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9月30日 Proverbio: “Tra tanti haddi nu’ faci mai juornu”! Traduzione: Fra tanti galli non fa mai giorno! Spiegazione: In
un pollaio dove ci sono tanti galli, e ognuno di loro canta a un’ ora
diversa, non può esserci che confusione, e il contadino non riesce a
capire quando si fa giorno... Dedicato ai Politici, ai Sindacati, ai Magistrati, ai Giornalisti, ai Prelati di varie Chiese...  BUIO MONUMENTO ALL’AMORE TRAMUTATO IN IRA DAVIDE RONDONI Come
ha fatto Simone, dopo aver posteggiato la sua auto in riva all’Arno, a
uccidere a martellate i suoi piccoli di 7 e 5 anni? Erano una bambina e
un bambino. Poi si è dato fuoco insieme ai loro corpi. Come avrà fatto,
pensiamo, storditi, mentre leggiamo una cronaca fredda e tremenda di
liti con la compagna e madre dei due, di annunci fatti per telefono a
parenti che, con chissà quale magone e terrore, si sono messi a
cercarli, di case popolari a Pisa, proprio nelle zone del conte Ugolino
che Dante ritrae divorare i suoi figli... E viene la tentazione
di lasciare lì, fissa e perduta nel suo smalto terribile questa storia.
Questa ennesima vicenda di sangue innocente sparso per rancori di
amanti, o di sposi sperduti in un delirio. Verrebbe da distogliere lo
sguardo, per non voler nemmeno immaginare cosa sia accaduto dentro
l’auto parcheggiata come per una gita. Per non pensare ai due
innocenti, che avevano diritto a vivere, a non essere sacrificati alla
rabbia di un amore andato in malora. Avevano solo 5 e 7 anni.
Cos’è un bambino a quella età, come puoi colpirlo? Verrebbe da lasciare
quell’auto parcheggiata tra le nebbie della follia, dire solo: sono
cose da pazzi. E distogliere lo sguardo, il cuore, per non morire di
pena, e di scandalo contro il cielo che, come l’Arno indifferente lì
vicino, sembra esser restato lontano da quei due bambini. Invece no,
guardare si deve. Non fare finta che queste cose appartengano a un
altro pianeta da quello in cui siamo, non fingere che non c’entrino mai
nulla con le cose che viviamo di solito. Lasciare quell’auto tra le
nebbie della nostra indifferenza sarebbe come condannare ad un’ultima,
estrema inutilità il sacrificio dei due bambini. Perchè chiunque di noi
sa che c’è sempre un rischio: di distruggere il bene in nome dell’ira.
Di cancellare quel che c’è di buono in un rapporto – d’amore o amicizia
– a causa di una rabbia, di un rancore, di un 'aver ragione contro'
l’altro. C’è sempre il rischio di 'fare fuori' il bene che c’è stato in
nome della difficoltà del dissidio presente. Il rischio di essere
violenti contro il bene che c’è o che c’è stato, in nome del dissidio
presente. L’auto di Simone, padre colpevolissimo e tristissimo,
padre fattosi carnefice, creatore del proprio inferno e anch’egli, da
compatire come si deve compatire chi perde la mente, e i suoi due
figli, compongono ai nostri occhi una immagine tremenda di ciò che
rischiamo e siamo anche noi, e non di rado. Sono, in quell’auto
parcheggiata sull’Arno, il dolente e buio monumento all’amore che si
tramuta in ira. All’amore che diviene il suo contrario, quando le prove
della vita non sono affrontate con la forza del perdono o della
pazienza. Con le forze dell’amore che non cedono alle forze del
possesso e dell’egoismo. Il cielo e l’Arno non sono indifferenti a
questa tragedia. Il cielo parla sempre, con segni e suggerimenti, nei
cuori degli uomini, ma noi possiamo decidere di non ascoltare. Avrà
parlato anche a Simone, ma lui ha scelto di ascoltare per mesi, forse
per anni l’ira che in lui cresceva. Ha deciso di nutrire quella – fino
a divenirne pazzo schiavo – invece che ascoltare il cielo. E l’Arno,
dolce fiume di Toscana, ha di certo dato agli occhi dei due piccoli
l’ultima bella luce che hanno visto. E ha raccolto le loro lacrime, le
ha portate al mare. E al cuore di Dio, mare dei mari, dove il tempo
breve e sorridente dei bambini diventa eternità. Quel cuore che è
l’unico posto dove la pena immensa di averli persi puo' chiedere di non ammattire. Fonte Avvenire
O Madre di Dio e madre nostra in terra, per i mortali, tu sei fontana inesauribile di speranza. Signora, sei tanto grande e potente che chi desidera la grazia divina e non si rivolge a te , è come colui che vuole volare senza avere le ali. In te è la misericordia, in te la pietà, in te magnificenza, in te si concentra tutta quanta la bontà del creato. Ora la nostra amica Maddy Delfino giace ammalata e fa fatica a nuotare nell'oceano della vita. Noi popolo dei blog, suoi amici, ti preghiamo: vieni in suo soccorso, aiutala, strappala dal male implacabile! Non guardare ai nostri meriti, Madre potentissima, ma al nostro cuore, alle briciole di bontà che ci sono nella nostra povera vita: te le offriamo per la nostra Maddy! Aiutala Vergine potente: noi, per lei, accendiamo questa piccola luce nei nostri blog! Ave o Maria ........ don luciano e tutti gli amici dei blog Da Teocon
L interessante articolo che propongo- qui sotto- alla lettura fa
giustizia di alcuni aspetti che per motivi ideologici ed opportunistici
molti osservatori, o presunti tali, europei e non fanno finta di non
vedere o di dare una lettura parziale di quello che sta succedendo
nella società israeliana e, a livello generale, come vivono il presente
in prospettiva del futuro, le nostre società, censurando parole come
vita, morte, felicità. Se c'è ad esempio un paese che più di tutti
vuole la pace in Medioriente, questo è indiscutibilmente Israele con
buona pace di quei "pacifinti" tiepidi se non conniventi con chi
vorrebbe distruggere e cancellare dalla faccia della terra il popolo
ebraico. Altra
questione, che piaccia o no, Israele come bene è descritto da questo
articolo, paradossalmente ci è d'esempio sulla positività della vita a
tutto campo. E un altro grande testimone, Papa Ratzinger, citato
nell'articolo, richiama continuamente "il risveglio della ragione" di
fronte alla realtà che non è fatta di effimere immagini o costruzioni
ideologiche che opprimono alla fine il desiderio stesso dell'uomo alla
felicità. Ringraziando Dio abbiamo esempi che sfidano quelli che
vorrebbero ingabbiare le coscienze dentro un potere che propugna finte
libertà e felicità individuali astratte, allontanando dallo scopo di
una sempre più indispensabile responsabilità personale e sociale per il
bene di tutti. Comunque su tutto questo se ne può tranquillamente
discutere. (Politicus) Sembra
un paradosso: Israele è la nazione più felice della terra. Un popolo
minacciato nella sua stessa esistenza, costretto a vivere in una
condizione di guerra permanente, riesce a mantenere un invidiabile
grado di serenità. Lo dicono una serie di parametri statistici
riportati da Spengler editorialista di punta di Asia Times.
Confrontando il tasso di fertilità e quello dei suicidi Israele è in
cima alla classifica dei paesi amanti della vita davanti a ben 35
nazioni industrializzate. È uno degli stati più ricchi, liberi e
istruiti del mondo: con molte ore dedicate alla religione e
primeggiando nelle discipline scientifiche. E la durata media della
vita è più alta che in Germania e Olanda. Un quadro sorprendente se si
considera che gli israeliani sono circondati da vicini pronti a
uccidersi pur di distruggerli.
Una condizione che non può essere attribuita alle esperienze storiche.
Nessun popolo ha sofferto più degli ebrei e avrebbe giustificazione
migliore per lamentarsi. Chi crede nell’elezione divina di Israele vede
in tutto ciò una speciale grazia di Dio. Secondo
Spengler gli ebrei incarnano “l’idea di una vita fondata su un Patto
che procede ininterrotta attraverso le generazioni”. Certamente il caso
di Israele ci interroga. Rappresenta
qualcosa di unico davanti a società europee invecchiate, e non solo in
senso demografico. Società dove sono stati “resi eretici l’amore e il
buonumore”, come disse nel 1974 l’allora professor Joseph Ratzinger.
Nella stessa occasione il futuro Benedetto XVI si chiedeva “se la vita
sia un dono sensato che si può fiduciosamente continuare a dare, anche
se non richiesti, o se essa non sia veramente un peso insopportabile
tanto che sarebbe meglio non essere nati”. E concludeva che “il primo
compito che è importante oggi per l’uomo consapevole della propria
responsabilità deve essere quello di risvegliare la ragione assopita”.
Interpretare la felicità di Israele come un dato sociologico sarebbe
assai limitativo. In realtà è una provocazione che riguarda tutti. Ha a
che fare col senso e la prospettiva che diamo alle nostre azioni e
passioni. A patto di non aver già liquidato il problema della felicità
come una questione da illusi sognatori. Non è un caso che i padri della
costituzione americana, più di due secoli fa, abbiano inserito fra i
principi fondamentali della nazione che stava sorgendo il diritto alla
ricerca della felicità. Evidentemente si tratta di un punto che fa la
differenza non solo per la vita dei singoli, ma per l’intera società.
