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9月28日
 Possibile
che un uomo astuto come Piergiorgio Odifreddi, rotto a tutte le
matematiche del successo, inciampi così rovinosamente in un caso palese
di odio personale, ma in fondo anche mistico, anche – Dio ci scusi – di
razzismo religioso. Non scrivo antisemita perché poi mi fulminano, ma
il sospetto ce l’ho… Il
fatto è questo. Anzi l’antefatto. Il professor Giorgio Israel, insigne
matematico, nonché collaboratore del ministro Mariastella Gelmini,
viene accusato in maniera ignobile e anonima, proprio per il contributo
dato alla riforma delle scuole superiori. Il nome non inganna: Israel è
ebreo, e per di più non è di sinistra, dà una mano (istituzionalmente)
al governo Berlusconi. Bersaglio
perfetto delle classiche accuse sugli ebrei da far fuori. Sui blog
viene anonimamente preso di mira con queste parole studiatamente
infami: “Dicono sia lui il vero autore della riforma Gelmini. Non ti è
venuto il prurito a leggerne il cognome?”. E via così. A questo punto
Odifreddi interviene a difendere il matematico, docente alla Sapienza,
solidarizza contro questo assalto antisemita. Si
capisce però che la cosa non gli va, gli sta qui. Israel porta questo
nome con cognizione di fede, non se lo trascina come un attributo
secondario, è la sua essenza di uomo. Odifreddi
al contrario è un militante dell’ateismo. Ce l’ha a morte con la Bibbia
(in particolare con il cattolicesimo, ma anche con Abramo e i suoi
primi seguaci nonché fratelli maggiori dei cristiani, non scherza). Ed
allora esplode. CONTINUA LA LETTURA DELL'ARTICOLO, CLICCA IL PULSANTE QUI SOTTO
1 2 >> Da Il Sussidiario
9月27日
 In Europa iniziata la VII Legislatura PER SOTTOSCRIVERE LA LETTERA APERTA
Giovedì scorso, 17 settembre 2009, esaminando una recente legge
lituana, che prevede tra l’altro l’assenza di propaganda omosessuale
dai luoghi abitualmente frequentati dai minori, il Parlamento Europeo
ha ritenuto, a larga maggioranza, questa norma una riprovevole
“discriminazione in base all’orientamento sessuale”, chiedendo alla
Lituania di emendarla. Ogni commento, anche di semplice buon senso, è
superfluo. I Rappresentanti di «World Youth Alliance»
(Alleanza mondiale della Gioventù) hanno emesso un comunicato sulla
Risoluzione in oggetto in cui dicono tra l’altro: «I giovani europei,
specialmente gli irlandesi, sono convinti che la Risoluzione votata
giovedì 17 settembre dal PE contro una legge lituana riguardante
questioni di famiglia, comprometta i principi di sussidiarietà, già
tutelata dalla legislazione europea ed, in particolare, nel nuovo
protocollo del Trattato di Lisbona. Su questa Risoluzione deve rimanere
aperto il dibattito, dato che gli irlandesi voteranno nuovamente il
Trattato di Lisbona il prossimo 2 ottobre.» Ed è da notare, come
sostengono i Vescovi irlandesi in una recente nota, che «la situazione
è cambiata dal referendum del giugno 2008 con l’aggiunta di garanzie
giuridiche per rispondere alle preoccupazioni espresse in quel momento.»
Perché è un gran brutto segno? Perché conferma che anche il nuovo
Parlamento europeo ha ed avrà un deriva relativista, che cercherà di
imporre uniformemente in tutti i 27 Paesi. Ovviamente nel nostro Paese,
salvo mio errore ma non credo, di ciò non è stata data alcuna
informazione. È un gran brutto segno perché ancora una volta non sarà
possibile alcun accordo per promuovere, nell’interesse di tutti, la
vita, la famiglia, l’educazione, come nelle precedenti legislature. Ci
si troverà di fronte ad un orientamento prevalente ostile all’uomo, e
ad una burocrazia arrogante ed invadente. Tra poco più di tre mesi sarà
il turno della Presidenza spagnola! I quattro Paesi tuttora
“recalcitranti” a ratificare il Trattato di Lisbona sono Irlanda,
Polonia, Repubblica Ceca e, in misura minore, Germania. Almeno tre di
questi (Irlanda, Polonia, Rep. Ceca, oltre alla Gran Bretagna) hanno
negoziato ed ottenuto deroghe soprattutto per quel che riguarda la
Carta europea dei diritti fondamentali e la giurisprudenza conseguente.
La Carta è un documento ambiguo, che, soprattutto per la difesa della
vita, della famiglia e della libertà di educazione, prevede tutto ed il
contrario di tutto. Il tristemente noto articolo 9 tratta del diritto
di costituire una famiglia e, separatamente, del diritto di sposarsi.
(Coppie di fatto, coppie omosessuali, ecc. tutto contemplato.)
Apparentemente comunque non dovrebbe sussistere alcun problema, visto
che i Trattati riconoscono la competenza dei singoli Stati a proposito
del diritto di famiglia; tutto vero, ma il Trattato di Lisbona
recepisce al suo interno la Carta rendendola obbligatoria, così come la
conseguente giurisprudenza della Corte di giustizia.
L’ambiguità della Carta e l’orientamento della maggioranza vanificano
di fatto le competenze degli Stati e dell’Unione, previste dai
Trattati. L’obbligatorietà della Carta prevede che i Paesi membri ne
rispettino i contenuti, secondo l’interpretazione corrente in quel
momento e secondo l’interpretazione giuridica della Corte di giustizia.
L’Italia ratificando il Trattato di Lisbona senza eccezione alcuna, si
è impegnata a questo. Quale è la conseguenza pratica: possiamo
smettere di accapigliarci per le coppie di fatto, per le unioni di
persone dello stesso sesso, per il rispetto all’obiezione di coscienza:
ci siamo solennemente impegnati a far decidere altri per noi, ed a
rispettarne le decisioni. Indipendentemente dagli orientamenti
politici, quando recentemente il Governo ha preso posizione contro
l’arroganza della Burocrazia europea, i nostri organi di informazione e
le forze politiche, sapendo cosa c’è in gioco, come hanno appoggiato
l’iniziativa? L’hanno strumentalizzata e asservita alle polemiche
domestiche spesso banali e di “bassa cucina”, come per nessun altro
Paese succede. Questo, in un’atmosfera ovattata di retorico
europeismo, ci dovrà capitare, probabilmente con l’accordo di parte
della nostra opinione pubblica e delle forze politiche. L’Europa ci
vuole, l’Europa la vogliamo, ma l’Europa dei popoli, rispettosa delle
diversità culturali, e con una burocrazia che torni nell’ambito dei
propri compiti istituzionali. PER SOTTOSCRIVERE LA LETTERA APERTA AL MINISTRO ITALIANO PER LE POLITICHE COMUNITARIE, DOTT. ANDREA RONCHI AL SEGRETARIO GENERALE DELLA CEI, SER MONSIGNOR MARIANO CROCIATA Cultura Cattolica
9月24日
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E' nei momenti di grande emozione che emerge la vera stoffa di una persona o di un popolo. Il lutto che ha colpito l'Italia qualche giorno fa con l'uccisione di sei soldati a Kabul
ha mostrato che il popolo italiano c'e' ancora, sa stringersi intorno
ai soldati impegnati in difficili missioni in terre lontane, è fedele
alle tradizioni religiose dei padri, insomma, non e' quella massa di
edonisti relativisti che la pseudoinformazione vuol far credere. 9月23日
Oggi
post lunghetto; ma è troppo bello e commovente! Lo lascio un po' di
giorni così potrete leggerlo con calma. E avrete modo di pensare...
A
Grevinec, i compagni italiani erano attesi: il dirigente del reparto
agitazione e propaganda li prelevò all’ingresso del villaggio e li
guidò alla sede del soviet rurale dove il primo segretario del comitato distrettuale del Partito e il presidente del colcos li accolsero con parole di circostanza che la compagna Nadia Petrovna tradusse puntualmente.
Peppone rispose recitando il discorsetto che aveva diligentemente
mandato a memoria e, alla fine del suo dire, batté anche lui le mani,
applaudendo chi l’applaudiva. Oltre ai pezzi grossi, c’era altra
gente e si trattava, come risultò dalle spiegazioni con le quali la
compagna Nadia corredò le presentazioni, dei responsabili dei vari
settori: allevamento bovino, allevamento suino, coltivazione,
frutticoltura, macchinario e via discorrendo. Il salone delle
assemblee dove si svolgeva il ricevimento dava soprattutto l’idea di un
magazzino, anche perché l’arredamento era costituito da un rustico
tavolo centrale con annesse panche, e da un ritratto di Lenin appeso
alla parete. Il comitato dei festeggiamenti del colcos aveva
provveduto a fare adornare il ritratto di Lenin con una frasca verde
che girava tutt’attorno alla cornice luccicante di porporina d’oro, ma
ciò non sarebbe bastato a rendere caldo e ospitale l’ambiente se la
lunga tavola non fosse stata ingentilita da una generosa decorazione di
bicchieri vuoti e di bottiglie piene di vodka.
Un bicchierozzo di vodka,
buttato giù come fosse un bicchiere di lambrusco, riscalda rapidamente
le orecchie e Peppone si trovò, in pochi secondi, col motore al massimo
di giri. Cosicché, quando la compagna Petrovna ebbe spiegato che il colcos
di Grevinec era uno dei più efficienti avendo raggiunto le massime
punte nella produzione del latte, dei suini e dei cereali, domandò la
parola e, piantatosi davanti al compagno Oregov, disse con voce ferma,
staccando proposizione da proposizione, in modo da lasciare il tempo
alla Petrovna di tradurre: «Compagno, io vengo dall’Emilia: da
quella regione, cioè, dove, esattamente cinquant’anni fa, esistevano,
uniche in Italia e fra le pochissime del mondo, cooperative proletarie
perfette. Una regione con agricoltura intensamente meccanizzata, e con
una produzione di latticini, salumi e cereali fra le prime del mondo
come quantità e qualità. Al mio paese, io e i miei compagni abbiamo
fondato una cooperativa agricola di braccianti che ha avuto l’alto
onore di ricevere dai fratelli dell’Unione Sovietica il dono più
gradito!...». Peppone trasse dalla sua borsa di pelle un fascio di
fotografie che porse al compagno Oregov, e le fotografie
rappresentavano l’arrivo trionfale in paese di «Nikita», il trattore
ricevuto in regalo dall’URSS, il trattore stesso in azione di
dissodamento sulle terre della cooperativa agricola «Nikita Kruscev» e
mercanzia del genere. Le grandi fotografie girarono da mano a mano e suscitarono in tutti viva impressione, a cominciare dal compagno Oregov.
«Procede l’opera di smantellamento del capitalismo» continuò Peppone
«e, se non siamo ancora alla fase finale, siamo però a buon punto e,
come potrebbe dirvi meglio di me il compagno Tarocci che appartiene
alla mia stessa regione, è fatale che i privilegi dei proprietari e del
clero vengano cancellati dalla lavagna della storia e incominci l’era
della libertà e del lavoro. Le cooperative agricole modellate sui colcos, oltre alle aziende statali sul tipo dei sovcos,
sostituiranno, fra non molto, l’attuale forma di conduzione
schiavistica delle tenute agricole e, come è facile capire, è per me di
grandissimo interesse conoscere del colcos ogni particolare tecnico e organizzativo. Vorrei quindi che tu, compagno Oregov, pregassi i compagni dirigenti del colcos di Grevinec di mettermi dettagliatamente al corrente dell’esatto funzionamento del colcos in ogni minimo settore.»
