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日志


9月30日

NEL POLLAIO

http://www.ilpollaiodelre.com/ImmGraficheSito/Il_Pollaio_del_Re.jpg

                        Proverbio:

“Tra tanti haddi nu’ faci mai juornu”!

 

Traduzione:

Fra tanti galli non fa mai giorno!

 

Spiegazione:

In un pollaio dove ci sono tanti galli, e ognuno di loro canta a un’ ora diversa, non può esserci che confusione, e il contadino non riesce a capire quando si fa giorno...

 

Dedicato ai Politici, ai Sindacati, ai Magistrati, ai Giornalisti, ai Prelati di varie Chiese...

FOLLIA

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 BUIO MONUMENTO ALL’AMORE TRAMUTATO IN IRA

 DAVIDE RONDONI

C
ome ha fatto Simone, dopo aver posteggiato la sua auto in riva all’Arno, a uccidere a martellate i suoi piccoli di 7 e 5 anni? Erano una bambina e un bambino. Poi si è dato fuoco insieme ai loro corpi. Come avrà fatto, pensiamo, storditi, mentre leggiamo una cronaca fredda e tremenda di liti con la compagna e madre dei due, di annunci fatti per telefono a parenti che, con chissà quale magone e terrore, si sono messi a cercarli, di case popolari a Pisa, proprio nelle zone del conte Ugolino che Dante ritrae divorare i suoi figli...
  E viene la tentazione di lasciare lì, fissa e perduta nel suo smalto terribile questa storia. Questa ennesima vicenda di sangue innocente sparso per rancori di amanti, o di sposi sperduti in un delirio. Verrebbe da distogliere lo sguardo, per non voler nemmeno immaginare cosa sia accaduto dentro l’auto parcheggiata come per una gita. Per non pensare ai due innocenti, che avevano diritto a vivere, a non essere sacrificati alla rabbia di un amore andato in malora. Avevano solo 5 e 7 anni.
  Cos’è un bambino a quella età, come puoi colpirlo? Verrebbe da lasciare quell’auto parcheggiata tra le nebbie della follia, dire solo: sono cose da pazzi. E distogliere lo sguardo, il cuore, per non morire di pena, e di scandalo contro il cielo che, come l’Arno indifferente lì vicino, sembra esser restato lontano da quei due bambini. Invece no, guardare si deve. Non fare finta che queste cose appartengano a un altro pianeta da quello in cui siamo, non fingere che non c’entrino mai nulla con le cose che viviamo di solito. Lasciare quell’auto tra le nebbie della nostra indifferenza sarebbe come condannare ad un’ultima, estrema inutilità il sacrificio dei due bambini. Perchè chiunque di noi sa che c’è sempre un rischio: di distruggere il bene in nome dell’ira. Di cancellare quel che c’è di buono in un rapporto – d’amore o amicizia – a causa di una rabbia, di un rancore, di un 'aver ragione contro' l’altro. C’è sempre il rischio di 'fare fuori' il bene che c’è stato in nome della difficoltà del dissidio presente. Il rischio di essere violenti contro il bene che c’è o che c’è stato, in nome del dissidio presente.
  L’auto di Simone, padre colpevolissimo e tristissimo, padre fattosi carnefice, creatore del proprio inferno e anch’egli,  da compatire come si deve compatire chi perde la mente, e i suoi due figli, compongono ai nostri occhi una immagine tremenda di ciò che rischiamo e siamo anche noi, e non di rado. Sono, in quell’auto parcheggiata sull’Arno, il dolente e buio monumento all’amore che si tramuta in ira. All’amore che diviene il suo contrario, quando le prove della vita non sono affrontate con la forza del perdono o della pazienza. Con le forze dell’amore che non cedono alle forze del possesso e dell’egoismo. Il cielo e l’Arno non sono indifferenti a questa tragedia. Il cielo parla sempre, con segni e suggerimenti, nei cuori degli uomini, ma noi possiamo decidere di non ascoltare. Avrà parlato anche a Simone, ma lui ha scelto di ascoltare per mesi, forse per anni l’ira che in lui cresceva. Ha deciso di nutrire quella – fino a divenirne pazzo schiavo – invece che ascoltare il cielo. E l’Arno, dolce fiume di Toscana, ha di certo dato agli occhi dei due piccoli l’ultima bella luce che hanno visto. E ha raccolto le loro lacrime, le ha portate al mare. E al cuore di Dio, mare dei mari, dove il tempo breve e sorridente dei bambini diventa eternità. Quel cuore che è ­l’unico posto dove la pena immensa di averli persi puo' chiedere
di non ammattire.

Fonte Avvenire

PER MADDY DELFINO

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 O Madre di Dio e madre nostra

in terra, per i mortali, tu sei fontana inesauribile di speranza.

Signora, sei tanto grande e potente

che chi desidera la grazia divina e non si rivolge a te ,

è come colui che vuole volare senza avere le ali.

In te è la misericordia,

in te la pietà, in  te magnificenza,

in te si concentra tutta quanta la bontà del creato.

Ora la nostra amica Maddy Delfino giace ammalata

e fa fatica a nuotare nell'oceano della vita.

Noi popolo dei blog, suoi amici, ti preghiamo:

vieni in suo soccorso, aiutala, strappala dal male implacabile!

Non guardare ai nostri meriti, Madre potentissima,

ma al nostro cuore, alle briciole di bontà che ci sono

nella nostra povera vita:

te le offriamo per la nostra Maddy!

Aiutala Vergine potente:

noi, per lei, accendiamo questa piccola luce nei nostri blog!

Ave o Maria ........

 don luciano e tutti gli amici dei blog

Da Teocon

ISRAELE, ESEMPIO DI FELICITA'

http://lasca.files.wordpress.com/2008/05/dans.jpg

L interessante articolo che propongo- qui sotto- alla lettura fa giustizia di alcuni aspetti che per motivi ideologici ed opportunistici molti osservatori, o presunti tali, europei e non fanno finta di non vedere o di dare una lettura parziale di quello che sta succedendo nella società israeliana e, a livello generale, come vivono il presente in prospettiva del futuro, le nostre società, censurando parole come vita, morte, felicità. Se c'è ad esempio un paese che più di tutti vuole la pace in Medioriente, questo è indiscutibilmente Israele con buona pace di quei "pacifinti" tiepidi se non conniventi con chi vorrebbe distruggere e cancellare dalla faccia della terra il popolo ebraico.

Altra questione, che piaccia o no, Israele come bene è descritto da questo articolo, paradossalmente ci è d'esempio sulla positività della vita a tutto campo. E un altro grande testimone, Papa Ratzinger, citato nell'articolo, richiama continuamente "il risveglio della ragione" di fronte alla realtà che non è fatta di effimere immagini o costruzioni ideologiche che opprimono alla fine il desiderio stesso dell'uomo alla felicità. Ringraziando Dio abbiamo esempi che sfidano quelli che vorrebbero ingabbiare le coscienze dentro un potere che propugna finte libertà e felicità individuali astratte, allontanando dallo scopo di una sempre più indispensabile responsabilità personale e sociale per il bene di tutti. Comunque su tutto questo se ne può tranquillamente discutere. (Politicus)

Sembra un paradosso: Israele è la nazione più felice della terra. Un popolo minacciato nella sua stessa esistenza, costretto a vivere in una condizione di guerra permanente, riesce a mantenere un invidiabile grado di serenità. Lo dicono una serie di parametri statistici riportati da Spengler editorialista di punta di Asia Times. Confrontando il tasso di fertilità e quello dei suicidi Israele è in cima alla classifica dei paesi amanti della vita davanti a ben 35 nazioni industrializzate. È uno degli stati più ricchi, liberi e istruiti del mondo: con molte ore dedicate alla religione e primeggiando nelle discipline scientifiche. E la durata media della vita è più alta che in Germania e Olanda. Un quadro sorprendente se si considera che gli israeliani sono circondati da vicini pronti a uccidersi pur di distruggerli.

 
Una condizione che non può essere attribuita alle esperienze storiche. Nessun popolo ha sofferto più degli ebrei e avrebbe giustificazione migliore per lamentarsi. Chi crede nell’elezione divina di Israele vede in tutto ciò una speciale grazia di Dio.
Secondo Spengler gli ebrei incarnano “l’idea di una vita fondata su un Patto che procede ininterrotta attraverso le generazioni”. Certamente il caso di Israele ci interroga. Rappresenta qualcosa di unico davanti a società europee invecchiate, e non solo in senso demografico. Società dove sono stati “resi eretici l’amore e il buonumore”, come disse nel 1974 l’allora professor Joseph Ratzinger. Nella stessa occasione il futuro Benedetto XVI si chiedeva “se la vita sia un dono sensato che si può fiduciosamente continuare a dare, anche se non richiesti, o se essa non sia veramente un peso insopportabile tanto che sarebbe meglio non essere nati”. E concludeva che “il primo compito che è importante oggi per l’uomo consapevole della propria responsabilità deve essere quello di risvegliare la ragione assopita”.