Tale ricerca deve partire da una positività riconosciuta, o almeno
intuita, nella realtà in cui si vive. Questo richiede la capacità di
saper guardare al di là delle apparenze, cosa che nell'immediato può
anche comportare un sacrificio dentro però una prospettiva in cui si
costruisce e si realizza la persona. E oggi, soprattutto ai giovani,
non fa tanto paura il sacrificio, ma piuttosto il fatto che questo
possa non avere un senso. Tutto ciò non è né automatico né scontato, ma
frutto di un'educazione in grado di appassionare alla conoscenza della
realtà partendo da fatti che muovano interesse e affettività. Fatti,
non opinioni. Quindi occorre solo una grande lealtà. L'uomo per sua
natura cerca qualcosa o qualcuno a cui appigliarsi e che prenda sul
serio la sua esigenza costitutiva di felicità. Non c'è alcuna marcia
inarrestabile verso il progresso a cui affidare le nostre speranze
come, con una buona dose di dogmatismo ideologico, qualcuno ogni tanto
vorrebbe farci credere. In questo senso la recente bufera finanziaria
ancor prima che per il tracollo economico è motivo di smarrimento
perché ormai concepiamo la ricchezza come unica certezza possibile
mentre essa da sola oggettivamente non può dare senso e sostanza
all’esistenza. Oggi è il momento di un amaro risveglio, ma può essere
anche l'occasione per un ritorno a un sano realismo. Graziano Tarantini (L'Arena 28 settembre 2008) Fonte: www.ilsussidiario.net Grazie all'amico Politicus
9月27日
Lo Sheikh Omar Bakri Mohammed  L’Islam
ha le idee chiare e programmi precisi sull’Occidente, ma l’Occidente li
ha sull’Islam? Lo sceicco Omar Bakri, originario della Siria, ha
istituito e dirige l’Islamic Religious Court a Londra ed è a capo
dell’organizzazione islamica Al-Muhajiroun. Tiene lezioni e conferenze
in Inghilterra e nel mondo. Queste sono alcune sue tipiche interviste
rilasciate recentemente a quotidiani e televisioni. Le sue
dichiarazioni e i suoi insegnamenti sono emblematici dei piani
islamisti contro le democrazie europee. Il
quotidiano arabo-londinese Al-Hayat, per esempio, in una serie di
articoli sulla comunità musulmana in Gran Bretagna, ha raccolto queste
sue affermazioni trascritte dal Middle East Media Research Institute. Intervistatore:
Ho ascoltato la sua lezione sulle fondamenta del credo, e sembra che
non siate interessati a portare gli studenti nella società britannica,
cioè non li aiutate a essere musulmani britannici. Bakri:
Nel mio metodo di educazione sono contrario all’idea di integrazione.
Non crediamo che sia consentito integrarsi nelle società in cui
viviamo. Non sono un sostenitore dell’isolamento dalla società e non
sono un sostenitore dell’integrazione in essa. Sono un sostenitore di
cambiare la società per mezzo della mia religione, non per essere
cambiato da essa. E dove condurrà questa vita di separazione?
La vita di separazione condurrà a un cambiamento nella situazione del
paese in cui viviamo, come i musulmani hanno cambiato la situazione in
Abissinia e in Indonesia. Trasformeremo l’Occidente in un regime
islamico per invasione esterna o culturale. Se Allah vuole,
trasformeremo l’Occidente in Dar Al-Islam [cioè, in una regione sotto
la regola islamica, ndr] per mezzo di un’invasione dall’esterno. Se uno
Stato islamico cresce e invade l’Occidente noi saremo il suo esercito e
i suoi soldati dall’interno. Altrimenti cambieremo l’Occidente
attraverso un’invasione ideologica da qui, senza guerra e uccisioni. O
noi predicheremo a loro ed essi accetteranno l’Islam, o noi vivremo tra
loro ed essi saranno influenzati dalle nostre vite e accetteranno
l’Islam come una soluzione politica ai loro problemi, non come una
soluzione ideologica. Gli occidentali ci hanno imposto una legge
artificiale, e il futuro regime islamico imporrà loro regole
islamico-religiose. Il musulmano agirà secondo questa legge
volontariamente e chiunque non sia musulmano farà questo per forza di
legge. Io non obbedisco alla legge artificiale. Anche se non la vìolo,
non obbedisco ad essa. Allah ha detto: Non obbedite agli infedeli e
agli ipocriti. Come si può vivere in una società in cui si è un estraneo?
L’Islam è una religione della legge della natura. Quando un uomo
incontra problemi egli utilizza la legge della natura. In America si è
sviluppata recentemente una discussione sulla separazione tra uomini e
donne nelle università. Perché? Perché ci sono problemi. Ci sono
ragazze che restano incinte a un’età giovane, senza marito. Non c’è
alcun motivo di mischiare i sessi all’interno delle università. Io vivo
ai margini della legge esistente, finché ciò sia compatibile con la
legge naturale e non sia in conflitto con l’Islam. Alcuni paesi hanno
cominciato a discutere la questione della punizione dei ladri. Nell’ex
Unione Sovietica dicevano che avrebbero tagliato la mano del ladro.
Questa è la legge di natura, perché è la legge severa che dissuade il
ladro dal commettere il reato. Lei è
accusato di legami con organizzazioni verso le quali la Gran Bretagna è
ostile e che essa vede come nemici. Lei predica ai suoi alunni di
vedere il movimento talebano e Osama bin Laden come il gruppo che sarà
salvato il Giorno del Giudizio. Finché le mie parole non diventano azioni, non fanno del male! La seguente intervista, invece, è stata rilasciata alla Tv libanese OTV e riportata da Memri Tv. Intervistatore: Perché lei ce l’ha con l’Inghilterra? Bakri:
I miei problemi con la Gran Bretagna sono causati dal fatto che la sua
legge non è la legge di Allah. Io seguo il vero Salafismo: pregare una
religione pura e completa, dove noi brandiremo le armi contro chiunque
ci combatterà. Se mi s’impedisce di seguire la legge di Allah, allora
non mi rimane che emigrare in Libano. In Gran Bretagna, nelle
università, l’Islam si sta diffondendo in misura mai vista prima, e i
non musulmani vi si stanno convertendo alla media di 21 persone al
giorno. Nel giro di vent’anni la società britannica avrà una
maggioranza musulmana. È per questo che le istituzioni di questo regime
laico stanno combattendo chiunque si avvicini all’Islam. Come giudica le vittime innocenti di attentati islamisti?
In caso di autodifesa ci sono vittime innocenti. Vengono uccise per
sbaglio, come danni collaterali, non intenzionalmente. Quando le bombe
americane colpiscono i musulmani hanno il diritto di fare rappresaglie,
e possono esserci vittime. C’è una differenza tra combattere un soldato americano o un militare israeliano impegnato in operazioni belliche? Forse che quando un soldato americano si toglie la divisa e si mette in pigiama diventa proibito colpirlo? C’era una base militare nelle Twin Towers?
Non si è trattato di un attentato solo alle Twin Towers ma anche al
Dipartimento della Difesa statunitense. L’Undici settembre è stata
un’operazione che ognuno giudica a suo modo, c’è chi è contrario e chi
favorevole. E quando gli esplosivi sono messi sui treni o nei bar? Se si è sotto occupazione nemica e si compiono attacchi è una cosa...
Voi potete definire queste operazioni come terrorismo. Ma oggi
l’America rappresenta il campo del terrorismo occidentale. Ci sono due
tipi di terrorismo: quello benedetto e quello deplorevole. Lo stesso è
per la violenza. La violenza può uccidere o salvare vite. La violenza
americana uccide, così il suo terrorismo è condannabile, laddove la
violenza dei mujahidin è usata per difesa e come rappresaglia per
proteggere vite e onore. Il loro terrorismo è benedetto. Non ogni
terrorismo è deprecabile. Quindi perché lei ha preso la cittadinanza inglese?
Io non l’ho presa. Loro me l’hanno data. Io appartengo all’Islam. Non
appartengo all’Inghilterra. Io ero un musulmano che viveva in
Inghilterra, ora vivo in Libano. E allora perché non l’ha rifiutata? Io non uso i loro documenti, non ho il passaporto inglese, ne ho uno libanese. Ospite in trasmissione: Quello inglese gliel’hanno tolto. Intervistatore: Perché non l’ha restituito lei prima che glielo requisissero?
Loro mi hanno tolto il mio diritto di cittadinanza. Non mi hanno più
dato il passaporto perché mi sono rifiutato di giurare fedeltà alla
regina e alla legge inglese. Io obbedisco solo ad Allah e al suo
messaggero. Andrea B. Nardi - L'Occidentale
 27 settembre 2008 Bruno
Vespa, sei la foglia di fico che copre la vergogna del monopolio
ideologico televisivo, in più mi hai rovinato una cena e un dopocena.
L’altra sera mangiavo il bollito alla Corale Verdi con il mio amico
Luca Sommi, lo conosci anche tu, ti ha accompagnato a visitare la
mostra del Correggio, e gli dicevo che i nemici di Dio, della patria e
della famiglia hanno occupato l’etere per intero: Annunziata Augias
Bignardi Fazio Floris Gruber Mentana Santoro, e Victoria Cabello Ilaria
D’Amico Camila Raznovich, e Piero Angela e Mario Tozzi, e Crozza e
Littizzetto? Intingendo nella salsa verde mi ha risposto: “Ma voi avete
Bruno Vespa!”. Mi è andato il cotechino di traverso. Io non voglio che
tu mi venga addebitato, Bruno, no e poi no, tu sei un vecchio
democristiano nichilista, sei l’unico abruzzese con cui non mangerei
gli arrosticini, la tua religione è il cinismo giornalistico-romano.
