioni è dunque aperto ma, al di là delle congetture dei nostri connazionali, si deve sollecitare la comunità internazionale in un intervento che possa proteggere i più deboli che sono spesso le prime vittime di queste violenze.

Seraphim socio di  SamizdatOnLine

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8月2日

Diario dal futuRU

21 Agosto 2011

Mi è costata una sessantina di euro.

Vacca boia, più di cinque volte rispetto alla pillola del giorno dopo, maledetta quella volta…

No, il farmacista non ha fatto storie: un timbro sulla ricetta e via.

Ho apprezzato che non mi abbia scannerizzato dai piedi ai capelli, scandagliandomi da sopra gli occhiali.

In fondo sono affari miei, lui faccia il suo lavoro.

Che se obietta lo denuncio.

L’anno scorso è stato peggio.

Il medico di base, i sette giorni, il ricovero in ospedale, la prima pillola, le ecografie, le notti in ospedale, la seconda pillola, la terza, le ecografie e signora-come-mai-è-ricoverata-qui delle vicine di letto.

Antibiotici e antidolorifici.

Rispetto della legge 194, tuonava l'Agenzia preposta.

Chi l’avrebbe mai detto che me l’avrebbero fatta odiare, quella legge "benedetta".

Tre giorni dentro.

Ad altre andava anche peggio .

Qualcuna è rimasta una settimana intera in ospedale.

Si dice che una donna sia rimasta quindici giorni, ma secondo me è una leggenda da corsia ospedaliera.

Qui se ascolti tutti arrivano a dirti che si muore di RU486.

Oscurantisti.

L’aborto è mio, e lo gestisco io.

Tanto in questi mesi si era capito come aggirare la legge nel rispetto della legge.

Basta una firmetta.

Dimissione volontaria.

Non potevano trattenerci contro la nostra volontà.

Sarebbe stato sequestro di persona.

Una firmetta dopo ogni pillola e via a casa.

Tanto poi si poteva tornare in qualunque momento, lì o altrove, per proseguire gli accertamenti.

E poi, se era ancora presto, un’altra firmetta.

L’unica scocciatura me l’ha data quello della guardia medica, che non ne voleva sapere di uscire per giudicare se il sanguinamento era normale o eccessivo.

Ho dovuto arrangiarmi, con un po’ di buon senso.

Però ho passato qualche brutto quarto d’ora, a maledire quelli che lo hanno battezzato “aborto dolce”, ovviamente tutti maschi.

Poi, come mi avevano detto, ho intravisto “il prodotto del concepimento”, prima di tirare lo sciacquone.

Mi hanno insegnato a chiamarlo così, per non affezionarmici.

Se lo avessi chiamato “bambino” avrei rischiato di cambiare idea, nei giorni che intercorrevano tra le diverse pillole, e prima della sua espulsione.

Chissà che casino sarebbe successo se avessi cambiato idea.

Chissà che casino.

Alla fine anche il governo ha dovuto arrendersi all’evidenza che la faccenda delle “firmette” per le dimissioni volontarie era una buffonata ipocrita.

Così come ipocrita era impostare tutta la campagna anti-RU sui suoi presunti effetti collaterali: morti da Ru486?

Ma certo! I bambini muoiono! Quelli che non si voleva far nascere!

In quanto alle mamme… nessun farmaco è innocuo, no?

Troveremo qualche professore che distinguerà le 29 donne morte a seconda della via di somministrazione, della dose, del bacillo in causa, delle eventuali patologie associate… e tutto evaporerà nei distinguo.

Ieri il governo ha modificato un paio di articoli della legge 194 (quella, per intenderci, che “non si tocca”). E’ bastato anzi dare un nuovo senso alle parole dell’articolo 8 della legge 194: “praticare l’interruzione di gravidanza” da ieri non è più inteso come “espellere il prodotto del concepimento”, ma come “por fine alla forma di vita intrauterina”.

In questo modo, la prima pillola si prende sotto controllo medico, le altre a casa propria, dove avverrà l’espulsione effettiva.

Basta intendersi sui termini, come sempre, no?

E così il governo ha aggirato l’ostacolo, ha stracciato qualche polverosa dichiarazione di principio, ha ignorato qualche interpellanza, ha rimesso nel cassetto le documentazioni di presunti effetti avversi da RU486 e ha commercializzato la pillola abortiva nelle farmacie.

Però a sessanta euro.

Speriamo che l’anno prossimo sia mutuabile, come un comune lassativo.

Grazie a Vino e Mirra

8月1日

Aborto: altro che moratoria...

Aborto: altro che moratoria ...

Nonostante seri e documentati dubbi sulla pericolosità del farmaco RU486, l'Aifa si pronuncia a favore della sua commercializzazione in Italia.  Ma l'Aifa non ha ancora reso pubblico tutto: ad esempio il dossier sulle ventinove morti
Nel frattempo, l'ex ministro Livia Turco é soddisfatta ...
dopo la somministrazione di mifepristone, il carteggio in corso fra il Ministero e i tecnici Aifa, e soprattutto le motivazioni dei tecnici Aifa, che devono spiegare all’opinione pubblica perché ritengono che questo farmaco abortivo abbia tutti i requisiti di sicurezza per essere commercializzato. L'Aifa dovrà inoltre chiarire come la somministrazione della pillola abortiva potrà essere resa compatibile con la legge 194 e con i pareri del Consiglio Superiore di sanità.

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