Il compagno Oregov fece rispondere che si rendeva conto dell’importanza
della richiesta e promise di fare del suo meglio per venire incontro al
giustificato desiderio di Peppone. Poi parlottò coi dirigenti del colcos e, alla fine, la compagna Nadia riferì a Peppone:
«Compagno, il tuo particolare interesse per l’aspetto tecnico e
organizzativo è stato riconosciuto da tutti. Ma, se io rimanessi qui a
disposizione tua e dei dirigenti del colcos, i tuoi compagni non potrebbero compiere quella completa visita al colcos
che è stabilita dal programma. Fortunatamente, fra i tecnici qui
presenti, c’è qualcuno che potrà spiegarti ogni cosa senza bisogno
d’interpreti». La Petrovna s’interruppe e fece un cenno. Dal gruppo
dei dirigenti si staccò un uomo bruno, magro, in tuta da meccanico, fra
i trentacinque e i quarant’anni. «Il responsabile dei reparti
meccanizzazione, rifornimenti, coordinamento lavori» spiegò la compagna
Petrovna presentando l’uomo a Peppone «Stephan Bordonny, italiano.»
«Stephan Bordonny cittadino sovietico» precisò l’uomo magro, porgendo
la mano a Peppone ma guardando la Petrovna. «Cittadino sovietico come i
miei figli.» La Petrovna sorrise per nascondere il suo imbarazzo:
«Hai ragione, Stephan Bordonny» rettificò. «Dovevo dire “d’origine
italiana”. Mentre noi proseguiamo la visita, tu rimarrai a disposizione
del compagno senatore Bottazzi.» La compagna Petrovna se ne andò per raggiungere il gruppo e don Camillo fece l’atto di seguirla, ma Peppone lo bloccò: «Tu, compagno Tarocci, resterai con me e prenderai nota di tutto quanto ti dirò io». «Agli ordini» borbottò don Camillo a denti stretti.
«Sei membro del Partito?» s’informò Peppone uscendo dalla baracca del soviet a fianco dell’uomo magro. «Non mi è stato ancora concesso quest’onore» rispose con voce impersonale l’altro.
Era di una gelida cortesia: mentre don Camillo s’affaccendava a
prendere appunti su un libretto di note, il cittadino Stephan Bordonny
rispondeva con esattezza a ogni domanda di Peppone, ma si notava in lui
lo sforzo per cercare d’esprimersi col minor numero di parole possibile. Conosceva perfettamente il funzionamento del colcos in ogni minimo dettaglio. Citava con sicurezza date e dati. Ma non aggiungeva mai niente di più. Peppone gli offerse un mezzo toscano ed egli cortesemente lo rifiutò.
Con un semplice «grazie» rifiutò la «Nazionale» offertagli da don
Camillo. Siccome gli altri fumavano, trasse di tasca un pezzetto di
carta da giornale, un pizzico di makorka
Visitarono il silos per il frumento, poi il capannone dov’erano
contenuti i mangimi speciali, i disinfettanti per i trattamenti dei
frutteti e gli attrezzi agricoli per il lavoro manuale. Tutto esattamente ordinato e catalogato. In un angolo c’era una strana macchina nuova di zecca e Peppone domandò a cosa servisse. «A cardare il cotone» rispose il cittadino sovietico Stephan Bordonny. «Il cotone?» si stupì don Camillo. «Con questo clima, voi coltivate il cotone?» «No» rispose l’uomo. «E come mai si trova qui?» insisté don Camillo.
«Un errore di smistamento» spiegò l’uomo. «È arrivata al posto di una
macchina setacciatrice per la selezione del seme di frumento.» Peppone fulminò don Camillo con un’occhiata atomica, ma don Camillo, ora che aveva trovato un uncino, ci si aggrappò: «E voi selezionate il grano con una macchina per cardare il cotone?». «No» rispose glaciale l’uomo magro. «Usiamo una macchina selezionatrice costruita con mezzi nostri, nella nostra officina.» «E quelli che hanno ricevuto la selezionatrice, con cosa cardano il cotone?» «È cosa che non interessa il colcos di Grevinec» rispose l’uomo. «Errori di questo genere non dovrebbero succedere» osservò vilmente don Camillo.
«La vostra patria è trecentomila chilometri quadrati» comunicò con voce
ufficiale l’altro. «L’Unione Sovietica è oltre ventidue milioni di
chilometri quadrati di superficie.» Intervenne Peppone: «Stephan Bordonny» disse spedendo una zampata sul piede sinistro di don Camillo «sei tu l’addetto a questo magazzino?». «No, io collaboro. Vi interessano gli allevamenti di bestiame» «Mi interessa il parco macchine agricole» rispose Peppone.
Il capannone delle macchine agricole non si presentava bene perché non
assomigliava neppure a un capannone ma era una gran baracca con le
pareti di legno e paglia e il tetto coperto di rugginosa lamiera.
Però, una volta entrati, c’era da rimanere a bocca aperta. Sul
pavimento di terra battuta non c’era un bruscolo e le macchine,
perfettamente ordinate, erano tirate a lucido come per l’esposizione
campionaria. Il cittadino Stephan Bordonny conosceva le macchine
una per una, dall’a alla zeta: età, ore di lavoro compiuto, consumo,
rendimento, potenza, come se avesse, dentro il cervello, uno schedario
completo. In fondo alla baracca c’era l’officina, l’unica parte
costruita in mattoni. Una povera officina col minimo indispensabile
d’attrezzi e macchinari, ma ordinata in modo tale da strappare le
lacrime a Peppone. Un grosso cingolato era sotto cura e i pezzi del
suo motore si allineavano su un banco. Peppone ne tolse uno, lo guardò,
poi guardò il cittadino Stephan. «Chi è che ha rettificato questa roba?» domandò. «Io» rispose sempre con indifferenza Stephan. «Con quella specie di tornio!» esclamò Peppone indicando un vecchio e scassato arnese che poteva ricordare, appunto, un tornio. «No» spiegò l’altro. «Con la lima.» Peppone guardò ancora il pezzo. Poi ne tolse su un altro dal banco e lo considerò con pari stupore. Infisso nel muro, sopra il banco, c’era uno spezzone di ferro e una biella penzolava da esso, legata con un pezzo di spago. Stephan prese un punteruolo e percosse la biella che risuonò come una campanella. «Dal suono che manda, si sente se è sbilanciata» spiegò l’uomo deponendo il punteruolo. «Questione d’avere un po’ d’orecchio.» Peppone si tolse il cappello e si asciugò il sudore:
«Vecchio mondo» esclamò. «Io avrei giurato che quello fosse l’unico a
usare questo sistema e, invece, te ne trovo un altro, qui, in mezzo
alla Russia!» «Quello chi?» s’informò don Camillo. «Il
meccanico di Torricella» rispose Peppone. «Era un fenomeno: preparava
le automobili per i corridori. Venivano fin dall’estero. Un ometto che,
a vederlo, non gli davi quattro soldi. Il secondo anno di guerra, un
canchero inglese che voleva colpire il ponte sullo Stivone gli ha
centrato la casa. È rimasto sotto le macerie lui, la moglie e i due
figli.» «Uno» precisò il cittadino sovietico Stephan. «L’altro, per sua fortuna, era soldato.» Il cittadino sovietico Stephan Bordonny aveva parlato con una voce diversa dal solito. «Mi fa piacere che qualcuno si ricordi ancora di mio padre» aggiunse.
Uscirono senza più parlare dall’officina. Trovarono, fuori, un cielo livido che minacciava tempesta.
«Io abito in quella casa là» disse Stephan. «Ci conviene arrivarci
prima che venga giù il diluvio. Lì, aspettando che smetta di piovere,
vi potrò fornire tutti i dati che ancora vi servono.» Arrivarono
alla casa proprio quando incominciavano a precipitare i primi
goccioloni. Era una casa rustica, povera, ma pulita e accogliente, con
una vasta cucina dalle travi annerite e la grande stufa. Peppone non s’era ancora riavuto dalla sorpresa. Presero posto alla lunga tavola.
«L’ultima volta che andai all’officina di Torricella» disse Peppone
come parlando tra sé «fu nel 1939. M’era capitata una Balilla
d’occasione e non riuscivo a capire cos’avesse il motore.» «Una
biella sbilanciata» spiegò Stephan. «L’ho sistemata io. Quelle cosette,
mio padre le dava da fare a me. E, poi, andava bene?» «Va ancora» rispose Peppone. «Allora, quel ragazzino magro col ciuffo nero sempre sugli occhi...» «Avevo diciannove anni» borbottò Stephan. «Lei non aveva i baffi, allora...»
«No» intervenne don Camillo. «Se li è fatti crescere quando l’hanno
messo in prigione per ubriachezza molesta e repugnante e schiamazzi
notturni a sfondo antifascista. È in quell’occasione che ha guadagnato
l’attestato di perseguitato politico acquistando il diritto di
diventare senatore comunista.» Peppone pestò un pugno sulla tavola. «Ho fatto anche qualcosa d’altro!» esclamò. Stephan continuava a guardare don Camillo. «Eppure» borbottò alla fine «lei non ha una faccia nuova. È anche lei dei paraggi?»
«No» rispose in fretta Peppone. «Abita da quelle parti ma è un
importato. Non puoi conoscerlo. Dimmi, piuttosto: come sei arrivato
qui?» Stephan allargò le braccia: «Perché ricordare quello che
i russi hanno generosamente dimenticato?» disse con voce ritornata
gelida. «Se vi servono altre spiegazioni sul colcos, sono a vostra disposizione.» Intervenne don Camillo: «Amico» disse «non ti preoccupare se lui è senatore comunista. Parliamo da uomo a uomo. La politica non c’entra». Stephan guardò negli occhi don Camillo e poi Peppone.
«Non ho niente da nascondere» spiegò. «È una storia che sanno tutti,
qui a Grevinec, ma, siccome nessuno ne parla, vorrei non parlarne
neppure io.» Don Camillo gli allungò il pacchetto delle «Nazionali». Fuori era scoppiato il diluvio e il vento buttava rovesci d’acqua contro i piccoli vetri delle due finestre. «Sono diciassette anni che sogno di fumare una “Nazionale”» disse Stephan accendendosi una sigaretta. «Non posso abituarmi al makorka e alla carta da giornale. Mi spaccano lo stomaco.» Inghiottì avidamente qualche boccata osservando poi il fumo azzurrino uscire lentamente dalla bocca.
«La storia?» continuò. «Ero soldato dell’autocentro. Un giorno i russi
ci presero. Era la fine del ’42; neve e freddo da crepare. Ci
spingevano avanti come una mandria di pecore. Ogni tanto qualcuno
cadeva: se non si rialzava lo inchiodavano sulla neve fangosa della
pista con una pallottola sulla fronte. Arrivò il mio turno e caddi.
Capivo il russo e sapevo farmi capire: quando caddi, un soldato russo
mi raggiunse e mi smosse col piede: “Alzati!”ordinò. “Tovarish” gli
risposi “non ce la faccio più. Lasciami morire in pace.” La fine della
colonna – io era uno degli ultimi – era già lontana una decina di metri
e incominciava a nevicare. Mi sparò un colpo mezzo metro più in là
della testa borbottando: “Vedi di morire alla svelta e di non mettermi
nei guai”.» Stephan s’interruppe: era entrato in cucina un gran
fagotto coperto di tela da sacco grondante acqua e, caduta la tela da
sacco, si vide una bella donna che dimostrava poco più di trent’anni. «Mia moglie» spiegò Stephan.