L’altra sera il lambrusco era cattivo, perfino più cattivo di tanti
vini che consigli tu, e nemmeno la lingua con la mostarda è riuscita a
confortarmi. Ho provato a dimenticarti col nocino, tutta notte con
l’acidità di stomaco. di Camillo Langone - Il Foglio 9月25日
Ecco il mio piccolo Gesù deforme «Ogni
giorno guardo questo cadaverino che vive e piango, soffro, perché
Victor è Cristo che agonizza e geme». Una lettera e una fotografia di
padre Aldo dal Paraguay di Padre Aldo Trento Asunción, 8 settembre 2008
A dire il vero sarebbero tanti i santi di questo mese. Santi incontrati
al Meeting di Rimini, santi che ogni giorno mi riempiono di e-mail, una
più bella dell’altra, e santi che stanno morendo nella clinica “Casa
Divina Provvidenza S. Riccardo Pampuri”. E chi sono questi santi? Sono
le centinaia di persone, di tutte le età che dopo l’incontro di Rimini
mi “assediano” con il loro grido di verità, di bellezza, di amore, di
felicità. Persone desiderose, bramose di saperne di più rispetto al
centuplo. Padre, ma è vero che quanto è accaduto a lei è possibile
anche per me? Padre, è vero che la depressione è una grazia? E come
accettarla così? Dove trovare un uomo con questa libertà di vivere, di
amare? Padre, ho paura del sacrificio, del dolore… come ha fatto lei a
sopportare tutti questi anni di sofferenza psichica e morale? Ma è
possibile amare? E come coniugare l’amore con il dolore? Ma che bella
la verginità se poi accade quanto è accaduto a lei! Dove ha trovato
l’energia per obbedire a Giussani? Come ha fatto a dargli credito?
Padre, ci parli dell’umanità di questo uomo che ha saputo condurla per
mano in un modo così umano che sbalordisce e nello stesso tempo
sentiamo che se non fosse così non varrebbe la pena credere in Cristo.
Le e-mail di questi giorni sono tutte un tentativo di rispondere a
queste domande. C’è un vuoto affettivo, una paura d’amare e un’assenza
di padri impressionante. Come non ricordare le code di ragazzi,
ragazze, adulti che hanno fatto impazzire Miriam, la “hostess” del
Meeting, per poter sentirsi dire che ciò che il cuore desidera è vero e
può incontrare una risposta adeguata? Mi correvano dietro con il loro
dramma perfino quando andavo al bagno. No, non è spento il cuore
dell’uomo, il cuore del santo. Solamente, mi domando, dove 
siamo noi adulti? Sentiamo che il grido dell’uomo è sempre potente ed è
un grido che ha bisogno non di telefonate, di consigli, ma di una
compagnia? Vorrei mandarvi le e-mail che ricevo perché potessimo
rendercene conto. I santi sono quelli che gridano, che vivono
irrequieti, senza patria, mendicanti dell’Infinito. Tornando a casa
ho rivisto tutti i miei figli ed è stata una festa. Ma ho rivisto in
particolare il piccolo Victor di un anno. Se non ve lo ricordate vi
rimando la foto… però così come è ora. Sono rimasto sconvolto
appena l’ho visto. Gemeva, geme in continuazione… mmm, ah, ah, ah… e
tende le braccia stringendo forte le manine a forma di pugno. La sua
testa è enorme e come d’improvviso la parte inferiore è sprofondata
lasciando una piccola fossa, lì dove non ha il cranio. Cos’è successo?
D’improvviso, attraverso l’apparato messogli dai medici, è uscita tutta
l’acqua della testa, quell’acqua che avvolgeva il suo piccolissimo
cervello. Una immagine impressionante, dolorosissima. È come guardare
un pallone da calcio bucato. Non bastasse questo, l’altro giorno gli è
scappato l’occhio destro: è rimasta una cavità vuota che spurga di
tutto. Abbiamo dovuto mettergli una garza. Lo guardo e non posso non
andare c  on
la mente al testo di Isaia, lì dove il profeta parla del servo
sofferente, di Gesù, senza nessuna bellezza, distrutto fisicamente,
gemente per l’atrocità del dolore. Victor, il mio bambino, non solo è
un piccolo cadaverino che vive, ma è tutto deformato, lacerato, pieno
di cannucce che entrano ed escono dal corpo. Non mi resta che inginocchiarmi
Il mondo ha paura di lui, sente ribrezzo, non sopporta vedere questo
piccolo ridotto ad un mostro. Il mondo dice: perché non lo lasciate
morire? Ma voi siete inumani, non è giusto, eccetera… Io lo guardo,
piango, soffro perché Victor è Gesù, il mio piccolo Gesù che agonizza,
che soffre, che geme, che chiede un po’ di amore. Lo bacio, lo bacio
sempre… i gemiti si calmano. Gli accarezzo la fronte… non più testa
ormai, sgonfiata, con la pelle infossata, come un laghetto di montagna…
e sento che accarezzo Gesù. Le domande mie sono tante e tutte rivolte a
Gesù, e così pure le domande di chi ha il cuore di Cristo per vederlo,
perché senza questo cuore posseduto da Cristo uno non ce la fa. Chiedo
a Gesù di aiutarmi perché questa piccola ostia bianca, ridotta ad un
“mostro” – così lo definirebbero quanti in Italia vogliono che Eluana
muoia – cambi il cuore, lasciando a Gesù di possederlo, tenga desta in
me quella drammaticità toccata con mano a Rimini. Mentre scrivo sento i
suoi gemiti continui, come un sibilo che ti rompe il cuore… e non mi
resta che inginocchiarmi davanti a Lui, Gesù che sta morendo sulla
croce. Però Gesù aveva il Padre, la mamma ai suoi piedi; questo Gesù ha
solo me, noi poveri uomini, e per di più non ha mai conosciuto il
sorriso, né il pianto… ma solo un gemito che dura dalla nascita fino ad
ora. Il suo corpicino deformato non ha più niente di sano, gli manca
solo che si spappoli l’occhio sinistro poi tutto è consumato. Amici,
quanto dolore nel mondo. E noi? Noi siamo grati a Gesù per quanto ci
dà? Per me Rimini ha voluto dire la percezione che Gesù da quel momento
in avanti mi avrebbe chiesto ancora di più sia come capacità di
soffrire, sia come capacità di fare compagnia. E ne ho avuto subito
l’esperienza appena tornato. Da subito, lontano da quel frastuono
umano, mi sono trovato alle prese con la vita quotidiana. Aiutatemi
con la preghiera perché a chi molto è stato dato, molto è chiesto. Sono
grato a Gesù perché non mi lascia tranquillo un secondo e così la vita
diventa supplica. Nota Bene: Come vorrei che questo scritto
con la foto arrivasse a chi ha deciso che Eluana “deve” morire. No, non
può morire se Dio non ha ancora deciso. La vita è sua, di Dio… se la
uccidiamo saremo tutti più poveri e disgraziati. Fonte TEMPI
9月24日 Il
neurologo Clive Svendsen: Le pluripotenti costituiscono una delle
scoperte più importanti, molto più della pecora clonata Dolly Il potenziale adesso è sterminato DA MADISON ( WISCONSIN) Clive
Svendsen, professore di neurologia all’Università del Wisconsin,
direttore del Centro per la Medicina rigenerativa e sulle cellule
staminali, fa parte di una delle due equipe che lo scorso anno hanno
scoperto le cellule staminali pluripotenti indotte: cellule adulte
riportate allo stadio embrionale e trasformate nei tessuti in cui
vengono impiantate. Al congresso di Madison il professor Svendsen è
venuto proprio a parlare delle possibili applicazioni del cosiddetto Protocollo Yamanaka. E riesce a stento a contenere il suo entusiasmo. Si respira un’autentica eccitazione al summit. A cosa è dovuta?
Questa vera alchimia:come prendere del piombo e trasformarlo in oro.
Possiamo estrarre delle cellule adulte, renderle pluripotenti e farne
quello che vogliamo. Il potenziale sterminato. Questa per me, una
delle scoperte più fenomenali nel campo della biologia. Ancora più
della pecora Dolly. Quella nel 1997 apre una pagina inedita e
controversa nella storia umana. Invece oggi siamo qui, con una
rivoluzione dalla portata ancora difficile da intuire. Come pensa che questo nuovo protocollo possa contribuire a cambiare la medicina rigenerativa? Una scoperta straordinaria, che non cambierà solo lo
studio delle terapie cellulari ma anche il modo in cui studiamo le
malattie. Ci permette infatti di osservare con occhi nuovi malattie che
non siamo stati capaci di comprendere prima d’ora. Prendendo le cellule
della pelle di pazienti con malattie specifiche e trasformandole nel
particolare tipo di tessuto affetto dalla malattia, ad esempio,
possiamo capire che cosa causa la malattia stessa. Gli effetti di
questi studi si ripercuoteranno in modo molto più esteso che
sull’evoluzione delle terapie rigenerative. Potrebbero condurre a
svolte fondamentali nella comprensione di malattie oggi incurabili.
Alla conferenza sulle staminali partecipano numerose associazioni dei
pazienti. La loro presenza la motiva o mette il suo lavoro
eccessivamente sotto pressione? Devo dire la verità: noi scienziati siamo
un po’ altezzosi. Quando ho sentito parlare del summit per la prima
volta ero scettico. Ma poi ho capito che l’apertura al pubblico è
importante. Soprattutto in questa fase di passaggio dal laboratorio ai
test clinici, ci deve essere un continuo scambio di vedute fra gli
scienziati e il pubblico. Il rischio altrimentic è he la scienza
prenda direzioni ardite, ma non necessarie. importante che ci siano
occasioni e spazi di confronto, in cui i
ricercatori si trovano faccia a faccia con gli utilizzatori finali
delle loro scoperte. Ci dà un punto di vista diverso delle malattie.
