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日志


9月28日

Lo sapevate? Un vero matematico non può essere credente. L’attacco di Odifreddi a Israel


Possibile che un uomo astuto come Piergiorgio Odifreddi, rotto a tutte le matematiche del successo, inciampi così rovinosamente in un caso palese di odio personale, ma in fondo anche mistico, anche – Dio ci scusi – di razzismo religioso. Non scrivo antisemita perché poi mi fulminano, ma il sospetto ce l’ho…

Il fatto è questo. Anzi l’antefatto. Il professor Giorgio Israel, insigne matematico, nonché collaboratore del ministro Mariastella Gelmini, viene accusato in maniera ignobile e anonima, proprio per il contributo dato alla riforma delle scuole superiori. Il nome non inganna: Israel è ebreo, e per di più non è di sinistra, dà una mano (istituzionalmente) al governo Berlusconi.

Bersaglio perfetto delle classiche accuse sugli ebrei da far fuori. Sui blog viene anonimamente preso di mira con queste parole studiatamente infami: “Dicono sia lui il vero autore della riforma Gelmini. Non ti è venuto il prurito a leggerne il cognome?”. E via così. A questo punto Odifreddi interviene a difendere il matematico, docente alla Sapienza, solidarizza contro questo assalto antisemita.

Si capisce però che la cosa non gli va, gli sta qui. Israel porta questo nome con cognizione di fede, non se lo trascina come un attributo secondario, è la sua essenza di uomo.

Odifreddi al contrario è un militante dell’ateismo. Ce l’ha a morte con la Bibbia (in particolare con il cattolicesimo, ma anche con Abramo e i suoi primi seguaci nonché fratelli maggiori dei cristiani, non scherza). Ed allora esplode.

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Da Il Sussidiario

9月27日

Per i principi etici gran brutto segno


In Europa iniziata la VII Legislatura

PER SOTTOSCRIVERE LA LETTERA APERTA Giovedì scorso, 17 settembre 2009, esaminando una recente legge lituana, che prevede tra l’altro l’assenza di propaganda omosessuale dai luoghi abitualmente frequentati dai minori, il Parlamento Europeo ha ritenuto, a larga maggioranza, questa norma una riprovevole “discriminazione in base all’orientamento sessuale”, chiedendo alla Lituania di emendarla. Ogni commento, anche di semplice buon senso, è superfluo.

I Rappresentanti di «World Youth Alliance» (Alleanza mondiale della Gioventù) hanno emesso un comunicato sulla Risoluzione in oggetto in cui dicono tra l’altro: «I giovani europei, specialmente gli irlandesi, sono convinti che la Risoluzione votata giovedì 17 settembre dal PE contro una legge lituana riguardante questioni di famiglia, comprometta i principi di sussidiarietà, già tutelata dalla legislazione europea ed, in particolare, nel nuovo protocollo del Trattato di Lisbona. Su questa Risoluzione deve rimanere aperto il dibattito, dato che gli irlandesi voteranno nuovamente il Trattato di Lisbona il prossimo 2 ottobre.» Ed è da notare, come sostengono i Vescovi irlandesi in una recente nota, che «la situazione è cambiata dal referendum del giugno 2008 con l’aggiunta di garanzie giuridiche per rispondere alle preoccupazioni espresse in quel momento.»

Perché è un gran brutto segno? Perché conferma che anche il nuovo Parlamento europeo ha ed avrà un deriva relativista, che cercherà di imporre uniformemente in tutti i 27 Paesi. Ovviamente nel nostro Paese, salvo mio errore ma non credo, di ciò non è stata data alcuna informazione. È un gran brutto segno perché ancora una volta non sarà possibile alcun accordo per promuovere, nell’interesse di tutti, la vita, la famiglia, l’educazione, come nelle precedenti legislature. Ci si troverà di fronte ad un orientamento prevalente ostile all’uomo, e ad una burocrazia arrogante ed invadente. Tra poco più di tre mesi sarà il turno della Presidenza spagnola!

I quattro Paesi tuttora “recalcitranti” a ratificare il Trattato di Lisbona sono Irlanda, Polonia, Repubblica Ceca e, in misura minore, Germania. Almeno tre di questi (Irlanda, Polonia, Rep. Ceca, oltre alla Gran Bretagna) hanno negoziato ed ottenuto deroghe soprattutto per quel che riguarda la Carta europea dei diritti fondamentali e la giurisprudenza conseguente.

La Carta è un documento ambiguo, che, soprattutto per la difesa della vita, della famiglia e della libertà di educazione, prevede tutto ed il contrario di tutto. Il tristemente noto articolo 9 tratta del diritto di costituire una famiglia e, separatamente, del diritto di sposarsi. (Coppie di fatto, coppie omosessuali, ecc. tutto contemplato.)

Apparentemente comunque non dovrebbe sussistere alcun problema, visto che i Trattati riconoscono la competenza dei singoli Stati a proposito del diritto di famiglia; tutto vero, ma il Trattato di Lisbona recepisce al suo interno la Carta rendendola obbligatoria, così come la conseguente giurisprudenza della Corte di giustizia.

L’ambiguità della Carta e l’orientamento della maggioranza vanificano di fatto le competenze degli Stati e dell’Unione, previste dai Trattati. L’obbligatorietà della Carta prevede che i Paesi membri ne rispettino i contenuti, secondo l’interpretazione corrente in quel momento e secondo l’interpretazione giuridica della Corte di giustizia. L’Italia ratificando il Trattato di Lisbona senza eccezione alcuna, si è impegnata a questo.

Quale è la conseguenza pratica: possiamo smettere di accapigliarci per le coppie di fatto, per le unioni di persone dello stesso sesso, per il rispetto all’obiezione di coscienza: ci siamo solennemente impegnati a far decidere altri per noi, ed a rispettarne le decisioni.

Indipendentemente dagli orientamenti politici, quando recentemente il Governo ha preso posizione contro l’arroganza della Burocrazia europea, i nostri organi di informazione e le forze politiche, sapendo cosa c’è in gioco, come hanno appoggiato l’iniziativa? L’hanno strumentalizzata e asservita alle polemiche domestiche spesso banali e di “bassa cucina”, come per nessun altro Paese succede.

Questo, in un’atmosfera ovattata di retorico europeismo, ci dovrà capitare, probabilmente con l’accordo di parte della nostra opinione pubblica e delle forze politiche. L’Europa ci vuole, l’Europa la vogliamo, ma l’Europa dei popoli, rispettosa delle diversità culturali, e con una burocrazia che torni nell’ambito dei propri compiti istituzionali.

PER SOTTOSCRIVERE LA LETTERA APERTA AL MINISTRO ITALIANO PER LE POLITICHE COMUNITARIE, DOTT. ANDREA RONCHI
AL SEGRETARIO GENERALE DELLA CEI, SER MONSIGNOR MARIANO CROCIATA


Cultura Cattolica

9月24日

La vera stoffa di un popolo

  • E' nei momenti di grande emozione che emerge la vera stoffa di una persona o di un popolo. Il lutto che ha colpito l'Italia qualche giorno fa con l'uccisione di sei soldati a Kabul ha mostrato che il popolo italiano c'e' ancora, sa stringersi intorno ai soldati impegnati in difficili missioni in terre lontane, è fedele alle tradizioni religiose dei padri, insomma, non e' quella massa di edonisti relativisti che la pseudoinformazione vuol far credere.

9月23日

Agente segreto di Cristo

Oggi post lunghetto; ma è troppo bello e commovente! Lo lascio un po' di giorni così potrete leggerlo con calma. E avrete modo di pensare...


A Grevinec, i compagni italiani erano attesi: il dirigente del reparto agitazione e propaganda li prelevò all’ingresso del villaggio e li guidò alla sede del soviet rurale dove il primo segretario del comitato distrettuale del Partito e il presidente del colcos li accolsero con parole di circostanza che la compagna Nadia Petrovna tradusse puntualmente.
Peppone rispose recitando il discorsetto che aveva diligentemente mandato a memoria e, alla fine del suo dire, batté anche lui le mani, applaudendo chi l’applaudiva.
Oltre ai pezzi grossi, c’era altra gente e si trattava, come risultò dalle spiegazioni con le quali la compagna Nadia corredò le presentazioni, dei responsabili dei vari settori: allevamento bovino, allevamento suino, coltivazione, frutticoltura, macchinario e via discorrendo.
Il salone delle assemblee dove si svolgeva il ricevimento dava soprattutto l’idea di un magazzino, anche perché l’arredamento era costituito da un rustico tavolo centrale con annesse panche, e da un ritratto di Lenin appeso alla parete.
Il comitato dei festeggiamenti del colcos aveva provveduto a fare adornare il ritratto di Lenin con una frasca verde che girava tutt’attorno alla cornice luccicante di porporina d’oro, ma ciò non sarebbe bastato a rendere caldo e ospitale l’ambiente se la lunga tavola non fosse stata ingentilita da una generosa decorazione di bicchieri vuoti e di bottiglie piene di vodka.

Un bicchierozzo di vodka, buttato giù come fosse un bicchiere di lambrusco, riscalda rapidamente le orecchie e Peppone si trovò, in pochi secondi, col motore al massimo di giri. Cosicché, quando la compagna Petrovna ebbe spiegato che il colcos di Grevinec era uno dei più efficienti avendo raggiunto le massime punte nella produzione del latte, dei suini e dei cereali, domandò la parola e, piantatosi davanti al compagno Oregov, disse con voce ferma, staccando proposizione da proposizione, in modo da lasciare il tempo alla Petrovna di tradurre:
«Compagno, io vengo dall’Emilia: da quella regione, cioè, dove, esattamente cinquant’anni fa, esistevano, uniche in Italia e fra le pochissime del mondo, cooperative proletarie perfette. Una regione con agricoltura intensamente meccanizzata, e con una produzione di latticini, salumi e cereali fra le prime del mondo come quantità e qualità. Al mio paese, io e i miei compagni abbiamo fondato una cooperativa agricola di braccianti che ha avuto l’alto onore di ricevere dai fratelli dell’Unione Sovietica il dono più gradito!...».
Peppone trasse dalla sua borsa di pelle un fascio di fotografie che porse al compagno Oregov, e le fotografie rappresentavano l’arrivo trionfale in paese di «Nikita», il trattore ricevuto in regalo dall’URSS, il trattore stesso in azione di dissodamento sulle terre della cooperativa agricola «Nikita Kruscev» e mercanzia del genere.
Le grandi fotografie girarono da mano a mano e suscitarono in tutti viva impressione, a cominciare dal compagno Oregov.
«Procede l’opera di smantellamento del capitalismo» continuò Peppone «e, se non siamo ancora alla fase finale, siamo però a buon punto e, come potrebbe dirvi meglio di me il compagno Tarocci che appartiene alla mia stessa regione, è fatale che i privilegi dei proprietari e del clero vengano cancellati dalla lavagna della storia e incominci l’era della libertà e del lavoro. Le cooperative agricole modellate sui colcos, oltre alle aziende statali sul tipo dei sovcos, sostituiranno, fra non molto, l’attuale forma di conduzione schiavistica delle tenute agricole e, come è facile capire, è per me di grandissimo interesse conoscere del colcos ogni particolare tecnico e organizzativo. Vorrei quindi che tu, compagno Oregov, pregassi i compagni dirigenti del colcos di Grevinec di mettermi dettagliatamente al corrente dell’esatto funzionamento del colcos in ogni minimo settore.»
Il compagno Oregov fece rispondere che si rendeva conto dell’importanza della richiesta e promise di fare del suo meglio per venire incontro al giustificato desiderio di Peppone.
Poi parlottò coi dirigenti del colcos e, alla fine, la compagna Nadia riferì a Peppone:
«Compagno, il tuo particolare interesse per l’aspetto tecnico e organizzativo è stato riconosciuto da tutti. Ma, se io rimanessi qui a disposizione tua e dei dirigenti del colcos, i tuoi compagni non potrebbero compiere quella completa visita al colcos che è stabilita dal programma. Fortunatamente, fra i tecnici qui presenti, c’è qualcuno che potrà spiegarti ogni cosa senza bisogno d’interpreti».
La Petrovna s’interruppe e fece un cenno. Dal gruppo dei dirigenti si staccò un uomo bruno, magro, in tuta da meccanico, fra i trentacinque e i quarant’anni.
«Il responsabile dei reparti meccanizzazione, rifornimenti, coordinamento lavori» spiegò la compagna Petrovna presentando l’uomo a Peppone «Stephan Bordonny, italiano.»
«Stephan Bordonny cittadino sovietico» precisò l’uomo magro, porgendo la mano a Peppone ma guardando la Petrovna. «Cittadino sovietico come i miei figli.»
La Petrovna sorrise per nascondere il suo imbarazzo:
«Hai ragione, Stephan Bordonny» rettificò. «Dovevo dire “d’origine italiana”. Mentre noi proseguiamo la visita, tu rimarrai a disposizione del compagno senatore Bottazzi.»
La compagna Petrovna se ne andò per raggiungere il gruppo e don Camillo fece l’atto di seguirla, ma Peppone lo bloccò:
«Tu, compagno Tarocci, resterai con me e prenderai nota di tutto quanto ti dirò io».
«Agli ordini» borbottò don Camillo a denti stretti.