La donna sorrise poi spiegò in fretta qualcosa in una strana lingua e
disparve su per la scaletta a pioli che spariva nel soffitto. «Dio
aveva stabilito che campassi» continuò Stephan. «Quando rinvenni, ero
in una isba, al caldo. Ero caduto a mezzo chilometro da qui, tra il
villaggio e il bosco, e una ragazza di diciassette anni, tornando dal
bosco dove era andata a far legna, aveva sentito dei lamenti uscire da
sotto un mucchietto di neve. Era una ragazza robusta: mi aveva
agguantato per il bavero del cappotto e, senza mollare la fascina che
portava in spalla, m’aveva trascinato fino alla sua isba, come un sacco
di patate.» «Buona gente, i contadini russi» osservò Peppone. «Anche Bagò del Molinetto è stato salvato così.»
«Sì» riconobbe Stephan «ne hanno salvati parecchi, dei disgraziati come
me. Però quella ragazza non era russa, ma polacca. L’avevano portata
qui assieme al padre e alla madre perché c’era bisogno di gente che
lavorasse la terra. Mi diedero da mangiare quel poco che avevano e mi
tennero nascosto due giorni. Poi capii che la cosa non poteva durare e,
siccome io e la ragazza riuscivamo a capirci bestemmiando il russo, le
dissi d’andare dal capo del villaggio a spiegare che un soldato
italiano disperso le era capitato in casa da poche ore. Le dispiaceva,
ma andò. Ritornò di lì a poco assieme a un tizio armato di pistola e a
due altri armati di fucile. Alzai le mani e mi fecero cenno di uscire.
La capanna della ragazza polacca era la più lontana dal centro del
villaggio e dovetti camminare un bel pezzetto sempre con le armi
puntate alla schiena. Arrivammo finalmente nello spiazzo dove avete
visto il silos. Un camion carico di sacchi di grano era lì e un
vigliacco maledetto lo stava assassinando per rimetterlo in moto. Mi
dimenticai il resto e pensai soltanto al camion; mi arrestai e mi volsi
al capo: “Tovarish” gli dissi “quello scaricherà le batterie e non
riuscirà più a rimetterlo in moto! Ordinagli di smetterla e di spurgare
prima la pompa”. Il capo, sentendomi parlare in russo, rimase a bocca
aperta, poi esclamò duro: “E cosa ne sai tu?”. Gli risposi che era il
mio mestiere. Il maledetto continuava ad assassinare le batterie che
già incominciavano a tirare gli ultimi. Il capo mi spinse avanti con la
canna della pistola e, quando fu arrivato al camion, si fermò e gridò
all’autista di smetterla e di guardare la pompa. Dal finestrino della
cabina venne fuori la faccia melensa di un ragazzotto vestito da
soldato. Non sapeva neanche di che pompa si trattasse. Era la prima
volta che guidava un diesel. Gli dissi di darmi un cacciavite
e, avutolo, tirai su il coperchio del cofano e, in quattro e
quattr’otto, spurgai la pompa d’iniezione. Poi riabbassai il coperchio
e gli allungai il cacciavite. “Adesso va” gli dissi. Dopo due secondi,
il camion partiva. «Mi portarono in una stanzetta della baracca del soviet
e lì mi chiusero. Chiesi una sigaretta e me la diedero. Tornarono dopo
dieci minuti e mi fecero uscire spingendomi, sempre con la bocca dei
fucili contro la schiena, fino a una tettoia dove erano riparati alla
bell’e meglio trattori e macchine agricole. Il capo m’indicò un
cingolato e mi domandò perché non andasse. Feci portare dell’acqua
bollente, riempii il radiatore e provai la messa in moto. Scesi subito:
“C’è una bronzina fusa” spiegai. “Bisognerebbe smontare tutto, rifare
la bronzina e rimontare. Ci vuole tempo.” Con quei quattro arnesi
malandati che mi misero a disposizione, dovetti lavorare come un pazzo
ma, quarantott’ore dopo, io stavo finendo di rimontare l’ultimo pezzo.
Fu allora che arrivò un ufficiale con due soldati armati di parabellum.
Rimasero a contemplarmi e, quand’ebbi finito e il radiatore fu pieno
d’acqua bollente, io salii sul trattore. Dio aveva stabilito di
salvarmi a ogni costo: il motore attaccò subito e marciava come un
orologio. Lo provai con un giretto attorno alla tettoia, poi lo rimisi
al suo posto. Mi pulii le mani con uno straccio, saltai giù e mi
presentai all’ufficiale a braccia levate. Mi scoppiarono a ridere in
faccia. “Te lo lasciamo, compagno” disse l’ufficiale al capo. “Sotto la
tua responsabilità. Se scappa, paghi tu.” Allora mi misi a ridere io.
“Signor capitano” risposi “la Russia è grande e io, al massimo, potrei
scappare fino a quell’isba laggiù dove c’è una bella ragazza che mi
piace molto, anche se mi ha denunciato al segretario del comitato
distrettuale del Partito”. L’ufficiale mi guardò: “Tu sei un bravo
lavoratore italiano: perché sei venuto a combattere i lavoratori
sovietici?”. Gli risposi che ero venuto perché mi ci avevano mandato.
Comunque, io ero capo meccanico dell’autocentro, e gli unici russi che
avevo ammazzato erano i due polli finiti sotto le ruote del mio
camion...»
Fuori il diluvio era diventato una vera burrasca.
Stephan si alzò e andò a parlare in russo dentro un telefono militare
da campo che era in un angolo. Tornò di lì a poco: «Dicono che potete rimanere qui: gli altri sono rimasti bloccati alla stalla numero tre che è a casa di Dio». Tornò a sedersi. «E allora?» domandò don Camillo.
«Allora io incominciai un lavoro infernale perché rimisi a posto tutte
le macchine, sistemai l’officina e la rimessa e, quando potei
cominciare a pensare a me, la guerra era finita da due anni. Il padre
della ragazza polacca era morto e io sposai la ragazza. Poi passarono
degli altri anni e fu concessa la cittadinanza sovietica a me e a mia
moglie.» «E non hai mai pensato a tornare a casa?» insinuò don Camillo.
«A fare che? A vedere il mucchio di calcinacci sotto il quale
marciscono mio padre, mia madre e mio fratello? Qui, adesso, mi
trattano come uno dei loro. Anzi, meglio, perché io lavoro e il mio
mestiere lo so fare. Chi si ricorda di me, laggiù? Sono scomparso nel
niente, come uno dei tanti dispersi in Russia...» Avvenne, a questo
punto, una confusione maledetta e la porta si spalancò di botto
lasciando entrare, assieme a uno scroscio d’acqua, una strana bestia,
una specie di millegambe dalla pelle scura e viscida. Con un urlo,
la moglie di Stephan, balzata fuori da chi sa dove, si precipitò verso
la porta e la richiuse. Allora la pelle viscida del mostro cadde e,
liberati dallo sbrindellato telone cerato sotto il quale s’erano
riparati dalla pioggia, apparvero sei bambini uno più bello dell’altro
e in perfetta scala, dai sei ai dodici anni. «Amico, accidenti quanto sei disperso in Russia!» esclamò don Camillo. Stephan sbirciò ancora don Camillo: «Eppure» ripeté «io vi devo aver visto da qualche parte». «Probabilmente no» rispose don Camillo. «Comunque, anche se fosse, dimenticati d’avermi visto.»
Erano sei bambini educati: starnazzavano come gallinelle ma bastarono
tre parole della madre per ammutolirli. Si misero a sedere tranquilli
nella panchetta attorno alla stufa chiacchierando a bassa voce. «Sono piccoli» spiegò la donna con un italiano strano, ma chiaro. «Avevano dimenticato la nonna malata.» Don Camillo si alzò. «Vorrei salutarla» disse. «Sarà molto contenta» esclamò sorridendo la donna. «Non vede mai nessuno.»
Salirono per la scaletta a pioli e si trovarono in una bassa stanza a
soffitta. Una vecchietta striminzita giaceva su un lettuccio dalle
lenzuola candide, senza una piega. La moglie di Stephan le parlò in polacco e la vecchia le bisbigliò qualcosa.
«Ha detto che il Signore benedica chi visita gli infermi» spiegò la
moglie di Stephan. «È una vecchia donna e bisogna perdonare se la sua
mente è ancora nel passato.» Sopra la testiera del lettuccio, appesa al muro, era un’immagine e don Camillo si avvicinò curioso. «È la Madonna Nera!» esclamò.
«Sì» spiegò sottovoce la moglie di Stephan. «È la protettrice della
Polonia. I vecchi polacchi sono cattolici. Bisogna capire i vecchi.» La moglie di Stephan s’esprimeva con molta cautela e un vago timore era nei suoi occhi. Peppone risolse la situazione:
«Non c’è niente da perdonare» affermò. «In Italia sono cattolici non
solo i vecchi ma anche i giovani. L’importante è che siano onesti. Noi
avversiamo solo i maledetti preti che, invece di fare i ministri di
Dio, fanno i politicanti.» La vecchia le sussurrò qualcosa
all’orecchio e la moglie di Stephan, prima di parlare, lanciò
un’occhiata interrogativa al marito. «Non sono qui per farci del male» la rassicurò Stephan. «Vorrebbe sapere...» balbettò la donna arrossendo «vorrebbe sapere come sta... il Papa.» «Anche troppo bene!» rispose ridendo Peppone.
Don Camillo, dopo aver armeggiato sotto il giubbotto, trasse un
cartoncino e lo porse alla vecchia che, dopo averlo guardato con occhi
sbarrati, tirò fuori faticosamente dalle coperte una piccola mano tutta
ossicini e lo afferrò. Poi parlò concitatamente nell’orecchio alla figlia. «Dice se è proprio lui» tradusse con l’ansia nella voce la moglie. «Lui in persona» confermò don Camillo. «Papa Giovanni vigesimoterzo.» Peppone impallidì e si guardò attorno preoccupato, incontrando gli occhi stupiti di Stephan.
«Compagno» gli intimò don Camillo afferrandolo per un braccio e
spingendolo verso la porta. «Scendi assieme a lui e andate a vedere
come piove a pianterreno.» Peppone tentò di protestare, ma don Camillo tagliò corto: «Non t’impicciare, compagno, se non vuoi avere dei guai». Rimasero soli don Camillo, la moglie di Stephan e la vecchietta. «Dille che può parlare perché io sono cattolico come lei» ordinò perentorio don Camillo. Le due donne parlottarono a lungo quindi la moglie di Stephan riferì:
«Dice che vi ringrazia e vi benedice. Ora, con quell’immagine che le
avete dato, si sente maggior forza nell’aspettare la morte. Ha sofferto
molto, vedendo mio padre morire come un cane, senza la benedizione di
Dio». «Ma avete dei preti che girano liberamente e arrivano fin qui!» si stupì don Camillo. La donna scosse il capo: «Sembrano preti, ma non dipendono da Dio ma dal Partito» spiegò. «Non sono buoni per noi polacchi.» Fuori pioveva che Dio la mandava.