Ed ache un’occasione per trasmettere al pubblico informazioni accurate
sullo stadio della ricerca. Dopo la
scoperta delle cellule adulte pluripotenti, crede che ci sia ancora
spazio per la ricerca sulle staminali embrionali, che non hanno
registrato alcun successo clinico malgrado anni di ricerca e ingenti
fondi spesi?
Credo che sul piano strettamente scientifico ci siano ancora spazi di
collaborazione con gli scienziati che studiano le embrionali, se non
altro come confronto per capire il più velocemente possibile come
sfruttare il potenziale delle cellule adulte pluripotenti. Elena Molinari Fonte Avvenire
Il
presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad sarà oggi a New York per
partecipare all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Come tutti i
regimi totalitari tenuti insieme dalla forza militare e
dall’oscurantismo, anche quello dei Guardiani della Rivoluzione e degli
ayahtollah – di cui Ahmadinejad è solo il golem – non resiste alla
tentazione di presentarsi al mondo mascherandosi da profeta e paladino
del nuovo corso storico. Così fecero, ben lo sappiamo noi europei,
altri piccoli uomini a capo di grandi tragedie; così capiterà anche
stavolta. Ma il problema non sta qui. All’Onu
ogni Stato sovrano ha il diritto di parlare, ci mancherebbe: almeno
questo, visto che poi le parole pronunciate in cotanta sede servono
quasi sempre soltanto a riempire di inchiostro pagine degne di
polverosi archivi ricchi di buone intenzioni, mentre il mondo prosegue
imperterrito sulle strade della realpolitik, il che è un eufemismo per
dire che ognuno si fa gli affari suoi. Sopra la passerella dell’Onu si
può dichiarare qualsiasi cosa, ma se poi i singoli Stati non ne danno
effettiva attuazione, ossia spendono soldi, muovono organizzazioni,
creano leggi, rimane solo quella pantomima tipica del Palazzo di Vetro
che tante disillusioni ha ormai provocato fra le persone di buona
volontà. Tuttavia, proprio per l’assenza d’ogni valore
direttamente pragmatico nelle dichiarazioni dei vari leader di fronte
all’Assemblea generale, non occorrerebbe che ci fosse almeno qui una
presa di posizione forte, chiara, priva di ipocrisie da parte dei
rappresentanti mondiali quando si trovano al cospetto di crimini tanto
odiosi e palesi? Invece c’è da giurarsi che ancora una volta il
politically correctness delle sinistre europee tanto affascinate dai
dittatori arabi (basta che siano anti-americani), unito al laisser
faire di certi governi troppo impegnati nei calcoli ragionieristici di
quanti barili di petrolio corrispondono ai voti della campagna
elettorale, faranno passare sotto silenzio la vergogna colossale di un
presidente iraniano il quale viene a straparlare di pace e diritti
mentre dalle sue mani cola perfino il sangue di bambini assassinati. Sì,
perché dopo l’instaurazione di leggi totalitarie, dopo le minacce
contro lo Stato d’Israele, dopo la corsa verso l’armamento nucleare,
dopo il sostegno guerrafondaio agli attentati di Hezbollah in Libano,
di Hamas in Palestina, degli Sciiti in Iraq, dopo migliaia di
esecuzioni, lapidazioni, fustigazioni, amputazioni contro uomini e
donne iraniani, ora è la volta dei bambini. Secondo Nazanin Afshin-Jam,
portavoce di Stop Child Executions Campaign, in Iran solo negli ultimi
anni sono stati impiccati sei bambini e altri 130 sono detenuti in
attesa di essere giustiziati, mentre per Amnesty International sono già
26 i minori la cui condanna a morte è stata eseguita per impiccagione.
Stop Child Executions Campaign è un’associazione internazionale non
governativa di volontari dediti alla denuncia di esecuzioni contro i
minori e alla protezione degli stessi. Secondo l’articolo 37 della
Convenzione UN sui diritti del fanciullo, un minore è una persona sotto
i 18 anni, e nessun minore può essere sottoposto a esecuzione capitale.
Nonostante la firma del governo iraniano sulla Convenzione
Internazionale che proibisce la pena di morte ai minori, in Iran si
continua allegramente a impiccare bambini per reati spesso ridicoli,
non ultimo l’omosessualità o la presunta tale. Oggi davanti al
Palazzo dell’Onu una manifestazione di attivisti iraniani, con sede
negli Stati Uniti, ha organizzato una manifestazione contro il
presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad. Uno striscione con la scritta
"Ahmadinejad perché stai giustiziando i bambini?" verrà esposto nel
corso della protesta cui parteciperanno molte organizzazioni
umanitarie, e poco distante si innalzerà il "Muro della vergogna" con
foto e documenti delle esecuzioni. A parte questo, chi altri
oserà levare la voce contro il nuovo piccolo-grande dittatore dell’Iran
e le sue parole menzognere? E se l’ambasciatore Usa o magari Silvio
Berlusconi in uno dei suoi intrattenibili slanci di benevola emotività
denunceranno i crimini di questo signore e del regime medioevale cui
appartiene, non c’è forse da scommetterci che da ogni giornale snob di
sinistra si stigmatizzerà sull’inappropriatezza dell’intervento? «La
crisi internazionale sul programma nucleare di Teheran – spiega
Afshin-Jam – ha distolto l’attenzione dell’Occidente sugli abusi nei
confronti dei bambini e sulle violazioni dei diritti dell’uomo in
Iran». Se il mondo non riesce nemmeno a proteggere i propri figli, se
per questioni di etichetta politica e di convenienza commerciale non
riesce neppure a svergognare e sbugiardare chi si macchia di tali
nefandezze, a che serve riunirsi in giacca e cravatta davanti ai
microfoni dell’Onu? Forse è il momento che il mondo smetta di far finta
di nulla. Fonte L'Occidentale
 di Claudio Risè Tratto da Il Giornale del 23 settembre 2008
Non è vero che oggi in Occidente comandano le donne, ma è vero che
stanno male tutti: il maschio temuto come violento, la femmina
spodestata dal ruolo tradizionale. Il fatto è che il padre non è più
capace al liberare i figli dalla simbiosi con la madre La
«società femminilizzata» è una grandissima fregatura per tutti, uomini
e donne. Le donne perché sono state spodestate anche della loro
«regalità» domestica, ormai contesa da maschi petulanti, che sanno
tenere la cucina spesso meglio di loro. I maschi perché
ricacciati dal circo politico-mediatico (del resto ancora in gran parte
maschile) nel girone dei violenti, gente da sottoporre a schedature di
massa del Dna, come propongono le Commissarie Europee, o da non lasciar
viaggiare accanto a bambini soli, come prevede British Airways. Donne
spregiudicatamente sfruttate sul lavoro, come i maschi, e uomini
controllati e tenuti in permanenza sotto lo stigma del pregiudizio
sociale: questo, e non altro, è la «società femminilizzata»
sviluppatasi in modo accelerato dagli anni Settanta in poi. Non a caso
donne e uomini attenti a cosa accade e dotati di buonsenso, dalla
filosofa e leader femminista Luce Irigaray, al poeta e terapeuta
americano Robert Bly denunciano da molti anni questa «società degli
eterni adolescenti» che, sollecitando vanità di potere nelle donne poi
regolarmente frustrate nelle loro ambizioni, ha svillaneggiato il
principio di responsabilità e deriso l’amore tra uomini e donne,
mettendo in una miserabile competizione tutti contro tutti. Per
comandare con più ampi consensi e sottrarre il potere (ancora
massicciamente maschile) a ogni controllo. La società femminilizzata ha
persino avuto il suo banchiere centrale: Allen Greenspan, il
governatore della Fed di Bill Clinton, il controllore «soft» che
teorizzava l’inutilità dei controlli; sotto il suo lungo regno è nato
il delirio della finanza «derivata», e si è preparato il grande crash
che ha divorato miliardi di risparmi da un anno a questa parte.
Se non comandano le donne però, e anzi ci stanno malissimo (basta
guardare le liste dei presidi psichiatrici, o le statistiche sullo
sviluppo dell’alcolismo, o dei disturbi alimentari) perché si parla di
«società femminilizzata»? È un altro modo, più spostato sul versante
degli orientamenti culturali, per descrivere la «società senza padri»,
come psichiatri, antropologi, e sociologi della politica chiamano già
da quarant’anni la società occidentale. L’Occidente viene così
identificato perché i padri non svolgono più la loro funzione
nell’aiutare durante l’adolescenza i figli ad uscire dalla simbiosi con
la madre. Il cuore di questa faccenda non è però questione di
pannolini e di principio d’autorità, di costrutti culturali, e di
velleità di potere dell’uno o dell’altro sesso. Il fatto è che i
bambini stanno per nove mesi nella pancia della madre, e non nel padre,
e quando nascono non è ancora costituita una soggettività psichica, e
affettiva, differenziata. Sono nati biologicamente, ma non ancora come
soggetti psicologici. Perché questo accada occorre che la simbiosi
istituita nella gestazione continui per un periodo abbastanza lungo,
durante il quale, nella fondamentale relazione madre-figlio, nasce il
soggetto umano. In un gioco di sguardi, di scambi affettivi, di
riconoscimenti reciproci, nella quale la madre non è sostituibile dal
padre, semplicemente perché il bambino non è mai stato nella pancia
paterna, né ha mai respirato coi suoi polmoni. Naturalmente il padre
quella simbiosi, dovrà poi interromperla, perché altrimenti il bimbo
non riuscirà mai a distaccarsi da quella figura amata e potente,
rimanendone dipendente. Tutti i fenomeni che Alain De Benoist
elenca nel suo articolo, dall’onnipotenza terapeutica all’«ideologia
vittimista, alla moltiplicazione dei consulenti familiari, allo
sviluppo del mercato delle emozioni e della pietà» non sono
manipolazioni di un’occulta congiura femminile per la conquista del
potere, ma in realtà risposte che il «mercato sociale», guidato
prevalentemente da uomini, offre a degli individui (la gran parte degli
occidentali adulti), che solo parzialmente si sono staccati dalla
madre, e fanno quindi una gran fatica a reggersi in piedi da soli.