«Sei membro del Partito?» s’informò Peppone uscendo dalla baracca del soviet a fianco dell’uomo magro.
«Non mi è stato ancora concesso quest’onore» rispose con voce impersonale l’altro.
Era di una gelida cortesia: mentre don Camillo s’affaccendava a prendere appunti su un libretto di note, il cittadino Stephan Bordonny rispondeva con esattezza a ogni domanda di Peppone, ma si notava in lui lo sforzo per cercare d’esprimersi col minor numero di parole possibile.
Conosceva perfettamente il funzionamento del colcos in ogni minimo dettaglio. Citava con sicurezza date e dati. Ma non aggiungeva mai niente di più.
Peppone gli offerse un mezzo toscano ed egli cortesemente lo rifiutò.
Con un semplice «grazie» rifiutò la «Nazionale» offertagli da don Camillo. Siccome gli altri fumavano, trasse di tasca un pezzetto di carta da giornale, un pizzico di makorka
Visitarono il silos per il frumento, poi il capannone dov’erano contenuti i mangimi speciali, i disinfettanti per i trattamenti dei frutteti e gli attrezzi agricoli per il lavoro manuale.
Tutto esattamente ordinato e catalogato.
In un angolo c’era una strana macchina nuova di zecca e Peppone domandò a cosa servisse.
«A cardare il cotone» rispose il cittadino sovietico Stephan Bordonny.
«Il cotone?» si stupì don Camillo. «Con questo clima, voi coltivate il cotone?»
«No» rispose l’uomo.
«E come mai si trova qui?» insisté don Camillo.
«Un errore di smistamento» spiegò l’uomo. «È arrivata al posto di una macchina setacciatrice per la selezione del seme di frumento.»
Peppone fulminò don Camillo con un’occhiata atomica, ma don Camillo, ora che aveva trovato un uncino, ci si aggrappò:
«E voi selezionate il grano con una macchina per cardare il cotone?».
«No» rispose glaciale l’uomo magro. «Usiamo una macchina selezionatrice costruita con mezzi nostri, nella nostra officina.»
«E quelli che hanno ricevuto la selezionatrice, con cosa cardano il cotone?»
«È cosa che non interessa il colcos di Grevinec» rispose l’uomo.
«Errori di questo genere non dovrebbero succedere» osservò vilmente don Camillo.
«La vostra patria è trecentomila chilometri quadrati» comunicò con voce ufficiale l’altro. «L’Unione Sovietica è oltre ventidue milioni di chilometri quadrati di superficie.»
Intervenne Peppone:
«Stephan Bordonny» disse spedendo una zampata sul piede sinistro di don Camillo «sei tu l’addetto a questo magazzino?».
«No, io collaboro. Vi interessano gli allevamenti di bestiame»
«Mi interessa il parco macchine agricole» rispose Peppone.
Il capannone delle macchine agricole non si presentava bene perché non assomigliava neppure a un capannone ma era una gran baracca con le pareti di legno e paglia e il tetto coperto di rugginosa lamiera.
Però, una volta entrati, c’era da rimanere a bocca aperta. Sul pavimento di terra battuta non c’era un bruscolo e le macchine, perfettamente ordinate, erano tirate a lucido come per l’esposizione campionaria.
Il cittadino Stephan Bordonny conosceva le macchine una per una, dall’a alla zeta: età, ore di lavoro compiuto, consumo, rendimento, potenza, come se avesse, dentro il cervello, uno schedario completo.
In fondo alla baracca c’era l’officina, l’unica parte costruita in mattoni. Una povera officina col minimo indispensabile d’attrezzi e macchinari, ma ordinata in modo tale da strappare le lacrime a Peppone.
Un grosso cingolato era sotto cura e i pezzi del suo motore si allineavano su un banco. Peppone ne tolse uno, lo guardò, poi guardò il cittadino Stephan.
«Chi è che ha rettificato questa roba?» domandò.
«Io» rispose sempre con indifferenza Stephan.
«Con quella specie di tornio!» esclamò Peppone indicando un vecchio e scassato arnese che poteva ricordare, appunto, un tornio.
«No» spiegò l’altro. «Con la lima.»
Peppone guardò ancora il pezzo. Poi ne tolse su un altro dal banco e lo considerò con pari stupore.
Infisso nel muro, sopra il banco, c’era uno spezzone di ferro e una biella penzolava da esso, legata con un pezzo di spago.
Stephan prese un punteruolo e percosse la biella che risuonò come una campanella.
«Dal suono che manda, si sente se è sbilanciata» spiegò l’uomo deponendo il punteruolo. «Questione d’avere un po’ d’orecchio.»
Peppone si tolse il cappello e si asciugò il sudore:
«Vecchio mondo» esclamò. «Io avrei giurato che quello fosse l’unico a usare questo sistema e, invece, te ne trovo un altro, qui, in mezzo alla Russia!»
«Quello chi?» s’informò don Camillo.
«Il meccanico di Torricella» rispose Peppone. «Era un fenomeno: preparava le automobili per i corridori. Venivano fin dall’estero. Un ometto che, a vederlo, non gli davi quattro soldi. Il secondo anno di guerra, un canchero inglese che voleva colpire il ponte sullo Stivone gli ha centrato la casa. È rimasto sotto le macerie lui, la moglie e i due figli.»
«Uno» precisò il cittadino sovietico Stephan. «L’altro, per sua fortuna, era soldato.»
Il cittadino sovietico Stephan Bordonny aveva parlato con una voce diversa dal solito.
«Mi fa piacere che qualcuno si ricordi ancora di mio padre» aggiunse.