Don Camillo si strappò il giubbotto, cavò dalla finta stilografica il
Crocifisso dalle braccia pieghevoli, l’infilò nel collo d’una bottiglia
e lo dispose in mezzo al tavolino che era contro al muro, a fianco del
lettuccio della vecchia. Trasse il bicchierino di alluminio che fungeva
da Calice. Un quarto d’ora dopo, allarmati dal lungo silenzio,
Peppone e Stephan salivano, si affacciavano alla porta della soffitta e
rimanevano senza parola: don Camillo celebrava la Santa Messa. La vecchia, a mani giunte, lo guardava con occhi pieni di lagrime. Quando la vecchietta poté ricevere la Comunione parve che la vita le rifluisse d’improvviso impetuosa nelle vene esangui. «Ite, Missa est...» La vecchia parlò convulsa all’orecchio della figlia che, d’un balzo, raggiunse il marito: «Reverendo» disse ansimando «sposateci davanti a Dio. Ora siamo sposi soltanto davanti agli uomini». Fuori diluviava: pareva che le nuvole di tutta la grande Russia si fossero concentrate nel cielo di Grevinec.
Mancava l’anello, ma la vecchia protese la mano e la consunta vera
matrimoniale, un sottile cerchietto d’argento, si infilò nel dito della
figlia. «Signore» implorò don Camillo «non badate se mangio qualche parola o qualche periodo.» Peppone pareva la classica statua di gesso: don Camillo interruppe un momento il rito e lo spinse verso la porta: «Spicciati, porta su tutta la banda!».
Ormai la pioggia stava decrescendo rapidamente, ma don Camillo era
lanciato e pareva una mitragliatrice: battezzò tutt’e sei i bambini con
una rapidità da togliere il fiato. E non è che, come aveva detto,
mangiasse le parole o saltasse addirittura dei periodi interi. Diceva
tutto quel che doveva dire, dalla prima sillaba all’ultima. Ma il fiato
glielo dava Gesù.
Forse tutto era durato un’ora. Forse un
minuto. Don Camillo non lo sapeva: si ritrovò seduto alla tavola di
cucina, con Peppone al fianco e Stephan davanti. Il sole, ora,
sfolgorava, e, nell’angolo semibuio della stufa, sfolgoravano ancor più
del sole occhi sgranati che cercavano gli occhi di don Camillo. Don
Camillo li contò ed erano sedici: dodici dei bambini, due della madre e
due della vecchietta. Ma, questi, non erano incastonati in uno dei visi
celati nella penombra della stufa, ma li aveva dentro il cervello don
Camillo perché mai aveva visto due occhi guardarlo così e non poteva
toglierseli dalla mente. La compagna Nadia Petrovna comparve sulla porta. «Tutto a posto?» s’informò. «Tutto perfettamente a posto» rispose don Camillo alzandosi.
«Siamo grati al compagno Oregov che ci ha messo a disposizione un
tecnico competente come il cittadino Stephan Bordonny» aggiunse Peppone
stringendo la mano a Stephan e avviandosi verso la porta. Don Camillo fu l’ultimo a uscire e, giunto sulla soglia, si volse e tracciò un rapido segno di croce sussurrando: «Pax vobiscum». «Amen» risposero gli occhi della vecchietta. e si arrotolò abilmente una sigaretta.
G.Guareschi, Il compagno don Camillo, Milano, Rizzoli, 2002, pp. 97-115
9月21日
Preghiera del Paracadutista Eterno,
Immenso Dio che creasti gli infiniti spazi e ne misurasti le misteriose
profondità, guarda benigno a noi, Paracadutisti d'Italia, che nell'
adempimento del dovere balzando dai nostri apparecchi, ci lanciamo
nelle vastità dei cieli. Manda l' Arcangelo S.Michele a nostro
custode; guida e proteggi l'ardimentoso volo. Come nebbia al Sole,
davanti a noi siano dissipati i nostri nemici. Candida come la seta del
paracadute sia sempre la nostra fede e indomito il coraggio.
La nostra giovane vita è tua o Signore! Se è scritto che cadiamo, sia!
Ma da ogni goccia del nostro sangue sorgano gagliardi figli e fratelli
innumeri, orgogliosi del nostro passato, sempre degni del nostro
immancabile avvenire. Benedici, o Signore, la nostra Patria,
le Famiglie, i nostri Cari! Per loro, nell'alba e nel tramonto, sempre
la nostra vita! E per noi, o Signore, il Tuo glorificante sorriso. Così sia.
9月20日 Newsweek mette la spina (staccata) della nonna in copertina e rilancia l’eutanasia nel dibattito sulla sanità L’assassinio della nonna è un punto della riforma sanitaria
americana che le parti rifiutano di discutere. Repubblicani e
democratici stanno usando stili diversi per intorbidire il problema
ineludibile del fine vita: i primi urlano, i secondi glissano. Durante
l’estate una parte del mondo conservatore ha lanciato anatemi
incandescenti su una presunta e implicita deriva della riforma
sanitaria di Barack Obama verso l’eutanasia. Il senatore Charles
Grassley dice che Obama vuole “staccare la spina alla nonna”; Sarah
Palin ha fissato la comune definizione di “death panel”, la commissione
del consultorio federale che secondo i critici convoglierebbe il
rapporto privato fra paziente, medico e famiglia in una struttura
burocratica che più o meno tacitamente propenderebbe per l’interruzione
delle terapie. La Casa Bianca si è preoccupata di smentire tutto,
ha evitato di affrontare il problema culturale che sta sotto ai
dettagli clinici e ha sedato il dibattito su quali responsabilità lo
stato possa e debba assumersi nella gestione di un affare privato che
deborda nello spazio dell’etica pubblica. La copertina dell’ultimo
numero di Newsweek, il settimanale che da qualche mese si occupa di
idee per sottrarsi all’abbraccio nullista dei magazine popolari, è
dedicata alla “morte della nonna”. Sullo sfondo bianco penzola una spina, naturalmente staccata.
Il messaggio “iperbolico”, come dice il direttore, Jon Meacham, è che
la questione della morte non può non essere l’oggetto di un dibattito
franco, anche a costo di apparire cinici. Il riassunto rozzo della tesi
è: se il trenta per cento del programma di copertura agli anziani viene
usato per pagare le cure degli ultimi sei mesi di vita, il sistema non
reggerà a lungo. “Il bisogno di risparmiare sulle cure agli anziani è
l’elefante nella stanza della riforma sanitaria: tutti lo vedono ma
nessuno ne vuole parlare”, scrive Evan Thomas. Nell’editoriale di
Meacham si scopre che per due volte l’autore ha contribuito a decidere
per la morte di un parente stretto. In un linguaggio limpido,
ostentatamente esplicito, si trovano racconti in prima persona sulla
nonna malata di cancro o lo zio costretto a letto da una patologia
degenerativa per cui è stato deciso di staccare la spina con il
pretesto di fare il suo bene (e l’effetto di fare il bene del bilancio
federale). Il titolo di copertina, “The case for killing granny”
(l’argomento per uccidere la nonna), non lascia spazio a sotterfugi:
dice “killing”, non “cessare le sofferenze” o altre perifrasi
ipercorrette. Gli istinti secolaristi di Newsweek, espressione della
sinistra wannabe, invocano un (provocatorio) dibattito culturale su un
tema che lasciato nel cassetto declassa la morte a procedura, e su cui
Washington è chiamata a elaborare argomenti adeguati. © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO di Mattia Ferraresi Da
noi, in Italia, ci siamo quasi... Staccheranno a tutti la spina
prematuramente, così risaneranno il debito pubblico e riempiranno i
buchi perenni della Sanità. Gli operatori sanitari forniranno nuove
braccia all'agricoltura e, come ogni favola che si rispetti "Tutti
morirono infelici e scontenti". 9月17日
 IL FATTO - Siamo in Gran Bretagna. Jayden Capewell è nato dopo sole 21 settimane e cinque giorni di gravidanza. Male, per lui. Infatti le
procedure ospedaliere stabiliscono che sotto le ventidue settimane non
si è uomini, si è feti. E come tali non si ha diritto alle cure
che consentirebbero, forse, di sopravvivere. Non importa quanto la
madre Sarah abbia supplicato, l'applicazione delle linee guida è stata
inflessibile, e Jayden, dopo due ore, è morto. Neanche il funerale, le hanno permesso di fare. "Non ha i diritti di un essere umano, è solo un feto". Quarantotto ore, e quei diritti li avrebbe avuti. Ma un regolamento è un regolamento, e neanche le lacrime di una madre lo possono cambiare. ALCUNE CONSIDERAZIONI
- Qualche volta sento dire che noi cristiani avremmo la vita semplice
di chi obbedisce come una pecora. Chi dice questo è evidente che ha
capito poco, molto poco di cos'è il cristianesimo. Essere cristiano
vuol dire non potersi mai nascondere dietro una legge, un libro, un regolamento. Vuol dire condividere la passione di ogni uomo; non potere accettare che qualcuno ci dica di chi avere pietà, chi salvare, o quantomeno tentare di salvare, e chi no. E
questo è scomodo, estremamente scomodo, perchè vuol dire agire, non
stare mai tranquilli, perché ogni cosa è giocata sulla nostra libertà.
Il male molto spesso è banale, perchè vive di particolari e ideologia:
burocrati che decidono se puoi vivere o morire. Leggono dei fogli e
decidono se tu sei un uomo, o no; se sei troppo giovane, troppo
vecchio, troppo malato, troppo diverso allora mi dispiace, non hai
diritti, ci disturbi, possiamo fare di te quello che vogliamo. Ti guardano crepare, anche se magari in fondo al cuore (che sempre è cuore di uomo) un dubbio sorge. Ma cedere a quel dubbio vorrebbe
dire mettere in pericolo quella costruzione faticosamente messa in
piedi; vorrebbe dire ammettere che quel "feto" che hai abortito o
lasciato morire, quel malato a cui togli i mezzi per vivere è un essere
umano. Vorrebbe dire guardarsi in faccia e riconoscersi per quello che
si è. Ed è terribile guardarsi in faccia per chi non conosce, non ammette il perdono. Berlicche socio di SamizdatOnLine Argomenti correlati: Lasciato morire perchè nato 48 ore prima. L'incredibile storia del piccolo Jayden - Il Sussidiario Bioetica: il difficile compito della corretta informazione - intervista a Carlo Bellieni Radioformigoni Un angelo che muore - Cultura Cattolica Doctors told me it was against the rules to save my premature baby - Dailymail Dove sono finite la compassione e l'umanità? e quando mai abbiamo cominciato a perderle? - Anna Vercors  L’amico Maturin mi ha segnalato per una “catena” virtuale; dire
dieci cose che mi caratterizzano. Non è facile; come “ridurmi” a dieci
cose? Ognuno di noi meriterebbe un romanzo a puntate oppure una
soap-opera, con l’Ego spropositato che ci affligge! Bho, mo’ ce provo… 1) Mi nutro di gelato al cioccolato e di libri. Ne leggo almeno tre in contemporanea e non perdo neanche il filo! 2) Sono
una simpatica rompipalle (dicono); comprensiva, non tengo il broncio,
mi piace ascoltare… ma rompo le palle. Non mi piace dare consigli ne
riceverne; odio le “istruzioni per l’uso”; preferisco adottare il
metodo che mi viene suggerito dalla circostanza che accade. Non mi
sento “programmata per…” 3) Amo
la solitudine, ma resta un pio desiderio; tanti, tanti, tanti amici.