Il cuore del malessere della femminilizzazione è questo. Non c’è
proprio nulla di male nel femminile; senza di esso la vita diventa
molto triste. Solo che ogni essere umano, per esistere pienamente e
liberamente, deve rendersi autonomo dalla madre. E può farlo solo
quando un padre presente e amorevole l’aiuta a farlo; altrimenti ne
rimane dipendente per tutta la vita, magari trasferendo questa
dipendenza sulla moglie, sul marito, o sulla società. Per questo, la
società femminilizzata è una colossale fregatura. Per tutti.
9月22日
Mia
madre mi raccontava sempre questa storiella di cui era stata
protagonista; la dedico ai furbacchioni di ieri e di oggi e ai
sottomessi della storia umana. E anche a mia madre che ora “coltiva” la Terra in Paradiso.
Zu’ Carminiellu era furbo e taccagno. Aveva
escogitato un trucco molto intelligente – secondo il suo parere – per
far lavorare di più i contadini che coltivavano il suo podere. Ogni
mattina, prima di partire per la campagna, faceva bollire una dozzina
di uova, poi li nascondeva in un piccolo paniere e, cavalcando l’asina,
si avviava lietamente, prima che sorgesse il sole. Aspettava
i suoi lavoranti che, ancora assonnati, arrivavano piano piano. Lui si
metteva nel magazzino degli attrezzi e li riceveva uno a uno per
consegnare le vanghe, le zappe e spiegare il lavoro che c’era da fare. Li
riceveva singolarmente e, con fare amichevole, consegnava insieme
all’attrezzo e al compito giornaliero, anche un uovo. “mangialo –
diceva suadente – ho solo questo e l’ho cotto proprio per te, gli
altri... cinchia!” Così faceva con tutti gli altri e, beato, si fregava le mani contento di questa sua formidabile trovata! Quando
si era quasi alla mezza e il sole cuoceva il cervello, la stanchezza
cominciava a dare segni, e la zappa e la vanga si facevano più pesanti,
zu’ Carminiellu incoraggiava tutti con un forte grido: “iamm a chi s’è
magnatu l’uovu!”Incitava chi aveva mangiato l’uovo, e con il senso di
inferiorità di chi sa di aver ricevuto qualcosa in più degli altri ma
non lo può dire, ognuno pensava in cuor suo "ce l'ha con me, a me ha
dato l'uovo..."e tutti si davano da fare accelerando il lavoro, e le
zolle, le zappe, le vanghe e zu’ Carminiello si muovevano alacremente e
in perfetta letizia!
9月21日 Copio e incollo il post dell'amico Vino e Mirra. Siamo in tanti, siamo determinati, a rispondere all'Appello contro la SLA! Buona domenica! 9月20日
Una rivelazione su ciò che Gesù gli disse quel 20 settembre…. | | | Il
20 settembre è il 90° anniversario della stimmatizzazione di padre Pio
e il 23 settembre è il 40° della morte. Proprio alla vigilia di
entrambi sta per uscire un libro di don Francesco Castelli che contiene
documenti inediti, eccezionali, sull’episodio delle stimmate e sulla
loro origine. In uno di essi “il cappuccino svela – non lo farà mai più
durante la sua vita – il toccante dialogo fra lui e il misterioso
personaggio, autore delle stimmate” e le parole che spiegano il motivo
di quelle stimmate. Il grande evento avvenne il 20 settembre
1918 e forse la data non è casuale: era stato il giorno della presa di
Roma da parte dei piemontesi, fine del potere temporale e inizio della
persecuzione al papa, ma anche di una purificazione della Chiesa. Il
fenomeno delle stimmate impose all’attenzione del mondo quello
sconosciuto e umile francescano e ne fece una luce che attrasse e
ancora attrae milioni e milioni di persone. Padre Pio divenne
così una straordinaria risposta del Cielo all’apostasia del secolo XX.
Un giorno di aprile dell’anno 30 d.C., all’apostolo Tommaso, che non
credeva che i suoi compagni avessero davvero visto e parlato con Gesù,
dopo la sua morte, risorto nella carne e vivo, Gesù andò incontro e
disse “Tommaso metti qua il dito e guarda le mie mani; stendi la tua
mano e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo, ma
credente!”. Così, all’incredulità del secolo delle ideologie,
pochi mesi dopo la Rivoluzione d’ottobre, Gesù ha risposto mostrando
quelle stesse piaghe, del crocifisso risorto, sul corpo di uno dei suoi
più grandi amici, padre Pio: crocifisso per 50 anni davanti al mondo e
alla stessa scienza la quale più volte ha studiato e analizzato le sue
stimmate ritenendone inspiegabili sia la formazione, sia il perdurare
contro ogni legge naturale, sia la sparizione alla vigilia della morte
senza lasciar traccia alcuna, di nuovo contro le leggi della biologia.
Francesco d’Assisi fu il primo stimmatizzato e padre Pio è stato il
primo e unico sacerdote stimmatizzato della storia della Chiesa. Un
fatto che assume un significato particolarmente importante alla luce
delle rivelazioni di don Castelli. Storico e docente di Storia della
Chiesa, don Francesco Castelli lavora anche nella Postulazione per la
causa di beatificazione di Karol Wojtyla. E’ autore di alcuni lavori su
padre Pio di cui abbiamo dato notizia anche da queste colonne.
Dunque in questo libro “Padre Pio sotto inchiesta. L’ ‘autobiografia’
segreta” (Ares), di cui parlerà anche il settimanale “Oggi”, pubblica
un documento eccezionale: la relazione scritta nel gennaio 1922 da
monsignor Raffaello Carlo Rossi, vescovo di Volterra, inquisitore per
conto del S. Uffizio a San Giovanni Rotondo nel maggio 1921. Che
contiene, fra l’altro, il verbale dei sei “interrogatori” di padre Pio,
resi sotto giuramento, dove è contenuta la “bomba”. Questo
dossier era stato secretato e quindi nessuno ha potuto consultarlo.
Solo dal giugno 2006 Benedetto XVI ha consentito l’apertura degli
archivi del S.Uffizio per i documenti del pontificato di Pio XI (quindi
dal 1921 al 1939). Il primo a poterli vedere è stato lo storico Sergio
Luzzatto che ha pubblicato di recente un libro dove manifesta molto
interesse alla politica e alle ideologie (e anche ai pettegolezzi di
paese su padre Pio), ma non altrettanto ai documenti e alla sostanza,
né alla materia religiosa (su cui non pare preparato). Forse per una
conoscenza sommaria della vicenda di padre Pio, Luzzatto sembra non si
sia accorto (nel suo libro non ne dà notizia) dell’esplosiva
rivelazione fatta dal giovane frate in quel maggio 1921 al vescovo
Rossi. v Finora, sull’episodio cruciale della stimmatizzazione, si
sapeva solo quel poco che padre Pio aveva rivelato per lettera, il 22
ottobre 1918, al suo direttore spirituale. Era la mattina del 20
settembre. Padre Pio aveva appena celebrato la messa, era rimasto solo
in chiesa e come di consueto stava nel coro per fare il ringraziamento.
“E mentre tutto questo si andava operando”, scrive in quella lettera,
“mi vidi dinanzi un misterioso personaggio, simile a quello visto la
sera del 5 agosto, che differenziava in questo solamente che aveva le
mani ed i piedi ed il costato che grondava sangue. La sua vista mi
atterrisce; ciò che sentivo in quell’istante in me non saprei dirvelo.
Mi sentivo morire e sarei morto se il Signore non fosse intervenuto a
sostenere il cuore, il quale me lo sentivo sbalzare dal petto. La vista
del personaggio si ritira ed io mi avvidi che mani, piedi e costato
erano traforati e grondavano sangue”. Questa finora era
l’unica versione del fatto decisivo della vita di padre Pio e c’erano
tanti punti interrogativi: chi era il misterioso personaggio? Costui
disse qualcosa? Fra i due si svolse un dialogo? Per quale scopo le
stimmate sul corpo di padre Pio? Sono domande di enorme importanza.