Uscirono senza più parlare dall’officina. Trovarono, fuori, un cielo livido che minacciava tempesta.
«Io abito in quella casa là» disse Stephan. «Ci conviene arrivarci prima che venga giù il diluvio. Lì, aspettando che smetta di piovere, vi potrò fornire tutti i dati che ancora vi servono.»
Arrivarono alla casa proprio quando incominciavano a precipitare i primi goccioloni. Era una casa rustica, povera, ma pulita e accogliente, con una vasta cucina dalle travi annerite e la grande stufa.
Peppone non s’era ancora riavuto dalla sorpresa.
Presero posto alla lunga tavola.
«L’ultima volta che andai all’officina di Torricella» disse Peppone come parlando tra sé «fu nel 1939. M’era capitata una Balilla d’occasione e non riuscivo a capire cos’avesse il motore.»
«Una biella sbilanciata» spiegò Stephan. «L’ho sistemata io. Quelle cosette, mio padre le dava da fare a me. E, poi, andava bene?»
«Va ancora» rispose Peppone. «Allora, quel ragazzino magro col ciuffo nero sempre sugli occhi...»
«Avevo diciannove anni» borbottò Stephan. «Lei non aveva i baffi, allora...»
«No» intervenne don Camillo. «Se li è fatti crescere quando l’hanno messo in prigione per ubriachezza molesta e repugnante e schiamazzi notturni a sfondo antifascista. È in quell’occasione che ha guadagnato l’attestato di perseguitato politico acquistando il diritto di diventare senatore comunista.»
Peppone pestò un pugno sulla tavola.
«Ho fatto anche qualcosa d’altro!» esclamò.
Stephan continuava a guardare don Camillo.
«Eppure» borbottò alla fine «lei non ha una faccia nuova. È anche lei dei paraggi?»
«No» rispose in fretta Peppone. «Abita da quelle parti ma è un importato. Non puoi conoscerlo. Dimmi, piuttosto: come sei arrivato qui?»
Stephan allargò le braccia:
«Perché ricordare quello che i russi hanno generosamente dimenticato?» disse con voce ritornata gelida. «Se vi servono altre spiegazioni sul colcos, sono a vostra disposizione.»
Intervenne don Camillo:
«Amico» disse «non ti preoccupare se lui è senatore comunista. Parliamo da uomo a uomo. La politica non c’entra».
Stephan guardò negli occhi don Camillo e poi Peppone.
«Non ho niente da nascondere» spiegò. «È una storia che sanno tutti, qui a Grevinec, ma, siccome nessuno ne parla, vorrei non parlarne neppure io.»
Don Camillo gli allungò il pacchetto delle «Nazionali».
Fuori era scoppiato il diluvio e il vento buttava rovesci d’acqua contro i piccoli vetri delle due finestre.
«Sono diciassette anni che sogno di fumare una “Nazionale”» disse Stephan accendendosi una sigaretta. «Non posso abituarmi al makorka e alla carta da giornale. Mi spaccano lo stomaco.»
Inghiottì avidamente qualche boccata osservando poi il fumo azzurrino uscire lentamente dalla bocca.
«La storia?» continuò. «Ero soldato dell’autocentro. Un giorno i russi ci presero. Era la fine del ’42; neve e freddo da crepare. Ci spingevano avanti come una mandria di pecore. Ogni tanto qualcuno cadeva: se non si rialzava lo inchiodavano sulla neve fangosa della pista con una pallottola sulla fronte. Arrivò il mio turno e caddi. Capivo il russo e sapevo farmi capire: quando caddi, un soldato russo mi raggiunse e mi smosse col piede: “Alzati!”ordinò. “Tovarish” gli risposi “non ce la faccio più. Lasciami morire in pace.” La fine della colonna – io era uno degli ultimi – era già lontana una decina di metri e incominciava a nevicare. Mi sparò un colpo mezzo metro più in là della testa borbottando: “Vedi di morire alla svelta e di non mettermi nei guai”.»
Stephan s’interruppe: era entrato in cucina un gran fagotto coperto di tela da sacco grondante acqua e, caduta la tela da sacco, si vide una bella donna che dimostrava poco più di trent’anni.
«Mia moglie» spiegò Stephan.
La donna sorrise poi spiegò in fretta qualcosa in una strana lingua e disparve su per la scaletta a pioli che spariva nel soffitto.
«Dio aveva stabilito che campassi» continuò Stephan. «Quando rinvenni, ero in una isba, al caldo. Ero caduto a mezzo chilometro da qui, tra il villaggio e il bosco, e una ragazza di diciassette anni, tornando dal bosco dove era andata a far legna, aveva sentito dei lamenti uscire da sotto un mucchietto di neve. Era una ragazza robusta: mi aveva agguantato per il bavero del cappotto e, senza mollare la fascina che portava in spalla, m’aveva trascinato fino alla sua isba, come un sacco di patate.»
«Buona gente, i contadini russi» osservò Peppone. «Anche Bagò del Molinetto è stato salvato così.»
«Sì» riconobbe Stephan «ne hanno salvati parecchi, dei disgraziati come me. Però quella ragazza non era russa, ma polacca. L’avevano portata qui assieme al padre e alla madre perché c’era bisogno di gente che lavorasse la terra. Mi diedero da mangiare quel poco che avevano e mi tennero nascosto due giorni. Poi capii che la cosa non poteva durare e, siccome io e la ragazza riuscivamo a capirci bestemmiando il russo, le dissi d’andare dal capo del villaggio a spiegare che un soldato italiano disperso le era capitato in casa da poche ore. Le dispiaceva, ma andò. Ritornò di lì a poco assieme a un tizio armato di pistola e a due altri armati di fucile. Alzai le mani e mi fecero cenno di uscire. La capanna della ragazza polacca era la più lontana dal centro del villaggio e dovetti camminare un bel pezzetto sempre con le armi puntate alla schiena. Arrivammo finalmente nello spiazzo dove avete visto il silos. Un camion carico di sacchi di grano era lì e un vigliacco maledetto lo stava assassinando per rimetterlo in moto. Mi dimenticai il resto e pensai soltanto al camion; mi arrestai e mi volsi al capo: “Tovarish” gli dissi “quello scaricherà le batterie e non riuscirà più a rimetterlo in moto! Ordinagli di smetterla e di spurgare prima la pompa”. Il capo, sentendomi parlare in russo, rimase a bocca aperta, poi esclamò duro: “E cosa ne sai tu?”. Gli risposi che era il mio mestiere. Il maledetto continuava ad assassinare le batterie che già incominciavano a tirare gli ultimi. Il capo mi spinse avanti con la canna della pistola e, quando fu arrivato al camion, si fermò e gridò all’autista di smetterla e di guardare la pompa. Dal finestrino della cabina venne fuori la faccia melensa di un ragazzotto vestito da soldato. Non sapeva neanche di che pompa si trattasse. Era la prima volta che guidava un diesel. Gli dissi di darmi un cacciavite e, avutolo, tirai su il coperchio del cofano e, in quattro e quattr’otto, spurgai la pompa d’iniezione. Poi riabbassai il coperchio e gli allungai il cacciavite. “Adesso va” gli dissi. Dopo due secondi, il camion partiva.
«Mi portarono in una stanzetta della baracca del soviet e lì mi chiusero. Chiesi una sigaretta e me la diedero. Tornarono dopo dieci minuti e mi fecero uscire spingendomi, sempre con la bocca dei fucili contro la schiena, fino a una tettoia dove erano riparati alla bell’e meglio trattori e macchine agricole. Il capo m’indicò un cingolato e mi domandò perché non andasse. Feci portare dell’acqua bollente, riempii il radiatore e provai la messa in moto. Scesi subito: “C’è una bronzina fusa” spiegai. “Bisognerebbe smontare tutto, rifare la bronzina e rimontare. Ci vuole tempo.” Con quei quattro arnesi malandati che mi misero a disposizione, dovetti lavorare come un pazzo ma, quarantott’ore dopo, io stavo finendo di rimontare l’ultimo pezzo. Fu allora che arrivò un ufficiale con due soldati armati di parabellum. Rimasero a contemplarmi e, quand’ebbi finito e il radiatore fu pieno d’acqua bollente, io salii sul trattore. Dio aveva stabilito di salvarmi a ogni costo: il motore attaccò subito e marciava come un orologio. Lo provai con un giretto attorno alla tettoia, poi lo rimisi al suo posto. Mi pulii le mani con uno straccio, saltai giù e mi presentai all’ufficiale a braccia levate. Mi scoppiarono a ridere in faccia. “Te lo lasciamo, compagno” disse l’ufficiale al capo. “Sotto la tua responsabilità. Se scappa, paghi tu.” Allora mi misi a ridere io. “Signor capitano” risposi “la Russia è grande e io, al massimo, potrei scappare fino a quell’isba laggiù dove c’è una bella ragazza che mi piace molto, anche se mi ha denunciato al segretario del comitato distrettuale del Partito”. L’ufficiale mi guardò: “Tu sei un bravo lavoratore italiano: perché sei venuto a combattere i lavoratori sovietici?”. Gli risposi che ero venuto perché mi ci avevano mandato. Comunque, io ero capo meccanico dell’autocentro, e gli unici russi che avevo ammazzato erano i due polli finiti sotto le ruote del mio camion...»

Fuori il diluvio era diventato una vera burrasca. Stephan si alzò e andò a parlare in russo dentro un telefono militare da campo che era in un angolo. Tornò di lì a poco:
«Dicono che potete rimanere qui: gli altri sono rimasti bloccati alla stalla numero tre che è a casa di Dio».
Tornò a sedersi.
«E allora?» domandò don Camillo.
«Allora io incominciai un lavoro infernale perché rimisi a posto tutte le macchine, sistemai l’officina e la rimessa e, quando potei cominciare a pensare a me, la guerra era finita da due anni. Il padre della ragazza polacca era morto e io sposai la ragazza. Poi passarono degli altri anni e fu concessa la cittadinanza sovietica a me e a mia moglie.»
«E non hai mai pensato a tornare a casa?» insinuò don Camillo.
«A fare che? A vedere il mucchio di calcinacci sotto il quale marciscono mio padre, mia madre e mio fratello? Qui, adesso, mi trattano come uno dei loro. Anzi, meglio, perché io lavoro e il mio mestiere lo so fare. Chi si ricorda di me, laggiù? Sono scomparso nel niente, come uno dei tanti dispersi in Russia...»
Avvenne, a questo punto, una confusione maledetta e la porta si spalancò di botto lasciando entrare, assieme a uno scroscio d’acqua, una strana bestia, una specie di millegambe dalla pelle scura e viscida.
Con un urlo, la moglie di Stephan, balzata fuori da chi sa dove, si precipitò verso la porta e la richiuse. Allora la pelle viscida del mostro cadde e, liberati dallo sbrindellato telone cerato sotto il quale s’erano riparati dalla pioggia, apparvero sei bambini uno più bello dell’altro e in perfetta scala, dai sei ai dodici anni.
«Amico, accidenti quanto sei disperso in Russia!» esclamò don Camillo.
Stephan sbirciò ancora don Camillo:
«Eppure» ripeté «io vi devo aver visto da qualche parte».
«Probabilmente no» rispose don Camillo. «Comunque, anche se fosse, dimenticati d’avermi visto.»

Erano sei bambini educati: starnazzavano come gallinelle ma bastarono tre parole della madre per ammutolirli. Si misero a sedere tranquilli nella panchetta attorno alla stufa chiacchierando a bassa voce.
«Sono piccoli» spiegò la donna con un italiano strano, ma chiaro. «Avevano dimenticato la nonna malata.»
Don Camillo si alzò.
«Vorrei salutarla» disse.
«Sarà molto contenta» esclamò sorridendo la donna. «Non vede mai nessuno.»
Salirono per la scaletta a pioli e si trovarono in una bassa stanza a soffitta. Una vecchietta striminzita giaceva su un lettuccio dalle lenzuola candide, senza una piega.
La moglie di Stephan le parlò in polacco e la vecchia le bisbigliò qualcosa.
«Ha detto che il Signore benedica chi visita gli infermi» spiegò la moglie di Stephan. «È una vecchia donna e bisogna perdonare se la sua mente è ancora nel passato.»
Sopra la testiera del lettuccio, appesa al muro, era un’immagine e don Camillo si avvicinò curioso.
«È la Madonna Nera!» esclamò.
«Sì» spiegò sottovoce la moglie di Stephan. «È la protettrice della Polonia. I vecchi polacchi sono cattolici. Bisogna capire i vecchi.»
La moglie di Stephan s’esprimeva con molta cautela e un vago timore era nei suoi occhi.
Peppone risolse la situazione:
«Non c’è niente da perdonare» affermò. «In Italia sono cattolici non solo i vecchi ma anche i giovani. L’importante è che siano onesti. Noi avversiamo solo i maledetti preti che, invece di fare i ministri di Dio, fanno i politicanti.»
La vecchia le sussurrò qualcosa all’orecchio e la moglie di Stephan, prima di parlare, lanciò un’occhiata interrogativa al marito.
«Non sono qui per farci del male» la rassicurò Stephan.
«Vorrebbe sapere...» balbettò la donna arrossendo «vorrebbe sapere come sta... il Papa.»
«Anche troppo bene!» rispose ridendo Peppone.
Don Camillo, dopo aver armeggiato sotto il giubbotto, trasse un cartoncino e lo porse alla vecchia che, dopo averlo guardato con occhi sbarrati, tirò fuori faticosamente dalle coperte una piccola mano tutta ossicini e lo afferrò.
Poi parlò concitatamente nell’orecchio alla figlia.
«Dice se è proprio lui» tradusse con l’ansia nella voce la moglie.
«Lui in persona» confermò don Camillo. «Papa Giovanni vigesimoterzo.»
Peppone impallidì e si guardò attorno preoccupato, incontrando gli occhi stupiti di Stephan.
«Compagno» gli intimò don Camillo afferrandolo per un braccio e spingendolo verso la porta. «Scendi assieme a lui e andate a vedere come piove a pianterreno.»
Peppone tentò di protestare, ma don Camillo tagliò corto:
«Non t’impicciare, compagno, se non vuoi avere dei guai».
Rimasero soli don Camillo, la moglie di Stephan e la vecchietta.
«Dille che può parlare perché io sono cattolico come lei» ordinò perentorio don Camillo.
Le due donne parlottarono a lungo quindi la moglie di Stephan riferì:
«Dice che vi ringrazia e vi benedice. Ora, con quell’immagine che le avete dato, si sente maggior forza nell’aspettare la morte. Ha sofferto molto, vedendo mio padre morire come un cane, senza la benedizione di Dio».
«Ma avete dei preti che girano liberamente e arrivano fin qui!» si stupì don Camillo.
La donna scosse il capo:
«Sembrano preti, ma non dipendono da Dio ma dal Partito» spiegò. «Non sono buoni per noi polacchi.»
Fuori pioveva che Dio la mandava.
Don Camillo si strappò il giubbotto, cavò dalla finta stilografica il Crocifisso dalle braccia pieghevoli, l’infilò nel collo d’una bottiglia e lo dispose in mezzo al tavolino che era contro al muro, a fianco del lettuccio della vecchia. Trasse il bicchierino di alluminio che fungeva da Calice.
Un quarto d’ora dopo, allarmati dal lungo silenzio, Peppone e Stephan salivano, si affacciavano alla porta della soffitta e rimanevano senza parola: don Camillo celebrava la Santa Messa.
La vecchia, a mani giunte, lo guardava con occhi pieni di lagrime.
Quando la vecchietta poté ricevere la Comunione parve che la vita le rifluisse d’improvviso impetuosa nelle vene esangui.
«Ite, Missa est...»
La vecchia parlò convulsa all’orecchio della figlia che, d’un balzo, raggiunse il marito:
«Reverendo» disse ansimando «sposateci davanti a Dio. Ora siamo sposi soltanto davanti agli uomini».
Fuori diluviava: pareva che le nuvole di tutta la grande Russia si fossero concentrate nel cielo di Grevinec.
Mancava l’anello, ma la vecchia protese la mano e la consunta vera matrimoniale, un sottile cerchietto d’argento, si infilò nel dito della figlia.
«Signore» implorò don Camillo «non badate se mangio qualche parola o qualche periodo.»
Peppone pareva la classica statua di gesso: don Camillo interruppe un momento il rito e lo spinse verso la porta:
«Spicciati, porta su tutta la banda!».
Ormai la pioggia stava decrescendo rapidamente, ma don Camillo era lanciato e pareva una mitragliatrice: battezzò tutt’e sei i bambini con una rapidità da togliere il fiato.
E non è che, come aveva detto, mangiasse le parole o saltasse addirittura dei periodi interi. Diceva tutto quel che doveva dire, dalla prima sillaba all’ultima. Ma il fiato glielo dava Gesù.