 
Interpretare la felicità di Israele come un dato sociologico sarebbe assai limitativo. In realtà è una provocazione che riguarda tutti. Ha a che fare col senso e la prospettiva che diamo alle nostre azioni e passioni. A patto di non aver già liquidato il problema della felicità come una questione da illusi sognatori. Non è un caso che i padri della costituzione americana, più di due secoli fa, abbiano inserito fra i principi fondamentali della nazione che stava sorgendo il diritto alla ricerca della felicità. Evidentemente si tratta di un punto che fa la differenza non solo per la vita dei singoli, ma per l’intera società. Tale ricerca deve partire da una positività riconosciuta, o almeno intuita, nella realtà in cui si vive. Questo richiede la capacità di saper guardare al di là delle apparenze, cosa che nell'immediato può anche comportare un sacrificio dentro però una prospettiva in cui si costruisce e si realizza la persona. E oggi, soprattutto ai giovani, non fa tanto paura il sacrificio, ma piuttosto il fatto che questo possa non avere un senso. Tutto ciò non è né automatico né scontato, ma frutto di un'educazione in grado di appassionare alla conoscenza della realtà partendo da fatti che muovano interesse e affettività. Fatti, non opinioni. Quindi occorre solo una grande lealtà. L'uomo per sua natura cerca qualcosa o qualcuno a cui appigliarsi e che prenda sul serio la sua esigenza costitutiva di felicità. Non c'è alcuna marcia inarrestabile verso il progresso a cui affidare le nostre speranze come, con una buona dose di dogmatismo ideologico, qualcuno ogni tanto vorrebbe farci credere. In questo senso la recente bufera finanziaria ancor prima che per il tracollo economico è motivo di smarrimento perché ormai concepiamo la ricchezza come unica certezza possibile mentre essa da sola oggettivamente non può dare senso e sostanza all’esistenza. Oggi è il momento di un amaro risveglio, ma può essere anche l'occasione per un ritorno a un sano realismo.

 Graziano Tarantini

(L'Arena 28 settembre 2008)

Fonte: www.ilsussidiario.net

Grazie all'amico Politicus

9月27日

TUTTI PRONI AD ALLAH!

Lo Sheikh Omar Bakri Mohammed
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L’Islam ha le idee chiare e programmi precisi sull’Occidente, ma l’Occidente li ha sull’Islam? Lo sceicco Omar Bakri, originario della Siria, ha istituito e dirige l’Islamic Religious Court a Londra ed è a capo dell’organizzazione islamica Al-Muhajiroun. Tiene lezioni e conferenze in Inghilterra e nel mondo. Queste sono alcune sue tipiche interviste rilasciate recentemente a quotidiani e televisioni. Le sue dichiarazioni e i suoi insegnamenti sono emblematici dei piani islamisti contro le democrazie europee.

Il quotidiano arabo-londinese Al-Hayat, per esempio, in una serie di articoli sulla comunità musulmana in Gran Bretagna, ha raccolto queste sue affermazioni trascritte dal Middle East Media Research Institute. 

Intervistatore: Ho ascoltato la sua lezione sulle fondamenta del credo, e sembra che non siate interessati a portare gli studenti nella società britannica, cioè non li aiutate a essere musulmani britannici.

Bakri: Nel mio metodo di educazione sono contrario all’idea di integrazione. Non crediamo che sia consentito integrarsi nelle società in cui viviamo. Non sono un sostenitore dell’isolamento dalla società e non sono un sostenitore dell’integrazione in essa. Sono un sostenitore di cambiare la società per mezzo della mia religione, non per essere cambiato da essa.

E dove condurrà questa vita di separazione?
La vita di separazione condurrà a un cambiamento nella situazione del paese in cui viviamo, come i musulmani hanno cambiato la situazione in Abissinia e in Indonesia. Trasformeremo l’Occidente in un regime islamico per invasione esterna o culturale. Se Allah vuole, trasformeremo l’Occidente in Dar Al-Islam [cioè, in una regione sotto la regola islamica, ndr] per mezzo di un’invasione dall’esterno. Se uno Stato islamico cresce e invade l’Occidente noi saremo il suo esercito e i suoi soldati dall’interno. Altrimenti cambieremo l’Occidente attraverso un’invasione ideologica da qui, senza guerra e uccisioni. O noi predicheremo a loro ed essi accetteranno l’Islam, o noi vivremo tra loro ed essi saranno influenzati dalle nostre vite e accetteranno l’Islam come una soluzione politica ai loro problemi, non come una soluzione ideologica. Gli occidentali ci hanno imposto una legge artificiale, e il futuro regime islamico imporrà loro regole islamico-religiose. Il musulmano agirà secondo questa legge volontariamente e chiunque non sia musulmano farà questo per forza di legge. Io non obbedisco alla legge artificiale. Anche se non la vìolo, non obbedisco ad essa. Allah ha detto: Non obbedite agli infedeli e agli ipocriti.

Come si può vivere in una società in cui si è un estraneo?
L’Islam è una religione della legge della natura. Quando un uomo incontra problemi egli utilizza la legge della natura. In America si è sviluppata recentemente una discussione sulla separazione tra uomini e donne nelle università. Perché? Perché ci sono problemi. Ci sono ragazze che restano incinte a un’età giovane, senza marito. Non c’è alcun motivo di mischiare i sessi all’interno delle università. Io vivo ai margini della legge esistente, finché ciò sia compatibile con la legge naturale e non sia in conflitto con l’Islam. Alcuni paesi hanno cominciato a discutere la questione della punizione dei ladri. Nell’ex Unione Sovietica dicevano che avrebbero tagliato la mano del ladro. Questa è la legge di natura, perché è la legge severa che dissuade il ladro dal commettere il reato.

Lei è accusato di legami con organizzazioni verso le quali la Gran Bretagna è ostile e che essa vede come nemici. Lei predica ai suoi alunni di vedere il movimento talebano e Osama bin Laden come il gruppo che sarà salvato il Giorno del Giudizio.
Finché le mie parole non diventano azioni, non fanno del male! 

La seguente intervista, invece, è stata rilasciata alla Tv libanese OTV e riportata da Memri Tv. 

Intervistatore: Perché lei ce l’ha con l’Inghilterra?
Bakri: I miei problemi con la Gran Bretagna sono causati dal fatto che la sua legge non è la legge di Allah. Io seguo il vero Salafismo: pregare una religione pura e completa, dove noi brandiremo le armi contro chiunque ci combatterà. Se mi s’impedisce di seguire la legge di Allah, allora non mi rimane che emigrare in Libano. In Gran Bretagna, nelle università, l’Islam si sta diffondendo in misura mai vista prima, e i non musulmani vi si stanno convertendo alla media di 21 persone al giorno. Nel giro di vent’anni la società britannica avrà una maggioranza musulmana. È per questo che le istituzioni di questo regime laico stanno combattendo chiunque si avvicini all’Islam.

Come giudica le vittime innocenti di attentati islamisti?
In caso di autodifesa ci sono vittime innocenti. Vengono uccise per sbaglio, come danni collaterali, non intenzionalmente. Quando le bombe americane colpiscono i musulmani hanno il diritto di fare rappresaglie, e possono esserci vittime.

C’è una differenza tra combattere un soldato americano o un militare israeliano impegnato in operazioni belliche?
Forse che quando un soldato americano si toglie la divisa e si mette in pigiama diventa proibito colpirlo?

C’era una base militare nelle Twin Towers?
Non si è trattato di un attentato solo alle Twin Towers ma anche al Dipartimento della Difesa statunitense. L’Undici settembre è stata un’operazione che ognuno giudica a suo modo, c’è chi è contrario e chi favorevole.

E quando gli esplosivi sono messi sui treni o nei bar? Se si è sotto occupazione nemica e si compiono attacchi è una cosa...
Voi potete definire queste operazioni come terrorismo. Ma oggi l’America rappresenta il campo del terrorismo occidentale. Ci sono due tipi di terrorismo: quello benedetto e quello deplorevole. Lo stesso è per la violenza. La violenza può uccidere o salvare vite. La violenza americana uccide, così il suo terrorismo è condannabile, laddove la violenza dei mujahidin è usata per difesa e come rappresaglia per proteggere vite e onore. Il loro terrorismo è benedetto. Non ogni terrorismo è deprecabile.

Quindi perché lei ha preso la cittadinanza inglese?
Io non l’ho presa. Loro me l’hanno data. Io appartengo all’Islam. Non appartengo all’Inghilterra. Io ero un musulmano che viveva in Inghilterra, ora vivo in Libano.

E allora perché non l’ha rifiutata?
Io non uso i loro documenti, non ho il passaporto inglese, ne ho uno libanese.

Ospite in trasmissione: Quello inglese gliel’hanno tolto.

Intervistatore: Perché non l’ha restituito lei prima che glielo requisissero?
Loro mi hanno tolto il mio diritto di cittadinanza. Non mi hanno più dato il passaporto perché mi sono rifiutato di giurare fedeltà alla regina e alla legge inglese. Io obbedisco solo ad Allah e al suo messaggero.