Adesso, dal libro in uscita, apprendiamo che nel 1921 padre Pio,
rispondendo alla richiesta di monsignor Rossi, aveva rivelato i
particolari decisivi dell’avvenimento, chiarendo, di fatto, tutti quei
punti interrogativi. Ecco le sue precise (e inedite) parole: “Il 20
settembre 1918 dopo la celebrazione della Messa, trattenendomi a fare
il dovuto ringraziamento nel Coro tutt’a un tratto fui preso da un
forte tremore, poi subentrò la calma e vidi Nostro Signore in
atteggiamento di chi sta in croce, ma non mi ha colpito se avesse la
Croce, lamentandosi della mala corrispondenza degli uomini, specie di
coloro consacrati a Lui e più da lui favoriti. Di qui si manifestava
che Lui soffriva e che desiderava di associare delle anime alla sua
Passione. M’invitava a compenetrarmi dei suoi dolori e a meditarli:
nello stesso tempo occuparmi per la salute dei fratelli. In seguito a
questo mi sentii pieno di compassione per i dolori del Signore e
chiedevo a lui che cosa potevo fare. Udii questa voce: ‘Ti associo alla
mia Passione’. E in seguito a questo, scomparsa la visione, sono
entrato in me, mi son dato ragione e ho visto questi segni qui, dai
quali gocciolava il sangue. Prima nulla avevo”. Da questo
documento straordinario - sottolinea don Castelli – si apprende
anzitutto che padre Pio conosceva bene l’identità di chi gli è apparso
e soprattutto che “la stimmatizzazione non fu il risultato di una sua
richiesta personale”. Altro che autosuggestione e psicosi. Il Padre
chiese solo cosa poteva fare per confortare Gesù. Fu Gesù che lo invitò
ad aiutarlo a portare il peso dei peccati del mondo, dell’ingratitudine
e della mancanza di amore (specialmente dei consacrati). Il
libro contiene anche un altro documento eccezionale e inedito: l’esame
accurato delle stimmate fatto dal vescovo. E’ strano che Luzzatto non
lo abbia citato. E’ vero che esso confuta totalmente le sue tesi, ma ha
un valore storico enorme. Questa è infatti l’unica vera inchiesta del
S. Uffizio sulle stimmate. E l’ “inquisitore”, che confessa di essere
arrivato “con una personale prevenzione in contrario”, dopo
un’ispezione a tutto campo, accuratissima, senza sconti, pure con
eccessi di rigore, riconosce infine: “non son potuto rimanere nella
personale prevenzione contraria”. Ma anzi, dà voto favorevole. E – ben
valutate tutte le altre ipotesi - deve riconoscere che quelle stimmate
si spiegano solo con un’origine divina. Il prelato testimonia
pure di aver constatato personalmente il “profumo” (specialmente) del
sangue di padre Pio e documenta fenomeni come la temperatura corporea a
48° (quando il padre pensa a Gesù) e la bilocazione. Ora, dopo queste
ultime rivelazioni del libro di Castelli, è più chiaro il senso di
quelle stimmate. Kierkegaard dice che Gesù ci fa letteralmente scudo
col suo corpo santo. Ebbene, padre Pio è lì con lui a fare scudo a
ciascuno di noi, (come fece padre Kolbe per quel padre di famiglia). E
a milioni si riparano dietro di lui. Antonio Socci Da “Libero” 10 settembre 2008 Dal sito Lo Straniero |
9月19日  Solo in un "legame" la libertà dell'individuo si può esprimere venerdì 19 settembre 2008 Il
sociologo Zygmunt Bauman ha l’interessante capacità di sintetizzare in
una immagine facilmente comprensibile ed evocativa la sua
interpretazione di complessi fenomeni sociali. È lui che ha definito la
nostra società come «liquida». E da allora questo aggettivo viene
frequentemente, e a volte sbrigativamente, utilizzato in svariati
contesti. Nel suo ultimo libro Individualmente insieme,
Bauman sostiene che alla celebre triade della rivoluzione francese –
libertà, uguaglianza, fraternità – ne sia ormai subentrata, nella
società contemporanea, un’altra: sicurezza, parità, rete. È su
quest’ultima parola che vale la pena di riflettere. Bauman la descrive
così: «Si assume che ogni singolo si porti dietro, assieme al proprio
corpo, la sua specifica rete, un po’ come una chiocciola porta la sua
casa». La rete sono i legami che il singolo stabilisce. Ma attenzione,
non sono i legami della fratellanza, cioè in qualche modo dati da una
storia (la famiglia, il quartiere, una comunità religiosa, una
nazione). Sono, al contrario, legami fluidi, flessibili, liquidi
appunto: «Le unità individuali vengono aggiunte o tolte [dalla rete che
la singola chiocciola porta con sé] con uno sforzo non maggiore a
quello con cui si mette o si cancella un numero dalla rubrica del
cellulare». Ne deriva che i legami sono «eminentemente scioglibili» e
«facilmente gestibili, senza durata determinata, senza clausole e
sgravati da vincoli a lungo termine». È
facile trovare in questa immaginifica descrizione i tratti del tipo di
convivenze che vediamo quotidianamente. Basta pensare al fatto che a
Milano per la prima volta il numero dei single ha superato quello delle
famiglie. O alla debolezza dei legami affettivi, normalmente concepiti
come temporanei, non impegnativi, cancellabili non appena lo si voglia. Qual
è la ragione di questo fenomeno? Il fatto, risponde Bauman, che «la
rete non ha dietro di sé alcuna storia» e, quindi, l’identità della
persona non è definita da una appartenenza che la precede. Anzi,
l’unica appartenenza è quella che l’individuo via via si costruisce e
distrugge attraverso le sue labili e mutevoli reti. Benedetto
XVI a Parigi ha affermato: «Sarebbe fatale, se la cultura europea di
oggi potesse comprendere la libertà ormai solo come la mancanza totale
di legami». La descrizione di Bauman sembra confermare questa triste
fatalità. Ma, dice il Papa, c’è una tragica conseguenza: una libertà
come assenza di legami è destinata a distruggersi. E, quindi, a
diventare preda del potere. Come ai tempi dei monaci da cui ha preso
spunto Benedetto XVI, anche oggi è indispensabile che si pongano
esperienze di appartenenza in cui la libertà sia affermata come
espressione di un legame che precede l’individuo (la «fraternità»
implica una paternità) e che ne fonda l’identità. Un identità che non è
nemica di nessun’altra. Infatti, ha concluso il Papa: «Questa tensione
tra legame e libertà ha determinato il pensiero e l’operare del
monachesimo e ha profondamente plasmato la cultura occidentale. Essa si
pone nuovamente anche alla nostra generazione come sfida di fronte ai
poli dell’arbitrio soggettivo, da una parte, e del fanatismo
fondamentalista, dall’altra». Raccogliendo questa sfida ilsussidiario.net
ospiterà nei prossimi giorni contributi tesi a mettere a fuoco il nesso
tra appartenenza, identità e libertà. Invitiamo i lettori a
parteciparvi. Il Sussidiario
L'Onu dice che entro due anni l'Iran avrà l'atomica, Israele sarà costretto a intervenire e il mondo fa finta di non vedere
 Cari amici,
Dobbiamo prendere atto che il nostro mondo è certamente irresponsabile
e quantomeno incosciente per il fatto che ci troviamo a un passo da una
nuova catastrofe planetaria, a causa dell’inevitabilità di un attacco
militare israeliano contro le centrali nucleari iraniane, anche se il
conflitto continua ad essere trattato con il distacco di una questione
di ordinaria amministrazione. Nel suo più recente rapporto l’Aiea,
l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, attesta che l’Iran
prosegue indefessa nella produzione della bomba atomica e che il
traguardo potrebbe essere raggiunto entro due anni. Stiamo parlando di
un regime nazi-islamico che, per bocca del suo presidente Ahmadinejad,
ha reiterato la volontà di annientare fisicamente Israele. Va da se che
Israele mai e poi mai potrà permettere che l’Iran disponga della bomba
atomica, nella consapevolezza che ciò si tradurrebbe nella sua fine e
nel nuovo Olocausto del popolo ebraico. Ecco perché Israele non ha
scelta: è costretto a colpire le centrali nucleari iraniane appena
possibile. E’ la stessa Aiea a suonare l’allarme in un rapporto
reso noto questo lunedì 15 settembre: “Contrariamente alle richieste
del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, l’Iran non ha sospeso
l’arricchimento dell’uranio e le attività correlate”. Si specifica che
l’Iran ha già installato 3.820 centrifughe per l’arricchimento
dell’uranio ed altre 2.000 sono in fase di installazione. L’Onu
denuncia, al paragrafo 17, punto D del rapporto, che l’Iran ha condotto
un esperimento su “cariche esplosive emisferiche con l’assistenza di
esperti stranieri”. E’ stato accertato che l’Iran dispone già di 480
chili di uranio impoverito e che, disponendo di altri 1.700 chili,
potrebbe arricchirlo e costruire l’arma atomica. Una fonte dell’Onu ha
ammesso che l’Iran è in grado di avere la bomba atomica in due anni.