Forse tutto era durato un’ora. Forse un minuto. Don Camillo non lo sapeva: si ritrovò seduto alla tavola di cucina, con Peppone al fianco e Stephan davanti.
Il sole, ora, sfolgorava, e, nell’angolo semibuio della stufa, sfolgoravano ancor più del sole occhi sgranati che cercavano gli occhi di don Camillo.
Don Camillo li contò ed erano sedici: dodici dei bambini, due della madre e due della vecchietta. Ma, questi, non erano incastonati in uno dei visi celati nella penombra della stufa, ma li aveva dentro il cervello don Camillo perché mai aveva visto due occhi guardarlo così e non poteva toglierseli dalla mente.
La compagna Nadia Petrovna comparve sulla porta.
«Tutto a posto?» s’informò.
«Tutto perfettamente a posto» rispose don Camillo alzandosi.
«Siamo grati al compagno Oregov che ci ha messo a disposizione un tecnico competente come il cittadino Stephan Bordonny» aggiunse Peppone stringendo la mano a Stephan e avviandosi verso la porta.
Don Camillo fu l’ultimo a uscire e, giunto sulla soglia, si volse e tracciò un rapido segno di croce sussurrando:
«Pax vobiscum».
«Amen» risposero gli occhi della vecchietta.
e si arrotolò abilmente una sigaretta.

G.Guareschi, Il compagno don Camillo, Milano, Rizzoli, 2002, pp. 97-115

9月21日

AI NOSTRI SOLDATI MORTI

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Preghiera del Paracadutista

Eterno, Immenso Dio che creasti gli infiniti spazi e ne misurasti le misteriose profondità, guarda benigno a noi, Paracadutisti d'Italia, che nell' adempimento del dovere balzando dai nostri apparecchi, ci lanciamo nelle vastità dei cieli.

Manda l' Arcangelo S.Michele a nostro custode; guida e proteggi l'ardimentoso volo. Come nebbia al Sole, davanti a noi siano dissipati i nostri nemici. Candida come la seta del paracadute sia sempre la nostra fede e indomito il coraggio.

La nostra giovane vita è tua o Signore! Se è scritto che cadiamo, sia! Ma da ogni goccia del nostro sangue sorgano gagliardi figli e fratelli innumeri, orgogliosi del nostro passato, sempre degni del nostro immancabile avvenire.

Benedici, o Signore, la nostra Patria, le Famiglie, i nostri Cari! Per loro, nell'alba e nel tramonto, sempre la nostra vita! E per noi, o Signore, il Tuo glorificante sorriso.

Così sia.

9月20日

La vita è un po’ cara

Newsweek mette la spina (staccata) della nonna in copertina e rilancia l’eutanasia nel dibattito sulla sanità

L’assassinio della nonna è un punto della riforma sanitaria americana che le parti rifiutano di discutere. Repubblicani e democratici stanno usando stili diversi per intorbidire il problema ineludibile del fine vita: i primi urlano, i secondi glissano. Durante l’estate una parte del mondo conservatore ha lanciato anatemi incandescenti su una presunta e implicita deriva della riforma sanitaria di Barack Obama verso l’eutanasia. Il senatore Charles Grassley dice che Obama vuole “staccare la spina alla nonna”; Sarah Palin ha fissato la comune definizione di “death panel”, la commissione del consultorio federale che secondo i critici convoglierebbe il rapporto privato fra paziente, medico e famiglia in una struttura burocratica che più o meno tacitamente propenderebbe per l’interruzione delle terapie.
La Casa Bianca si è preoccupata di smentire tutto, ha evitato di affrontare il problema culturale che sta sotto ai dettagli clinici e ha sedato il dibattito su quali responsabilità lo stato possa e debba assumersi nella gestione di un affare privato che deborda nello spazio dell’etica pubblica. La copertina dell’ultimo numero di Newsweek, il settimanale che da qualche mese si occupa di idee per sottrarsi all’abbraccio nullista dei magazine popolari, è dedicata alla “morte della nonna”.
Sullo sfondo bianco penzola una spina, naturalmente staccata. Il messaggio “iperbolico”, come dice il direttore, Jon Meacham, è che la questione della morte non può non essere l’oggetto di un dibattito franco, anche a costo di apparire cinici. Il riassunto rozzo della tesi è: se il trenta per cento del programma di copertura agli anziani viene usato per pagare le cure degli ultimi sei mesi di vita, il sistema non reggerà a lungo. “Il bisogno di risparmiare sulle cure agli anziani è l’elefante nella stanza della riforma sanitaria: tutti lo vedono ma nessuno ne vuole parlare”, scrive Evan Thomas. Nell’editoriale di Meacham si scopre che per due volte l’autore ha contribuito a decidere per la morte di un parente stretto. In un linguaggio limpido, ostentatamente esplicito, si trovano racconti in prima persona sulla nonna malata di cancro o lo zio costretto a letto da una patologia degenerativa per cui è stato deciso di staccare la spina con il pretesto di fare il suo bene (e l’effetto di fare il bene del bilancio federale). Il titolo di copertina, “The case for killing granny” (l’argomento per uccidere la nonna), non lascia spazio a sotterfugi: dice “killing”, non “cessare le sofferenze” o altre perifrasi ipercorrette. Gli istinti secolaristi di Newsweek, espressione della sinistra wannabe, invocano un (provocatorio) dibattito culturale su un tema che lasciato nel cassetto declassa la morte a procedura, e su cui Washington è chiamata a elaborare argomenti adeguati.

© 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO

di Mattia Ferraresi

Da noi, in Italia, ci siamo quasi... Staccheranno a tutti la spina prematuramente, così risaneranno il debito pubblico e riempiranno i buchi perenni della Sanità. Gli operatori sanitari forniranno nuove braccia all'agricoltura e, come ogni favola che si rispetti "Tutti morirono infelici e scontenti".
9月17日

48 ore, meno 2

IL FATTO - Siamo in Gran Bretagna. Jayden Capewell è nato dopo sole 21 settimane e cinque giorni di gravidanza. Male, per lui. Infatti le procedure ospedaliere stabiliscono che sotto le ventidue settimane non si è uomini, si è feti. E come tali non si ha diritto alle cure che consentirebbero, forse, di sopravvivere. Non importa quanto la madre Sarah abbia supplicato, l'applicazione delle linee guida è stata inflessibile, e Jayden, dopo due ore, è morto.
Neanche il funerale, le hanno permesso di fare. "Non ha i diritti di un essere umano, è solo un feto".
Quarantotto ore, e quei diritti li avrebbe avuti. Ma un regolamento è un regolamento, e neanche le lacrime di una madre lo possono cambiare.

ALCUNE CONSIDERAZIONI - Qualche volta sento dire che noi cristiani avremmo la vita semplice di chi obbedisce come una pecora. Chi dice questo è evidente che ha capito poco, molto poco di cos'è il cristianesimo. Essere cristiano vuol dire non potersi mai nascondere dietro una legge, un libro, un regolamento. Vuol dire condividere la passione di ogni uomo; non potere accettare che qualcuno ci dica di chi avere pietà, chi salvare, o quantomeno tentare di salvare, e chi no.

E questo è scomodo, estremamente scomodo, perchè vuol dire agire, non stare mai tranquilli, perché ogni cosa è giocata sulla nostra libertà. Il male molto spesso è banale, perchè vive di particolari e ideologia: burocrati che decidono se puoi vivere o morire. Leggono dei fogli e decidono se tu sei un uomo, o no; se sei troppo giovane, troppo vecchio, troppo malato, troppo diverso allora mi dispiace, non hai diritti, ci disturbi, possiamo fare di te quello che vogliamo.

Ti guardano crepare, anche se magari in fondo al cuore (che sempre è cuore di uomo) un dubbio sorge. Ma cedere a quel dubbio vorrebbe dire mettere in pericolo quella costruzione faticosamente messa in piedi; vorrebbe dire ammettere che quel "feto" che hai abortito o lasciato morire, quel malato a cui togli i mezzi per vivere è un essere umano. Vorrebbe dire guardarsi in faccia e riconoscersi per quello che si è.

Ed è terribile guardarsi in faccia per chi non conosce, non ammette il perdono.

Berlicche socio di  SamizdatOnLine

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Dieci cose Dieci

http://www.thinkcreative.it/wp-content/uploads/2008/11/spam.jpg

L’amico Maturin mi ha segnalato per una “catena” virtuale;

dire dieci cose che mi caratterizzano. Non è facile; come “ridurmi” a dieci cose? Ognuno di noi meriterebbe un romanzo a puntate oppure una soap-opera, con l’Ego spropositato che ci affligge! Bho, mo’ ce provo…

1) Mi nutro di gelato al cioccolato e di libri. Ne leggo almeno tre in contemporanea e non perdo neanche il filo!

2) Sono una simpatica rompipalle (dicono); comprensiva, non tengo il broncio, mi piace ascoltare… ma rompo le palle. Non mi piace dare consigli ne riceverne; odio le “istruzioni per l’uso”; preferisco adottare il metodo che mi viene suggerito dalla circostanza che accade. Non mi sento “programmata per…”

3) Amo la solitudine, ma resta un pio desiderio; tanti, tanti, tanti amici. Amici vicini e amici lontani, reali e virtuali; vecchi e nuovi, in poca o molta sintonia, ma sempre amici.