Andrea B. Nardi - L'Occidentale

IL VESPONE

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27 settembre 2008

Bruno Vespa, sei la foglia di fico che copre la vergogna del monopolio ideologico televisivo, in più mi hai rovinato una cena e un dopocena. L’altra sera mangiavo il bollito alla Corale Verdi con il mio amico Luca Sommi, lo conosci anche tu, ti ha accompagnato a visitare la mostra del Correggio, e gli dicevo che i nemici di Dio, della patria e della famiglia hanno occupato l’etere per intero: Annunziata Augias Bignardi Fazio Floris Gruber Mentana Santoro, e Victoria Cabello Ilaria D’Amico Camila Raznovich, e Piero Angela e Mario Tozzi, e Crozza e Littizzetto? Intingendo nella salsa verde mi ha risposto: “Ma voi avete Bruno Vespa!”. Mi è andato il cotechino di traverso. Io non voglio che tu mi venga addebitato, Bruno, no e poi no, tu sei un vecchio democristiano nichilista, sei l’unico abruzzese con cui non mangerei gli arrosticini, la tua religione è il cinismo giornalistico-romano. L’altra sera il lambrusco era cattivo, perfino più cattivo di tanti vini che consigli tu, e nemmeno la lingua con la mostarda è riuscita a confortarmi. Ho provato a dimenticarti col nocino, tutta notte con l’acidità di stomaco.

di Camillo Langone - Il Foglio

9月25日

UN PICCOLO GESU'

Ecco il mio piccolo Gesù deforme

«Ogni giorno guardo questo cadaverino che vive e piango, soffro, perché Victor è Cristo che agonizza e geme». Una lettera e una fotografia di padre Aldo dal Paraguay

di Padre Aldo Trento
approfondimenti
Asunción, 8 settembre 2008

A dire il vero sarebbero tanti i santi di questo mese. Santi incontrati al Meeting di Rimini, santi che ogni giorno mi riempiono di e-mail, una più bella dell’altra, e santi che stanno morendo nella clinica “Casa Divina Provvidenza S. Riccardo Pampuri”. E chi sono questi santi? Sono le centinaia di persone, di tutte le età che dopo l’incontro di Rimini mi “assediano” con il loro grido di verità, di bellezza, di amore, di felicità. Persone desiderose, bramose di saperne di più rispetto al centuplo. Padre, ma è vero che quanto è accaduto a lei è possibile anche per me? Padre, è vero che la depressione è una grazia? E come accettarla così? Dove trovare un uomo con questa libertà di vivere, di amare? Padre, ho paura del sacrificio, del dolore… come ha fatto lei a sopportare tutti questi anni di sofferenza psichica e morale? Ma è possibile amare? E come coniugare l’amore con il dolore? Ma che bella la verginità se poi accade quanto è accaduto a lei! Dove ha trovato l’energia per obbedire a Giussani? Come ha fatto a dargli credito? Padre, ci parli dell’umanità di questo uomo che ha saputo condurla per mano in un modo così umano che sbalordisce e nello stesso tempo sentiamo che se non fosse così non varrebbe la pena credere in Cristo.
Le e-mail di questi giorni sono tutte un tentativo di rispondere a queste domande. C’è un vuoto affettivo, una paura d’amare e un’assenza di padri impressionante. Come non ricordare le code di ragazzi, ragazze, adulti che hanno fatto impazzire Miriam, la “hostess” del Meeting, per poter sentirsi dire che ciò che il cuore desidera è vero e può incontrare una risposta adeguata? Mi correvano dietro con il loro dramma perfino quando andavo al bagno. No, non è spento il cuore dell’uomo, il cuore del santo. Solamente, mi domando, dove siamo noi adulti? Sentiamo che il grido dell’uomo è sempre potente ed è un grido che ha bisogno non di telefonate, di consigli, ma di una compagnia? Vorrei mandarvi le e-mail che ricevo perché potessimo rendercene conto. I santi sono quelli che gridano, che vivono irrequieti, senza patria, mendicanti dell’Infinito.
Tornando a casa ho rivisto tutti i miei figli ed è stata una festa. Ma ho rivisto in particolare il piccolo Victor di un anno. Se non ve lo ricordate vi rimando la foto… però così come è ora.
Sono rimasto sconvolto appena l’ho visto. Gemeva, geme in continuazione… mmm, ah, ah, ah… e tende le braccia stringendo forte le manine a forma di pugno. La sua testa è enorme e come d’improvviso la parte inferiore è sprofondata lasciando una piccola fossa, lì dove non ha il cranio. Cos’è successo? D’improvviso, attraverso l’apparato messogli dai medici, è uscita tutta l’acqua della testa, quell’acqua che avvolgeva il suo piccolissimo cervello. Una immagine impressionante, dolorosissima. È come guardare un pallone da calcio bucato. Non bastasse questo, l’altro giorno gli è scappato l’occhio destro: è rimasta una cavità vuota che spurga di tutto. Abbiamo dovuto mettergli una garza. Lo guardo e non posso non andare con la mente al testo di Isaia, lì dove il profeta parla del servo sofferente, di Gesù, senza nessuna bellezza, distrutto fisicamente, gemente per l’atrocità del dolore. Victor, il mio bambino, non solo è un piccolo cadaverino che vive, ma è tutto deformato, lacerato, pieno di cannucce che entrano ed escono dal corpo.

Non mi resta che inginocchiarmi
Il mondo ha paura di lui, sente ribrezzo, non sopporta vedere questo piccolo ridotto ad un mostro. Il mondo dice: perché non lo lasciate morire? Ma voi siete inumani, non è giusto, eccetera… Io lo guardo, piango, soffro perché Victor è Gesù, il mio piccolo Gesù che agonizza, che soffre, che geme, che chiede un po’ di amore. Lo bacio, lo bacio sempre… i gemiti si calmano. Gli accarezzo la fronte… non più testa ormai, sgonfiata, con la pelle infossata, come un laghetto di montagna… e sento che accarezzo Gesù. Le domande mie sono tante e tutte rivolte a Gesù, e così pure le domande di chi ha il cuore di Cristo per vederlo, perché senza questo cuore posseduto da Cristo uno non ce la fa. Chiedo a Gesù di aiutarmi perché questa piccola ostia bianca, ridotta ad un “mostro” – così lo definirebbero quanti in Italia vogliono che Eluana muoia – cambi il cuore, lasciando a Gesù di possederlo, tenga desta in me quella drammaticità toccata con mano a Rimini. Mentre scrivo sento i suoi gemiti continui, come un sibilo che ti rompe il cuore… e non mi resta che inginocchiarmi davanti a Lui, Gesù che sta morendo sulla croce. Però Gesù aveva il Padre, la mamma ai suoi piedi; questo Gesù ha solo me, noi poveri uomini, e per di più non ha mai conosciuto il sorriso, né il pianto… ma solo un gemito che dura dalla nascita fino ad ora. Il suo corpicino deformato non ha più niente di sano, gli manca solo che si spappoli l’occhio sinistro poi tutto è consumato. Amici, quanto dolore nel mondo. E noi? Noi siamo grati a Gesù per quanto ci dà? Per me Rimini ha voluto dire la percezione che Gesù da quel momento in avanti mi avrebbe chiesto ancora di più sia come capacità di soffrire, sia come capacità di fare compagnia. E ne ho avuto subito l’esperienza appena tornato. Da subito, lontano da quel frastuono umano, mi sono trovato alle prese con la vita quotidiana.
Aiutatemi con la preghiera perché a chi molto è stato dato, molto è chiesto. Sono grato a Gesù perché non mi lascia tranquillo un secondo e così la vita diventa supplica.

Nota Bene: Come vorrei che questo scritto con la foto arrivasse a chi ha deciso che Eluana “deve” morire. No, non può morire se Dio non ha ancora deciso. La vita è sua, di Dio… se la uccidiamo saremo tutti più poveri e disgraziati.

  Fonte TEMPI

9月24日

POTENZIALE STERMINATO

http://www.blogscienze.com/wp-content/uploads/2008/06/scoperta-molecola-che-fa-maturare-cellule-cerebrali.jpg

 Il neurologo Clive Svendsen: Le pluripotenti costituiscono una delle scoperte più importanti, molto più della pecora clonata Dolly
 Il potenziale adesso è sterminato

 DA MADISON
( WISCONSIN)
 C
live Svendsen, professore di neurologia all’Università del Wisconsin, direttore del Centro per la Medicina rigenerativa e sulle cellule staminali, fa parte di una delle due e­quipe che lo scorso anno hanno scoperto le­ cellule staminali pluripotenti indotte: cellule adulte riportate allo stadio embrionale e trasformate nei tessuti in cui vengono impiantate. Al congresso di Madison il professor Svendsen è ­venuto proprio a parlare delle possibili applicazioni del cosiddetto Protocollo Yamanaka. E riesce a stento a contenere il suo entusiasmo.
 Si respira un’autentica eccitazione al summit. A cosa è ­dovuta?

 Questa­ vera alchimia:­come prendere del piombo e trasformarlo in oro. Possiamo estrarre delle cellule adulte, renderle pluripotenti e farne quello che vogliamo. Il potenziale­ sterminato. Questa per me­, una delle scoperte più fenomenali nel campo della biologia. Ancora più della pecora Dolly. Quella nel 1997 apre una pagina inedita e controversa nella storia umana. Invece oggi siamo qui, con una rivoluzione dalla portata ancora difficile da intuire.

 Come pensa che questo nuovo protocollo possa contribuire a cambiare la medicina rigenerativa?

 Una scoperta straordinaria, che non cambierà solo
lo studio delle terapie cellulari ma anche il modo in cui studiamo le malattie. Ci permette infatti di osservare con occhi nuovi malattie che non siamo stati capaci di comprendere prima d’ora. Prendendo le cellule della pelle di pazienti con malattie specifiche e trasformandole nel particolare tipo di tessuto affetto dalla malattia, ad esempio, possiamo capire che cosa causa la malattia stessa. Gli effetti di questi studi si ripercuoteranno in modo molto più esteso che sull’evoluzione delle terapie rigenerative. Potrebbero condurre a svolte fondamentali nella comprensione di malattie oggi incurabili.
 Alla conferenza sulle staminali partecipano numerose associazioni dei pazienti. La loro presenza la motiva o mette il suo lavoro eccessivamente sotto pressione?