Amici vicini e amici lontani, reali e virtuali; vecchi e nuovi, in poca
o molta sintonia, ma sempre amici. 4) L’occupazione
che preferisco e pensare (ma non mi faccio venire il mal di testa); il
massimo della goduria? Un cestino di frutta secca, un buon bicchiere di
vino rosso (ma buono, eh!), le mie sigarette e il caminetto acceso, con
sottofondo musicale di Lucio Battisti o guardando il mio Milan che
vince la Champion! 5) Mi
piace cucinare, strimpellare con la chitarra, scrivere poesie,
racconti… e cantare. Quando mi piace cantare! Mi piacerebbe anche
danzare, oh, se mi piacerebbe! 6) Odio
i film d’amore, i romanzi d’amore, le scene d’amore, le fiction; cioè
odio tutto il romanticume. Il libro più bello sull’amore? Annuncio a
Maria di Claudel. 7) Mi piacciono i films in bianco e nero, le foto in bianco e nero, ma la vita mi piace a colori. 8) Da
giovanissima sognavo di essere un grande medico alla “E le stelle
stanno a guardare”, un grande pugile come Cassius Clay, un caw-boy alla
Tex Willer, una grande missionaria come Francesca Cabrini… Niente di
tutto ciò si è realizzato. Che dite, è preoccupante che sognavo di
essere un maschio? 9) Amo
i fiori, le piante… ma non possiedo il pollice, e neppure il mignolo
verde; si seccano subito. Solo il basilico resiste imperterrito! 10) Non ho paura di niente, neanche delle malattie; ma una fobia ce l’ho: I PENNUTI!!! 11) Tutto qui? Nooooo, c’è di tutto e di più!
Ora passiamo ai blog a cui consegnare il “testimone” (spero non mi maledicano…). A tempo di Blog Un luogo virtuale in cui si viene contagiati dalla serenità. La Verità vi farà liberi Un Amicus intelligente, colto, ironico. Di grande spessore, colmo di musica bella! Alza Lo Sguardo Una possibilità di viaggiare nel Paese dell’Anima. Ciellino Mi piace, mi piace, mi piace. E’ un po’ il mio pane quotidiano! Cogitor La saggezza della fede che da forma alle cose quotiane. Diario Fenomenologico Uno spazio in cui ci si sente “a casa”, dove l’umano non è mortificato. La Roccia Splendente
E’ la mia “enciclopedia”; la Bellezza fatta scrittura. Sivan Un giudizio cristiano sulla realtà; “politicamente scorretto”ma dice il vero! StellaNuova Dolcissima amica, giovane e battagliera come Giovanna D’Arco. Racconti Quotidiani La bellezza e la profondità delle piccole cose che nutrono il cuore. Tutto è compiuto; ho sudato le proverbiali sette camice ma ho assolto il mio compito. Non importa l’esito, importa … l’Obbedienza!
Ciao Maturin, grazie! 9月15日
Era stato annunciato sui giornali, ora sono arrivate. Sto parlando delle denunce promesse dal padre di Eluana Englaro,
qualche mese fa, nei confronti degli audaci che avevano osato parlare
della morte della ragazza come di un omicidio legalizzato. In effetti
un uso assolutamente sbagliato e strumentale dei termini: non si può
chiamare "legalizzato" ciò che legale non è stato mai, ma voluto
pervicacemente come un unicum inteso a fare male, a dividere, a colpire, a spezzare. (continua)
9月14日
 Ringrazio
immensamente tutti coloro che in queste ore pregano per mia figlia,
Caterina, 24 anni, che si trova in coma all’ospedale di Firenze per un
inspiegabile arresto cardiaco. C’è
una cosa importantissima e preziosissima che si può fare: pregare! Far
celebrare messe e recitare rosari per la sua guarigione è, in questo
momento, la speranza più grande. Noi e gli amici lo stiamo facendo
instancabilmente, anche con la recita della preghiera per ottenere
l’intercessione di don Giussani (ve la copio qua sotto). Io e tutta le mia famiglia ve ne siamo grati. Che Dio vi benedica. Antonio Socci Signore
Gesù, tu che ci hai donato don Giussani come padre e ci hai insegnato,
attraverso di lui, la gioia di riconoscere la nostra esistenza come
offerta a te gradita, concedici per sua intercessione la grazia della
guarigione di Caterina. Te lo chiediamo per la sua glorificazione e per
la nostra consolazione. Amen.
9月13日
 A
molti, magari, capiterà di farlo dopo aver sfogliato il giornale. E
servirà tempo per andare a fondo in quella proposta, per non lasciarla
scorrere via in fretta, presi dall’affanno dell’anno che riprende e del
lavoro che incalza di nuovo. Ma se lo avete già fatto, se avete già
aperto il libretto allegato a questo
numero, e scorso almeno l’Introduzione di quell’Assemblea che il mese
scorso ha raccolto a La Thuile quattrocento responsabili di Cl di tutto
il mondo, è probabile che abbiate sentito almeno un’eco del
contraccolpo subìto da chi c’era. Diciamoci la verità: con quel
primo «non ci basta» buttato in pista da don Julián Carrón di fronte
alla confusione che viviamo, qualche familiarità ce l’avevamo già. «Non
ci basta una ripetizione, pur giusta, di un discorso pulito e
corretto». Il cristianesimo non è una faccenda di parole, o di principi
da applicare alla vita per sostenerla. «E questo lo sappiamo anche
noi», aggiungeva Carrón: «Abbiamo ripetuto tante volte la cosa giusta,
ma questo non ci fa stare in piedi, non ci fa respirare». Non ci basta,
appunto. «Abbiamo bisogno di vedere davanti a noi persone che nel loro
porsi, nel loro modo di affrontare il reale (…) introducono una luce,
una chiarezza in mezzo alla confusione nel modo in cui vivono gli
affetti, il lavoro, le circostanze». Abbiamo bisogno di testimoni. La
fede vive di questo. Chi ha seguito Tracce - e il lavoro educativo di cui cerca di rendere conto - nell’ultimo anno, sa bene di cosa stiamo parlando. Subito dopo, però, è arrivato un altro affondo.
«Ma il testimone non basta. Il testimone ci mostra una reale
possibilità più umana di vivere nelle circostanze cui siamo chiamati, e
per questo ci colpisce; ma non basta, perché ciascuno di noi (io, tu)
ha bisogno che accada nella sua vita, nelle circostanze che è costretto
ad affrontare, cioè ha bisogno di fare l’esperienza personale di ciò
che il testimone mostra. Perché diventi mio!». Ecco, lì in parecchi
sono rimasti spiazzati. Meglio: provocati. Perché non si tratta di una
sterzata, di un cambio di direzione. Non ci sono cesure in questo
passaggio, non ci sono salti, come se l’insistenza sulla testimonianza
fosse da archiviare per passare ad altre parole “di moda”: giudizio,
esperienza… È un percorso da fare (e nelle pagine di quel libretto lo
trovate tutto, passo per passo). Perché una cosa è chiara, se si guarda
alle nostre vite: solo in quel «mio» c’è tutto. Certezza e speranza. E
se non arrivo a dire «mio», non posso neanche dire «io». «Senza che
questo diventi veramente esperienza noi non cresciamo nella certezza
della fede». Per molti, il Meeting di quest’anno è
stato proprio una documentazione di questo percorso, come abbiamo
cercato di spiegare nel “primo piano”. E le vacanze pure. Ma pensate
che prospettiva si spalanca per chi riprende le occupazioni “normali”
dell’anno con questo passo chiaro da compiere, con questo lavoro
avviato di paragone continuo tra ciò che ci accade e il nostro cuore,
con questo approfondimento di certezza della Sua Presenza nelle nostre
vite. Pensate che cosa può essere delle battaglie che ci attendono a
scuola, sul lavoro, in famiglia. O nel contesto sempre più confuso e
per certi versi barbaro - lo testimoniano le vicende di questi ultimi
giorni - della vita pubblica: media, politica, cultura… Pensate che
cosa accade se lì dentro, non un briciolo prima - in astratto - o una
frazione di secondo dopo - come etichetta da appiccicare -, ma dentro il reale iniziamo ad accorgerci davvero della presenza inestirpabile di Chi, essendo risorto, domina il reale. Qui e ora. Diceva san Gregorio Nazianzeno, in quella frase tanto cara a don Giussani: «Se non fossi tuo, mio Cristo, mi sentirei creatura finita». Ma se arriviamo a dire «mio»… Da Tracce
9月12日

Ma non facciamo ridere!
Di fronte alla vicenda di Eluana Englaro si è mossa l’Italia, e non
solo i cattolici. Quanti si sono ribellati all’idea di far morire di
fame e sete una persona, ancorché in “stato vegetativo persistente”!
Forse i toni sono stati aspri, ma come essere “educati” quando si
tratta di difendere una vita innocente? Ebbene, che cosa è
accaduto? Non solo si è fatta morire Eluana, ma ora, con una iniziativa
che ha dell’incredibile, si vogliono perseguire coloro che hanno
definito questa azione “omicidio”, sia pure legalizzato. E sono partite
le denunce a 30 (trenta) (più o meno) siti che hanno usato questo
termine. L’Italia si muove, e 30 siti vengono incriminati? Forse
Beppino o i suoi Legali sono rimasti ai tempi delle Brigate Rosse:
colpiscine uno per educarne cento! Beh, sono finiti, speriamo, quei
tempi e credo che chiunque abbia a cuore la difesa della vita dirà:
«C’ero anch’io». Beppino, abbi il coraggio di guardare la realtà,
non spaventarti se in molti, in Italia e nel mondo, (certo più di 30
siti) hanno giudicato il tuo gesto. Del resto la tua presenza continua
sui vari mezzi di comunicazione ha voluto significare “parliamone!”
(spero non solo “datemi ragione”, ma anche “datemi le ragioni”).
Ora, se chi ha cercato di dare delle ragioni, diverse o discordi dalle
tue, deve “pagare” questo affronto, allora mi pare che si sia perso il
senso del dialogare tra uomini. Sono cattolico e sacerdote: e so
per esperienza che mostrare la faccia ed esprimere le proprie opinioni
va incontro a incomprensioni e giudizi (a volte anche malevoli): ma per
questo non ho mai preteso di chiedere alla giustizia di “fare
giustizia”. Preferisco, da sempre, la “forza delle ragioni” alle
“ragioni della forza”. E questo mi ha fatto incontrare molti uomini,
anche su posizioni diverse dalle mie. Coraggio, guardiamo la realtà! Don Gabriele Mangiarotti Articoli correlati Fonte: CulturaCattolica.it
9月11日
Una straordinaria immagine dal telescoio Hubble: la Farfalla del cosmo. Vola tutto intorno ai confini dell'universo. Perchè farfalla, non potrebbe essere un Angelo? 
 Voci
insistenti sussurrano: “il Cavaliere è convinto che dietro i discorsi
di Fini ci sia Paolo Mieli” (ieri un quotidiano lo ha anche scritto).