Chiarendo che a causa della mancanza di collaborazione dell’Iran,
l’inchiesta dell’Onu “è arrivata un punto morto”, rafforzando la tesi
sulla finalità militare del nucleare iraniano. Dal canto suo
Israele ha intensificato la sua preparazione militare. Il Pentagono ha
annunciato, lo scorso 12 settembre, la vendita ad Israele di 1.000
bombe Gbu 39, del valore di circa 77 milioni di dollari. Si tratta di
bombe intelligenti che, pur pesando solo 113 chili, sono in grado di
penetrare i più protetti bunker sotterranei avendo la stessa efficacia
di una bomba da una tonnellata con un sistema di guida che garantisce
un raggio d’errore non superiore agli 8 metri. Si sa che le centrali
nucleari iraniane sono state costruite in profondità. Le Nazioni
Unite ostentano neutralità, impiegando alternativamente più carota che
bastone con il regime nazi-islamico iraniano, pur di non irritare
nessuno all’interno di un consesso mondiale che sopravvive all’insegna
del “volemose bene”, tentando di far coesistere tutto e il contrario di
tutto. Gli Stati Uniti d’America sono paralizzati tra l’impotenza
dell’amministrazione Bush che è riuscita a recuperare in extremis una
qualche credibilità in Iraq grazie alla sostanziale sconfitta di Al
Qaeda, ma si è ritrovata subito in difficoltà in Afghanistan e in
Pakistan dove la centrale del terrorismo islamico globalizzato ha
mobilitato le sue forze, e tra le imminenti elezioni presidenziali di
novembre che potrebbero, con l’eventuale vittoria di Barack Obama,
accelerare la crisi del mondo unipolare emerso all’indomani del crollo
del Muro di Berlino e mettere in moto una deflagrazione multipolare
dalle conseguenze imprevedibili. L’Europa dà spettacolo di
funambolismo per inseguire gli appetiti implacabili del dio denaro a
cui si prostra un colosso di materialità dai piedi d’argilla che ha
rinnegato e perso la sua spiritualità, tentando disperatamente di
salvaguardare quel che resta di moralità in una civiltà in inesorabile
declino. Il resto del mondo persegue, ciascuno per proprio conto, i
rispettivi interessi in un contesto in cui prevalgono il caos economico
e l’incertezza politica, al punto da favorire la sottovalutazione o la
strumentalizzazione del conflitto israelo-iraniano per influenzare
arbitrariamente l’opinione pubblica. In generale si fa finta di non
vedere e di non capire la reale portata di un conflitto che potrebbe
far deflagrare la terza guerra mondiale, dal momento che nel mirino ci
sono delle centrali nucleari e che non si può del tutto escludere l’uso
diretto della bomba atomica. Molti in cuor loro auspicano che Israele
faccia da sola il “gioco sporco”, riservandosi la possibilità di
condannarlo pubblicamente, pur condividendo pienamente l’obiettivo di
eliminare la minaccia di un regime islamico fanatico sul piano
ideologico, autoritario sul piano interno e bellicoso sul piano
internazionale. Questo è certamente il caso dei ricchi paesi
petroliferi arabi dirimpettai dell’Iran nel Golfo Persico, che sono
consapevoli che il regime degli ayatollah rappresenta la principale
minaccia alla loro sicurezza e stabilità, ma mai e poi mai potranno
schierarsi pubblicamente dalla parte di Israele. Ma noi, uomini e
donne liberi e di buona volontà che non siamo succubi di nessuno e di
alcunché, non possiamo continuare a restare silenti e inerti. Perché in
questo caso il silenzio equivale alla connivenza e l’inerzia equivale
alla complicità. Quando in gioco c’è l’affermazione e la difesa del
valore fondante della nostra umanità, la sacralità della vita che oggi
più che mai sulla scena internazionale si identifica nel riconoscimento
e nella salvaguardia del diritto all’esistenza di Israele, noi dobbiamo
essere in prima linea a favore della vita e contro chi deliberatamente
nega la vita. Impegniamoci con tutti gli strumenti umani e civili di
cui disponiamo. Documentiamoci seriamente per conoscere e diffondere la
verità che corrisponde alla corretta rappresentazione della realtà,
senza mistificazione e strumentalizzazione ideologica. Eleviamo la
nostra voce contro i nuovi nazisti islamici che vorrebbero imporci la
tirannide e l’oscurantismo. Denunciamo e ribelliamoci alla pavidità,
all’ingenuità, al buonismo e alla collusione ideologica di un’Europa
serva del dio denaro e di un’America dal fiato corto che pur di
salvarsi dai terroristi tagliagola si è arresa ai terroristi
taglialingua. Cari amici, vi saluto con la convinzione che è giunta
l’ora di assumerci la responsabilità storica di agire da protagonisti
per affrancarci dall’ideologia suicida del relativismo che affligge
l’Occidente e dall’ideologia omicida del nichilismo che arma
l’estremismo islamico, per affermare con coraggio e difendere con tutti
i mezzi la Civiltà della Fede e Ragione. Andiamo avanti insieme sul
cammino della Verità, Vita, Libertà e Pace, per un’Italia, un’Europa e
un mondo che considerino centrali i valori e le regole, della
conoscenza oggettiva, della comunicazione responsabile, della sacralità
della vita, della dignità della persona, dei diritti e doveri, della
libertà di scelta, del bene comune e dell’interesse generale,
promuovendo un Movimento di riforma etica dell’informazione, della
società, dell’economia, della cultura e della politica. Con i miei
migliori auguri di sempre nuovi traguardi e successi ed un mondo di
bene. Magdi Cristiano Allam - Dal sito Amici di Magdi Cristiano Allam
Anche
la prima pagina dell’Osservatore Romano di oggi è dedicata
all’importante discorso che Benedetto XVI ha tenuto ieri ricevendo in
Vaticano i partecipanti a un Simposio dedicato a Pio XII e promosso
dall’associazione ebraica newyorkese “Pave the Way Foundation”. Il
titolo del quotidiano vaticano rende onore a quanto il Papa ha voluto
dire: «Pio XII e gli ebrei. Verità storica senza pregiudizi». In
sostanza, Benedetto XVI ha invitato a riconoscere, dopo anni che un
Pontefice non si esprimeva con questa forza in merito, l’azione
umanitaria di Pacelli durante la persecuzione nazista e fascista: «Con
paterna e coraggiosa dedizione - ha detto il Papa -, Pio XII evitò il
peggio e salvò numerosi ebrei». Il discorso di Benedetto XVI è
significativo perché manifesta, con un’enfasi che non si registrava
addirittura dal lontano 1964 quando Paolo VI si recò in Terra Santa,
l’intenzione della Chiesa di arrivare a mettere la parole fine intorno
alle accuse di reticenza e di silenzio mantenuti da Pacelli nei
confronti delle persecuzioni ebraiche ai tempi del nazismo. Ciò che
sullo sfondo resta ancora aperto, tuttavia, è se questa parola fine
comprenda o meno lo sblocco definitivo della causa di beatificazione
dello stesso Pio XII. Spetta a Benedetto XVI, infatti, decretare
«l’eroicità delle virtù» di Pacelli così come ha già sancito, più di un
anno fa, la riunione plenaria dei cardinali e dei vescovi della
congregazione per le cause dei santi. Se il Papa prenderà a breve
questa importante decisione, ancora non è dato saperlo. Le resistenze
fuori dalla Chiesa sono tante, come tante sono quelle interne. Lo
dimostra l’uscita di ieri della Civiltà Cattolica, la prestigiosa
rivista dei gesuiti super visionata dalla segreteria di Stato vaticana.
Con un tempismo forse non voluto ma che testimonia una certa confusione
nel governo vaticano, la Civiltà Cattolica ha voluto proprio ieri non
nascondere l’«imbarazzo» per l’atteggiamento della Santa Sede al
momento del varo delle leggi razziali da parte di Benito Mussolini.
Allora, scrive la rivista dei gesuiti, il Vaticano «scelse di agire con
mezzi discreti e puntando sull’efficacia della propria diplomazia
domestica», finalizzando la propria azione «a mettere in salvo prima di
tutto gli ebrei italiani convertiti al cattolicesimo». Insomma, parole
differenti per contenuti e toni da quelle pronunciate sempre ieri dal
Papa. Paolo Rodari - Palazzo Apostolico 9月18日
 Mio
caro Malacoda, ovviamente ti sarai perso il discorso di Benedetto XVI
al College des Bernardins a Parigi, quello scambiato per una lectio
agli intellettuali, mentre era, se lo leggerai attentamente, rivolto
soprattutto al popolo di Dio e ai suoi pastori. Io ti ho detto di
marcarlo stretto questo Papa, ma tu non mi dai retta. Cos’ha detto
Joseph Ratzinger di così nocivo per noi? Non che l’Europa deve inserire
nella sua Costituzione i valori cristiani su cui si è fondata, ma –
affermazione molto più pericolosa – che la sua radice è di natura
religiosa, tutto discende dal “quaerere Deum” cui si dedicarono i
monaci senza «l’intenzione di creare una nuova cultura e nemmeno di
conservare una cultura del passato». Non è opera da intellettuali. Ma è
«a causa di questa ricerca» che diventarono importanti le scienze, le
lettere e il lavoro, «la ragione e l’erudizione». E se lo sviluppo
della ricerca è conseguenza della preghiera (“ora”) ogni presunta
opposizione tra Chiesa e scienza va a farsi benedire. Ma c’è di peggio,
ed è la vicenda del canto. Dopo quarant’anni in cui la musica era
assurta a simbolo del ribellismo o del disimpegno il vecchio teologo
pretende di occupare anche questo territorio. Ricordo un prete che per
spiegare la creazione diceva: «Dio era molto felice, così felice che si
mise a cantare. Il creato è questo suo canto». Credevo fosse una sua
fissa, ora dal pulpito più alto sento ribadire che è essenziale per un
uomo e per una civiltà «riconoscere attentamente con gli orecchi del
cuore le leggi intrinseche della musica della stessa creazione», pena
il cadere nella «zona della dissimilitudine», smarrire se stessi. C’è
chi individuò il tarlo della società occidentale nella “crisi del
cappello” (gli uomini non lo portano più e quindi non salutano più con
deferenza – togliendoselo appunto – i loro simili), ma era un
sociologo, ben più serio è se un Papa dice che il vulnus del
cristianesimo è la crisi del canto. È la morte del moralismo (e di
tutta la rendita che ha significato per noi). Con la fine dell’eticismo
imperante, da questo discorso potrebbe discendere anche il tramonto
della Parola come idolo. La Parola – dice Ratzinger – è cosa troppo
importante per essere ridotta a regola, la Parola di Dio è rapporto,
quindi «legame e libertà», «ci raggiunge soltanto attraverso la parola
umana… attraverso gli uomini… e la loro storia». Per questo «il
cristianesimo non è semplicemente una religione del libro». Capisco che
il professor Schiavone (vedi Repubblica del 15 settembre) si entusiasmi
e cerchi di approfittarne: il Papa ha detto che «tutto è storia». In
realtà ha detto che «questa Parola crea la storia», «continua a
lavorare nella storia e sulla storia degli uomini» dato che «in Cristo
Dio entra come persona nel lavoro faticoso della storia». La
conseguenza è quindi che la storia non è più autonoma (se mai lo è
stata), non può censurare questo attore che opera al suo interno,
perché «il fatto del Logos presente in mezzo a noi, è ragionevole».