 Devo dire la verità: noi scienziati
siamo un po’ altezzosi. Quando ho sentito parlare del summit per la prima volta ero scettico. Ma poi ho capito che l’apertura al pubblico è ­importante. Soprattutto in questa fase di passaggio dal laboratorio ai test clinici, ci deve essere un continuo scambio di vedute fra gli scienziati e il pubblico. Il rischio altrimenti­c è he la scienza prenda direzioni ardite, ma non necessarie. ­ importante che ci siano occasioni e spazi di confronto, in cui i ricercatori si trovano faccia a faccia con gli utilizzatori finali delle loro scoperte. Ci dà un punto di vista diverso delle malattie. Ed­ ache un’occasione per trasmettere al pubblico informazioni accurate sullo stadio della ricerca.
 Dopo la scoperta delle cellule adulte pluripotenti, crede che ci sia ancora spazio per la ricerca sulle staminali embrionali, che non hanno registrato alcun successo clinico malgrado anni di ricerca e ingenti fondi
spesi?
 Credo che sul piano strettamente scientifico ci siano ancora spazi di collaborazione con gli scienziati che studiano le embrionali, se non altro come confronto per capire il più velocemente possibile come sfruttare il potenziale delle cellule adulte pluripotenti.

 Elena Molinari

Fonte Avvenire

L'IRAN DA LEZIONI ALL'ONU

 http://www.corriere.it/Media/Foto/2007/08/01/fdg/APPESIc.jpg

Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad sarà oggi a New York per partecipare all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Come tutti i regimi totalitari tenuti insieme dalla forza militare e dall’oscurantismo, anche quello dei Guardiani della Rivoluzione e degli ayahtollah – di cui Ahmadinejad è solo il golem – non resiste alla tentazione di presentarsi al mondo mascherandosi da profeta e paladino del nuovo corso storico. Così fecero, ben lo sappiamo noi europei, altri piccoli uomini a capo di grandi tragedie; così capiterà anche stavolta. Ma il problema non sta qui.

All’Onu ogni Stato sovrano ha il diritto di parlare, ci mancherebbe: almeno questo, visto che poi le parole pronunciate in cotanta sede servono quasi sempre soltanto a riempire di inchiostro pagine degne di polverosi archivi ricchi di buone intenzioni, mentre il mondo prosegue imperterrito sulle strade della realpolitik, il che è un eufemismo per dire che ognuno si fa gli affari suoi. Sopra la passerella dell’Onu si può dichiarare qualsiasi cosa, ma se poi i singoli Stati non ne danno effettiva attuazione, ossia spendono soldi, muovono organizzazioni, creano leggi, rimane solo quella pantomima tipica del Palazzo di Vetro che tante disillusioni ha ormai provocato fra le persone di buona volontà.

Tuttavia, proprio per l’assenza d’ogni valore direttamente pragmatico nelle dichiarazioni dei vari leader di fronte all’Assemblea generale, non occorrerebbe che ci fosse almeno qui una presa di posizione forte, chiara, priva di ipocrisie da parte dei rappresentanti mondiali quando si trovano al cospetto di crimini tanto odiosi e palesi?

Invece c’è da giurarsi che ancora una volta il politically correctness delle sinistre europee tanto affascinate dai dittatori arabi (basta che siano anti-americani), unito al laisser faire di certi governi troppo impegnati nei calcoli ragionieristici di quanti barili di petrolio corrispondono ai voti della campagna elettorale, faranno passare sotto silenzio la vergogna colossale di un presidente iraniano il quale viene a straparlare di pace e diritti mentre dalle sue mani cola perfino il sangue di bambini assassinati.

Sì, perché dopo l’instaurazione di leggi totalitarie, dopo le minacce contro lo Stato d’Israele, dopo la corsa verso l’armamento nucleare, dopo il sostegno guerrafondaio agli attentati di Hezbollah in Libano, di Hamas in Palestina, degli Sciiti in Iraq, dopo migliaia di esecuzioni, lapidazioni, fustigazioni, amputazioni contro uomini e donne iraniani, ora è la volta dei bambini. Secondo Nazanin Afshin-Jam, portavoce di Stop Child Executions Campaign, in Iran solo negli ultimi anni sono stati impiccati sei bambini e altri 130 sono detenuti in attesa di essere giustiziati, mentre per Amnesty International sono già 26 i minori la cui condanna a morte è stata eseguita per impiccagione. Stop Child Executions Campaign è un’associazione internazionale non governativa di volontari dediti alla denuncia di esecuzioni contro i minori e alla protezione degli stessi. Secondo l’articolo 37 della Convenzione UN sui diritti del fanciullo, un minore è una persona sotto i 18 anni, e nessun minore può essere sottoposto a esecuzione capitale. Nonostante la firma del governo iraniano sulla Convenzione Internazionale che proibisce la pena di morte ai minori, in Iran si continua allegramente a impiccare bambini per reati spesso ridicoli, non ultimo l’omosessualità o la presunta tale.

Oggi davanti al Palazzo dell’Onu una manifestazione di attivisti iraniani, con sede negli Stati Uniti, ha organizzato una manifestazione contro il presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad. Uno striscione con la scritta "Ahmadinejad perché stai giustiziando i bambini?" verrà esposto nel corso della protesta cui parteciperanno molte organizzazioni umanitarie, e poco distante si innalzerà il "Muro della vergogna" con foto e documenti delle esecuzioni.

A parte questo, chi altri oserà levare la voce contro il nuovo piccolo-grande dittatore dell’Iran e le sue parole menzognere? E se l’ambasciatore Usa o magari Silvio Berlusconi in uno dei suoi intrattenibili slanci di benevola emotività denunceranno i crimini di questo signore e del regime medioevale cui appartiene, non c’è forse da scommetterci che da ogni giornale snob di sinistra si stigmatizzerà sull’inappropriatezza dell’intervento?

«La crisi internazionale sul programma nucleare di Teheran – spiega Afshin-Jam – ha distolto l’attenzione dell’Occidente sugli abusi nei confronti dei bambini e sulle violazioni dei diritti dell’uomo in Iran». Se il mondo non riesce nemmeno a proteggere i propri figli, se per questioni di etichetta politica e di convenienza commerciale non riesce neppure a svergognare e sbugiardare chi si macchia di tali nefandezze, a che serve riunirsi in giacca e cravatta davanti ai microfoni dell’Onu? Forse è il momento che il mondo smetta di far finta di nulla. Fonte L'Occidentale

SOCIETA' AL FEMMINILE? GRANDE FREGATURA!

di Claudio Risè
Tratto da Il Giornale del 23 settembre 2008

Non è vero che oggi in Occidente comandano le donne, ma è vero che stanno male tutti: il maschio temuto come violento, la femmina spodestata dal ruolo tradizionale. Il fatto è che il padre non è più capace al liberare i figli dalla simbiosi con la madre

La «società femminilizzata» è una grandissima fregatura per tutti, uomini e donne. Le donne perché sono state spodestate anche della loro «regalità» domestica, ormai contesa da maschi petulanti, che sanno tenere la cucina spesso meglio di loro.

I maschi perché ricacciati dal circo politico-mediatico (del resto ancora in gran parte maschile) nel girone dei violenti, gente da sottoporre a schedature di massa del Dna, come propongono le Commissarie Europee, o da non lasciar viaggiare accanto a bambini soli, come prevede British Airways. Donne spregiudicatamente sfruttate sul lavoro, come i maschi, e uomini controllati e tenuti in permanenza sotto lo stigma del pregiudizio sociale: questo, e non altro, è la «società femminilizzata» sviluppatasi in modo accelerato dagli anni Settanta in poi. Non a caso donne e uomini attenti a cosa accade e dotati di buonsenso, dalla filosofa e leader femminista Luce Irigaray, al poeta e terapeuta americano Robert Bly denunciano da molti anni questa «società degli eterni adolescenti» che, sollecitando vanità di potere nelle donne poi regolarmente frustrate nelle loro ambizioni, ha svillaneggiato il principio di responsabilità e deriso l’amore tra uomini e donne, mettendo in una miserabile competizione tutti contro tutti. Per comandare con più ampi consensi e sottrarre il potere (ancora massicciamente maschile) a ogni controllo. La società femminilizzata ha persino avuto il suo banchiere centrale: Allen Greenspan, il governatore della Fed di Bill Clinton, il controllore «soft» che teorizzava l’inutilità dei controlli; sotto il suo lungo regno è nato il delirio della finanza «derivata», e si è preparato il grande crash che ha divorato miliardi di risparmi da un anno a questa parte.

Se non comandano le donne però, e anzi ci stanno malissimo (basta guardare le liste dei presidi psichiatrici, o le statistiche sullo sviluppo dell’alcolismo, o dei disturbi alimentari) perché si parla di «società femminilizzata»? È un altro modo, più spostato sul versante degli orientamenti culturali, per descrivere la «società senza padri», come psichiatri, antropologi, e sociologi della politica chiamano già da quarant’anni la società occidentale. L’Occidente viene così identificato perché i padri non svolgono più la loro funzione nell’aiutare durante l’adolescenza i figli ad uscire dalla simbiosi con la madre.

Il cuore di questa faccenda non è però questione di pannolini e di principio d’autorità, di costrutti culturali, e di velleità di potere dell’uno o dell’altro sesso. Il fatto è che i bambini stanno per nove mesi nella pancia della madre, e non nel padre, e quando nascono non è ancora costituita una soggettività psichica, e affettiva, differenziata. Sono nati biologicamente, ma non ancora come soggetti psicologici. Perché questo accada occorre che la simbiosi istituita nella gestazione continui per un periodo abbastanza lungo, durante il quale, nella fondamentale relazione madre-figlio, nasce il soggetto umano. In un gioco di sguardi, di scambi affettivi, di riconoscimenti reciproci, nella quale la madre non è sostituibile dal padre, semplicemente perché il bambino non è mai stato nella pancia paterna, né ha mai respirato coi suoi polmoni. Naturalmente il padre quella simbiosi, dovrà poi interromperla, perché altrimenti il bimbo non riuscirà mai a distaccarsi da quella figura amata e potente, rimanendone dipendente.