4) L’occupazione che preferisco e pensare (ma non mi faccio venire il mal di testa); il massimo della goduria? Un cestino di frutta secca, un buon bicchiere di vino rosso (ma buono, eh!), le mie sigarette e il caminetto acceso, con sottofondo musicale di Lucio Battisti o guardando il mio Milan che vince la Champion!

5) Mi piace cucinare, strimpellare con la chitarra, scrivere poesie, racconti… e cantare. Quando mi piace cantare! Mi piacerebbe anche danzare, oh, se mi piacerebbe!

6) Odio i film d’amore, i romanzi d’amore, le scene d’amore, le fiction; cioè odio tutto il romanticume. Il libro più bello sull’amore? Annuncio a Maria di Claudel.

7) Mi piacciono i films in bianco e nero, le foto in bianco e nero, ma la vita mi piace a colori.

8) Da giovanissima sognavo di essere un grande medico alla “E le stelle stanno a guardare”, un grande pugile come Cassius Clay, un caw-boy alla Tex Willer, una grande missionaria come Francesca Cabrini… Niente di tutto ciò si è realizzato. Che dite, è preoccupante che sognavo di essere un maschio?

9) Amo i fiori, le piante… ma non possiedo il pollice, e neppure il mignolo verde; si seccano subito. Solo il basilico resiste imperterrito!

10) Non ho paura di niente, neanche delle malattie; ma una fobia ce l’ho: I PENNUTI!!!

11) Tutto qui? Nooooo, c’è di tutto e di più!


Ora passiamo ai blog a cui consegnare il “testimone” (spero non mi maledicano…).

A tempo di Blog

Un luogo virtuale in cui si viene contagiati dalla serenità.

La Verità vi farà liberi

Un Amicus intelligente, colto, ironico. Di grande spessore, colmo di musica bella!

Alza Lo Sguardo

Una possibilità di viaggiare nel Paese dell’Anima.

Ciellino

Mi piace, mi piace, mi piace. E’ un po’ il mio pane quotidiano!

Cogitor

La saggezza della fede che da forma alle cose quotiane.

Diario Fenomenologico

Uno spazio in cui ci si sente “a casa”, dove l’umano non è mortificato.

La Roccia Splendente


E’ la mia “enciclopedia”; la Bellezza fatta scrittura.
Sivan

Un giudizio cristiano sulla realtà; “politicamente scorretto”ma dice il vero!

StellaNuova

Dolcissima amica, giovane e battagliera come Giovanna D’Arco.

Racconti Quotidiani

La bellezza e la profondità delle piccole cose che nutrono il cuore.

Tutto è compiuto; ho sudato le proverbiali sette camice ma ho assolto il mio compito. Non importa l’esito, importa … l’Obbedienza!


Ciao Maturin, grazie!
9月15日

Intimid-Azione


Era stato annunciato sui giornali, ora sono arrivate. Sto parlando delle denunce promesse dal padre di Eluana Englaro, qualche mese fa, nei confronti degli audaci che avevano osato parlare della morte della ragazza come di un omicidio legalizzato. In effetti un uso assolutamente sbagliato e strumentale dei termini: non si può chiamare "legalizzato" ciò che legale non è stato mai, ma voluto pervicacemente come un unicum inteso a fare male, a dividere, a colpire, a spezzare. (continua)

9月14日

Preghiera per un'amica

Stiamo lottando per Caterina

http://www.preghiereagesuemaria.it/images/rosario_don_giussani.jpg

Ringrazio immensamente tutti coloro che in queste ore pregano per mia figlia, Caterina, 24 anni, che si trova in coma all’ospedale di Firenze per un inspiegabile arresto cardiaco.

C’è una cosa importantissima e preziosissima che si può fare: pregare! Far celebrare messe e recitare rosari per la sua guarigione  è, in questo momento, la speranza più grande. Noi e gli amici lo stiamo facendo instancabilmente, anche con la recita della preghiera per ottenere l’intercessione di don Giussani (ve la copio qua sotto).

Io e tutta le mia famiglia ve ne siamo grati.

Che Dio vi benedica.

Antonio Socci

Signore Gesù, tu che ci hai donato don Giussani come padre e ci hai insegnato, attraverso di lui, la gioia di riconoscere la nostra esistenza come offerta a te gradita, concedici per sua intercessione la grazia della guarigione di Caterina. Te lo chiediamo per la sua glorificazione e per la nostra consolazione. Amen.

9月13日

Non ci basta

A molti, magari, capiterà di farlo dopo aver sfogliato il giornale. E servirà tempo per andare a fondo in quella proposta, per non lasciarla scorrere via in fretta, presi dall’affanno dell’anno che riprende e del lavoro che incalza di nuovo. Ma se lo avete già fatto, se avete già aperto il libretto allegato a questo numero, e scorso almeno l’Introduzione di quell’Assemblea che il mese scorso ha raccolto a La Thuile quattrocento responsabili di Cl di tutto il mondo, è probabile che abbiate sentito almeno un’eco del contraccolpo subìto da chi c’era.
Diciamoci la verità: con quel primo «non ci basta» buttato in pista da don Julián Carrón di fronte alla confusione che viviamo, qualche familiarità ce l’avevamo già. «Non ci basta una ripetizione, pur giusta, di un discorso pulito e corretto». Il cristianesimo non è una faccenda di parole, o di principi da applicare alla vita per sostenerla. «E questo lo sappiamo anche noi», aggiungeva Carrón: «Abbiamo ripetuto tante volte la cosa giusta, ma questo non ci fa stare in piedi, non ci fa respirare». Non ci basta, appunto. «Abbiamo bisogno di vedere davanti a noi persone che nel loro porsi, nel loro modo di affrontare il reale (…) introducono una luce, una chiarezza in mezzo alla confusione nel modo in cui vivono gli affetti, il lavoro, le circostanze». Abbiamo bisogno di testimoni. La fede vive di questo. Chi ha seguito Tracce - e il lavoro educativo di cui cerca di rendere conto - nell’ultimo anno, sa bene di cosa stiamo parlando.
Subito dopo, però, è arrivato un altro affondo. «Ma il testimone non basta. Il testimone ci mostra una reale possibilità più umana di vivere nelle circostanze cui siamo chiamati, e per questo ci colpisce; ma non basta, perché ciascuno di noi (io, tu) ha bisogno che accada nella sua vita, nelle circostanze che è costretto ad affrontare, cioè ha bisogno di fare l’esperienza personale di ciò che il testimone mostra. Perché diventi mio!».
Ecco, lì in parecchi sono rimasti spiazzati. Meglio: provocati. Perché non si tratta di una sterzata, di un cambio di direzione. Non ci sono cesure in questo passaggio, non ci sono salti, come se l’insistenza sulla testimonianza fosse da archiviare per passare ad altre parole “di moda”: giudizio, esperienza… È un percorso da fare (e nelle pagine di quel libretto lo trovate tutto, passo per passo). Perché una cosa è chiara, se si guarda alle nostre vite: solo in quel «mio» c’è tutto. Certezza e speranza. E se non arrivo a dire «mio», non posso neanche dire «io». «Senza che questo diventi veramente esperienza noi non cresciamo nella certezza della fede».
Per molti, il Meeting di quest’anno è stato proprio una documentazione di questo percorso, come abbiamo cercato di spiegare nel “primo piano”. E le vacanze pure. Ma pensate che prospettiva si spalanca per chi riprende le occupazioni “normali” dell’anno con questo passo chiaro da compiere, con questo lavoro avviato di paragone continuo tra ciò che ci accade e il nostro cuore, con questo approfondimento di certezza della Sua Presenza nelle nostre vite. Pensate che cosa può essere delle battaglie che ci attendono a scuola, sul lavoro, in famiglia. O nel contesto sempre più confuso e per certi versi barbaro - lo testimoniano le vicende di questi ultimi giorni - della vita pubblica: media, politica, cultura… Pensate che cosa accade se lì dentro, non un briciolo prima - in astratto - o una frazione di secondo dopo - come etichetta da appiccicare -, ma dentro il reale iniziamo ad accorgerci davvero della presenza inestirpabile di Chi, essendo risorto, domina il reale. Qui e ora.
Diceva san Gregorio Nazianzeno, in quella frase tanto cara a don Giussani: «Se non fossi tuo, mio Cristo, mi sentirei creatura finita». Ma se arriviamo a dire «mio»…

Da Tracce

9月12日

Colpirne 10 per educarne 100


 

Ma non facciamo ridere!
Di fronte alla vicenda di Eluana Englaro si è mossa l’Italia, e non solo i cattolici. Quanti si sono ribellati all’idea di far morire di fame e sete una persona, ancorché in “stato vegetativo persistente”! Forse i toni sono stati aspri, ma come essere “educati” quando si tratta di difendere una vita innocente?
Ebbene, che cosa è accaduto? Non solo si è fatta morire Eluana, ma ora, con una iniziativa che ha dell’incredibile, si vogliono perseguire coloro che hanno definito questa azione “omicidio”, sia pure legalizzato. E sono partite le denunce a 30 (trenta) (più o meno) siti che hanno usato questo termine. L’Italia si muove, e 30 siti vengono incriminati? Forse Beppino o i suoi Legali sono rimasti ai tempi delle Brigate Rosse: colpiscine uno per educarne cento! Beh, sono finiti, speriamo, quei tempi e credo che chiunque abbia a cuore la difesa della vita dirà: «C’ero anch’io».
Beppino, abbi il coraggio di guardare la realtà, non spaventarti se in molti, in Italia e nel mondo, (certo più di 30 siti) hanno giudicato il tuo gesto. Del resto la tua presenza continua sui vari mezzi di comunicazione ha voluto significare “parliamone!” (spero non solo “datemi ragione”, ma anche “datemi le ragioni”).
Ora, se chi ha cercato di dare delle ragioni, diverse o discordi dalle tue, deve “pagare” questo affronto, allora mi pare che si sia perso il senso del dialogare tra uomini.
Sono cattolico e sacerdote: e so per esperienza che mostrare la faccia ed esprimere le proprie opinioni va incontro a incomprensioni e giudizi (a volte anche malevoli): ma per questo non ho mai preteso di chiedere alla giustizia di “fare giustizia”. Preferisco, da sempre, la “forza delle ragioni” alle “ragioni della forza”. E questo mi ha fatto incontrare molti uomini, anche su posizioni diverse dalle mie.
Coraggio, guardiamo la realtà!
Don Gabriele Mangiarotti

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Fonte: CulturaCattolica.it

9月11日

Angelo o farfalla?

Una straordinaria immagine dal telescoio Hubble: la Farfalla del cosmo. Vola tutto intorno ai confini dell'universo.
Perchè farfalla, non potrebbe essere un Angelo?