Ma finora è rimasta in ombra la parte ecclesiastica di questo
“progetto”. Provo a svelarla. Che
gli intellettuali della generazione sessantottina abbiano sempre
aspirato a “dare la linea”, a etero-dirigere i leader politici e il
Paese, magari grazie a una corazzata come il Corriere della sera, è
risaputo. Ci provarono con Bettino Craxi e andò male perché li liquidò
bruscamente come “intellettuali dei miei stivali”. Con Berlusconi il
tentativo era impossibile per la sua atavica diffidenza verso quei
cenacoli. Con Fini tutto è diverso. La sua ansia di legittimazione e il
vuoto culturale che ha alle spalle si presta ad essere riempito (e così
legittimato) da queste teste pensanti. Ecco
il senso della campagna di Galli della Loggia e del Corriere sui
festeggiamenti per l’Unità d’Italia e sulla mancanza di un vero spirito
nazionale nelle classi dirigenti. Costituisce una prima tappezzeria
ideologica su cui può essere proiettata l’entrata in scena di Fini come
nuovo leader di un centrodestra liberalnazionale (tipo Destra storica),
in sostituzione di un Berlusconi che La Repubblica (e ora anche il
Corriere) tentano di logorare quotidianamente e infine di affondare. Una
nuova “Destra storica” – questa di Galli e Fini – che ha, come la
vecchia, un suo spirito ghibellino e Fini lo ha esibito negli ultimi
quattro anni. Tanto è vero che l’altro strano editoriale recente di
Galli sul Corriere era dedicato – guarda caso – all’abolizione del
Concordato, idea bislacca per cui Galli si è inventato pure
un’improbabile legittimazione cattolica, ma che di fatto entusiasma
solo i radicali, sempre blanditi da Mieli e oggi tifosi dell’ex leader
missino. Il
“trait d’union” intellettuale fra Galli della Loggia e il presidente
della Camera pare sia Alessandro Campi, docente all’università di
Perugia, collega e amico di Galli nonché “ghost writer” di Fini, forse
ideatore pure della sparata che proclamava l’Italia “erede del
politeismo” (quello di Nerone). Ma
c’è un altro vuoto che questo circolo intellettuale pensa di riempire
per inglobare la Chiesa in quel progetto politico “gallofiniano”: è
appunto il vuoto creatosi nella leadership cattolica dopo il
pensionamento di Ruini e la defenestrazione di Boffo. In
realtà l’area Mieli-Galli ha avuto un buon rapporto con Ruini, ma per
quei temi che riguardano l’identità giudaico-cristiana del’Occidente,
per arginare – nel clima dell’11 settembre – quel cattoprogressismo
terzomondista che strizza l’occhio all’Islam e detesta Stati Uniti e
Israele. Invece il dissenso sui “valori non negoziabili” di Ruini è
stato profondo, tanto che il Corriere di Mieli (schieratissimo) fu il
vero sconfitto del referendum sulla legge 40 che nel 2005 vide
vincitore Ruini. Un
nuovo orizzonte per questi circoli intellettuali e per Fini si apre con
la fine dell’epoca Ruini. C’è un antefatto. Quando Bertone è diventato
segretario di Stato vaticano ha reclamato il diritto di gestire in
prima persona, dal Vaticano, il rapporto della Chiesa con la politica
italiana, fino ad allora tenuto in esclusiva dal cardinale Ruini. Si è
creato un certo conflitto con la Cei e alla fine ha vinto Bertone
grazie al pensionamento di Ruini. Ma
il colpo di grazia è venuto con il “pensionamento” traumatico di Dino
Boffo dalla direzione di “Avvenire”, perché Boffo era molto di più del
direttore del giornale della Cei. Era lo stratega del ruinismo che
puntava a fare dell’Italia il modello del cattolicesimo europeo. Allora
diventa significativo che ad assestare il colpo del ko a Boffo sia
stato il direttore dell’Osservatore romano, Gian Maria Vian, parlando
quasi come portavoce ufficioso di Bertone, proprio nelle ore successive
all’attacco del “Giornale”. Con una intervista al Corriere della sera –
pur esprimendo solidarietà umana per l’attacco di Feltri – ha sparato a
zero sulla linea di Avvenire. L’antagonismo
fra le due linee si era evidenziata anche sui “valori non negoziabili”
durante il caso di Eluana, quando le posizioni della Cei e di Bertone
apparvero assai distanti, quanto quelle dell’Osservatore e
dell’Avvenire. In
questi giorni altri segnali emergono con chiarezza. Ieri, per esempio,
sulla pagina culturale di Avvenire, si poteva leggere che ad un
convegno a Milano con Ruini e Galli della Loggia, è intervenuto Vian il
quale, commentando le scelte di Ruini dopo la fine della Dc, ha
testualmente definito “una sorta di araba fenice il Progetto Culturale
di cui ora si incomincia a intravedere qualcosa”. Qualunque
giudizio si dia sul “Progetto Culturale” che ha connotato l’epoca Ruini
alla presidenza della Cei, non si era mai visto un direttore
dell’Osservatore romano attaccare così, esplicitamente e frontalmente,
colui che è stato finora il leader della Chiesa italiana. E’
solo un episodio? No. Per capire l’ “aria nuova” che tira, anche sui
“valori non negoziabili”, basta vedere l’Osservatore del 9 settembre
dove è apparso un articolo di Lucetta Scaraffia intitolato “Qual è la
vita che difendiamo?”, il cui svolgimento è confuso, ma chiaro nella
conclusione, obiettivamente assai critica verso la “cultura della vita”
dell’epoca Wojtyla-Ruini. Citando
infatti Ivan Illich, la Scaraffia scrive: “Bisogna riflettere sulla
provocazione di Illich: i cattolici devono essere capaci di trasmettere
l’amore per la Vita come è intesa nelle parole di Gesù, una Vita che
diventa amore per le creature sofferenti, e non continuare a diffondere
e sostenere un concetto biologico astratto che è estraneo alla nostra
tradizione, che spesso ci rende ideologici e poco credibili”. Wojtyla
è sistemato. Qualcuno potrebbe credere che – per quanto sia singolare
leggere questi argomenti sull’Osservatore – si tratti di idee di una
singola editorialista. Sennonché la Scaraffia – che, guarda caso, è
pure la moglie di Galli Della Loggia – nell’epoca Vian (talvolta con
gaffe e scivoloni) esprime un po’ la linea del giornale, come lo stesso
Vian ha fatto capire nell’intervista al Corriere. Di
certo questo “nuovo approccio” è molto più compatibile con le posizioni
laiciste di Fini rispetto a quello di Ruini. Infatti, emblematicamente,
nel pieno del “caso Boffo”, Fini ha tentato una sortita in campo
cattolico – a lui precluso da tempo – e al convegno delle Acli ha
parlato, come un politico di centrosinistra, sul tema dei diritti
politici degli immigrati. Proprio nei giorni in cui Berlusconi era in
crisi con la Chiesa, con l’ambizione di soppiantarlo. A
questo punto non stupirà che sempre sull’Osservatore, il 13 agosto
scorso, sia apparso un articolo di un intellettuale, di “area Galli”,
che fa un monumento a Galli della Loggia stesso per la sua campagna
sulle “celebrazioni per l’unità d’Italia” e suona una fanfara
risorgimentale un po’ buffa sull’Osservatore, soprattutto laddove dice
che “i fattori coesivi della nostra identità” sono “la lingua e il
patrimonio letterario”. Dimenticando
la religione che poteva menzionare anche solo citando un risorgimentale
cattolico come Manzoni, il quale cantava l’Italia “una d’arme, di
lingua, d’altare/ di memorie, di sangue e di cor” (l’altare – almeno
sull’Osservatore – vogliamo mettercelo?). Tutto
questo somiglia alla predisposizione di un retroterra ideologico di un
nuovo centrodestra post-berlusconiano (che magari torna a inglobare
l’Udc): potrebbe andare da Montezemolo alla Scaraffia, con Casini (Fiat
Lucetta invece che Fiat lux). E magari Fini al Quirinale. Un disegno
ambizioso. Probabilmente velleitario. Che però spiega bene il senso
delle parole di Mieli, l’altroieri, al convegno di Milano, dove ha
“consigliato” alla Chiesa di “dedicarsi ai laici in dialogo perché il
soccombere di questa posizione provoca danni a tutti”. Dunque se affonda “Papi”, avremo “Mieli Papa” ?
Fonte: “Libero” © 11 settembre 2009 Post scriptum Lasciando
da parte, per un momento, le questioni politiche, quello che più conta
è la Chiesa. Dove c’è una certezza: Benedetto XVI. Che certo non si fa
“influenzare” e il cui magistero è sempre più luminoso. Penso che i
cattolici debbano sentire l’urgenza di pregare per lui, perché Dio lo
conservi a lungo alla guida della Chiesa e lo riempia della Sua
Sapienza. Antonio Socci
9月8日 Quella preghiera di verità per chi fatica
  La tenerezza di Benedetto XVI
Quella preghiera di verità per chi fatica «A
voi affido le mie intenzioni»: così mentre scende la sera il Papa,
pellegrino a Viterbo, si rivolge alle monache di vita contemplativa,
pronto ad aprire il suo sguardo orante sul mondo e a rendere il
sacrificio di lode a Dio per la Chiesa. La domenica è passata veloce
tra grida di speranza e sguardi di futuro. Uomini, donne, giovani,
vecchi, tante mani supplichevoli tese a rintracciare l’Apostolo, la
forza che emana e si affaccia alla storia, colore di novità per rendere
nuova l’avventura umana in Cristo. Forza non sua, non sua per merito.
Pietro conosce l’uomo: l’Apostolo non ha né oro né argento, non altro
vanto se non il nome preziosissimo del Maestro di Galilea. Il vero
vanto di Pietro, il suo unico sostegno, è sapere di essere Vicario e
Altro ha la libertà di passare per il suo corpo, per la sua parola.
Altro, Colui al quale non si è neppure degni di sciogliere i calzari.
Le parole di Pietro restano per chi le ascolta, diventano storia per
chi da esse si lascia acchiappare. Sono parole pesanti, cocenti, che
seguono il ritmo dell’emozione. Parole di fiducia, di speranza, di
trasformazione della storia in nome della verità che libera. Parole
decisive che non consentono alibi a chi le rilegge nell’ora del
silenzio, a chi, come le monache, comprende cosa abbia chiesto loro il
Sommo Pontefice, quando con umiltà ha detto: "Pregate per me, pregate
per i sacerdoti, i seminaristi, per le vocazioni. Pregate dunque per
gli apostoli, per la loro missione. Siate con il vostro silenzio orante
il sostegno a distanza". Poesia che s’incarna nel rumore
spumeggiante delle parole inutili, di quelle che vorrebbero piegare la
verità a colpi di frastuoni assordati, di gazzarre feroci per
sottomettere clienti e vendere merce scaduta. Sorprende la mistica
rivoluzione del Pastore, sconvolge la parola del silenzio. Tra
tantissimi volti commossi di uomini in cerca di futuro, pochi curiosi
accorsi a cercare pretesti, a estrapolare virgole, tralasciano il ritmo
della luce e si assentano, qualora siano mai stati davvero presenti,
correndo altrove, prima che la festa arrivi al suo compimento, prima
che l’Apostolo, dopo essersi inginocchiato dinanzi al Sacramento in
adorazione, ai piedi della Madonna della quercia, abbia sciolto la
preghiera per i viandanti del tempo, per i figli e i fratelli che il
Maestro di Galilea gli ha affidato il giorno in cui lo ha scelto.