Tutti i fenomeni che Alain De Benoist elenca nel suo articolo, dall’onnipotenza terapeutica all’«ideologia vittimista, alla moltiplicazione dei consulenti familiari, allo sviluppo del mercato delle emozioni e della pietà» non sono manipolazioni di un’occulta congiura femminile per la conquista del potere, ma in realtà risposte che il «mercato sociale», guidato prevalentemente da uomini, offre a degli individui (la gran parte degli occidentali adulti), che solo parzialmente si sono staccati dalla madre, e fanno quindi una gran fatica a reggersi in piedi da soli.

Il cuore del malessere della femminilizzazione è questo. Non c’è proprio nulla di male nel femminile; senza di esso la vita diventa molto triste. Solo che ogni essere umano, per esistere pienamente e liberamente, deve rendersi autonomo dalla madre. E può farlo solo quando un padre presente e amorevole l’aiuta a farlo; altrimenti ne rimane dipendente per tutta la vita, magari trasferendo questa dipendenza sulla moglie, sul marito, o sulla società. Per questo, la società femminilizzata è una colossale fregatura. Per tutti.

9月22日

L'UOVO

Mia madre mi raccontava sempre questa storiella di cui era stata protagonista; la dedico ai furbacchioni di ieri e di oggi e ai sottomessi della storia umana.

E anche a mia madre che ora “coltiva” la Terra in Paradiso.

 

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Zu’ Carminiellu era furbo e taccagno.

Aveva escogitato un trucco molto intelligente – secondo il suo parere – per far lavorare di più i contadini che coltivavano il suo podere.

Ogni mattina, prima di partire per la campagna, faceva bollire una dozzina di uova, poi li nascondeva in un piccolo paniere e, cavalcando l’asina, si avviava lietamente, prima che sorgesse il sole.

Aspettava i suoi lavoranti che, ancora assonnati, arrivavano piano piano. Lui si metteva nel magazzino degli attrezzi e li riceveva uno a uno per consegnare le vanghe, le zappe e spiegare il lavoro che c’era da fare.

Li riceveva singolarmente e, con fare amichevole, consegnava insieme all’attrezzo e al compito giornaliero, anche un uovo. “mangialo – diceva suadente – ho solo questo e l’ho cotto proprio per te, gli altri... cinchia!”

Così faceva con tutti gli altri e, beato, si fregava le mani contento di questa sua formidabile trovata!

Quando si era quasi alla mezza e il sole cuoceva il cervello, la stanchezza cominciava a dare segni, e la zappa e la vanga si facevano più pesanti, zu’ Carminiellu incoraggiava tutti con un forte grido: “iamm a chi s’è magnatu l’uovu!”Incitava chi aveva mangiato l’uovo, e con il senso di inferiorità di chi sa di aver ricevuto qualcosa in più degli altri ma non lo può dire, ognuno pensava in cuor suo "ce l'ha con me, a me ha dato l'uovo..."e tutti si davano da fare accelerando il lavoro, e le zolle, le zappe, le vanghe e zu’ Carminiello si muovevano alacremente e in perfetta letizia!

9月21日

CONTRO LA SLA

Copio e incollo il post dell'amico Vino e Mirra. Siamo in tanti, siamo determinati, a rispondere all'Appello contro la SLA!





Oggi è la “Giornata nazionale per la lotta alla sclerosi laterale amiotriofica” ed in molte piazze italiane (l’elenco lo trovate qui) verranno vendute bottiglie di buon(?) barbera per la raccolta fondi.
E’ forse la malattia più terribile che possa colpire una persona (pensate a Stephen Hawking), però, nonostante questo, esistono persone che lottano per trovare una soluzione dando un esempio di straordinario coraggio non solo agli altri malati, ma a tutti noi.
Perché l’uomo sarà pure un essere capace di orribili crimini (e non serve andare troppo lontano per immaginare abissi di crudeltà, basta la cronaca odierna), ma anche di gesti straordinari.
Gesti straordinari che oggi non sono nemmeno richiesti:
- quanto costa ad es. firmare questo appello? io ci ho messo 10 secondi (nome cognome, mail e indirizzo)
- quanto costa scrivere un post per pubblicizzare l’iniziativa? io ci ho messo 4 minuti (V&M anche meno: ho copincollato il post di Kagliostro...)
- quanto costa andare in piazza a comprare una bottiglia di Barbera? poi ve lo dico… (tra l’altro sono pure astemio: la regalerò a mio babbo)

Buona domenica!

9月20日

PERCHE' PADRE PIO PER NOI?

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Una rivelazione su ciò che Gesù gli disse quel 20 settembre….

Il 20 settembre è il 90° anniversario della stimmatizzazione di padre Pio e il 23 settembre è il 40° della morte. Proprio alla vigilia di entrambi sta per uscire un libro di don Francesco Castelli che contiene documenti inediti, eccezionali, sull’episodio delle stimmate e sulla loro origine. In uno di essi “il cappuccino svela – non lo farà mai più durante la sua vita – il toccante dialogo fra lui e il misterioso personaggio, autore delle stimmate” e le parole che spiegano il motivo di quelle stimmate.

Il grande evento avvenne il 20 settembre 1918 e forse la data non è casuale: era stato il giorno della presa di Roma da parte dei piemontesi, fine del potere temporale e inizio della persecuzione al papa, ma anche di una purificazione della Chiesa. Il fenomeno delle stimmate impose all’attenzione del mondo quello sconosciuto e umile francescano e ne fece una luce che attrasse e ancora attrae milioni e milioni di persone.

Padre Pio divenne così una straordinaria risposta del Cielo all’apostasia del secolo XX. Un giorno di aprile dell’anno 30 d.C., all’apostolo Tommaso, che non credeva che i suoi compagni avessero davvero visto e parlato con Gesù, dopo la sua morte, risorto nella carne e vivo, Gesù andò incontro e disse “Tommaso metti qua il dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo, ma credente!”.

Così, all’incredulità del secolo delle ideologie, pochi mesi dopo la Rivoluzione d’ottobre, Gesù ha risposto mostrando quelle stesse piaghe, del crocifisso risorto, sul corpo di uno dei suoi più grandi amici, padre Pio: crocifisso per 50 anni davanti al mondo e alla stessa scienza la quale più volte ha studiato e analizzato le sue stimmate ritenendone inspiegabili sia la formazione, sia il perdurare contro ogni legge naturale, sia la sparizione alla vigilia della morte senza lasciar traccia alcuna, di nuovo contro le leggi della biologia.

Francesco d’Assisi fu il primo stimmatizzato e padre Pio è stato il primo e unico sacerdote stimmatizzato della storia della Chiesa. Un fatto che assume un significato particolarmente importante alla luce delle rivelazioni di don Castelli. Storico e docente di Storia della Chiesa, don Francesco Castelli lavora anche nella Postulazione per la causa di beatificazione di Karol Wojtyla. E’ autore di alcuni lavori su padre Pio di cui abbiamo dato notizia anche da queste colonne.

Dunque in questo libro “Padre Pio sotto inchiesta. L’ ‘autobiografia’ segreta” (Ares), di cui parlerà anche il settimanale “Oggi”, pubblica un documento eccezionale: la relazione scritta nel gennaio 1922 da monsignor Raffaello Carlo Rossi, vescovo di Volterra, inquisitore per conto del S. Uffizio a San Giovanni Rotondo nel maggio 1921. Che contiene, fra l’altro, il verbale dei sei “interrogatori” di padre Pio, resi sotto giuramento, dove è contenuta la “bomba”.

Questo dossier era stato secretato e quindi nessuno ha potuto consultarlo. Solo dal giugno 2006 Benedetto XVI ha consentito l’apertura degli archivi del S.Uffizio per i documenti del pontificato di Pio XI (quindi dal 1921 al 1939). Il primo a poterli vedere è stato lo storico Sergio Luzzatto che ha pubblicato di recente un libro dove manifesta molto interesse alla politica e alle ideologie (e anche ai pettegolezzi di paese su padre Pio), ma non altrettanto ai documenti e alla sostanza, né alla materia religiosa (su cui non pare preparato). Forse per una conoscenza sommaria della vicenda di padre Pio, Luzzatto sembra non si sia accorto (nel suo libro non ne dà notizia) dell’esplosiva rivelazione fatta dal giovane frate in quel maggio 1921 al vescovo Rossi.
v Finora, sull’episodio cruciale della stimmatizzazione, si sapeva solo quel poco che padre Pio aveva rivelato per lettera, il 22 ottobre 1918, al suo direttore spirituale. Era la mattina del 20 settembre. Padre Pio aveva appena celebrato la messa, era rimasto solo in chiesa e come di consueto stava nel coro per fare il ringraziamento. “E mentre tutto questo si andava operando”, scrive in quella lettera, “mi vidi dinanzi un misterioso personaggio, simile a quello visto la sera del 5 agosto, che differenziava in questo solamente che aveva le mani ed i piedi ed il costato che grondava sangue. La sua vista mi atterrisce; ciò che sentivo in quell’istante in me non saprei dirvelo. Mi sentivo morire e sarei morto se il Signore non fosse intervenuto a sostenere il cuore, il quale me lo sentivo sbalzare dal petto. La vista del personaggio si ritira ed io mi avvidi che mani, piedi e costato erano traforati e grondavano sangue”.

Questa finora era l’unica versione del fatto decisivo della vita di padre Pio e c’erano tanti punti interrogativi: chi era il misterioso personaggio? Costui disse qualcosa? Fra i due si svolse un dialogo? Per quale scopo le stimmate sul corpo di padre Pio? Sono domande di enorme importanza.