Infine, visto che di storia si parla, il giudizio storico che stronca
le nostre velleità: l’Europa oggi è come il mondo greco-romano ai tempi
di san Paolo, nel suo disordinato cammino a tentoni cerca il “Grande
Sconosciuto”, nel cuore del suo dimenarsi e del suo bestemmiare «è
nascosta e presente la domanda circa il Dio ignoto». Hai presente il
guaio per noi se qualcuno si alza nelle accademie, nelle università,
nelle chiese e (non come citazione) dicesse: «Io ve lo annuncio»? Tuo affezionatissimo zio Berlicche - Da Tempi
Uno sconvolgente, umanissimo carteggio tra la Scrittrice e Rino Fisichella. E non vi è niente da aggiungere.  Uno
specchio dell’anima di Oriana Fallaci, un aspetto disperatamente umano
e inaspettato di questa donna celebre per il suo pensiero graffiante. È
il ritratto che emerge dal carteggio, noto ma mai divulgato sino ad
ora, tra la scrittrice e Monsignor Rino Fisichella. A convincere il
Rettore della Lateranense a rendere pubblica questa corrispondenza il
giornalista e amico Giuseppe De Carli, che aveva già avuto
l’opportunità di conoscerne i contenuti anni fa. Un epistolario che il
vescovo aveva sempre tenuto segreto, perché temeva venisse
strumentalizzato e perché, spiega lo stesso De Carli, non voleva che un
elemento della sua vita privata fosse utilizzato per fargli pubblicità.
Alla fine l’insistenza di un amico e la convinzione che queste lettere
offriranno un ritratto positivo della sua amica Oriana hanno avuto la
meglio. Sarà dunque proprio monsignor Fisichella a commentare, questa
sera per la prima volta, parte del carteggio presso i Giardini
dell’Episcopio, a Lodi. "Vorrei incontrare Ratzinger" New York, giugno 2005 Monsignore,
Lei mi ha commosso. Naturalmente sapevo bene chi fosse il Rettore della
Lateranense, il vescovo che ragiona al di là degli schemi e senza
curarsi dei Politically Correct. Ma a leggere la Sua intervista al
Corriere ho rischiato davvero la lacrimina. Io che non piango mai. E mi
sono sentita meno sola come quando leggo uno scrittore che si chiama
Joseph Ratzinger... Il guaio è che sono molto malata. Ormai l’Alieno mi
divora perfino gli occhi. Medea e i suoi figli ho dovuto dettarlo come
Milton che da cieco dettava, mi si perdoni il paragone, La Storia
d’Inghilterra e Il Paradiso Perduto. E questo mi confina a New York...
Prigioniera delle chemioterapie e delle radioterapie, non posso
allontanarmi. Ci proverò lo stesso, prima o poi. Tanto più che vorrei
parlarLe anche dell’importantissima cosa di cui suppongo sia al
corrente... Vale a dire il mio desiderio d’incontrare, zitta zitta e
lontano da occhi indiscreti, Sua Santità. Sa, è un desiderio che mi
accompagna da quando incominciai a leggere i suoi libri. E che non
cercai di esaudire subito perché lavoravo giorno e notte a La Forza
della Ragione. Poi perché l’Alieno si scatenò e non stavo nemmeno in
piedi. Dopo, perché stavo completando la Trilogia con L’intervista a me
stessa e L’apocalisse. Infatti quando venne eletto Papa feci sì
capriole di gioia ma nel medesimo tempo pensai: «Oddio. Ora non potrò
più vederlo». E con un sospirone avvilito mi rassegnai... La ringrazio
di nuovo. Ripetendo che mi piacerebbe conoscere anche Lei, La saluto
caramente... "Io i veli in testa non li porto neanche morta"
Era il 16 agosto, mancavano 11 giorni all’appuntamento con Benedetto
XVI quando Oriana scriveva: Per quel sabato o lunedì m’è sorta una
domanda angosciosa. Una preoccupazione che non mi aveva mai sfiorato il
cervello. Oddio, oddio: non ci vorranno mica abiti da cerimonia?!? Io
quelli non li ho. O non più, anche considerando i 38 chili che ormai ci
sguazzano dentro. Io ho soltanto spartane giacche da uomo. È lecito
imporle a un sovrano? A ciò si aggiunge l’incubo della testa coperta.
Io i veli in testa non li porto. Neanche morta. Neanche per coprire i
capelli lasciati dalla chemioterapia. Di copricapo acconci non ne
posseggo né saprei dove trovarli. Se l’etichetta li impone, come si
fa?!? Sembrano scemenze, invece non lo sono. In ventisei anni non mi
sono ancora rimessa dal trauma che soffrii a Qom col chador. Quello che
poi tolsi facendo infuriare l’ayatollah.
Pagina 1 - 2 - 3 Cecilia Lulli - Il Giornale 9月17日
 Aspirate
ai carismi più grandi! E io vi mostrerò una via migliore di tutte. Se
anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la
carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se
avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la
scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le
montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche
distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser
bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. La carità è
paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta,
non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non
si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia,
ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera,
tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno;
il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza
è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è
perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand'ero bambino,
parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma,
divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato. Ora vediamo
come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a
faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò
perfettamente, come anch'io sono conosciuto. Queste dunque le tre cose
che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande
è la carità! Paolo di Tarso
Il
giornalista del manifesto Alberto Piccinini sabato scorso ha passato
una bella serata. Potrebbe non fregarcene di meno se non fosse stato
egli stesso a rendere pubblico l’evento con un articolo uscito ieri sul
suo giornale; e se il motivo del suo godimento non fosse sintomatico
dell’aria che tira. Piccinini era andato in trattoria con la sua
compagna Valentina, e a un certo punto sono entrati - anche loro per
mangiare: mica per altro - alcuni ragazzi di Azione Giovani, appena
usciti dalla lì vicina festa di Atreju. «Valentina si è alzata»,
racconta Piccinini, «e ha fatto la mossa di andarsene. Sapete come sono
le ragazze: una volta non gli va bene il tavolo, l’altra volta hanno il
mal di pancia. Stavolta no: mi sono alzato anch’io, ho pagato il mezzo
conto e via. Fuori abbiamo preso un acquazzone da fine del mondo. Però
che bella serata». Ma sì: meglio tornare a casa bagnati fradici e a
digiuno piuttosto che cenare non dico alla stessa tavola, ma nello
stesso ristorante, non dico con dei fascisti, ma con dei ragazzi,
insomma, di destra. L’episodio ne ricorda un altro, celeberrimo e
sicuramente ancora impresso nella memoria di molti nostri lettori. È lo
stesso Piccinini a fare il collegamento: «Ai primi di giugno del 1971,
Giorgio Almirante si fermò all’autogrill Cantagallo, sull’A1. Al grido
di “né un panino né una goccia di benzina”, camerieri e benzinai lo
fecero ripartire a bocca asciutta e serbatoio vuoto». Fece tanto
clamore, quel fatto, da essere immortalato da due canzoni: una, di
Piero Nissim, attaccava così: «L’altro giorno sull’autostrada/ sul
versante che porta a Bologna/ viaggiava un topo di fogna/ affamato
voleva mangiar»; l’altra, del Canzoniere delle Lame, rivelava il
seguito: «... fu così che schiumante di rabbia/ se ne andò la
squadraccia missina». Sarà un caso, ma l’orgogliosa replica
dell’eroico incrociar le braccia del Cantagallo segue di pochi giorni
un’altra replica: quella di Adriano Sofri sul delitto Calabresi. Così
come Sofri ripete oggi quel che aveva scritto nel 1972, e cioè che
uccidere Calabresi fu un atto di giustizia, il manifesto scrive che i
topi di fogna non andavano serviti allora all’autogrill e non vanno
tollerati oggi sotto lo stesso tetto. Anche se non portano più la
camicia nera, anche se il loro leader ha appena fatto l’elogio
dell’antifascismo. È strano: Sofri e il manifesto avevano dismesso
da anni certi toni, ma ora c’è una parte della sinistra che sembra
subire una sorta di regressione. Una sinistra come ad esempio quella di
Caruso che parla di gambizzazioni, una sinistra che rispolvera il
tristo linguaggio degli anni di piombo: la giustizia proletaria, il
terrorismo di Stato, i fascisti che non devono parlare e neppure
mangiare. Però a volte nei giornali la grafica gioca brutti
scherzi. La rubrica di Piccinini stava proprio sopra un articolo contro
il razzismo. Essere antirazzisti vuol dire saper accettare il diverso,
ed è difficile immaginare che chi accetta il diverso per colore della
pelle non accetti il diverso per idee. Ma oggi «non si vive più come
persone, in questo Paese, non più come individui, ma come appartenenti
a sottocategorie (...) si sta facendo strada una catastrofica tendenza
alla semplificazione. Non solo il concetto democratico di cittadino, ma
anche quello cristiano di persona vanno sbiadendo, perché richiedono la
faticosa elaborazione di un giudizio caso per caso, di un rapporto
umano che sappia distinguere e sappia scegliere. Sappia guardare negli
occhi, un paio di occhi per volta e solo quelli. Il giudizio
all’ingrosso è più comodo e rapido, leva di mezzo l’incombenza di
rapportarsi al prossimo, cancella scrupoli etici e fatiche umane».
Sapete chi ha scritto queste parole? Michele Serra, ieri su Repubblica Pagina 1 - 2 Michele Brambilla - Il Giornale 17 settembre 2008
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