Spazio, nuove immagini dal telescopio Hubble // Spazio, nuove immagini dal telescopio Hubble (Copyright ANSA Tutti i diritti riservati)

“C’est Fini !”: Galli, Mieli e la Chiesa

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/f/f2/Christian-albrecht-von-benzon,_the_death_of_Canute_the_Holy.jpg/400px-Christian-albrecht-von-benzon,_the_death_of_Canute_the_Holy.jpg

Voci insistenti sussurrano: “il Cavaliere è convinto che dietro i discorsi di Fini ci sia Paolo Mieli” (ieri un quotidiano lo ha anche scritto). Ma finora è rimasta in ombra la parte ecclesiastica di questo “progetto”. Provo a svelarla.

Che gli intellettuali della generazione sessantottina abbiano sempre aspirato a “dare la linea”, a etero-dirigere i leader politici e il Paese, magari grazie a una corazzata come il Corriere della sera, è risaputo. Ci provarono con Bettino Craxi e andò male perché li liquidò bruscamente come “intellettuali dei miei stivali”. Con Berlusconi il tentativo era impossibile per la sua atavica diffidenza verso quei cenacoli. Con Fini tutto è diverso. La sua ansia di legittimazione e il vuoto culturale che ha alle spalle si presta ad essere riempito (e così legittimato) da queste teste pensanti.

Ecco il senso della campagna di Galli della Loggia e del Corriere sui festeggiamenti per l’Unità d’Italia e sulla mancanza di un vero spirito nazionale nelle classi dirigenti. Costituisce una prima tappezzeria ideologica su cui può essere proiettata l’entrata in scena di Fini come nuovo leader di un centrodestra liberalnazionale (tipo Destra storica), in sostituzione di un Berlusconi che La Repubblica (e ora anche il Corriere) tentano di logorare quotidianamente e infine di affondare.

Una nuova “Destra storica” – questa di Galli e Fini – che ha, come la vecchia, un suo spirito ghibellino e Fini lo ha esibito negli ultimi quattro anni. Tanto è vero che l’altro strano editoriale recente di Galli sul Corriere era dedicato – guarda caso – all’abolizione del Concordato, idea bislacca per cui Galli si è inventato pure un’improbabile legittimazione cattolica, ma che di fatto entusiasma solo i radicali, sempre blanditi da Mieli e oggi tifosi dell’ex leader missino.

Il “trait d’union” intellettuale fra Galli della Loggia e il presidente della Camera pare sia Alessandro Campi, docente all’università di Perugia, collega e amico di Galli nonché “ghost writer” di Fini, forse ideatore pure della sparata che proclamava l’Italia “erede del politeismo” (quello di Nerone).

Ma c’è un altro vuoto che questo circolo intellettuale pensa di riempire per inglobare la Chiesa in quel progetto politico “gallofiniano”: è appunto il vuoto creatosi nella leadership cattolica dopo il pensionamento di Ruini e la defenestrazione di Boffo.

In realtà l’area Mieli-Galli ha avuto un buon rapporto con Ruini, ma per quei temi che riguardano l’identità giudaico-cristiana del’Occidente, per arginare – nel clima dell’11 settembre – quel cattoprogressismo terzomondista che strizza l’occhio all’Islam e detesta Stati Uniti e Israele. Invece il dissenso sui “valori non negoziabili” di Ruini è stato profondo, tanto che il Corriere di Mieli (schieratissimo) fu il vero sconfitto del referendum sulla legge 40 che nel 2005 vide vincitore Ruini.

Un nuovo orizzonte per questi circoli intellettuali e per Fini si apre con la fine dell’epoca Ruini. C’è un antefatto. Quando Bertone è diventato segretario di Stato vaticano ha reclamato il diritto di gestire in prima persona, dal Vaticano, il rapporto della Chiesa con la politica italiana, fino ad allora tenuto in esclusiva dal cardinale Ruini. Si è creato un certo conflitto con la Cei e alla fine ha vinto Bertone grazie al pensionamento di Ruini.

Ma il colpo di grazia è venuto con il “pensionamento” traumatico di Dino Boffo dalla direzione di “Avvenire”, perché Boffo era molto di più del direttore del giornale della Cei. Era lo stratega del ruinismo che puntava a fare dell’Italia il modello del cattolicesimo europeo.

Allora diventa significativo che ad assestare il colpo del ko a Boffo sia stato il direttore dell’Osservatore romano, Gian Maria Vian, parlando quasi come portavoce ufficioso di Bertone, proprio nelle ore successive all’attacco del “Giornale”. Con una intervista al Corriere della sera – pur esprimendo solidarietà umana per l’attacco di Feltri – ha sparato a zero sulla linea di Avvenire.

L’antagonismo fra le due linee si era evidenziata anche sui “valori non negoziabili” durante il caso di Eluana, quando le posizioni della Cei e di Bertone apparvero assai distanti, quanto quelle dell’Osservatore e dell’Avvenire.

In questi giorni altri segnali emergono con chiarezza. Ieri, per esempio, sulla pagina culturale di Avvenire, si poteva leggere che ad un convegno a Milano con Ruini e Galli della Loggia, è intervenuto Vian il quale, commentando le scelte di Ruini dopo la fine della Dc, ha testualmente definito “una sorta di araba fenice il Progetto Culturale di cui ora si incomincia a intravedere qualcosa”.

Qualunque giudizio si dia sul “Progetto Culturale” che ha connotato l’epoca Ruini alla presidenza della Cei, non si era mai visto un direttore dell’Osservatore romano attaccare così, esplicitamente e frontalmente, colui che è stato finora il leader della Chiesa italiana.

E’ solo un episodio? No. Per capire l’ “aria nuova” che tira, anche sui “valori non negoziabili”, basta vedere l’Osservatore del 9 settembre dove è apparso un articolo di Lucetta Scaraffia intitolato “Qual è la vita che difendiamo?”, il cui svolgimento è confuso, ma chiaro nella conclusione, obiettivamente assai critica verso la “cultura della vita” dell’epoca Wojtyla-Ruini.

Citando infatti Ivan Illich, la Scaraffia scrive: “Bisogna riflettere sulla provocazione di Illich: i cattolici devono essere capaci di trasmettere l’amore per la Vita come è intesa nelle parole di Gesù, una Vita che diventa amore per le creature sofferenti, e non continuare a diffondere e sostenere un concetto biologico astratto che è estraneo alla nostra tradizione, che spesso ci rende ideologici e poco credibili”.

Wojtyla è sistemato. Qualcuno potrebbe credere che – per quanto sia singolare leggere questi argomenti sull’Osservatore – si tratti di idee di una singola editorialista. Sennonché la Scaraffia – che, guarda caso, è pure la moglie di Galli Della Loggia – nell’epoca Vian (talvolta con gaffe e scivoloni) esprime un po’ la linea del giornale, come lo stesso Vian ha fatto capire nell’intervista al Corriere.

Di certo questo “nuovo approccio” è molto più compatibile con le posizioni laiciste di Fini rispetto a quello di Ruini. Infatti, emblematicamente, nel pieno del “caso Boffo”, Fini ha tentato una sortita in campo cattolico – a lui precluso da tempo – e al convegno delle Acli ha parlato, come un politico di centrosinistra, sul tema dei diritti politici degli immigrati. Proprio nei giorni in cui Berlusconi era in crisi con la Chiesa, con l’ambizione di soppiantarlo.

A questo punto non stupirà che sempre sull’Osservatore, il 13 agosto scorso, sia apparso un articolo di un intellettuale, di “area Galli”, che fa un monumento a Galli della Loggia stesso per la sua campagna sulle “celebrazioni per l’unità d’Italia” e suona una fanfara risorgimentale un po’ buffa sull’Osservatore, soprattutto laddove dice che “i fattori coesivi della nostra identità” sono “la lingua e il patrimonio letterario”.

Dimenticando la religione che poteva menzionare anche solo citando un risorgimentale cattolico come Manzoni, il quale cantava l’Italia “una d’arme, di lingua, d’altare/ di memorie, di sangue e di cor” (l’altare – almeno sull’Osservatore – vogliamo mettercelo?).

Tutto questo somiglia alla predisposizione di un retroterra ideologico di un nuovo centrodestra post-berlusconiano (che magari torna a inglobare l’Udc): potrebbe andare da Montezemolo alla Scaraffia, con Casini (Fiat Lucetta invece che Fiat lux). E magari Fini al Quirinale. Un disegno ambizioso. Probabilmente velleitario. Che però spiega bene il senso delle parole di Mieli, l’altroieri, al convegno di Milano, dove ha “consigliato” alla Chiesa di “dedicarsi ai laici in dialogo perché il soccombere di questa posizione provoca danni a tutti”.

Dunque se affonda “Papi”, avremo “Mieli Papa” ?

Fonte: “Libero” © 11 settembre 2009

Post scriptum

Lasciando da parte, per un momento, le questioni politiche, quello che più conta è la Chiesa. Dove c’è una certezza: Benedetto XVI. Che certo non si fa “influenzare” e il cui magistero  è sempre più luminoso. Penso che i cattolici debbano sentire l’urgenza di pregare per lui, perché Dio lo conservi a lungo alla guida della Chiesa e lo riempia della Sua Sapienza.

Antonio Socci

9月8日

Quella preghiera di verità per chi fatica

Quella preghiera di verità per chi fatica

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La tenerezza di Benedetto XVI

Quella preghiera di verità per chi fatica
«A voi affido le mie intenzioni»: così mentre scende la sera il Papa, pellegrino a Viterbo, si rivolge alle monache di vita contemplativa, pronto ad aprire il suo sguardo orante sul mondo e a rendere il sacrificio di lode a Dio per la Chiesa. La domenica è passata veloce tra grida di speranza e sguardi di futuro. Uomini, donne, giovani, vecchi, tante mani supplichevoli tese a rintracciare l’Apostolo, la forza che emana e si affaccia alla storia, colore di novità per rendere nuova l’avventura umana in Cristo. Forza non sua, non sua per merito. Pietro conosce l’uomo: l’Apostolo non ha né oro né argento, non altro vanto se non il nome preziosissimo del Maestro di Galilea. Il vero vanto di Pietro, il suo unico sostegno, è sapere di essere Vicario e Altro ha la libertà di passare per il suo corpo, per la sua parola. Altro, Colui al quale non si è neppure degni di sciogliere i calzari.

Le parole di Pietro restano per chi le ascolta, diventano storia per chi da esse si lascia acchiappare. Sono parole pesanti, cocenti, che seguono il ritmo dell’emozione. Parole di fiducia, di speranza, di trasformazione della storia in nome della verità che libera. Parole decisive che non consentono alibi a chi le rilegge nell’ora del silenzio, a chi, come le monache, comprende cosa abbia chiesto loro il Sommo Pontefice, quando con umiltà ha detto: "Pregate per me, pregate per i sacerdoti, i seminaristi, per le vocazioni. Pregate dunque per gli apostoli, per la loro missione. Siate con il vostro silenzio orante il sostegno a distanza".

Poesia che s’incarna nel rumore spumeggiante delle parole inutili, di quelle che vorrebbero piegare la verità a colpi di frastuoni assordati, di gazzarre feroci per sottomettere clienti e vendere merce scaduta. Sorprende la mistica rivoluzione del Pastore, sconvolge la parola del silenzio. Tra tantissimi volti commossi di uomini in cerca di futuro, pochi curiosi accorsi a cercare pretesti, a estrapolare virgole, tralasciano il ritmo della luce e si assentano, qualora siano mai stati davvero presenti, correndo altrove, prima che la festa arrivi al suo compimento, prima che l’Apostolo, dopo essersi inginocchiato dinanzi al Sacramento in adorazione, ai piedi della Madonna della quercia, abbia sciolto la preghiera per i viandanti del tempo, per i figli e i fratelli che il Maestro di Galilea gli ha affidato il giorno in cui lo ha scelto.