Adesso, dal libro in uscita, apprendiamo che nel 1921 padre Pio, rispondendo alla richiesta di monsignor Rossi, aveva rivelato i particolari decisivi dell’avvenimento, chiarendo, di fatto, tutti quei punti interrogativi. Ecco le sue precise (e inedite) parole: “Il 20 settembre 1918 dopo la celebrazione della Messa, trattenendomi a fare il dovuto ringraziamento nel Coro tutt’a un tratto fui preso da un forte tremore, poi subentrò la calma e vidi Nostro Signore in atteggiamento di chi sta in croce, ma non mi ha colpito se avesse la Croce, lamentandosi della mala corrispondenza degli uomini, specie di coloro consacrati a Lui e più da lui favoriti. Di qui si manifestava che Lui soffriva e che desiderava di associare delle anime alla sua Passione. M’invitava a compenetrarmi dei suoi dolori e a meditarli: nello stesso tempo occuparmi per la salute dei fratelli. In seguito a questo mi sentii pieno di compassione per i dolori del Signore e chiedevo a lui che cosa potevo fare. Udii questa voce: ‘Ti associo alla mia Passione’. E in seguito a questo, scomparsa la visione, sono entrato in me, mi son dato ragione e ho visto questi segni qui, dai quali gocciolava il sangue. Prima nulla avevo”.

Da questo documento straordinario - sottolinea don Castelli – si apprende anzitutto che padre Pio conosceva bene l’identità di chi gli è apparso e soprattutto che “la stimmatizzazione non fu il risultato di una sua richiesta personale”. Altro che autosuggestione e psicosi. Il Padre chiese solo cosa poteva fare per confortare Gesù. Fu Gesù che lo invitò ad aiutarlo a portare il peso dei peccati del mondo, dell’ingratitudine e della mancanza di amore (specialmente dei consacrati).

Il libro contiene anche un altro documento eccezionale e inedito: l’esame accurato delle stimmate fatto dal vescovo. E’ strano che Luzzatto non lo abbia citato. E’ vero che esso confuta totalmente le sue tesi, ma ha un valore storico enorme. Questa è infatti l’unica vera inchiesta del S. Uffizio sulle stimmate. E l’ “inquisitore”, che confessa di essere arrivato “con una personale prevenzione in contrario”, dopo un’ispezione a tutto campo, accuratissima, senza sconti, pure con eccessi di rigore, riconosce infine: “non son potuto rimanere nella personale prevenzione contraria”. Ma anzi, dà voto favorevole. E – ben valutate tutte le altre ipotesi - deve riconoscere che quelle stimmate si spiegano solo con un’origine divina.

Il prelato testimonia pure di aver constatato personalmente il “profumo” (specialmente) del sangue di padre Pio e documenta fenomeni come la temperatura corporea a 48° (quando il padre pensa a Gesù) e la bilocazione. Ora, dopo queste ultime rivelazioni del libro di Castelli, è più chiaro il senso di quelle stimmate. Kierkegaard dice che Gesù ci fa letteralmente scudo col suo corpo santo. Ebbene, padre Pio è lì con lui a fare scudo a ciascuno di noi, (come fece padre Kolbe per quel padre di famiglia). E a milioni si riparano dietro di lui.

Antonio Socci
Da “Libero” 10 settembre 2008

Dal sito Lo Straniero

9月19日

LEGAMI E LIBERTA'

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Solo in un "legame" la libertà dell'individuo si può esprimere

venerdì 19 settembre 2008

Il sociologo Zygmunt Bauman ha l’interessante capacità di sintetizzare in una immagine facilmente comprensibile ed evocativa la sua interpretazione di complessi fenomeni sociali. È lui che ha definito la nostra società come «liquida». E da allora questo aggettivo viene frequentemente, e a volte sbrigativamente, utilizzato in svariati contesti.

Nel suo ultimo libro Individualmente insieme, Bauman sostiene che alla celebre triade della rivoluzione francese – libertà, uguaglianza, fraternità – ne sia ormai subentrata, nella società contemporanea, un’altra: sicurezza, parità, rete. È su quest’ultima parola che vale la pena di riflettere. Bauman la descrive così: «Si assume che ogni singolo si porti dietro, assieme al proprio corpo, la sua specifica rete, un po’ come una chiocciola porta la sua casa». La rete sono i legami che il singolo stabilisce. Ma attenzione, non sono i legami della fratellanza, cioè in qualche modo dati da una storia (la famiglia, il quartiere, una comunità religiosa, una nazione). Sono, al contrario, legami fluidi, flessibili, liquidi appunto: «Le unità individuali vengono aggiunte o tolte [dalla rete che la singola chiocciola porta con sé] con uno sforzo non maggiore a quello con cui si mette o si cancella un numero dalla rubrica del cellulare». Ne deriva che i legami sono «eminentemente scioglibili» e «facilmente gestibili, senza durata determinata, senza clausole e sgravati da vincoli a lungo termine».

È facile trovare in questa immaginifica descrizione i tratti del tipo di convivenze che vediamo quotidianamente. Basta pensare al fatto che a Milano per la prima volta il numero dei single ha superato quello delle famiglie. O alla debolezza dei legami affettivi, normalmente concepiti come temporanei, non impegnativi, cancellabili non appena lo si voglia.

Qual è la ragione di questo fenomeno? Il fatto, risponde Bauman, che «la rete non ha dietro di sé alcuna storia» e, quindi, l’identità della persona non è definita da una appartenenza che la precede. Anzi, l’unica appartenenza è quella che l’individuo via via si costruisce e distrugge attraverso le sue labili e mutevoli reti.

Benedetto XVI a Parigi ha affermato: «Sarebbe fatale, se la cultura europea di oggi potesse comprendere la libertà ormai solo come la mancanza totale di legami». La descrizione di Bauman sembra confermare questa triste fatalità. Ma, dice il Papa, c’è una tragica conseguenza: una libertà come assenza di legami è destinata a distruggersi. E, quindi, a diventare preda del potere. Come ai tempi dei monaci da cui ha preso spunto Benedetto XVI, anche oggi è indispensabile che si pongano esperienze di appartenenza in cui la libertà sia affermata come espressione di un legame che precede l’individuo (la «fraternità» implica una paternità) e che ne fonda l’identità. Un identità che non è nemica di nessun’altra. Infatti, ha concluso il Papa: «Questa tensione tra legame e libertà ha determinato il pensiero e l’operare del monachesimo e ha profondamente plasmato la cultura occidentale. Essa si pone nuovamente anche alla nostra generazione come sfida di fronte ai poli dell’arbitrio soggettivo, da una parte, e del fanatismo fondamentalista, dall’altra».

Raccogliendo questa sfida ilsussidiario.net ospiterà nei prossimi giorni contributi tesi a mettere a fuoco il nesso tra appartenenza, identità e libertà. Invitiamo i lettori a parteciparvi.

Il Sussidiario

L'APOCALISSE BUSSA ALLA PORTA...