Benedetto parla a Maria da figlio, con i figli, si affida alla Madre e
ci affida alle sue premure, implora la benedizione per l’Italia, per
l’Europa, per il mondo e invocando la Vergine obbediente, la giovane di
Nazareth, la Madre della Chiesa, l’Immacolata, la Vergine clemente, la
madre dell’umanità, la stella della speranza, pronuncia i nomi
dell’incontro per segnare il percorso dell’abbandono. La supplica è per
chi soffre, per chi spera in un mondo migliore, per chi lavora per
costruire una terra dove trionfi la giustizia e regni la fraternità,
dove cessino l’egoismo e l’odio. Un tenero sguardo alle
famiglie, focolare di serenità, porto sicuro, uno sguardo che non
trascura quelle che vivono la sofferenza, la crisi, la divisione.
Tenerezza che abbraccia gli uomini e le donne del nostro tempo, i
popoli e i governanti, e consola chi piange, chi soffre, chi pena per
l’umana ingiustizia, sostegno di chi vacilla sotto il peso della fatica
e guarda al futuro senza speranza. Quei pochi curiosi, accorsi per
altri interessi, ora altrove, non hanno tempo di raccontare di un Papa
in preghiera. Eppure, per comprendere il pensiero, la profondità delle
parole di un uomo di Dio bisogna incontrarlo là dove la sua voce si
scioglie nel canto della lode. Gennaro Matino Da Avvenire
9月6日  di Assuntina Morresi
Alla
fine del Meeting sono andata con la mia famiglia una settimana in
vacanza alle isole Tremiti, senza computer. Pensavo: il Parlamento è
chiuso, cosa vuoi che succeda in pochi giorni? Per una settimana, posso
anche staccare.
Le
ultime parole famose …. è letteralmente scoppiata la bufera. Mi
riferisco allo scriteriato attacco al direttore di Avvenire, Dino
Boffo, da parte di Vittorio Feltri, che da poco è tornato a dirigere
“Il Giornale”. Vista la gravità assoluta della faccenda, è bene mettere un po’ di ordine.
Vittorio Feltri la settimana scorsa ha sparato in prima pagina il
contenuto di una lettera anonima che circolava da diversi anni e che,
prendendo spunto da un’ammenda pagata da Dino Boffo, ne voleva
dimostrare l’omosessualità.
Troppo semplice? No, i fatti sono veramente così.
Chiaramente
non sono i fatti legati all’ammenda pagata da Boffo ad interessare “Il
Giornale”, ma la sua presunta omosessualità, una tendenza inammissibile
per chi dirige il giornale della CEI, e soprattutto – secondo Il
Giornale – per chi come Boffo ha dato voce alle critiche a Berlusconi
sulla faccenda delle escort, rispondendo ad alcune lettere di protesta.
Feltri
ci dovrebbe spiegare per quale motivo un direttore di un giornale
avrebbe dovuto ignorare le lettere dei suoi lettori: forse Feltri si
comporta così?
Ma
della presunta omosessualità del direttore di Avvenire non si parla in
nessun documento ufficiale, neppure negli atti del fascicolo nelle mani
del Tribunale - non sono stati resi pubblici, ma i giudici hanno
dichiarato che nel fascicolo non c’è niente del genere, neanche
un’allusione: c’è solo una lettera anonima che lo dice, e che
magicamente diventa oro colato per un bel po’ di gente, e dalla quale
lettera dovrebbe difendersi Boffo.
Il quale Boffo risponde spiegando i fatti – basta andare a guardare Avvenire di questi giorni, per esempio qua.
La
madre della ragazza a cui erano arrivate le molestie telefoniche, nel
2001, aveva sporto denuncia contro ignoti, e quando dal tabulario delle
chiamate era venuto fuori il numero di un telefonino in uso a Boffo la
querela era stata ritirata: la famiglia conosceva Boffo, e ne avrebbe
riconosciuto la voce, se fosse stato lui l’autore delle telefonate. Ma
per molestia si procede d’ufficio, e il gip non ha ritenuto attendibile
la versione di Boffo, e cioè: l’autore delle telefonate era un suo
collaboratore, che aveva cercato di aiutare dandogli lavoro (aveva
problemi di droga, e poco dopo è morto di overdose), e che poteva avere
accesso al telefonino.
Per
proteggere il ragazzo e farla corta, Boffo decide di non impugnare la
decisione del gip, iniziativa che avrebbe portato a un processo, e paga
la multa. E’ così preoccupato della faccenda che non nomina neanche un
avvocato di fiducia, ma lascia che si nomini un difensore d’ufficio.
La
faccenda sarebbe finita lì, se una manina interessata non avesse
cominciato a mandare in giro lettere anonime che, prendendo spunto dal
fatto, raccontano che Boffo è omosessuale. Un’accusa inconciliabile con
i suoi importanti incarichi all’interno della Chiesa.
Lettere
anonime che però nessuno ha preso in considerazione per ben quattro
anni: ne aveva parlato Panorama, nel 2005, nell’indifferenza generale.
E
Feltri che fa? Si procura – e sarebbe interessante sapere da chi, visto
che solo personale addetto poteva procurarselo – copia della condanna
pecuniaria e ci appiccica dietro la lettera anonima, come se fosse un
documento ufficiale a spiegazione dell’ammenda pagata.
A questo punto assistiamo all’inverosimile: si chiede conto a Boffo dei contenuti della lettera anonima.
MA DA QUANDO IN QUA UNA LETTERA ANONIMA E’ DIVENTATA UNA FONTE ATTENDIBILE?
Dico
io: siamo matti? Ho letto allibita il pezzo di Messori sul Corriere,
che spiega alla Chiesa che ci voleva più prudenza, non avrebbe dovuto
dare tanti incarichi a Boffo, perché “un uomo immagine della Chiesa
italiana ha campeggiato e campeggerà a lungo sulle prime pagine,
sospettato dei gusti «diversi» la cui ombra grava oggi, più che mai,
sugli ambienti clericali.”
Ma
di quali sospetti stiamo parlando? Di quelli di una lettera anonima?
Sull’ammenda – l’unico fatto certo – Boffo ha dato la sua spiegazione
(e non vedo perché non credergli: qualcuno ha dimostrato il
contrario?), e comunque di omosessualità parla solo la lettera anonima,
e nient’altro. Per quale motivo qualcuno avrebbe dovuto prendere in
considerazione una lettera anonima?
Peggio ancora De Mattei, che pensa che Feltri “ in fin da conti fa il suo mestiere di giornalista” –
cioè i giornalisti pubblicano lettere anonime per mestiere, secondo De
Mattei – e che dopo un pistolotto incredibile, in cui dimostra di bersi
il testo anonimo come notizia certa, conclude: “quel
che appare grave ai semplici fedeli è …. il silenzio con cui lo
scandalo giudiziario è stato fino ad oggi coperto da chi aveva il
dovere di intervenire e ha ora quello, impellente, di rimuovere dal suo
incarico il direttore di “Avvenire””.
Ma di quale “scandalo giudiziario” stiamo parlando? Un’ammenda? Una lettera anonima?
I
più rigidi pastori protestanti non avrebbero potuto far di meglio. Cosa
c’è di cristiano in tutto questo? Dove sarebbe l’amore alla verità
tanto sbandierato?
Ma
ci rendiamo conto che nessuno, nessun direttore di quotidiano, nessun
professore, nessun politico, nessun giornalista, neppure la persona più
integerrima del mondo, insomma, nessuno può essere immune da
diffamazioni di lettere anonime?
Che
ognuno di noi provi solo per un attimo a pensare cosa succederebbe in
un tribunale in cui accuse anonime venissero prese sul serio …. chi si
salverebbe?
Il Corriere della Sera, e non solo, attribuisce la lettera anonima a vicende interne al mondo cattolico. Non so se sia vero o no.
Per
ora, solo alcune tristi certezze. La prima: Feltri ha fatto un
mostruoso autogol, un danno devastante al PdL e al suo editore
Berlusconi, dimostrando, insieme a tutti quelli che sostengono la nuova
direzione de “Il Giornale”, di non aver capito niente della Chiesa.
Il
Giornale di Feltri ha colpito, incredibilmente, il punto di riferimento
di gran parte dell’elettorato del PdL, dimostrando di non distinguere
gli amici dai nemici (per un direttore di quotidiano non è un gran
complimento), e cadendo nell’enorme contraddizione di attaccare – del
tutto infondatamente, e anche questo non è il massimo per un
giornalista – una persona sul piano privato, dopo che per mesi,
giustamente, ha difeso Berlusconi da attacchi simili. Un attacco incomprensibile per chiunque appartiene a quel mondo.
Lo ha appena riconosciuto anche Fabrizio Cicchitto, che non è esattamente un esponente della gerarchia cattolica.
Avvenire
non è un giornale qualsiasi. In Avvenire si riconosce un popolo, quello
cattolico, compreso chi non lo legge quotidianamente, anche chi non
condivide tutto quel che c’è scritto; è stato il punto di riferimento
delle nostre battaglie, ma è anche l’unico che racconta di tanta vita
del popolo cattolico che altri giornali si guardano bene dal prendere
in considerazione.
Chi
festeggia insieme a “Il Giornale”, poi , non ha capito che la Chiesa
non è un partito politico, al quale si possono dare colpi bassi, e con
cui poi ricucire, come si fa in politica. La Chiesa non è questo, e chi
la tratta così non può andare molto lontano.
Ci sarebbe molto altro da dire. Per ora vi segnalo tre contributi utili: il primo è quello di Antonio Socci, il secondo di Sandro Magister, ed il terzo è la lettera di dimissioni di Dino Boffo, con il commento di Giuliano Ferrara. 9月4日
Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, abbiamo detto.
La migliore risposta a tante chiacchere, moralismi, vendette è la vita
reale, scoprire e conoscere il senso e il gusto del vivere, portare
alla luce il bene e non il male. Il conoscere è un'avvenimento che
accade, non una insinuazione. Avvenimento come quello accaduto a Rimini
pochi giorni fa. SamizdatOnLine UN AVVENIMENTO CHE SI E' RESO CONOSCIBILE Durante l'incontro concusivo del Meeting di Rimini
la nostra amica Emilia ha detto con il gran vigore che la
contraddistingue, che ciascuno di noi ha portato con sè il proprio
"quotidiano" all'interno del Meeting. Sarà dunque possibile portare il Meeting dentro il quotidiano?
Dentro la ripresa del lavoro, della fatica, delle "solite cose"? Debbo
darti ragione, cara Emilia. Dentro il Meeting ho portato tutto, ma
proprio tutto! E la scoperta più impotante, la "conocenza" più grande che mi è avvvenuta, è stata proprio quella che riguarda me stesso.
Che riguarda la mia vita. Si tratta dell'essermi scoperto, realmente
"conosciuto" come unito. Pertanto non si può parlare di parentesi, di
ricordi, di nostalgie. E' già così. Tutto ciò che ho visto questa
settimana al Meeting è stato ciò che ha determinato la mia certezza nel
discutere con chi ho incontrato oggi, ed è ciò che mi mette dentro una strana voglia di rimettermi all'opera, al lavoro. Mentre attorno a me sento solo lamento.
Lamento per le vacanze terminate, per il lavoro che ricomincia. Ma come
posso riprendere il lavoro senza avere negli occhi (imperterrite,
schiaccianti, decisive) le formelle di Giotto? Il lavoro è ciò che
compie l'uomo! Che lo ri-mette in accordo con Dio (che l'ha fatto)
perfino dopo il peccato originale. E che tristezza dunque per chi sento
lamentarsi, che si perde davvero il meglio. Una delle domande più incalzanti di questi giorni è stata "ma cos'è il Meeting?".