Benedetto parla a Maria da figlio, con i figli, si affida alla Madre e ci affida alle sue premure, implora la benedizione per l’Italia, per l’Europa, per il mondo e invocando la Vergine obbediente, la giovane di Nazareth, la Madre della Chiesa, l’Immacolata, la Vergine clemente, la madre dell’umanità, la stella della speranza, pronuncia i nomi dell’incontro per segnare il percorso dell’abbandono. La supplica è per chi soffre, per chi spera in un mondo migliore, per chi lavora per costruire una terra dove trionfi la giustizia e regni la fraternità, dove cessino l’egoismo e l’odio.

Un tenero sguardo alle famiglie, focolare di serenità, porto sicuro, uno sguardo che non trascura quelle che vivono la sofferenza, la crisi, la divisione. Tenerezza che abbraccia gli uomini e le donne del nostro tempo, i popoli e i governanti, e consola chi piange, chi soffre, chi pena per l’umana ingiustizia, sostegno di chi vacilla sotto il peso della fatica e guarda al futuro senza speranza. Quei pochi curiosi, accorsi per altri interessi, ora altrove, non hanno tempo di raccontare di un Papa in preghiera. Eppure, per comprendere il pensiero, la profondità delle parole di un uomo di Dio bisogna incontrarlo là dove la sua voce si scioglie nel canto della lode.

Gennaro Matino
Da Avvenire

9月6日

Le dimissioni di Dino Boffo

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di Assuntina Morresi

Alla fine del Meeting sono andata con la mia famiglia una settimana in vacanza alle isole Tremiti, senza computer. Pensavo: il Parlamento è chiuso, cosa vuoi che succeda in pochi giorni? Per una settimana, posso anche staccare.

Le ultime parole famose …. è letteralmente scoppiata la bufera. Mi riferisco allo scriteriato attacco al direttore di Avvenire, Dino Boffo, da parte di Vittorio Feltri, che da poco è tornato a dirigere “Il Giornale”. Vista la gravità assoluta della faccenda, è bene mettere un po’ di ordine.

     Vittorio Feltri la settimana scorsa ha sparato in prima pagina il contenuto di una lettera anonima che circolava da diversi anni e che, prendendo spunto da un’ammenda pagata da Dino Boffo, ne voleva dimostrare l’omosessualità.

Troppo semplice? No, i fatti sono veramente così.

Chiaramente non sono i fatti legati all’ammenda pagata da Boffo ad interessare “Il Giornale”, ma la sua presunta omosessualità, una tendenza inammissibile per chi dirige il giornale della CEI, e soprattutto – secondo Il Giornale – per chi come Boffo ha dato voce alle critiche a Berlusconi sulla faccenda delle escort, rispondendo ad alcune lettere di protesta.

Feltri ci dovrebbe spiegare per quale motivo un direttore di un giornale avrebbe dovuto ignorare le lettere dei suoi lettori: forse Feltri si comporta così?

Ma della presunta omosessualità del direttore di Avvenire non si parla in nessun documento ufficiale, neppure negli atti del fascicolo nelle mani del Tribunale - non sono stati resi pubblici, ma i giudici hanno dichiarato che nel fascicolo non c’è niente del genere, neanche un’allusione: c’è solo una lettera anonima che lo dice, e che magicamente diventa oro colato per un bel po’ di gente, e dalla quale lettera dovrebbe difendersi Boffo.

Il quale Boffo risponde spiegando i fatti – basta andare a guardare Avvenire di questi giorni, per esempio qua.

La madre della ragazza a cui erano arrivate le molestie telefoniche, nel 2001, aveva sporto denuncia contro ignoti, e quando dal tabulario delle chiamate era venuto fuori il numero di un telefonino in uso a Boffo la querela era stata ritirata: la famiglia conosceva Boffo, e ne avrebbe riconosciuto la voce, se fosse stato lui l’autore delle telefonate. Ma per molestia si procede d’ufficio, e il gip non ha ritenuto attendibile la versione di Boffo, e cioè: l’autore delle telefonate era un suo collaboratore, che aveva cercato di aiutare dandogli lavoro (aveva problemi di droga, e poco dopo è morto di overdose), e che poteva avere accesso al telefonino.

Per proteggere il ragazzo e farla corta, Boffo decide di non impugnare la decisione del gip, iniziativa che avrebbe portato a un processo, e paga la multa. E’ così preoccupato della faccenda che non nomina neanche un avvocato di fiducia, ma lascia che si nomini un difensore d’ufficio.

La faccenda sarebbe finita lì, se una manina interessata non avesse cominciato a mandare in giro lettere anonime che, prendendo spunto dal fatto, raccontano che Boffo è omosessuale. Un’accusa inconciliabile con i suoi importanti incarichi all’interno della Chiesa.

Lettere anonime che però nessuno ha preso in considerazione per ben quattro anni: ne aveva parlato Panorama, nel 2005, nell’indifferenza generale.

E Feltri che fa? Si procura – e sarebbe interessante sapere da chi, visto che solo personale addetto poteva procurarselo – copia della condanna pecuniaria e ci appiccica dietro la lettera anonima, come se fosse un documento ufficiale a spiegazione dell’ammenda pagata.

A questo punto assistiamo all’inverosimile: si chiede conto a Boffo dei contenuti della lettera anonima.

MA DA QUANDO IN QUA UNA LETTERA ANONIMA E’ DIVENTATA UNA FONTE ATTENDIBILE?

Dico io: siamo matti? Ho letto allibita il pezzo di Messori sul Corriere, che spiega alla Chiesa che ci voleva più prudenza, non avrebbe dovuto dare tanti incarichi a Boffo, perché “un uomo immagine della Chiesa italiana ha campeggiato e campeggerà a lungo sulle prime pagine, sospettato dei gusti «diversi» la cui ombra grava oggi, più che mai, sugli ambienti clericali.”

Ma di quali sospetti stiamo parlando? Di quelli di una lettera anonima? Sull’ammenda – l’unico fatto certo – Boffo ha dato la sua spiegazione (e non vedo perché non credergli: qualcuno ha dimostrato il contrario?), e comunque di omosessualità parla solo la lettera anonima, e nient’altro. Per quale motivo qualcuno avrebbe dovuto prendere in considerazione una lettera anonima?

Peggio ancora De Mattei, che pensa che Feltri “ in fin da conti fa il suo mestiere di giornalista” – cioè i giornalisti pubblicano lettere anonime per mestiere, secondo De Mattei – e che dopo un pistolotto incredibile, in cui dimostra di bersi il testo anonimo come notizia certa, conclude: “quel che appare grave ai semplici fedeli è …. il silenzio con cui lo scandalo giudiziario è stato fino ad oggi coperto da chi aveva il dovere di intervenire e ha ora quello, impellente, di rimuovere dal suo incarico il direttore di “Avvenire””.

Ma di quale “scandalo giudiziario” stiamo parlando? Un’ammenda? Una lettera anonima?

I più rigidi pastori protestanti non avrebbero potuto far di meglio. Cosa c’è di cristiano in tutto questo? Dove sarebbe l’amore alla verità tanto sbandierato?

Ma ci rendiamo conto che nessuno, nessun direttore di quotidiano, nessun professore, nessun politico, nessun giornalista, neppure la persona più integerrima del mondo, insomma, nessuno può essere immune da diffamazioni di lettere anonime?

Che ognuno di noi provi solo per un attimo a pensare cosa succederebbe in un tribunale in cui accuse anonime venissero prese sul serio …. chi si salverebbe?  

Il Corriere della Sera, e non solo, attribuisce la lettera anonima a vicende interne al mondo cattolico. Non so se sia vero o no.

Per ora, solo alcune tristi certezze. La prima: Feltri ha fatto un mostruoso autogol, un danno devastante al PdL e al suo editore Berlusconi, dimostrando, insieme a tutti quelli che sostengono la nuova direzione de “Il Giornale”, di non aver capito niente della Chiesa.

Il Giornale di Feltri ha colpito, incredibilmente, il punto di riferimento di gran parte dell’elettorato del PdL, dimostrando di non distinguere gli amici dai nemici (per un direttore di quotidiano non è un gran complimento), e cadendo nell’enorme contraddizione di attaccare – del tutto infondatamente, e anche questo non è il massimo per un giornalista – una persona sul piano privato, dopo che per mesi, giustamente, ha difeso Berlusconi da attacchi simili.  Un attacco incomprensibile per chiunque appartiene a quel mondo.

Lo ha appena riconosciuto anche Fabrizio Cicchitto, che non è esattamente un esponente della gerarchia cattolica.

Avvenire non è un giornale qualsiasi. In Avvenire si riconosce un popolo, quello cattolico, compreso chi non lo legge quotidianamente, anche chi non condivide tutto quel che c’è scritto; è stato il punto di riferimento delle nostre battaglie, ma è anche l’unico che racconta di tanta vita del popolo cattolico che altri giornali si guardano bene dal prendere in considerazione.

Chi festeggia insieme a “Il Giornale”, poi , non ha capito che la Chiesa non è un partito politico, al quale si possono dare colpi bassi, e con cui poi ricucire, come si fa in politica. La Chiesa non è questo, e chi la tratta così non può andare molto lontano.

Ci sarebbe molto altro da dire. Per ora vi segnalo tre contributi utili: il primo è quello di Antonio Socci, il secondo di Sandro Magister, ed il terzo è la lettera di dimissioni di Dino Boffo, con il commento di Giuliano Ferrara.