L'Onu dice che entro due anni l'Iran avrà l'atomica, Israele sarà costretto a intervenire e il mondo fa finta di non vedere
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Cari amici,
Dobbiamo prendere atto che il nostro mondo è certamente irresponsabile e quantomeno incosciente per il fatto che ci troviamo a un passo da una nuova catastrofe planetaria, a causa dell’inevitabilità di un attacco militare israeliano contro le centrali nucleari iraniane, anche se il conflitto continua ad essere trattato con il distacco di una questione di ordinaria amministrazione. Nel suo più recente rapporto l’Aiea, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, attesta che l’Iran prosegue indefessa nella produzione della bomba atomica e che il traguardo potrebbe essere raggiunto entro due anni. Stiamo parlando di un regime nazi-islamico che, per bocca del suo presidente Ahmadinejad, ha reiterato la volontà di annientare fisicamente Israele. Va da se che Israele mai e poi mai potrà permettere che l’Iran disponga della bomba atomica, nella consapevolezza che ciò si tradurrebbe nella sua fine e nel nuovo Olocausto del popolo ebraico. Ecco perché Israele non ha scelta: è costretto a colpire le centrali nucleari iraniane appena possibile.
E’ la stessa Aiea a suonare l’allarme in un rapporto reso noto questo lunedì 15 settembre: “Contrariamente alle richieste del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, l’Iran non ha sospeso l’arricchimento dell’uranio e le attività correlate”. Si specifica che l’Iran ha già installato 3.820 centrifughe per l’arricchimento dell’uranio ed altre 2.000 sono in fase di installazione. L’Onu denuncia, al paragrafo 17, punto D del rapporto, che l’Iran ha condotto un esperimento su “cariche esplosive emisferiche con l’assistenza di esperti stranieri”. E’ stato accertato che l’Iran dispone già di 480 chili di uranio impoverito e che, disponendo di altri 1.700 chili, potrebbe arricchirlo e costruire l’arma atomica. Una fonte dell’Onu ha ammesso che l’Iran è in grado di avere la bomba atomica in due anni. Chiarendo che a causa della mancanza di collaborazione dell’Iran, l’inchiesta dell’Onu “è arrivata un punto morto”, rafforzando la tesi sulla finalità militare del nucleare iraniano.
Dal canto suo Israele ha intensificato la sua preparazione militare. Il Pentagono ha annunciato, lo scorso 12 settembre, la vendita ad Israele di 1.000 bombe Gbu 39, del valore di circa 77 milioni di dollari. Si tratta di bombe intelligenti che, pur pesando solo 113 chili, sono in grado di penetrare i più protetti bunker sotterranei avendo la stessa efficacia di una bomba da una tonnellata con un sistema di guida che garantisce un raggio d’errore non superiore agli 8 metri. Si sa che le centrali nucleari iraniane sono state costruite in profondità.
Le Nazioni Unite ostentano neutralità, impiegando alternativamente più carota che bastone con il regime nazi-islamico iraniano, pur di non irritare nessuno all’interno di un consesso mondiale che sopravvive all’insegna del “volemose bene”, tentando di far coesistere tutto e il contrario di tutto.
Gli Stati Uniti d’America sono paralizzati tra l’impotenza dell’amministrazione Bush che è riuscita a recuperare in extremis una qualche credibilità in Iraq grazie alla sostanziale sconfitta di Al Qaeda, ma si è ritrovata subito in difficoltà in Afghanistan e in Pakistan dove la centrale del terrorismo islamico globalizzato ha mobilitato le sue forze, e tra le imminenti elezioni presidenziali di novembre che potrebbero, con l’eventuale vittoria di Barack Obama, accelerare la crisi del mondo unipolare emerso all’indomani del crollo del Muro di Berlino e mettere in moto una deflagrazione multipolare dalle conseguenze imprevedibili.
L’Europa dà spettacolo di funambolismo per inseguire gli appetiti implacabili del dio denaro a cui si prostra un colosso di materialità dai piedi d’argilla che ha rinnegato e perso la sua spiritualità, tentando disperatamente di salvaguardare quel che resta di moralità in una civiltà in inesorabile declino.
Il resto del mondo persegue, ciascuno per proprio conto, i rispettivi interessi in un contesto in cui prevalgono il caos economico e l’incertezza politica, al punto da favorire la sottovalutazione o la strumentalizzazione del conflitto israelo-iraniano per influenzare arbitrariamente l’opinione pubblica.
In generale si fa finta di non vedere e di non capire la reale portata di un conflitto che potrebbe far deflagrare la terza guerra mondiale, dal momento che nel mirino ci sono delle centrali nucleari e che non si può del tutto escludere l’uso diretto della bomba atomica. Molti in cuor loro auspicano che Israele faccia da sola il “gioco sporco”, riservandosi la possibilità di condannarlo pubblicamente, pur condividendo pienamente l’obiettivo di eliminare la minaccia di un regime islamico fanatico sul piano ideologico, autoritario sul piano interno e bellicoso sul piano internazionale. Questo è certamente il caso dei ricchi paesi petroliferi arabi dirimpettai dell’Iran nel Golfo Persico, che sono consapevoli che il regime degli ayatollah rappresenta la principale minaccia alla loro sicurezza e stabilità, ma mai e poi mai potranno schierarsi pubblicamente dalla parte di Israele.
Ma noi, uomini e donne liberi e di buona volontà che non siamo succubi di nessuno e di alcunché, non possiamo continuare a restare silenti e inerti. Perché in questo caso il silenzio equivale alla connivenza e l’inerzia equivale alla complicità. Quando in gioco c’è l’affermazione e la difesa del valore fondante della nostra umanità, la sacralità della vita che oggi più che mai sulla scena internazionale si identifica nel riconoscimento e nella salvaguardia del diritto all’esistenza di Israele, noi dobbiamo essere in prima linea a favore della vita e contro chi deliberatamente nega la vita. Impegniamoci con tutti gli strumenti umani e civili di cui disponiamo. Documentiamoci seriamente per conoscere e diffondere la verità che corrisponde alla corretta rappresentazione della realtà, senza mistificazione e strumentalizzazione ideologica. Eleviamo la nostra voce contro i nuovi nazisti islamici che vorrebbero imporci la tirannide e l’oscurantismo. Denunciamo e ribelliamoci alla pavidità, all’ingenuità, al buonismo e alla collusione ideologica di un’Europa serva del dio denaro e di un’America dal fiato corto che pur di salvarsi dai terroristi tagliagola si è arresa ai terroristi taglialingua.
Cari amici, vi saluto con la convinzione che è giunta l’ora di assumerci la responsabilità storica di agire da protagonisti per affrancarci dall’ideologia suicida del relativismo che affligge l’Occidente e dall’ideologia omicida del nichilismo che arma l’estremismo islamico, per affermare con coraggio e difendere con tutti i mezzi la Civiltà della Fede e Ragione. Andiamo avanti insieme sul cammino della Verità, Vita, Libertà e Pace, per un’Italia, un’Europa e un mondo che considerino centrali i valori e le regole, della conoscenza oggettiva, della comunicazione responsabile, della sacralità della vita, della dignità della persona, dei diritti e doveri, della libertà di scelta, del bene comune e dell’interesse generale, promuovendo un Movimento di riforma etica dell’informazione, della società, dell’economia, della cultura e della politica. Con i miei migliori auguri di sempre nuovi traguardi e successi ed un mondo di bene.
Magdi Cristiano Allam -

Dal sito Amici di Magdi Cristiano Allam

IL PAPA DIFENDE PIOXII, I GESUITI NO

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Anche la prima pagina dell’Osservatore Romano di oggi è dedicata all’importante discorso che Benedetto XVI ha tenuto ieri ricevendo in Vaticano i partecipanti a un Simposio dedicato a Pio XII e promosso dall’associazione ebraica newyorkese “Pave the Way Foundation”.
Il titolo del quotidiano vaticano rende onore a quanto il Papa ha voluto dire: «Pio XII e gli ebrei. Verità storica senza pregiudizi». In sostanza, Benedetto XVI ha invitato a riconoscere, dopo anni che un Pontefice non si esprimeva con questa forza in merito, l’azione umanitaria di Pacelli durante la persecuzione nazista e fascista: «Con paterna e coraggiosa dedizione - ha detto il Papa -, Pio XII evitò il peggio e salvò numerosi ebrei».
Il discorso di Benedetto XVI è significativo perché manifesta, con un’enfasi che non si registrava addirittura dal lontano 1964 quando Paolo VI si recò in Terra Santa, l’intenzione della Chiesa di arrivare a mettere la parole fine intorno alle accuse di reticenza e di silenzio mantenuti da Pacelli nei confronti delle persecuzioni ebraiche ai tempi del nazismo. Ciò che sullo sfondo resta ancora aperto, tuttavia, è se questa parola fine comprenda o meno lo sblocco definitivo della causa di beatificazione dello stesso Pio XII. Spetta a Benedetto XVI, infatti, decretare «l’eroicità delle virtù» di Pacelli così come ha già sancito, più di un anno fa, la riunione plenaria dei cardinali e dei vescovi della congregazione per le cause dei santi. Se il Papa prenderà a breve questa importante decisione, ancora non è dato saperlo. Le resistenze fuori dalla Chiesa sono tante, come tante sono quelle interne.
Lo dimostra l’uscita di ieri della Civiltà Cattolica, la prestigiosa rivista dei gesuiti super visionata dalla segreteria di Stato vaticana. Con un tempismo forse non voluto ma che testimonia una certa confusione nel governo vaticano, la Civiltà Cattolica ha voluto proprio ieri non nascondere l’«imbarazzo» per l’atteggiamento della Santa Sede al momento del varo delle leggi razziali da parte di Benito Mussolini. Allora, scrive la rivista dei gesuiti, il Vaticano «scelse di agire con mezzi discreti e puntando sull’efficacia della propria diplomazia domestica», finalizzando la propria azione «a mettere in salvo prima di tutto gli ebrei italiani convertiti al cattolicesimo». Insomma, parole differenti per contenuti e toni da quelle pronunciate sempre ieri dal Papa.

Paolo Rodari - Palazzo Apostolico

9月18日

PER NOI DIAVOLI RATZINGER E' UN GUAIO

 

Mio caro Malacoda, ovviamente ti sarai perso il discorso di Benedetto XVI al College des Bernardins a Parigi, quello scambiato per una lectio agli intellettuali, mentre era, se lo leggerai attentamente, rivolto soprattutto al popolo di Dio e ai suoi pastori. Io ti ho detto di marcarlo stretto questo Papa, ma tu non mi dai retta. Cos’ha detto Joseph Ratzinger di così nocivo per noi? Non che l’Europa deve inserire nella sua Costituzione i valori cristiani su cui si è fondata, ma – affermazione molto più pericolosa – che la sua radice è di natura religiosa, tutto discende dal “quaerere Deum” cui si dedicarono i monaci senza «l’intenzione di creare una nuova cultura e nemmeno di conservare una cultura del passato». Non è opera da intellettuali. Ma è «a causa di questa ricerca» che diventarono importanti le scienze, le lettere e il lavoro, «la ragione e l’erudizione». E se lo sviluppo della ricerca è conseguenza della preghiera (“ora”) ogni presunta opposizione tra Chiesa e scienza va a farsi benedire. Ma c’è di peggio, ed è la vicenda del canto. Dopo quarant’anni in cui la musica era assurta a simbolo del ribellismo o del disimpegno il vecchio teologo pretende di occupare anche questo territorio. Ricordo un prete che per spiegare la creazione diceva: «Dio era molto felice, così felice che si mise a cantare. Il creato è questo suo canto». Credevo fosse una sua fissa, ora dal pulpito più alto sento ribadire che è essenziale per un uomo e per una civiltà «riconoscere attentamente con gli orecchi del cuore le leggi intrinseche della musica della stessa creazione», pena il cadere nella «zona della dissimilitudine», smarrire se stessi. C’è chi individuò il tarlo della società occidentale nella “crisi del cappello” (gli uomini non lo portano più e quindi non salutano più con deferenza – togliendoselo appunto – i loro simili), ma era un sociologo, ben più serio è se un Papa dice che il vulnus del cristianesimo è la crisi del canto. È la morte del moralismo (e di tutta la rendita che ha significato per noi). Con la fine dell’eticismo imperante, da questo discorso potrebbe discendere anche il tramonto della Parola come idolo. La Parola – dice Ratzinger – è cosa troppo importante per essere ridotta a regola, la Parola di Dio è rapporto, quindi «legame e libertà», «ci raggiunge soltanto attraverso la parola umana… attraverso gli uomini… e la loro storia». Per questo «il cristianesimo non è semplicemente una religione del libro». Capisco che il professor Schiavone (vedi Repubblica del 15 settembre) si entusiasmi e cerchi di approfittarne: il Papa ha detto che «tutto è storia». In realtà ha detto che «questa Parola crea la storia», «continua a lavorare nella storia e sulla storia degli uomini» dato che «in Cristo Dio entra come persona nel lavoro faticoso della storia». La conseguenza è quindi che la storia non è più autonoma (se mai lo è stata), non può censurare questo attore che opera al suo interno, perché «il fatto del Logos presente in mezzo a noi, è ragionevole». Infine, visto che di storia si parla, il giudizio storico che stronca le nostre velleità: l’Europa oggi è come il mondo greco-romano ai tempi di san Paolo, nel suo disordinato cammino a tentoni cerca il “Grande Sconosciuto”, nel cuore del suo dimenarsi e del suo bestemmiare «è nascosta e presente la domanda circa il Dio ignoto». Hai presente il guaio per noi se qualcuno si alza nelle accademie, nelle università, nelle chiese e (non come citazione) dicesse: «Io ve lo annuncio»?
Tuo affezionatissimo zio  