In parte mossa da persone arrivate in fiera per la prima volta, e nel
confronto, si sa, occorre proprio giocarsi e darsi le ragioni di ciò
che si afferma. Ma in parte perchè il focus della settimana riminese
potrebbero apparire gli incontri, le mostre, gli stand.Ma è questo il
Meeting? E quando hai dato la tua disponibilità per il lavoro
volontario, e con i turni non riesci a vedere nemmeno una mostra?
Oppure, come nel mio caso, hai invitato molte persone, ed all'arrivo di
ciascuna di queste occorre che si vada ad accoglierle, anche se in
mente si aveva un'altra cosa? Che succede se le mostre o gli incontri
non si riesce a vederli perchè si fa i conti con "quel che c'è da fare"? Beh succede che il Meeting si svela,
o meglio esso è sempre lo stesso, però la domanda che ti nasce dentro
ti spinge ad essere più attento. Più acuto. Ed allora eccolo
l'avvenimento! La conoscenza di cos'è il Meeting! E questo strano "affare" di cui tutti un po' parlano (chi bene chi male) si mostra nelle passeggiate lungo le piscine, dove si vedono volti contenti, più o meno noti, familiari, amici, ma tutti contenti! Perfino i volontari in piedi dalla mattina presto lo sono! Ma perchè? Andiamo avanti.
E ci si scopre amici con persone conosciute da poche ore perchè si
condivide il turno all'international point, o si rimane colpiti da
un'assemblea coi volontari, più che dall'incontro col mitico "I'm Tony
from London" Blair. O ancora c'è bisogno che arrivi un'amica Ruwandese
per riaccorgersi cosa sia il Meeting. Perchè basta guardare il suo
stupore, ed ascoltare la sua domanda così semplice e così disarmante:
"ma perchè tutte queste persone sono qui?" E così ci si accorge che
questo strano "affare" lo si comprende e lo si vive meglio così che
magari andando a vedere tutte le mostre o tutti gli incontri. Proprio
perchè il Meeting è tutto questo! E' tutto unito! Proprio come noi che ci siamo dentro. Dentro perchè lo costruiamo, perchè lo guardiamo, perchè lo viviamo! Ed allora è chiaro che non si può tornare a casa lasciandolo a Rimini il Meeting. Perchè non è un evento. Cesana ha detto che lui non è un attore e noi non siamo una platea, bensì un popolo. Ed il Meeting è la vita che questo popolo vive!
E'
il modo che questo strano popolo ha di divertirsi, di impegnarsi, di
comunicare la cultura, la bellezza. Di raccontare cose, fatti,
incontri. Di raccontare dei propri amici: di Alfredo, Cleuza, Padre
Aldo, Rose, Franco il carcerato. Di discutere e dialogare di ciò che
interessa la vita, come la politica o l'economia. E' un unico grande,
immenso corpo che vive. E che vita ragazzi! Vale davvero la pena darla
tutta! E la vita si può dare solo per Uno che c'è... qui ed ora! Vita e destino socio di SamizdatOnLine Argomenti correlati: Il mio Meeting - Natanaele Il Meeting ed io - Berlicche Meeting di Rimini "La conoscenza é sempre un avvenimento" - Cultura Cattolica Su Radioformigoni tutti i video "Diario dal Meeting" Meeting Rimini 2009: Le mostre - Foto - PhotoNmessage Vi racconto cosa piu’ mi colpito al Meeting di Rimini .. - Vietatoparlare Meeting una settimana dopo - Cazzeggio libero Giudicare il Meeting o esserne giudicati? - Il (non) blog I protagonisti del Meeting: Blair, Jannacci e i parcheggiatori - Centro Culturale della Svizzera Italiana Il cuore del Meeting? Sono stati i volontari. Ora la sfida del dialogo - Graziella 9月2日
Il peccato luciferino del socialismo sudamericano che ci ha promesso il Paradiso, ma ci ha consegnati all’Inferno Con questo articolo padre Aldo Trento comincia la sua collaborazione con Tempi di Aldo Trento  «Un
errore è una verità impazzita» diceva Chesterton. Ed è esattamente
questo ciò che è accaduto col socialismo del ventunesimo secolo. Ma
qual è la verità che è impazzita, e che sta all’origine e alla fine del
ben noto “asse del male” che unisce Castro, Chávez, Correa, Morales e
Lugo? La risposta non è rintracciabile nelle parole di questi
personaggi, nelle loro utopie e nelle astrazioni in cui vivono, ma
piuttosto nella premessa antropologica che sta alla base dell’ideologia
che si propongono di incarnare. Bisogna chiedersi: che cos’è l’uomo,
per questi signori? È solo rispondendo a questa domanda che si può
arrivare a comprendere la menzogna che propinano. Essi partono,
infatti, da una verità indiscutibile: l’uomo ricerca, desidera, sogna
la felicità. È la struttura stessa dell’“io” che grida questa esigenza
intima e insostituibile dell’essere umano; perché l'io umano, qualunque
cosa faccia inclusa la peggiore, è mosso da questa tensione alla
felicità. La felicità coincide col benessere della persona, con la
sua soddisfazione integrale: solo quando un uomo sta bene, è
soddisfatto, è felice può definirsi libero. Tutto il cammino
dell’umanità nel corso dei secoli si riassume nella bellissima domanda
di san Francesco: «Quid animo satis?», che cosa soddisfa realmente il
cuore dell’uomo? Ogni movimento filosofico, sociale, politico,
qualsiasi ideologia parte da questa esigenza umana. La fortuna del
marxismo è coincisa con la sua abilità di illudere la gente con la vana
promessa che il paradiso consistesse nell’assalto al Palazzo d’Inverno,
come veniva chiamato il Cremlino, residenza degli Zar e simbolo del
potere che opprimeva il popolo. E così il grido marxista “proletari di
tutto il mondo, unitevi” nasce dall’intelligenza di Karl Marx che
percepì l’esigenza, non solo individuale, ma del proletariato del XIX
secolo, di essere felice. E di conseguenza, il suo desiderare un mondo
nuovo. “Forza compagni, distruggiamo tutto e costruiamo un mondo
nuovo. Forza compagni, afferriamo la falce e il martello e uniti
cambieremo questo mondo”. La falce e il martello erano i simboli
dell’utopia comunista. Però, se davvero è questa la verità che tutti
cerchiamo, – perché il cambiamento, cioè la felicità, è l'anelito che
ci definisce nella profondità del nostro essere – perché questa verità
è impazzita, cioè si è trasformata in bugia, inganno? L’illusione
che la felicità coincida col benessere economico e sociale della
persona, con la risposta alle sue necessità biologiche e psicologiche.
Una visione parziale dell'uomo, che censura la verità primordiale
dell’“Io”, che è relazione con l’Infinito. Per il marxismo l’uomo è “un
tubo digerente”, un ingranaggio del sistema funzionale alla
collettività. Per Marx l’uomo non coincide con la persona: a lui non
interessava l’individualità ma la funzione che ciascuno ricopre nella
salvezza prevista dalla cosiddetta “nuova società socialista”. Ricordo
bene quando col cervello annebbiato da questa ideologia gridavamo per
le strade “il privato non esiste, quello che conta è il pubblico!”. La
visione trascendente dell’uomo, che è poi la dimensione qualitativa
dell’Io, era totalmente eliminata, censurata, negata. Da qui l’ateismo
di Stato che diede origine ad ogni forma di violenza. Il socialismo
del secolo XXI incarnato da Castro e Chávez altro non è se non il
figlio diretto e abortito di questa posizione. E cos’è il chavismo se
non l’illusione, nel ventunesimo secolo, di poter rispondere al
desiderio di felicità dell’uomo dimenticando la trascendenza di quello
stesso uomo? Il populismo, la nuova malattia che affligge la
maggioranza dei paesi latinoamericani, altro non è se non un uso
strumentale del bisogno ontologico dell’uomo, imponendo un’ideologia di-
sumana, che pretende di risolvere il dramma dell’uomo con l’illusione
di un benessere economico, peraltro strutturalmente impossibile, a cui
manca una visione integrale della persona. Per di più un benessere a
buon mercato, costituito da un sussidio economico che consente a tutti
di non morire di fame e favorisce l’assistenzialismo suicida del popolo
stesso. Mai i paesi caduti sotto il comunismo hanno conosciuto tanta
miseria e infelicità come durante gli anni in cui furono vittime della
violenza di questo mostro. Certo avere di cui cibarsi e di cui coprirsi
è importante. Ma “non di solo pane vive l’uomo”, perché è relazione con
il Mistero. E se non lo incontra, cade nella disperazione. O il
benessere dell’uomo è totale, integrale, oppure è un terribile
malessere. È ciò che papa Benedetto XVI spiega nella sua enciclica
Caritas in Veritate, quando afferma che il nome dello sviluppo è
Cristo, e che la povertà peggiore è la perdita del senso della vita che
nasce dalla realtà. Perdita a sua volta originata dal fatto che l’uomo
ha eliminato Dio dal suo orizzonte. Pupazzi e fannulloni
La diabolica pretesa che l’uomo, novello Lucifero o Prometeo, possa con
le sue mani realizzare il mondo nuovo, possa con le sue forze cambiare
il mondo, trasformarlo, risponde al desiderio di felicità che lo
definisce. È la prima tentazione, quella in cui caddero Adamo ed Eva e
i poveri illusi della Torre di Babele. Cosa pretendono i padri
dell’“asse del male”? Di cambiare Cuba, Venezuela, Ecuador, Bolivia e
Paraguay con le loro proprie mani, sfidando Dio e affermando, in
pratica, che ciò che Dio non è riuscito a compiere, essi lo faranno. È
la posizione diabolica che Cristo respinse quando fu tentato dal
demonio, e che questi signori, al contrario, hanno assunto come pratica
di vita e di governo. Non c’è peggior menzogna dell’orgoglio quando si
impadronisce dell’essere umano, spingendolo ad autodefinirsi Dio o a
sostituirsi a Lui. E il fatto che questi signori non amino la Chiesa,
questa Chiesa reale e in comunione col Papa, mostra quanto siano
convinti del fatto che nemmeno Cristo e l’annuncio cristiano siano
riusciti ad ottenere in America Latina ciò che loro, e soltanto loro,
sono in grado di realizzare. Le conseguenze evidenti sono la
progressiva perdita di libertà, la paura della diversità, un
nazionalismo disperato che rinnega la tradizione, l’assistenzialismo
alienante, una classe di fannulloni che vivono al fianco del potere
come pupazzi incapaci di un’intelligenza creativa, e il sottosviluppo
culturale indispensabile al potere per sussistere. Sarebbe sufficiente
un viaggio in Bolivia, per vedere con i propri occhi la miseria del
socialismo del secolo XXI. Da Tempi
 Negare
che sia stato un ritorno col botto quello di Vittorio Feltri al
Giornale è impossibile. Del resto la sua chiamata alla guida della
redazione del quotidiano della famiglia Berlusconi è stata accompagnata
da una sola parola d’ordine: riportare le tirature di vendita del
giornale ai livelli del ’97, ai livelli cioè di quando lo stesso
Feltri, per i motivi che tutti conosciamo, fu costretto a lasciarne la
direzione. Una motivazione legittima, sia chiaro, ma che non può in
alcun modo giustificare quello che l’on. Lupi ha definito un brutale attacco sferrato nei confronti di uno stimato professionista dell’informazione quale è il direttore di Avvenire Dino Boffo. Continua a leggere quì
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