9月4日

Un Avvenimento che si è reso conoscibile

Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, abbiamo detto. La migliore risposta a tante chiacchere, moralismi, vendette è la vita reale, scoprire e conoscere il senso e il gusto del vivere, portare alla luce il bene e non il male. Il conoscere è un'avvenimento che accade, non una insinuazione. Avvenimento come quello accaduto a Rimini pochi giorni fa.
SamizdatOnLine

UN AVVENIMENTO CHE SI E' RESO CONOSCIBILE
Durante l'incontro concusivo del Meeting di Rimini la nostra amica Emilia ha detto con il gran vigore che la contraddistingue, che ciascuno di noi ha portato con sè il proprio "quotidiano" all'interno del Meeting. Sarà dunque possibile portare il Meeting dentro il quotidiano? Dentro la ripresa del lavoro, della fatica, delle "solite cose"? Debbo darti ragione, cara Emilia. Dentro il Meeting ho portato tutto, ma proprio tutto! E la scoperta più impotante, la "conocenza" più grande che mi è avvvenuta, è stata proprio quella che riguarda me stesso. Che riguarda la mia vita. Si tratta dell'essermi scoperto, realmente "conosciuto" come unito. Pertanto non si può parlare di parentesi, di ricordi, di nostalgie. E' già così. Tutto ciò che ho visto questa settimana al Meeting è stato ciò che ha determinato la mia certezza nel discutere con chi ho incontrato oggi, ed è ciò che mi mette dentro una strana voglia di rimettermi all'opera, al lavoro. Mentre attorno a me sento solo lamento. Lamento per le vacanze terminate, per il lavoro che ricomincia. Ma come posso riprendere il lavoro senza avere negli occhi (imperterrite, schiaccianti, decisive) le formelle di Giotto?
Il lavoro è ciò che compie l'uomo! Che lo ri-mette in accordo con Dio (che l'ha fatto) perfino dopo il peccato originale. E che tristezza dunque per chi sento lamentarsi, che si perde davvero il meglio.
Una delle domande più incalzanti di questi giorni è stata "ma cos'è il Meeting?". In parte mossa da persone arrivate in fiera per la prima volta, e nel confronto, si sa, occorre proprio giocarsi e darsi le ragioni di ciò che si afferma. Ma in parte perchè il focus della settimana riminese potrebbero apparire gli incontri, le mostre, gli stand.Ma è questo il Meeting? E quando hai dato la tua disponibilità per il lavoro volontario, e con i turni non riesci a vedere nemmeno una mostra? Oppure, come nel mio caso, hai invitato molte persone, ed all'arrivo di ciascuna di queste occorre che si vada ad accoglierle, anche se in mente si aveva un'altra cosa? Che succede se le mostre o gli incontri non si riesce a vederli
perchè si fa i conti con "quel che c'è da fare"?

Beh succede che il Meeting si svela, o meglio esso è sempre lo stesso, però la domanda che ti nasce dentro ti spinge ad essere più attento. Più acuto. Ed allora eccolo l'avvenimento! La conoscenza di cos'è il Meeting! E questo strano "affare" di cui tutti un po' parlano (chi bene chi male) si mostra nelle passeggiate lungo le piscine, dove si vedono volti contenti, più o meno noti, familiari, amici, ma tutti contenti! Perfino i volontari in piedi dalla mattina presto lo sono! Ma perchè? Andiamo avanti.
E ci si scopre amici con persone conosciute da poche ore perchè si condivide il turno all'international point, o si rimane colpiti da un'assemblea coi volontari, più che dall'incontro col mitico "I'm Tony from London" Blair. O ancora c'è bisogno che arrivi un'amica Ruwandese per riaccorgersi cosa sia il Meeting. Perchè basta guardare il suo stupore, ed ascoltare la sua domanda così semplice e così disarmante: "ma perchè tutte queste persone sono qui?" E così ci si accorge che questo strano "affare" lo si comprende e lo si vive meglio così che magari andando a vedere tutte le mostre o tutti gli incontri. Proprio perchè il Meeting è tutto questo!

E' tutto unito! Proprio come noi che ci siamo dentro. Dentro perchè lo costruiamo, perchè lo guardiamo, perchè lo viviamo! Ed allora è chiaro che non si può tornare a casa lasciandolo a Rimini il Meeting. Perchè non è un evento. Cesana ha detto che lui non è un attore e noi non siamo una platea, bensì un popolo. Ed il Meeting è la vita che questo popolo vive!

E' il modo che questo strano popolo ha di divertirsi, di impegnarsi, di comunicare la cultura, la bellezza. Di raccontare cose, fatti, incontri. Di raccontare dei propri amici: di Alfredo, Cleuza, Padre Aldo, Rose, Franco il carcerato. Di discutere e dialogare di ciò che interessa la vita, come la politica o l'economia. E' un unico grande, immenso corpo che vive. E che vita ragazzi! Vale davvero la pena darla tutta! E la vita si può dare solo per Uno che c'è... qui ed ora!

Vita e destino socio di  SamizdatOnLine

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9月2日

Il peccato luciferino del socialismo sudamericano

Il peccato luciferino del socialismo sudamericano che ci ha promesso il Paradiso, ma ci ha consegnati all’Inferno

Con questo articolo padre Aldo Trento comincia la sua collaborazione con Tempi

di Aldo Trento

«Un errore è una verità impazzita» diceva Chesterton. Ed è esattamente questo ciò che è accaduto col socialismo del ventunesimo secolo. Ma qual è la verità che è impazzita, e che sta all’origine e alla fine del ben noto “asse del male” che unisce Castro, Chávez, Correa, Morales e Lugo? La risposta non è rintracciabile nelle parole di questi personaggi, nelle loro utopie e nelle astrazioni in cui vivono, ma piuttosto nella premessa antropologica che sta alla base dell’ideologia che si propongono di incarnare. Bisogna chiedersi: che cos’è l’uomo, per questi signori? È solo rispondendo a questa domanda che si può arrivare a comprendere la menzogna che propinano. Essi partono, infatti, da una verità indiscutibile: l’uomo ricerca, desidera, sogna la felicità. È la struttura stessa dell’“io” che grida questa esigenza intima e insostituibile dell’essere umano; perché l'io umano, qualunque cosa faccia inclusa la peggiore, è mosso da questa tensione alla felicità.
La felicità coincide col benessere della persona, con la sua soddisfazione integrale: solo quando un uomo sta bene, è soddisfatto, è felice può definirsi libero. Tutto il cammino dell’umanità nel corso dei secoli si riassume nella bellissima domanda di san Francesco: «Quid animo satis?», che cosa soddisfa realmente il cuore dell’uomo? Ogni movimento filosofico, sociale, politico, qualsiasi ideologia parte da questa esigenza umana. La fortuna del marxismo è coincisa con la sua abilità di illudere la gente con la vana promessa che il paradiso consistesse nell’assalto al Palazzo d’Inverno, come veniva chiamato il Cremlino, residenza degli Zar e simbolo del potere che opprimeva il popolo. E così il grido marxista “proletari di tutto il mondo, unitevi” nasce dall’intelligenza di Karl Marx che percepì l’esigenza, non solo individuale, ma del proletariato del XIX secolo, di essere felice. E di conseguenza, il suo desiderare un mondo nuovo.
“Forza compagni, distruggiamo tutto e costruiamo un mondo nuovo. Forza compagni, afferriamo la falce e il martello e uniti cambieremo questo mondo”. La falce e il martello erano i simboli dell’utopia comunista. Però, se davvero è questa la verità che tutti cerchiamo, – perché il cambiamento, cioè la felicità, è l'anelito che ci definisce nella profondità del nostro essere – perché questa verità è impazzita, cioè si è trasformata in bugia, inganno?
L’illusione che la felicità coincida col benessere economico e sociale della persona, con la risposta alle sue necessità biologiche e psicologiche. Una visione parziale dell'uomo, che censura la verità primordiale dell’“Io”, che è relazione con l’Infinito. Per il marxismo l’uomo è “un tubo digerente”, un ingranaggio del sistema funzionale alla collettività. Per Marx l’uomo non coincide con la persona: a lui non interessava l’individualità ma la funzione che ciascuno ricopre nella salvezza prevista dalla cosiddetta “nuova società socialista”. Ricordo bene quando col cervello annebbiato da questa ideologia gridavamo per le strade “il privato non esiste, quello che conta è il pubblico!”. La visione trascendente dell’uomo, che è poi la dimensione qualitativa dell’Io, era totalmente eliminata, censurata, negata. Da qui l’ateismo di Stato che diede origine ad ogni forma di violenza.
Il socialismo del secolo XXI incarnato da Castro e Chávez altro non è se non il figlio diretto e abortito di questa posizione. E cos’è il chavismo se non l’illusione, nel ventunesimo secolo, di poter rispondere al desiderio di felicità dell’uomo dimenticando la trascendenza di quello stesso uomo? Il populismo, la nuova malattia che affligge la maggioranza dei paesi latinoamericani, altro non è se non un uso strumentale del bisogno ontologico dell’uomo, imponendo un’ideologia di-
sumana, che pretende di risolvere il dramma dell’uomo con l’illusione di un benessere economico, peraltro strutturalmente impossibile, a cui manca una visione integrale della persona. Per di più un benessere a buon mercato, costituito da un sussidio economico che consente a tutti di non morire di fame e favorisce l’assistenzialismo suicida del popolo stesso. Mai i paesi caduti sotto il comunismo hanno conosciuto tanta miseria e infelicità come durante gli anni in cui furono vittime della violenza di questo mostro. Certo avere di cui cibarsi e di cui coprirsi è importante. Ma “non di solo pane vive l’uomo”, perché è relazione con il Mistero. E se non lo incontra, cade nella disperazione. O il benessere dell’uomo è totale, integrale, oppure è un terribile malessere. È ciò che papa Benedetto XVI spiega nella sua enciclica Caritas in Veritate, quando afferma che il nome dello sviluppo è Cristo, e che la povertà peggiore è la perdita del senso della vita che nasce dalla realtà. Perdita a sua volta originata dal fatto che l’uomo ha eliminato Dio dal suo orizzonte.

Pupazzi e fannulloni
La diabolica pretesa che l’uomo, novello Lucifero o Prometeo, possa con le sue mani realizzare il mondo nuovo, possa con le sue forze cambiare il mondo, trasformarlo, risponde al desiderio di felicità che lo definisce. È la prima tentazione, quella in cui caddero Adamo ed Eva e i poveri illusi della Torre di Babele. Cosa pretendono i padri dell’“asse del male”? Di cambiare Cuba, Venezuela, Ecuador, Bolivia e Paraguay con le loro proprie mani, sfidando Dio e affermando, in pratica, che ciò che Dio non è riuscito a compiere, essi lo faranno. È la posizione diabolica che Cristo respinse quando fu tentato dal demonio, e che questi signori, al contrario, hanno assunto come pratica di vita e di governo. Non c’è peggior menzogna dell’orgoglio quando si impadronisce dell’essere umano, spingendolo ad autodefinirsi Dio o a sostituirsi a Lui. E il fatto che questi signori non amino la Chiesa, questa Chiesa reale e in comunione col Papa, mostra quanto siano convinti del fatto che nemmeno Cristo e l’annuncio cristiano siano riusciti ad ottenere in America Latina ciò che loro, e soltanto loro, sono in grado di realizzare. Le conseguenze evidenti sono la progressiva perdita di libertà, la paura della diversità, un nazionalismo disperato che rinnega la tradizione, l’assistenzialismo alienante, una classe di fannulloni che vivono al fianco del potere come pupazzi incapaci di un’intelligenza creativa, e il sottosviluppo culturale indispensabile al potere per sussistere. Sarebbe sufficiente un viaggio in Bolivia, per vedere con i propri occhi la miseria del socialismo del secolo XXI.

Da Tempi

Le pentole... ma non i coperchi!

Negare che sia stato un ritorno col botto quello di Vittorio Feltri al Giornale è impossibile. Del resto la sua chiamata alla guida della redazione del quotidiano della famiglia Berlusconi è stata accompagnata da una sola parola d’ordine: riportare le tirature di vendita del giornale ai livelli del ’97, ai livelli cioè di quando lo stesso Feltri, per i motivi che tutti conosciamo, fu costretto a lasciarne la direzione. Una motivazione legittima, sia chiaro, ma che non può in alcun modo giustificare quello che l’on. Lupi ha definito un brutale attacco sferrato nei confronti di uno stimato professionista dell’informazione quale è il direttore di Avvenire Dino Boffo.

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