  Berlicche - Da Tempi

CARO RINO, L'ALIENO MI DIVORA

Uno sconvolgente, umanissimo carteggio tra la Scrittrice e Rino Fisichella.  E non vi è niente da aggiungere.

 
Uno specchio dell’anima di Oriana Fallaci, un aspetto disperatamente umano e inaspettato di questa donna celebre per il suo pensiero graffiante. È il ritratto che emerge dal carteggio, noto ma mai divulgato sino ad ora, tra la scrittrice e Monsignor Rino Fisichella. A convincere il Rettore della Lateranense a rendere pubblica questa corrispondenza il giornalista e amico Giuseppe De Carli, che aveva già avuto l’opportunità di conoscerne i contenuti anni fa. Un epistolario che il vescovo aveva sempre tenuto segreto, perché temeva venisse strumentalizzato e perché, spiega lo stesso De Carli, non voleva che un elemento della sua vita privata fosse utilizzato per fargli pubblicità. Alla fine l’insistenza di un amico e la convinzione che queste lettere offriranno un ritratto positivo della sua amica Oriana hanno avuto la meglio. Sarà dunque proprio monsignor Fisichella a commentare, questa sera per la prima volta, parte del carteggio presso i Giardini dell’Episcopio, a Lodi.


"Vorrei incontrare Ratzinger"


New York, giugno 2005 Monsignore,

Lei mi ha commosso. Naturalmente sapevo bene chi fosse il Rettore della Lateranense, il vescovo che ragiona al di là degli schemi e senza curarsi dei Politically Correct. Ma a leggere la Sua intervista al Corriere ho rischiato davvero la lacrimina. Io che non piango mai. E mi sono sentita meno sola come quando leggo uno scrittore che si chiama Joseph Ratzinger... Il guaio è che sono molto malata. Ormai l’Alieno mi divora perfino gli occhi. Medea e i suoi figli ho dovuto dettarlo come Milton che da cieco dettava, mi si perdoni il paragone, La Storia d’Inghilterra e Il Paradiso Perduto. E questo mi confina a New York... Prigioniera delle chemioterapie e delle radioterapie, non posso allontanarmi. Ci proverò lo stesso, prima o poi. Tanto più che vorrei parlarLe anche dell’importantissima cosa di cui suppongo sia al corrente... Vale a dire il mio desiderio d’incontrare, zitta zitta e lontano da occhi indiscreti, Sua Santità. Sa, è un desiderio che mi accompagna da quando incominciai a leggere i suoi libri. E che non cercai di esaudire subito perché lavoravo giorno e notte a La Forza della Ragione. Poi perché l’Alieno si scatenò e non stavo nemmeno in piedi. Dopo, perché stavo completando la Trilogia con L’intervista a me stessa e L’apocalisse. Infatti quando venne eletto Papa feci sì capriole di gioia ma nel medesimo tempo pensai: «Oddio. Ora non potrò più vederlo». E con un sospirone avvilito mi rassegnai... La ringrazio di nuovo. Ripetendo che mi piacerebbe conoscere anche Lei, La saluto caramente...


"Io i veli in testa non li porto neanche morta"

Era il 16 agosto, mancavano 11 giorni all’appuntamento con Benedetto XVI quando Oriana scriveva: Per quel sabato o lunedì m’è sorta una domanda angosciosa. Una preoccupazione che non mi aveva mai sfiorato il cervello. Oddio, oddio: non ci vorranno mica abiti da cerimonia?!? Io quelli non li ho. O non più, anche considerando i 38 chili che ormai ci sguazzano dentro. Io ho soltanto spartane giacche da uomo. È lecito imporle a un sovrano? A ciò si aggiunge l’incubo della testa coperta. Io i veli in testa non li porto. Neanche morta. Neanche per coprire i capelli lasciati dalla chemioterapia. Di copricapo acconci non ne posseggo né saprei dove trovarli. Se l’etichetta li impone, come si fa?!? Sembrano scemenze, invece non lo sono. In ventisei anni non mi sono ancora rimessa dal trauma che soffrii a Qom col chador. Quello che poi tolsi facendo infuriare l’ayatollah.

Pagina  123

Cecilia Lulli - Il Giornale

9月17日

COME IN UNO SPECCHIO

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Aspirate ai carismi più grandi! E io vi mostrerò una via migliore di tutte. Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto. Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!

Paolo di Tarso

QUELLI CHE...

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Il giornalista del manifesto Alberto Piccinini sabato scorso ha passato una bella serata. Potrebbe non fregarcene di meno se non fosse stato egli stesso a rendere pubblico l’evento con un articolo uscito ieri sul suo giornale; e se il motivo del suo godimento non fosse sintomatico dell’aria che tira.
Piccinini era andato in trattoria con la sua compagna Valentina, e a un certo punto sono entrati - anche loro per mangiare: mica per altro - alcuni ragazzi di Azione Giovani, appena usciti dalla lì vicina festa di Atreju. «Valentina si è alzata», racconta Piccinini, «e ha fatto la mossa di andarsene. Sapete come sono le ragazze: una volta non gli va bene il tavolo, l’altra volta hanno il mal di pancia. Stavolta no: mi sono alzato anch’io, ho pagato il mezzo conto e via. Fuori abbiamo preso un acquazzone da fine del mondo. Però che bella serata».
Ma sì: meglio tornare a casa bagnati fradici e a digiuno piuttosto che cenare non dico alla stessa tavola, ma nello stesso ristorante, non dico con dei fascisti, ma con dei ragazzi, insomma, di destra.
L’episodio ne ricorda un altro, celeberrimo e sicuramente ancora impresso nella memoria di molti nostri lettori. È lo stesso Piccinini a fare il collegamento: «Ai primi di giugno del 1971, Giorgio Almirante si fermò all’autogrill Cantagallo, sull’A1. Al grido di “né un panino né una goccia di benzina”, camerieri e benzinai lo fecero ripartire a bocca asciutta e serbatoio vuoto». Fece tanto clamore, quel fatto, da essere immortalato da due canzoni: una, di Piero Nissim, attaccava così: «L’altro giorno sull’autostrada/ sul versante che porta a Bologna/ viaggiava un topo di fogna/ affamato voleva mangiar»; l’altra, del Canzoniere delle Lame, rivelava il seguito: «... fu così che schiumante di rabbia/ se ne andò la squadraccia missina».
Sarà un caso, ma l’orgogliosa replica dell’eroico incrociar le braccia del Cantagallo segue di pochi giorni un’altra replica: quella di Adriano Sofri sul delitto Calabresi. Così come Sofri ripete oggi quel che aveva scritto nel 1972, e cioè che uccidere Calabresi fu un atto di giustizia, il manifesto scrive che i topi di fogna non andavano serviti allora all’autogrill e non vanno tollerati oggi sotto lo stesso tetto. Anche se non portano più la camicia nera, anche se il loro leader ha appena fatto l’elogio dell’antifascismo.
È strano: Sofri e il manifesto avevano dismesso da anni certi toni, ma ora c’è una parte della sinistra che sembra subire una sorta di regressione. Una sinistra come ad esempio quella di Caruso che parla di gambizzazioni, una sinistra che rispolvera il tristo linguaggio degli anni di piombo: la giustizia proletaria, il terrorismo di Stato, i fascisti che non devono parlare e neppure mangiare.
Però a volte nei giornali la grafica gioca brutti scherzi. La rubrica di Piccinini stava proprio sopra un articolo contro il razzismo. Essere antirazzisti vuol dire saper accettare il diverso, ed è difficile immaginare che chi accetta il diverso per colore della pelle non accetti il diverso per idee. Ma oggi «non si vive più come persone, in questo Paese, non più come individui, ma come appartenenti a sottocategorie (...) si sta facendo strada una catastrofica tendenza alla semplificazione. Non solo il concetto democratico di cittadino, ma anche quello cristiano di persona vanno sbiadendo, perché richiedono la faticosa elaborazione di un giudizio caso per caso, di un rapporto umano che sappia distinguere e sappia scegliere. Sappia guardare negli occhi, un paio di occhi per volta e solo quelli. Il giudizio all’ingrosso è più comodo e rapido, leva di mezzo l’incombenza di rapportarsi al prossimo, cancella scrupoli etici e fatiche umane». Sapete chi ha scritto queste parole? Michele Serra, ieri su Repubblica
Pagina  12 Michele Brambilla - Il Giornale 17 settembre 2008